Grammatica del dialetto romanesco

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Essendo un idioma che differisce molto poco dai dialetti toscani, il romanesco possiede una grammatica del poco differente da quella dell'italiano standard, al punto da essere classificato come un suo dialetto e non come lingua distinta con grammatica sostanzialmente diversa (a differenza, ad esempio, del friulano). Esistono comunque alcune differenze, percepite a volte come importanti.

Articolo determinativo[modifica | modifica wikitesto]

  • Maschile singolare: erlo ('o) – l’
  • Femminile singolare: la ('a) – l’
  • Maschile plurale: li ('i) – l’
  • Femminile plurale: le ('e) – l’
  • Er – è il corrispettivo romano di “il”. Nota bene: quando l'articolo “er” è seguito da una parola iniziante per s+vocale, questa s iniziale diventa una z sorda /ts/, (es: "er zignore", "li signori" – vedi “Fonetica”)
  • Lo – si usa, come in italiano, quando la parola di riferimento inizia per s+consonante, gn, z, ps, pn. Nel linguaggio parlato a causa della vocalizzazione della “l” diventa “ ‘o “.
  • La – come in italiano. Nel linguaggio parlato a causa della vocalizzazione della “l” tipica del romanesco diventa “ ‘a “.
  • Li – è il corrispettivo romano di “i” e “gli”. Nel linguaggio parlato a causa della vocalizzazione della “l” diventa “ i “.
  • Le – come in italiano. Nel linguaggio parlato a causa della vocalizzazione della “l” diventa “ ‘e “.
  • L’ – è l'articolo comune a tutti e quattro i casi, se la parola di riferimento inizia per vocale.

Preposizioni articolate[modifica | modifica wikitesto]

Schema delle preposizioni articolate in romano contemporaneo

Preposizioni: Articolo: er Articolo: lo Articolo: ‘o Articolo: la Articolo: ‘a Articolo: li Articolo: i Articolo: le Articolo: ‘e Articolo: l'
de der dello / de lo de 'o / do'o della / de la de 'a / da'a de li dei / di'i delle / de le de'e dell'
a ar allo / a lo ao alla / a la a'a a li ai alle / a le ae all'
da dar dallo dao dalla da'a da li dai dalle dae dall'
'n ner nello / ne lo ne 'o / no'o nella / ne la ne 'a / na'a ne li nei / ni'i nelle ne le ne'e nell'
co cor collo/co lo co'o colla/co la co 'a / ca'a co li coi / chi'i colle / co le co 'e / che'e coll'
pe per pello / pe lo pe 'o / po'o pella / pe la pe 'a / pa'a pe li pei / pi'i pe le pe'e pell'

Nel romanesco d'età moderna e fino ai primi decenni del Novecento la preposizione in (dopo vocale 'n) si univa agli articoli tramite la particella de, quindi ne risultavano le preposizioni "(i)n der" "(i)n de la" etc... Questa regola è completamente scomparsa nel romano attuale, ma se ne possono trovare alcune vestigia nelle reggenze preposizionali dei verbi di alcune frasi idiomatiche che si sono cristallizzate, come ad esempio: " vàttela a ppijà 'n der culo ".

Le diverse opzioni per la composizione delle preposizioni articolate dipendono dalla grande varietà di pronunce del romano, a sua volta dovuta alla ricchissima composizione sociale della Roma contemporanea. Nei vari parlanti pertanto si possono riscontrare oscillazioni di vocalizzazione della "l", per esempio, "co + la" può essere pronunciato all'italiana "colla" (1º livello di vocalizzazione), tradizionalmente "co la" (2º livello), più usualmente "co 'a" (3°) e "câ" (4°) nei casi di Allegroform, cioè a dire che, più il discorso è veloce, più il livello di vocalizzazione della "l" e della "v" aumenta. Per esempio, una frase come "l'avevo detto ai miei amici", in un discorso lento sarà: " je l'avevo detto a l'amici mía "; in uno più rapido sarà invece " j'a aveo detto a'amici mía "oppure " j'avo detto a'amici mìa " (il vecchio "amichi", al posto di "amici", ormai è poco utilizzato).

Articolo indeterminativo[modifica | modifica wikitesto]

  • Maschile singolare: 'n ( 'm )- 'no
  • Femminile singolare: 'na - 'n'

Come si può notare, gli articoli indeterminativi in romano perdono la u iniziale.

