Giovanna d'Arco

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Jeanne d'Arc
Pittura, del 1485 circa, (Centre Historique des Archives Nationales, Parigi, AE II, 2490)
Pittura, del 1485 circa, (Centre Historique des Archives Nationales, Parigi, AE II, 2490)
6 gennaio 1412 - 30 maggio 1431
Soprannome La Pucelle
Nato a Domrémy
Morto a Rouen
Cause della morte bruciata sul rogo
Religione cristiana
Dati militari
Paese servito Blason France moderne.svg Regno di Francia
Anni di servizio 1428 - 1430
Guerre Guerra dei cent'anni
Battaglie Battaglia di Orléans
Battaglia di Jargeau
Battaglia di Meung-sur-Loire
Battaglia di Beaugency
Battaglia di Patay
Battaglia di Compiègne
famiglia figlia di Jacques d'Arc e di Isabelle Romée ; 3 fratelli e 1 sorella : Jacques, Jean, Pierre e Catherine

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Santa Giovanna d'Arco
Giovanna d'Arco all'incoronazione di Carlo VII in un dipinto di Jean-Auguste-Dominique Ingres nel Museo del Louvre a Parigi
Giovanna d'Arco all'incoronazione di Carlo VII in un dipinto di Jean-Auguste-Dominique Ingres nel Museo del Louvre a Parigi

Vergine e mistica

Nascita Domrémy, 6 gennaio 1412
Morte Rouen, 30 maggio 1431
Venerata da Chiesa cattolica
Canonizzazione Basilica di San Pietro, 16 maggio 1920 da Papa Benedetto XV
Ricorrenza 30 maggio
Attributi Armatura, spesso a cavallo; vessillo.
Patrona di Francia, telegrafia e radio

Giovanna d'Arco (in francese Jeanne d'Arc, in medio-francese Jehanne Darc; Domrémy, 6 gennaio 1412Rouen, 30 maggio 1431) è un'eroina nazionale francese, venerata come santa dalla Chiesa cattolica, oggi conosciuta anche come la Pulzella d'Orléans.

Riunì al proprio Paese parte del territorio caduto in mano inglese, contribuendo a risollevarne le sorti durante la guerra dei cent'anni, guidando vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi. Catturata dai Borgognoni davanti a Compiègne, Giovanna fu venduta agli inglesi che la sottoposero a un processo per eresia, al termine del quale, il 30 maggio 1431, fu condannata al rogo e arsa viva.

Nel 1456 papa Callisto III, al termine di una seconda inchiesta, dichiarò la nullità di tale processo.

Beatificata nel 1909 da Pio X e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV, Giovanna fu proclamata patrona di Francia.

Infanzia e giovinezza[modifica | modifica sorgente]

Giovanna nacque a Domrémy[2] da Jacques Darc[3] ed Isabelle Romée[4], in una famiglia di contadini della Lorena, ma appartenente alla parrocchia di Greux[5] ed alla castellania di Vaucouleurs, soggetta alla sovranità francese[6]. Secondo le testimonianze del tempo[7], era una ragazzina molto devota e caritatevole; nonostante la giovane età visitava e confortava i malati e non era insolito che offrisse il proprio giaciglio ai senzatetto per dormire lei stessa per terra, sotto la copertura del camino[8].

All'età di tredici anni iniziò a udire voci celestiali spesso accompagnate da un bagliore e da visioni dell'Arcangelo Michele, di Santa Caterina e di Santa Margherita[9], come sosterrà in seguito. La prima volta che queste voci le si palesarono, secondo il suo stesso racconto, reso durante il processo per eresia subíto a Rouen nel 1431, Giovanna si trovava nel giardino della casa paterna; era il mezzodì di un giorno d'estate[10]: sebbene sorpresa ed impaurita da quell'esperienza, Giovanna decise di consacrarsi interamente a Dio facendo voto di castità[11] «per tutto il tempo che a Dio fosse piaciuto»[12][13].

