Giovanni Agnelli (imprenditore 1866)

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Giovanni Agnelli
Giovanni Agnelli.jpg

Senatore del Regno d'Italia
Legislature XXVI

Dati generali
Titolo di studio Laurea honoris causa in ingegneria industriale
Professione industriale

Giovanni Francesco Luigi Edoardo Aniceto Lorenzo Agnelli (Villar Perosa, 13 agosto 1866Torino, 16 dicembre 1945) è stato un imprenditore, politico e militare italiano.

Fu senatore del Regno d'Italia nella XXVI legislatura.

Figlio di Edoardo Agnelli e di Aniceta Frisetti, fu il capostipite della notissima famiglia di imprenditori torinesi, nonno del suo omonimo Gianni Agnelli. Proprietario terriero, fu ufficiale di cavalleria e senatore del Regno. Fu tra i fondatori della casa automobilistica FIAT nel 1899, e ne fu amministratore delegato e presidente.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato Giovanni Francesco Luigi Edoardo Aniceto Lorenzo[1][2] in una famiglia di proprietari terrieri tra le mura della casa appartenente al nonno, nel comune piemontese di Villar Perosa, venne iscritto da bambino al collegio San Giuseppe per la sua formazione e in seguito avviato alla carriera militare presso l'Accademia militare di Modena, dove conseguì il grado di ufficiale di cavalleria di prim'ordine iniziando la sua carriera nel Savoia Cavalleria, ma ben presto il giovane Agnelli avvertì un sempre più crescente disinteresse per la vita militare, perché era instancabilmente attirato dai progressi tecnologici, che a poco a poco, grazie anche alla diffusione delle idee positiviste nell'Europa della Belle Epoque, alimentate dai progressi della rivoluzione industriale di matrice anglosassone, risvegliavano in lui il desiderio d'intraprendere una carriera dedita interamente alla produzione di nuovi mezzi tecnologici, che in quel periodo iniziavano a rendere più comoda e facile la vita quotidiana.[3] Nel 1889 sposò Clara Boselli (1869 - 1946) e dal matrimonio[4] nacquero due figli: Edoardo e Aniceta Caterina (1889 - 1928). Clara era la seconda figlia di Leopoldo Boselli (22 luglio 1829 - 18 luglio 1886), avvocato e patriota risorgimentale.

Carriera[modifica | modifica wikitesto]

Abbandonata la carriera militare nel 1893, sviluppò un vivo interesse per la meccanica, che lo portò, senza grossi risultati, ad alcuni tentativi imprenditoriali nel campo. Lasciato l'esercito, tornò a Villar Perosa con l'intenzione di dedicarsi all'attività di famiglia, l'agricoltura. Per breve tempo divenne commerciante di legnami e sementi. Fu nominato sindaco di Villar Perosa nel 1895 e restò in carica per mezzo secolo. A Torino, dove poi si trasferì, frequentava assiduamente il caffè di madame Burello, dove conobbe alcuni aristocratici appassionati di meccanica e di automobilismo.

Nel 1896 entrò come socio di capitale nelle Officine Storero, che a Torino costruivano biciclette, per le quali concluse un contratto d'importazione in esclusiva dei tricicli Prunelle, dotati di motore a scoppio De Dion-Bouton. L'11 luglio 1899 fondò, insieme ad alcuni investitori molto noti nel campo automobilistico, la Fabbrica Italiana Automobili Torino, conosciuta poi come FIAT.

L'azienda ebbe fin dall'inizio un rapido sviluppo, grazie anche all'amicizia che l'imprenditore condivideva con Giovanni Giolitti (4 volte primo ministro italiano); nel 1908 avviò la produzione della "Tipo 1 Fiacre", prima automobile pensata come taxi. L'automobile venne esportata e richiesta in tutta Europa e, grazie all'auto, negli anni successivi l'azienda conobbe un rapido sviluppo internazionale. Successivamente progettò la "Fiat Zero", anche se il vero successo arrivò con la prima guerra mondiale nel corso della quale espanse la propria attività in più settori e rifornì l'Esercito di armi e altro materiale militare, ferroviario, ecc.: la FIAT era ormai il terzo gruppo economico italiano.

Il 1º dicembre 1920 acquistò dal senatore Alfredo Frassati una quota azionaria del 20% del quotidiano torinese La Stampa, con un diritto di prelazione sulla rimanente parte del capitale, il che gli consentì dall'ottobre 1926 di controllare finanziariamente la testata.