  • 'n: si usa come in italiano un. Nota bene: se la parola alla quale è riferito inizia per s+vocale, allora questa s diventa z sorda /ts/; se invece la parola di riferimento inizia per b o p, allora per armonía consonantica l'articolo diventa 'm (es: " er cane e er pardone ", " 'n cane e 'm padrone "
  • 'no: si usa come in italiano uno
  • 'na: si usa come in italiano una
  • 'n': si usa come in italiano un'

Pronomi personali[modifica | modifica wikitesto]

Persona: Soggetto: Complemento oggetto: Complemento diretto: Complemento indiretto: Riflessivo:
1° singolare io me me me
2° singolare tu te te te
3° singolare lui / lei lui /lei lo ('o) / la ('a) je se
1° plurale noi noi ce - se ce - se se
2° plurale voi voi ve ve ve
3° plurale loro loro li (i) / le ('e) je se

Osservazioni: I pronomi oggetto "" e "" si accentano per distinguerli dai pronomi complemento, per capire questa differenza la seguente frase è un esempio lampante: "a tté tte piàceno quelli, a mmé mme piàceno questi".

Ad ogni parlante italiano salta subito all'occhio il fatto che in romano vi síano due particelle pronominali per la prima persona plurale laddove in italiano ve n'è solo una; infatti l'italiano "ci" in romano può tradursi sia "ce" che "se". Queste due particelle non sono tuttavia funzionalmente sovrapponibili: la prima si usa quando la persona del verbo è diversa dalla prima persona plurale (es: "ci vuole bene" diventa "ce vò bbene"; "ci vogliono bene" è "ce vònno bbene"), la seconda particella si utilizza quando la persona del verbo è la prima plurale (es: "ci vogliamo bene" diventa "se volemo bbene").

Aggettivi e pronomi possessivi[modifica | modifica wikitesto]

Gli aggettivi possessivi in romano sono:

  • mi'
  • tu'
  • su'
  • (nostro) / (nostra)
  • (vostro) / (vostra)
  • (loro)

I suddetti aggettivi si utilizzano solo quando le parole di riferimento sono sostantivi che si riferiscono alle parentele familiari ("mi' padre", "tu' madre", "su' zzia"), vengono inoltre usati quasi esclusivamente al singolare, in un contesto romano infatti suona molto strano sentir dire "nostro padre".

Quando la parola di riferimento non è un sostantivo di parentela, allora non si usa più l'aggettivo possessivo, bensì il pronome che, come in italiano si mette dopo il nome. Ecco qui uno schema dei pronomi possessivi in romano:

Persona: maschile singolare: femminile singolare: maschile plurale: femminile plurale:
1° singolare er mio la ('a) mia li (i) mía le ('e) mie (mía)
2° singolare er tuo la ('a) tua li (i) túa le ('e) tue (túa)
3° singolare er zuo la ('a) sua li (i) súa le ('e) sue (súa)
1° plurale er nostro la ('a) nostra li (i) nòstra (nostri) le ('e) nostre (nòstra)
2° plurale er vostro la ('a) vostra li (i) vòstra (vostri) le ('e) vostre (vòstra)
3° plurale er loro la ('a) loro li (i) loro le ('e) loro

Quindi in romano la frase "questo è il mio amico", diventerà "questo è ll'amico mio".

Si noti il cambio della s iniziale di "suo" in z a causa della parola precedente che finisce per consonante.

I pronomi "mía", "túa", "súa", "nòstra" e "vòstra" si accentano per distinguerli dagli omonimi singolari.

Aggettivi e pronomi dimostrativi[modifica | modifica wikitesto]

A differenza dell'italiano, il romano distingue fra aggettivi dimostrativi e pronomi dimostrativi dei quali, infatti, si hanno due forme distinte.

Aggettivi dimostrativi:

maschile singolare: femminile singolare: maschile plurale: femminile plurale:
sto sta sti ste
quer / quo'o (quello) qua'a / quela (quella) qui'i / queli (quei) / quelli que,e / quele (quelle)

Chiaramente, la differenza fra "quer" e "quo'o" è la stessa di quella fra "er" e "lo" (vedi sopra: "Articolo determinativo"). Gli aggettivi dimostrativi si apostrofano se precedono una parola iniziante per vocale.

Pronomi dimostrativi:

maschile singolare: femminile singolare: maschile plurale: femminile plurale:
questo questa questi queste
quello quella quelli quelle

Verbo[modifica | modifica wikitesto]

In romano, differentemente che in italiano, i verbi all'infinito non prevedono la sillaba finale "-re". Ne consegue che in romano ci sono tre coniugazioni tronche (che in italiano sono piane) terminanti in "", "" ed ""; ed una classe verbale piana (quella che in italiano è sdrucciola) terminante per "-e". Esempi: amà, volé, sentí, aregge.