Nell'estate del 1428, a causa della guerra che opponeva il regno di Francia al regno d'Inghilterra ed alla Borgogna, la sua famiglia fuggì dalla valle della Mosa verso Neufchâteau, per sottrarsi alle devastazioni provocate dalle truppe di Antoine de Vergy, capitano borgognone[14][15]. Era da poco iniziato l'anno 1429 quando gli inglesi erano ormai prossimi ad occupare completamente Orléans, cinta d'assedio sin dall'ottobre del 1428[16]: la città, sul lato settentrionale della Loira, aveva, per la posizione geografica ed il ruolo economico, un valore strategico quale via d'accesso a tutte le regioni meridionali; per Giovanna, che sarebbe diventata una figura emblematica della storia di Francia, fu quello il momento - sollecitata dalle voci che diceva di sentire - per correre in aiuto di Carlo, Delfino di Francia e futuro re, estromesso dalla successione al trono a beneficio della dinastia inglese nella guerra che sosteneva contro gli inglesi ed i loro alleati Borgognoni[17][18][19].

Come Giovanna stessa dichiarerà sotto interrogatorio[20], in un primo tempo mantenne il più stretto riserbo su queste apparizioni sovrannaturali, che all'inizio le parlavano della sua vita privata e che solo successivamente l'avrebbero spinta a lasciare la propria casa per guidare l'esercito francese. Tuttavia, i suoi genitori dovettero intuire qualcosa del cambiamento che stava avvenendo nella ragazza, forse anche allertati da qualche confidenza che Giovanna stessa si era lasciata sfuggire, come avrebbe ricordato, molti anni dopo, un suo amico di Domrémy[21], ed avevano deciso di darla in sposa ad un giovane di Toul. Giovanna rifiutò la proposta di matrimonio e il suo fidanzato la citò in giudizio dinanzi al tribunale episcopale; ascoltate entrambe le parti, il tribunale diede ragione a Giovanna, dal momento che il fidanzamento era avvenuto senza il suo assenso[22][23].

Vinta anche la resistenza dei genitori, la ragazza ebbe di nuovo libertà di azione e poté dedicarsi alla sua missione. La prima tappa del suo viaggio la portò sino a Vaucouleurs dove, con l'appoggio dello zio Durand Laxart, riuscì ad incontrare il capitano della piazzaforte, Robert de Baudricourt. Questi, al primo incontro, avvenuto il 13 maggio 1428[24], la schernì rimandandola a casa come una povera folle. Per nulla demoralizzata da quell'insuccesso, Giovanna si recò altre due volte presso il capitano di Vaucouleurs e questi, forse spinto dal consenso che Giovanna sapeva raccogliere tanto tra il popolo quanto tra i suoi uomini, mutò parere sul suo conto, sino a convincersi (non prima di averla sottoposta ad una sorta di esorcismo da parte di un curato del luogo, Jean Fournier) della sua buona fede e ad affidarle una scorta che l'accompagnasse al cospetto del sovrano, come la ragazza chiedeva[25].

Le gesta belliche[modifica | modifica sorgente]

Il viaggio di Giovanna da Vaucouleurs a Chinon per incontrarsi col gentile Delfino, per usare le sue stesse parole, suscitò di per sé non poco interesse. Districandosi tra i confini sempre incerti e sfumati tra villaggi francesi ed anglo-borgognoni, recando con sé la promessa di un aiuto sovrannaturale che sarebbe stato in grado di rovesciare le sorti della guerra, ormai apparentemente segnate, l'esiguo drappello rappresentava l'ultima speranza per il partito che ancora sosteneva il "re di Bourges", come veniva sprezzantemente chiamato Carlo VII dai suoi detrattori. Il Bastardo d'Orléans inviò due suoi fidi a Chinon[26], dove la Pulzella era giunta, dopo essere passata per Gien, per raccogliere informazioni, e l'intero paese ne attendeva le gesta[27][28].

L'incontro con il Delfino[modifica | modifica sorgente]

Ritratto agiografico di Giovanna d'Arco

Senza neppure avvisare i suoi genitori[29], Giovanna partì da Vaucouleurs il 22 febbraio 1429, diretta a Chinon, accompagnata da un manipolo guidato da un corriere reale, Colet de Vienne, e composto da Jean de Metz e Bertrand de Poulengy, uomini di fiducia di Robert de Baudricourt, seguiti ciascuno da un proprio servitore, e da Richard Larcher, anch'egli soldato al servizio del capitano di Vaucouleurs. Il piccolo drappello percorse una non facile via fra territori contesi, giungendo al castello di Chinon all'inizio del mese di marzo. Il fatto di essere scortata dagli uomini di un capitano fedele al Delfino probabilmente giocò non poco a favore dell'incontro con quest'ultimo[30].