In quegli anni viene fondato il famoso stabilimento del "Lingotto" dove venne impiantata la prima catena di montaggio italiana, ispirata senza ombra di dubbio alla Ford che l'imprenditore aveva visitato in quegli anni negli Stati Uniti. Nel 1923 la FIAT era un produttore internazionale di automobili e Giovanni Agnelli divenne senatore del Regno. Egli vide inoltre un grande futuro nello sci, sport allora nato da poco. Fra il 1928 e il 1931 acquistò alcuni terreni al colle del Sestriere, in alta Val Chisone, dove costruì la seconda stazione sciistica italiana dopo Bardonecchia che era stata aperta nel 1908.

Mussolini alla Fiat con Agnelli in un comizio agli operai nel 1932

Il successo negli affari di Agnelli venne funestato dalla morte dei figli Aniceta, nel 1928 ed Edoardo nel 1935, rimasto vittima di un incidente aereo all'idroscalo di Genova. Edoardo, dal 1920 presidente della RIV, era avviato alla carriera del padre e lo sconforto spinse Giovanni Agnelli ad abbandonare l'attività imprenditoriale, ma il parroco del paese lo convinse a cambiare idea.[senza fonte] Il decesso del figlio ebbe come conseguenza anche una lunga serie di conflitti, anche legali, con la nuora Virginia Bourbon del Monte, specialmente per quanto riguardava la tutela dei nipoti del senatore. Gli anni successivi, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, registrarono un nuovo notevole sviluppo dell'impero FIAT: venne prodotta la prima Cinquecento, nota tra i consumatori e appassionati di automobilismo come Topolino: l'auto riscosse un ottimo successo internazionale (leggenda vuole che anche Adolf Hitler l'avesse guidata poco prima di un discorso[senza fonte]). Negli anni quaranta Giovanni Agnelli, ormai settantenne, scelse il nipote Gianni, figlio di Edoardo, come suo successore alla guida delle aziende.

Dopoguerra e morte[modifica | modifica wikitesto]

Il 23 marzo 1945 Agnelli (insieme a Vittorio Valletta ed a Giancarlo Camerana), venne accusato dalla Commissione del CLN per le epurazioni, di compromissione con il regime fascista e privato temporaneamente della proprietà delle sue imprese,[5] accusa di cui sarebbe stato prosciolto dopo la sua morte il 16 dicembre 1945.[6] Dal 2002 il suo nome è inserito nell'Automotive Hall of Fame con tutte le maggiori personalità legate al mondo dell'automobile.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia
— 8 dicembre 1898
Cavaliere del lavoro - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere del lavoro
— 30 maggio 1907[7]
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia
— 1º febbraio 1920
Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 6 febbraio 1921
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia
— 15 dicembre 1932

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gustavo Mola di Nomaglio, Gli Agnelli. Storia e genealogia di una grande famiglia piemontese dal XVI secolo al 1866, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1998, pag. 142.
  2. ^ Archivio della Parrocchia di Villar Perosa, Registro atti di battesimo dal 1866 al 1871, atto n. 25.
  3. ^ Nizza Cavalleria, suona l'ora dell'ultima carica, La Stampa. URL consultato il 10 dicembre 2008.
  4. ^ Giovanni e Clara erano cugini d'acquisto, in quanto Luigi Lampugnani (1843, Milano - 1905, Torino) aveva sposato nel 1883 Aniceta Frisetti, vedova di Edoardo Agnelli e dunque madre di Giovanni. Il matrimonio di Clara e Giovanni fu celebrato a Milano il 2 febbraio 1889, nella chiesa di San Francesco da Paola, da Monsignor Luigi Boselli (1825 - 1897), fratello di Leopoldo e dunque zio di Clara. Cfr. l'articolo di Giulia Ajmone Marsan Leopoldo Boselli (PDF), Archivio Storico Lodigiano - Lodi e il suo territorio, p. 47. URL consultato il 27 giugno 2014.
  5. ^ Angiolo Silvio Ori, Storia di una dinastia - Gli Agnelli e la Fiat, Roma, Editori Riuniti, 1996, ISBN 88-359-4059-1, p. 186
  6. ^ Pietro Galletto, La Resistenza in Italia e nel Veneto, Tipolitografia Battagin S.n.c, 1996, p. 137
  7. ^ Sito Federazione nazionale Cavalieri del lavoro: dettaglio decorato.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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