Nel romano attuale si hanno differenze di coniugazione con l'italiano quasi esclusivamente nell'indicativo presente, infatti l'imperfetto si coniuga come in italiano (ma nel linguaggio parlato spesso si perde qualche v a causa della sua vocalizzazione, vedi: "Fonetica", cosa che non viene quasi mai sottolineata nel linguaggio scritto). Il passato remoto è pochissimo utilizzato e poco anche il congiuntivo; quest'ultimo aveva in passato una coniugazione diversa da quella dell'italiano, ma oggi si è livellato sull'uso nazionale.

Coniugazione dei verbi regolari[modifica | modifica wikitesto]

In romano si distinguono 5 diverse coniugazioni verbali:

1° coniugazione: magnà 2° coniugazione: piacé 3° coniugazione: beve 4° coniugazione: partí 5° coniugazione: finí
magn-o piaci-o bev-o part-o fin-isco
magn-i piac-i bev-i part-i fin-ischi
magn-a piac-e bev-e part-e fin-isce
magn-amo piac-emo bev-emo part-imo fin-imo
magn-ate piac-ete bev-ete part-ite fin-ite
magn-eno piac-eno bev-eno part-eno fin-ischeno

Le terze persone plurali in "-eno" soffrono la pressione di quelle italiane in "-ano" e "-ono", quindi spesso tali persone si realizzano al modo italiano come "magnano", "piaciono", "bevono", "partono" e "finiscono".

Come si può notare, a differenza dell'italiano, le prime e seconde persone plurali in romano seguono sempre la radice dell'infinito, con l'unica eccezione del verbo essere.

Nella terza coniugazione le terze persone singolari sono sempre uguali all'infinito.

In passato nella prima persona plurale di alcuni tempi, si metteva la "i" tra la "emme" e la "o" di un verbo coniugato. Per esempio, "trovamo" si diceva "trovamio".

Principali verbi irregolari[modifica | modifica wikitesto]

èsse avé annà vení volé poté
ho vado vengo vòjo posso
sei hai vai vienghi (vieni) vòi pòi
è ha va viè vò(le)
semo avemo (amo) imo venimo volemo potemo
sete avete (ate) ite venite volete potete
hanno vanno viengheno vònno pònno

Il verbo "avé" si utilizza solo come ausiliare. Per esprimere il concetto di possedere, si usa il verbo "avecce" coniugato come "avé" ma con la č' (ovvero "ci" con elisione della "i" davanti ad ogni sua forma (č'ho, č'hai, č'ha, ... scritto erroneamente c'ho, c'hai, c'ha, ecc.). Negli scritti sia antichi (Belli) che moderni (Trilussa, Roberti, Dell'Arco, Marè, ecc. fino ai contemporanei) questa č' (da "ci") viene unita alle forme verbali creando "ciò", "ciai" o "ciài", "cià", "ciavemo", "ciavete" e "cianno", forme corrette. L'alternativa è riconoscere la lettera "c" con suono dolce, dunque c'hai è corretto: pertanto "che hai" diventerà "ch'hai?".

(Notare: sebbene l'impiego di questa forma verbale sia sempre più frequente anche nell'italiano, utilizzare la grafia "c'ho" è ortograficamente sconveniente tanto in italiano quanto in romanesco per due ragioni: primo, in quanto "h", lettera muta, in unione con la "c" ha solitamente la funzione di coefficiente di velarità ("ci", "ce" si leggono palatali, "chi", "che" velari), mentre qui concorrerebbe a indicare un suono palatale; in secondo luogo perché l'apostrofo, simbolo dell'elisione, non indicherebbe in "c'ho" un'elisione, ma soltanto la caduta di una "i" diacritica (senza cioè, consistenza fonetica). In conformità a ciò in questa sede si è preferito utilizzare il grafema "č" per indicare il medesimo fonema che in italiano viene reso graficamente con la "c" seguita da "i" o "e".)

Il verbo "annà" e tutte le sue forme che seguono la radice dell'infinito, spesso nel linguaggio parlato vengono troncate in "'nnà". Questo troncamento crea spesso confusione fra le frasi: "sò nnato" e "sò 'nnato" (rispettivamente "sono nato" e "sono andato")

Fra le differenze la più famosa è la scomparsa delle lettere finali –re dall'infinito dei verbi. Diventano perciò tronchi i verbi che in italiano sono piani, e piani quelli che in italiano sono sdruccioli (es: magnà, cadé, èsse, uscí = mangiare, cadere, èssere, uscire).

L'unica vera differenza grammaticale tra italiano e romanesco è che, nel romanesco, esistono, come in latino due tipi di gerundio, il primo è quello che si usa come soggetto o complemento, e si forma aggiungendo –nno all'infinito dei verbi (continuanno così, finimo male); il secondo è il gerundio nel senso di azione continuata, e si forma in questo modo: stà' + a + infinito del verbo; quindi per domandare “cosa stai facendo?” si dirà “che stai a ffà?”. Questo uso presenta notevoli somiglianze con la lingua inglese (“what are you doing?”).