Presentandosi a Carlo VII dopo due giorni di attesa, nella grande sala del castello, durante un'assemblea imponente, alla presenza di circa trecento nobili, Giovanna gli si avvicinò senza indugio e s'inginocchiò[31], sostenendo di essere stata inviata da Dio per portare soccorso a lui e al suo reame[32]. Tuttavia il Delfino, non fidandosi ancora completamente di lei, la sottopose ad un primo esame in materia di fede nella stessa Chinon, dove la ragazza fu ascoltata da alcuni ecclesiastici di chiara fama, fra cui il vescovo di Castres, confessore dello stesso Carlo.

Appresi i resoconti degli ecclesiastici, la inviò quindi a Poitiers[33]. Qui Giovanna subì un secondo esame, più approfondito, protrattosi per circa tre settimane: fu interrogata da un gruppo di teologi[34] in parte provenienti dalla giovane Università di Poitiers[35], nata nel 1422, oltre che dal cancelliere di Francia, ed arcivescovo di Reims, Regnault de Chartres[36]. Solo quando la giovane ebbe superato questa prova Carlo, convintosi, decise di affidarle un intendente, Jean d'Aulon, nonché l'incarico di "accompagnare" una spedizione militare - pur non ricoprendo alcun incarico ufficiale - in soccorso di Orléans assediata e difesa da Jean, Bastardo d'Orléans, mettendo così nelle sue mani, di fatto, le sorti della Francia[37].

Giovanna iniziò pertanto la riforma dell'armata trascinando con il suo esempio le truppe francesi e imponendo uno stile di vita rigoroso e quasi monastico: fece allontanare le prostitute che seguivano l'esercito, bandì ogni violenza o saccheggio, vietò che i soldati bestemmiassero; impose loro di confessarsi e fece riunire intorno al suo stendardo l'esercito in preghiera due volte al giorno, al richiamo del suo confessore, Jean Pasquerel. Il primo effetto fu quello di instaurare un rapporto di reciproca fiducia tra la popolazione civile ed i suoi difensori i quali, invece, avevano l'inveterata abitudine di tramutarsi da soldati in briganti quando non erano impegnati in azioni di guerra[38][39]. Soldati e capitani, contagiati dal carisma della giovane, sostenuti dalla popolazione di Orléans, si prepararono alla riscossa[40].

L'assedio d'Orléans[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Orléans.

Sebbene non le fosse stata affidata formalmente nessuna carica militare, Giovanna divenne ben presto una figura centrale nelle armate francesi: vestita da soldato, impugnando spada e bandiera bianca con raffigurato Dio benedicente il fiordaliso francese ed ai lati gli Arcangeli Michele e Gabriele, ormai comunemente conosciuta da tutti come Jeanne la Pucelle ossia Giovanna la Pulzella (così come le voci l'avevano chiamata[41]) raccolse un gran numero di volontari da tutto il regno e guidò le truppe infervorate in battaglia contro gli inglesi. Questi, il 12 ottobre 1428, erano arrivati a porre l'assedio ad Orléans, chiave di volta della valle della Loira, nella Francia centrale. Se la città fosse caduta, l'intera Loira meridionale sarebbe stata presa; la stessa Chinon, corte del futuro Carlo VII, non era molto lontana.

Orléans era accerchiata dagli inglesi, che avevano conquistato, costruito o fortificato undici fortezze intorno alla città, dalle quali tenevano l'assedio: le Tourelles (all'estremità meridionale del ponte sulla Loira), le bastie di Champ Saint-Privé, degli Augustins, di Saint-Jean-le-Blanc (sulla riva meridionale della Loira), di Saint-Laurent, della Croix-Boissée, di Saint-Loup, le tre dette "Londre", "Rouen" e "Paris" (sulla riva settentrionale della Loira), ed infine di Charlemagne (sull'isola omonima).

