Giulio Firmico Materno

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Giulio Firmico Materno (in latino Iulius Firmicus Maternus; fl. 337-350; Siracusa, ... – ...) è stato uno scrittore romano in lingua latina di età tardoimperiale. Siciliano per sua testimonianza, nacque a Siracusa.

Vita e opere[modifica | modifica sorgente]

Di lui restano pochissime notizie biografiche, per lo più desumibili dai suoi testi.

Nato all'inizio del IV secolo, fu senatore e per qualche tempo avvocato, ma abbandonò la professione per le inimicizie che la sua pratica gli procurò. La successiva condizione di otium permise a Firmico Materno di dedicarsi agli studia humanitatis. Pubblicò così le due sue opere pervenute: i Matheseos libri VIII e circa dieci anni dopo il De errore profanarum religionum.

Matheseos libri octo[modifica | modifica sorgente]

L'opera fu scritta tra il 335 e il 337, assegnata da Theodor Mommsen al 337 (Hermes, XXIX-1894, p. 468 e segg.), con il titolo De Nativitatibus sive Matheseos libri VIII, e dedicata al governatore della Campania Lolliano Mavorzio. Essa costituisce il più vasto trattato di astrologia tramandatoci dall'antichità, frutto di esperienze e studi in campo neoplatonico.

Il primo libro, a differenza degli altri sette, di contenuto esclusivamente tecnico, contiene una vera e propria apologia morale dell'astrologia, scienza caduta in sospetto ai cristiani, ma ampiamente praticata al tempo dell'autore per influsso della speculazione neoplatonica. Egli afferma che l'influenza degli astri si esercita sulla parte divina dell'anima umana e che solo un animo puro e libero da ogni peccato può accostarsi all'astrologia, disciplina che pone in costante contatto con la divinità.

È dimostrata poi l'importanza dell'influsso degli astri nel determinare la vita umana, e la spiegazione della storia del mondo fin dall'età di Saturno alla luce di tale principio. I restanti libri espongono diverse nozioni tecniche relative alla materia, con uno stile spesso compilatorio che però rende conto della sintesi di una lunga tradizione precedente.

De errore profanarum religionum[modifica | modifica sorgente]

La prima opera mostra già l'autore come anima naturaliter christiana: non sorprende la sua successiva conversione al Cristianesimo, in circostanze di cui si ignorano causa, luogo e tempo, ma inequivocabilmente testimoniata dall'opera apologetica De errore profanarum religionum, scritta tra il 346 e il 350.

Nella tradizione del testo (unico testimone un codice Vaticano-Palatino del X secolo) l'opera è giunta priva delle pagine iniziali: la parte restante inizia passando in rassegna i culti naturalistici degli elementi dimostrandone l'assurdità.

Considera poi quei culti di origine orientale che erano allora molto praticati presso i pagani: i misteri di Iside, Cibele, Mitra, il culto dei Coribanti, di Adone e altri. Sono applicati i principi di Evemero per dimostrare che tutte queste divinità non sono altro che uomini innalzati dopo la morte agli onori celesti e dei cui peccati gli uomini si servono per giustificare i propri.

Con alcune fantasiose etimologie (per esempio Serapide è fatto derivare da Σάρρας παίς, "il figlio di Sara", cioè Isacco) tenta di spiegare le origini di alcuni di esse a partire dai testi biblici.

Nel capitolo successivo egli dà notizie delle frasi e delle formule in codice usate nelle religioni misteriche, avvicinandole alle formule bibliche.

Lingua e stile[modifica | modifica sorgente]

La lingua dell'autore aspira alla purezza del classicismo ma non si sottrae agli influssi del suo tempo, abusando spesso di espedienti retorici, enfasi e incursioni nella lingua poetica. L'uso delle clausole metriche lo ricollega alla tradizione oratoria ciceroniana.

Lo stile dell'opera richiama da vicino quello degli africani Tertulliano e Arnobio, ricorrendo volentieri alla derisione e al sarcasmo.

Dell'opera colpisce il fanatismo quasi feroce con cui l'autore esorta gli imperatori Costante I e Costanzo II a perseguitare senza pietà i seguaci delle fedi fallaci. Non è infatti frequente nella letteratura cristiana della prima metà del IV secolo, trovare un'esplicita richiesta volta a sollecitare l'intervento dello Stato contro i pagani. Ricordiamo a tale proposito che il primo imperatore a mettere fuori legge tutti i riti non cristiani e a perseguitarli apertamente fu Teodosio I nel 392. In quest'opera si coglie anche quello che dovette essere lo stato d'animo formatosi in molti cristiani nel breve lasso di tempo intercorso tra le sanguinose persecuzioni dioclezianee e l'editto di Milano.

Fortuna[modifica | modifica sorgente]

Inserito nel filone della letteratura apologetica la sua voce non giunse isolata al tempo dell'editto di Tessalonica promulgato da Teodosio I (391), ma nel corso del Medioevo rimase senza eco fin verso il XI secolo. Paradossalmente fu invece molto considerata la sua opera astrologica, la cui esaustività e leggibilità migliore rispetto all'opera di Marco Manilio giovarono alla trasmissione. La sua opera apologetica è considerata di particolare interesse per la storia delle religioni, riportando particolari di prima mano e plausibili sui culti misterici praticati in Sicilia in età tardoantica.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Emanuela Colombi, In difesa dell'astrologia. Matheseos libri, vol. 1, Mimesis, 2004, ISBN 88-85889-56-5.

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