Da citare è anche il vocativo. In romano, infatti, come in numerosi altri dialetti centro-meridionali, quando si chiama qualcuno per nome, non si pronuncia mai il nome per intero, ma ci si limita a pronunciarlo fino all'accento, le altre lettere vengono troncate (es: Alessà', viè cqua! = Alessandro, vieni qua!; Scusi signó'!= Mi scusi signora!). In alcuni casi particolari, le forme del vocativo sono multiple. Ad esempio il nome Walter può diventare:

"Ah Và', viè' cqua!"
"Ah Varte', ando vai?"
"Ah Vartere!"

Il tutto per l'innata tendenza alla musicalità dell'eloquio, in cui a volte, nel chiamare qualcuno, si inseriscono toni vibrati: basti pensare ai personaggi interpretati da Gigi Proietti ("Consuelo-o").

Similitudini con altre lingue o dialetti[modifica | modifica wikitesto]

Latino[modifica | modifica wikitesto]

Un romano che ha avuto modo di studiare un po' di latino, o anche un attento ascoltatore che si trova ad udire una discussione in dialetto romanesco, non potrà fare a meno di notare la natura del verbo "andare".

La particolarità di questo verbo non sta nell'infinito o nell'indicativo, ma nel participio passato: la parola andato si traduce ito. Ito varia ovviamente per numero e per genere, diventando Ita, Iti, Ite. Ad esempio

'Ndò sò iti l'amichi tua?
"'Nd'è ita tu madre?"."È ita a pià du fette de preciutto dar pizzicarolo, mo' aritorna."

In latino infatti "andare" si dice "ire". In latino il modo supino (non esistente in italiano) del verbo è itum, il participio futuro iturus (maschile), itura (femminile), iturum (neutro). Per fare l'ultimo esempio, l'imperativo presente "andate" si rende (sempre in latino) con ite!.

C'è comunque da dire che per esprimere "andato" spesso si ricorre anche al più comprensibile annato, che spesso nella velocità della frase diventa 'nnato, ad es.

Andò sei'nnato?

Un'altra somiglianza è l'infinito presente del verbo essere. Sia in latino che in romanesco si dice "esse".

Napoletano[modifica | modifica wikitesto]

Un romano difficilmente riesce a comprendere un napoletano che si esprime integralmente in dialetto, tuttavia si possono citare piccole similitudini.

La più rilevante è la costruzione dell'infinito del verbo. Come i romani, anche i napoletani eliminano le ultime due lettere -re, sicché la frase

Andiamo a mangiare si tradurrà nei due casi
annamo a magnà (romano)
iamme a magnà (napoletano)

Sia i romani che i napoletani preferiscono, quando parlano al passato, un uso massiccio dell'imperfetto e del passato prossimo. Poco frequente il passato remoto, usatissimo invece più a sud.

Il verbo andare, come nel caso del romano, evoca il latino. Andato si rende con iuto, quindi si avrà

Sono andato a mangiare (Italiano)
Sò ito a magnà (Romano)
Songhe iute a magnà (Napoletano)

Entrambi i dialetti contemplano l'uso dell'avverbio mo', che significa "ora, adesso".[1]

Adesso si mangia (Italiano)
Mo' se magna (Romano)
Mo' se magne (Napoletano)

Questo termine è comunque ampiamente diffuso nell'Italia centrale, fino in Puglia e alcune zone del calabrese.

Infine, anche il napoletano prevede un comportamento anomalo degli aggettivi possessivi riferiti a familiari. Abbiamo già visto che in romano si elimina l'ultima lettera dell'aggettivo, in napoletano invece si usa una costruzione agglutinante, ovvero la possessività viene espressa aggiungendo una particella alla fine della frase (-mo, -ma, -to, -ta...) Esempi:

Tuo fratello (Italiano)
Tu' fratello/frateto (Romanesco)
Fratete (Napoletano) (la "e" finale è muta).
Mia moglie (Italiano)
Mi moje (Romano)
Muierema (Napoletano)

Foneticamente, si registra in entrambi i casi il cambio del gruppo "ng" con "gn. Esempi:

Magna'

(Mangiare)

Chiagne , Piagne (napoletano prima, romanesco il secondo).

(Piangere)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mo' o mo deriva propriamente dall'avverbio latino mŏx" . V. la voce mo su Alberto Nocentini, l'Etimologico. Dizionario etimologico della lingua italiana, Firenze, Mondadori Education, Le Monnier, 2010. ISBN 978-8800207812.

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