In tal modo, le comunicazioni fluviali erano bloccate a valle della città da tre bastie (Saint-Laurent e Champ Saint-Privé, posizionate pressoché di fronte sulle opposte rive della Loira, all'altezza dell'isola di Charlemagne, dove la terza bastia impediva un altrimenti facile attraversamento del fiume); inoltre, l'edificazione, nel marzo del 1429, della bastia di Saint-Loup ad est della città, sull'argine destro, in modo da controllare la via romana verso Autun, preannunciava la volontà di impedire ogni navigazione sulla Loira anche a monte[42].

Il lato settentrionale del ponte sulla Loira terminava nella fortezza dello Châtelet, ancora in mano francese[43], e culminava al centro nell'isola fortificata detta "Belle-Croix", dalla quale i difensori erano a portata di tiro e di voce del nemico, asserragliato nelle Tourelles. Ogni tentativo di infrangere la morsa che si stringeva sempre più intorno alla città era fallito. Il 12 febbraio 1429, dopo quattro mesi di assedio, il Bastardo d'Orléans aveva tentato una sortita che si era risolta nella disfatta della Battaglia delle aringhe; peggio ancora, il 18 dello stesso mese, il conte di Clermont abbandonava Orléans insieme alle sue truppe, e così altri capitani.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia delle aringhe.

Difesa da una guarnigione sempre più esile, stremata dalla carenza di vettovaglie, la popolazione convinse il Bastardo d'Orléans a lasciare che una delegazione guidata da Jean Poton de Xaintrailles raggiungesse il duca di Borgogna, Filippo il Buono, per chiedere la fine delle ostilità, anche se questo avrebbe significato il passaggio della città alla Borgogna senza colpo ferire. Il duca, interessato all'offerta, la sottopose agli alleati inglesi, che la respinsero: Orléans era evidentemente troppo importante perché potessero delegarne il controllo ai borgognoni. Il 17 aprile la delegazione guidata da Xaintrailles fu di ritorno. L'unico effetto, peraltro marginale, fu che i soldati borgognoni vennero richiamati, misura più che altro simbolica dal momento che la quasi totalità delle truppe assedianti era inglese. La situazione della città restava critica[44].

Gli assediati erano tuttavia riusciti a tenere libera la porta di Bourgogne, sul lato orientale della cinta muraria, e quando Giovanna, lasciata Blois il 27 aprile, giunse sulla riva meridionale, in sella ad un destriero bianco e preceduta da un lungo corteo di preti intonanti il Veni Creator, di fronte al piccolo borgo di Chécy, il 29 aprile[45], trovò ad attenderla il Bastardo d'Orléans, che la pregò di entrare in città per quella via[46] mentre i suoi uomini compivano manovre diversive[47]; l'armata di soccorso, approntata dal re con l'aiuto del capitano guascone La Hire[48] e del duca d'Alençon[49], e i viveri - necessari per sfamare la popolazione allo stremo - che la Pulzella recava alla città, avrebbero invece atteso di poter essere traghettati attraverso il fiume non appena il vento fosse divenuto favorevole.

L'incontro tra il giovane comandante e Giovanna fu burrascoso; dinanzi alla decisione di attendere che il vento girasse in modo da consentire l'ingresso dei rifornimenti e degli uomini, Giovanna rimproverò aspramente l'uomo di guerra, sostenendo che suo compito sarebbe stato quello di condurre lei e l'esercito direttamente in battaglia. Il Bastardo d'Orléans non ebbe neppure tempo di replicare poiché pressoché subito il vento mutò direzione e divenne favorevole al transito sulla Loira, consentendo l'ingresso per via d'acqua dei viveri che Giovanna aveva recato con sé, mentre il corpo d'armata - circa 6500 uomini[50] - tornò ad accamparsi a Blois[51][52].

Quella sera Giovanna, il cui arrivo era stato febbrilmente atteso fin dai primi di marzo[53], fece il suo ingresso in città tra una folla acclamante, sino all'abitazione che le era stata destinata, presso il tesoriere del duca d'Orléans, Jacques Boucher[54]. Il giorno seguente, 30 aprile, Giovanna, che sulla via per Orléans era stata inaspettatamente raggiunta da due dei suoi fratelli, Giovanni e Pietro, che si erano uniti ai soldati[55], si recò dal Bastardo d'Orléans, ricevendo l'ordine di astenersi da qualsiasi azione di guerra fino all'arrivo dell'armata reale. Fremente d'impazienza, la ragazza si recò allora al bastione di "Belle Croix" in modo da potersi rivolgere agli inglesi di guarnigione nelle Tourelles, intimando loro di arrendersi. Questi risposero colmandola d'ingiurie, gridandole di tornare a guardare le vacche e minacciando di bruciarla se l'avessero fatta prigioniera[56].

L'indomani, il Bastardo d'Orléans partì per raggiungere il resto dell'armata, accampata a Blois. Qui, trovò l'esercito quasi disperso; il cancelliere Regnault de Chartres, arcivescovo di Reims, da sempre ostile ai progetti della Pulzella ed alle sue pretese rivelazioni sovrannaturali, non intendeva procedere oltre. Il Bastardo minacciò di arrestare i capitani se non si fossero messi immediatamente in marcia e dovette, d'altro canto, supplicare l'arcivescovo di proseguire fino alla città assediata[57]. Infine, la mattina del 4 maggio, l'esercito raggiunse finalmente Orléans; ad attenderlo, fuori le mura, Giovanna e La Hire che, alla testa di un manipolo di soldati, ne protessero l'ingresso in città[58].

Nel frattempo, Giovanna, rimasta a Orléans, si era recata ad ispezionare le fortezze nemiche; il popolo la seguiva ovunque, fuori delle mura così come nelle processioni religiose, tanto stretto era il legame che si era creato in breve tempo fra la ragazza e la popolazione[59]. Dopo che l'esercito fu al sicuro entro le mura, il Bastardo d'Orléans, subito dopo pranzo, si recò da Giovanna, recandole la notizia che il capitano John Fastolf si stava avvicinando con un grosso contingente armato. La ragazza, felice forse perché per la prima volta un capitano la metteva a parte dei progetti militari, lo ammonì con spirito pungente di avvisarla non appena Fastolf fosse stato vicino, altrimenti gli avrebbe fatto tagliare la testa: il Bastardo accolse lo scherzo e acconsentì alla richiesta.

L'armamento di Giovanna d'Arco

Giovanna aveva lasciato Chinon indossando un'armatura bianca e montando un cavallo nero. Al fianco portava una spada che aveva fatto cercare presso la chiesa di Santa Caterina di Fierbois ed una piccola ascia nella destra, mentre il suo paggio portava il suo stendardo bianco[60].
Solitamente, però, ella stessa reggeva il proprio stendardo, non volendo arrecare ferite mortali ai suoi nemici[61]. Forse a seguito della rottura accidentale della prima spada[62], Giovanna la sostituì con un'altra, presa ad un soldato borgognone fatto prigioniero[63].

Quella stessa sera, Giovanna andò a coricarsi, ma, poco tempo dopo, scese di corsa nella camera del suo paggio, lo svegliò, rimproverandolo: «il sangue di Francia cola e voi non mi avvisate!»; quindi, si armò in fretta, salì a cavallo si fece passare lo stendardo da una finestra della casa e galoppò verso la porta di Borgogna[64]. Era in corso un attacco alla bastia di Saint-Loup; i soldati francesi, feriti, ripiegavano, ma alla sua vista ripresero animo e si volsero nuovamente all'assalto. Infine giunse anche il Bastardo d'Orléans, anch'egli all'oscuro della manovra, e la bastia fu conquistata e data alle fiamme[65]. Molti inglesi si travestirono da preti per cercare di fuggire. Giovanna capì, li prese sotto la sua protezione e impedì che venisse fatto loro del male[66]. Alla sua prima battaglia, Giovanna pianse vedendo quanta morte seguiva la vittoria[67].

Il giorno dopo, 5 maggio, festività dell'Ascensione, Giovanna volle fare un'ultima intimazione agli inglesi, affinché abbandonassero l'assedio, se non volevano subire una disfatta di cui si sarebbe serbata memoria nei secoli. Tuttavia, poiché gli assedianti trattenevano, contro il diritto di guerra, uno dei suoi araldi, incaricò un arciere di avvolgere la lettera intorno ad una freccia e di scoccarla nel campo inglese, accompagnando il lancio con il grido: «Leggete! Sono notizie!» Quando i soldati ebbero letto la missiva, però, risposero soltanto: «Sono notizie della puttana degli Armagnacs!» Più tardi, il Bastardo d'Orléans, i capitani e Giovanna tennero un consiglio di guerra per decidere le mosse successive[68].

Non tutti, del resto, accettavano di buon grado di prendere ordini dalla Pulzella, né amavano il suo tono franco; il sire di Gamaches aveva fatto platealmente atto di rendere la spada al Bastardo[69], che, gentilmente ma con fermezza, lo aveva convinto a desistere dai suoi propositi e a scusarsi con lei[70]. Il 6 maggio l'esercito uscì dalle mura dalla porta di Borgogna, essendo ormai il lato orientale sufficientemente sicuro dopo la presa di Saint-Loup; attraversò con un ponte di barche la Loira, appoggiandosi all'Isola di Toiles, fino a raggiungere la riva meridionale. Qui trovò la bastia di Saint-Jean-le-Blanc abbandonata; gli inglesi si erano radunati nella fortezza degli Augustins da cui godevano di una posizione favorevole. I francesi iniziarono a ritirarsi ma, quando Giovanna e La Hire videro i nemici uscire dalle loro postazioni e colpire i soldati, si volsero e contrattaccarono. In breve tutta l'armata li seguì. Gli inglesi furono travolti e quelli che poterono si rifugiarono nelle Tourelles, all'estremità del ponte[71].

In questa battaglia Giovanna rimediò la sua prima ferita, causata da un chausse-trape, un ferro a molte punte di cui il terreno dello scontro era stato disseminato[72]. La sera, l'esercito si accampò in vista delle Tourelles e i cittadini di Orléans per tutta la notte lo rifornirono di viveri[73]. L'indomani, 7 maggio, all'alba, Giovanna ascoltò la messa come suo solito, quindi si armò e guidò l'esercito alla riconquista del ponte e delle Tourelles. L'assalto fu violento, i francesi colpirono i baluardi con l'artiglieria e tentarono di scalarli. Nella mischia, cercando di appoggiare una scala al muro, Giovanna fu trafitta da una freccia[74][75]. La ferita, profonda, dolorosa, tra il collo e la scapola[76], costrinse gli uomini a trascinarla via dalla battaglia.

Un soldato le propose di applicare un "incantesimo" per fermare il sangue, ma Giovanna rifiutò, e fu medicata con lardo ed olio d'oliva. A sera, il Bastardo d'Orléans stava per far suonare la ritirata, poiché il sole stava tramontando e gli uomini erano spossati. Giovanna gli si avvicinò e gli chiese di attendere; che i soldati si riposassero, mangiassero, bevessero, ma che nessuno si allontanasse. Ritiratasi in preghiera in una vigna per pochi minuti, quando ritornò vide il suo stendardo sventolare in prossimità delle Tourelles, in mano a un soldato cui il suo attendente, Jean d'Aulon, lo aveva affidato a sua insaputa[77]. Cavalcò sino al ponte e glielo trasse dalle mani[78]. I soldati interpretarono quel gesto come un segnale e si lanciarono in un furioso assalto.

Nel frattempo, dalla riva nord del ponte, gli abitanti di Orléans avevano gettato una grondaia su un arco distrutto e dopo che un cavaliere di Rodi, completamente armato, l'ebbe oltrepassato, gli altri lo seguirono e si gettarono all'attacco. Gli inglesi si diedero alla fuga. Alcuni, come il comandante della guarnigione, William Glasdale, caddero nella Loira e annegarono. Le Tourelles erano state prese[79] e duecento uomini furono fatti prigionieri[80]. La sera, Giovanna, ferita, stanca, commossa, rientrò nella città attraverso il ponte[81]. Il popolo accolse l'esercito con «un gran trasporto di gioia e commozione», come ricorderà più tardi il Bastardo d'Orléans[82]. Il giorno seguente, l'8 maggio 1429, l'esercito assediante demolì le proprie bastie, abbandonando i prigionieri, e si dispose a dare battaglia in campo aperto.

Giovanna, il Bastardo e gli altri capitani schierarono anch'essi le loro forze e per un'ora i due eserciti si fronteggiarono; alla fine, gli inglesi si ritirarono e Giovanna impose ai francesi di non inseguirli, sia perché era domenica, sia perché si stavano allontanando di loro spontanea volontà. Giovanna e l'esercito, prima di tornare entro le mura, unitamente al popolo, assistettero ad una messa a cielo aperto, ancora in vista del nemico[83]. Il successo fu fondamentale per le sorti della guerra, poiché esso impedì che gli anglo-borgognoni potessero occupare l'intera parte meridionale del paese e marciare verso il Sud fedele a Carlo, ristabilì le comunicazioni tra le due sponde della Loira e, inoltre, diede inizio a un'avanzata nella valle della Loira culminata nella battaglia di Patay.

La campagna della Loira[modifica | modifica sorgente]

Dopo soli due o tre giorni dalla liberazione di Orléans, Giovanna ed il Bastardo d'Orléans si misero in viaggio per incontrare il Delfino a Tours[84], seguendo l'armata reale sino a Loches; in effetti, sebbene l'entusiasmo popolare si fosse acceso in un solo istante, così come l'interesse dei governanti, incluso l'imperatore Sigismondo, il rischio che si spegnesse con uguale facilità, lasciando solo il ricordo delle gesta alle poesie di Christine de Pizan o di Alain Chartier[85], era reale[86]. La corte era divisa e molti nobili tentati di trarre profitti personali dall'inaspettata vittoria, temporeggiando o suggerendo obiettivi bellici d'interesse strategico secondario rispetto al cammino che Giovanna aveva tracciato, lungo la Valle della Loira, sino a Reims. Il Bastardo d'Orléans, forte della propria esperienza militare, dovette esercitare tutta la sua influenza sul Delfino prima che questi si decidesse, infine, ad organizzare una spedizione su Reims[87].

Una statua equestre, Parigi

Il comando dell'armata reale, nuovamente radunata nei pressi di Orléans, il 9 giugno 1429[88], venne affidato al duca Giovanni II d'Alençon, principe di sangue, subito raggiunto dalle compagnie del Bastardo d'Orléans e di Florent d'Illiers di Châteaudun. L'esercito, forte di 1200 lance, ossia quasi 4000 uomini, raggiunse Jargeau l'11 dello stesso mese; qui fu nuovamente Giovanna a risolvere un consiglio di guerra con irruenza, esortando ad attaccare senza esitazioni. Al loro arrivo i francesi erano intenzionati ad accamparsi nei sobborghi della città ma furono quasi travolti da un'offensiva inglese; Giovanna guidò al contrattacco la propria compagnia e l'esercito poté acquartierarsi[89].

Il giorno seguente, grazie ad un diversivo improvvisato dal Bastardo[90], le mura sguarnite vennero conquistate e così la stessa città. Durante le ostilità, Giovanna, con lo stendardo in pugno, incitava gli uomini che davano l'assalto; ella fu nuovamente ferita, questa volta colpita al capo da un pesante masso. Tuttavia, la Pulzella, caduta al suolo, fu subito sorprendentemente in grado di rialzarsi[91]. Il 13 giugno l'esercito francese, di ritorno ad Orléans, ripartì il giorno successivo per un'offensiva su Meung-sur-Loire[92].

Con un attacco fulmineo il 15 giugno venne preso il ponte sulla Loira e posta una guarnigione sullo stesso; l'esercito poi passò oltre, per accamparsi davanti a Beaugency. Gli inglesi si ritirarono nel castello, cercando di mantenere almeno il controllo del ponte, ma furono raggiunti da un pesante assalto di artiglieria[93]. In effetti, in campo inglese era atteso soprattutto il corpo d'armata di rinforzo comandato da sir John Fastolf, uno dei più famosi capitani, che si era persino liberato del peso dei rifornimenti ed ora procedeva a marce forzate[94].

Pressoché contemporaneamente, tuttavia, anche l'esercito francese acquisiva un nuovo, e per certi versi scomodo, alleato, il conestabile Arturo di Richemont, su cui pesava il bando dalle terre del Delfino per antiche controversie, alla testa dei suoi Bretoni[95]. Le reazioni all'interno dell'esercito furono per lo più ostili al Conestabile; il duca d'Alençon rifiutò di cedere il comando dell'armata reale a Richemont, che ne avrebbe avuto il diritto, in qualità di Conestabile di Francia[96], senza nemmeno avvisare il Delfino (ed eventualmente attendere le sue decisioni) ma senza neppure consultarsi con gli altri capitani o, quantomeno, col Bastardo d'Orléans, pur sempre cugino del sovrano[97].

Giovanna, per suo conto, maggiormente attenta ai bisogni dell'esercito e, al contempo, nel suo candore, incurante dei rancori e delle lotte intestine che dividevano la nobiltà, chiese al Conestabile se fosse pronto ad aiutarli onestamente; in altre parole, di offrire la propria parola e la propria spada al Valois; ricevuta da Richemont piena assicurazione su questo non esitò, di sua iniziativa, ad ammetterlo nell'esercito. In effetti, d'ora innanzi il Conestabile darà prova della propria lealtà a Carlo; tuttavia, l'accettazione nei ranghi dell'esercito di quell'uomo in disgrazia compromise non poco la fiducia accordatale. Qualcuno, probabilmente, glielo fece notare, ma con semplicità Giovanna rispose che aveva bisogno di rinforzi.

Questo era senz'altro vero. Il castello di Beaugency, vista arrivare la compagnia di Bretoni, si decise infine a capitolare. Gli inglesi negoziarono la resa contro un salvacondotto che permise loro di lasciare la città il mattino del 17 giugno[98]. Con la spensieratezza e la volontà di riappacificazione che le erano proprie e con l'impeto della giovinezza Giovanna si era esposta a favore di un uomo in disgrazia, a rischio della fiducia stessa di cui ella godeva presso la corte[99]. L'armata francese si rimise in cammino; all'avanguardia, le compagnie del Bastardo d'Orléans e di Jean Poton de Xaintrailles, seguite dal Corpo d'armata principale, comandato da La Hire, capitano di ventura e brigante che già aveva partecipato all'assedio d'Orléans ma che ormai aveva sposato anima e corpo la causa della Pulzella; alla retroguardia, il signore di Graville e, questa volta, la stessa Giovanna.

La sera del 17 giugno l'esercito si vide sbarrare la strada da quello inglese, schierato in assetto da battaglia in campo aperto. Due araldi inglesi furono inviati a lanciare la sfida all'armata reale, posizionata in cima ad una bassa collina. Tuttavia, memore delle passate sconfitte, il duca d'Alençon esitava ad accettare il confronto. Fu Giovanna che, giungendo dalle retrovie, diede risposta al nemico, invitandolo a ritirarsi nei propri alloggiamenti, vista l'ora tarda, e rimandando la battaglia al giorno successivo[100]. Quella notte, mentre un incerto duca d'Alençon chiedeva conforto a Giovanna, che lo rassicurava sia della vittoria, sia della relativa facilità con cui sarebbe stata conseguita, l'esercito inglese, agli ordini del conte di Shrewsbury, John Talbot, si riposizionò per poter dispiegare le proprie forze, il giorno seguente, in modo da poter sorprendere i nemici in una strettoia in cui i francesi sarebbero dovuti necessariamente passare. Tuttavia, le cose andarono diversamente[101].

La battaglia di Patay[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi battaglia di Patay.

Il 18 giugno 1429 un cervo attraversò il campo inglese, accampato presso Patay, ed i soldati, lanciato un alto grido, si misero al suo inseguimento; gli esploratori francesi, che si trovavano a poca distanza, poterono quindi indicare con rapidità e precisione la posizione del nemico ai capitani, che non si lasciarono sfuggire l'occasione. L'avanguardia dell'esercito, cui si unirono anche le compagnie di La Hire e della stessa Giovanna, attaccò improvvisamente il campo[102], prima che gli inglesi avessero modo di erigere la consueta barriera di rigidi stocchi dinanzi a loro, che solitamente impediva alla cavalleria di travolgerli e dava modo agli arcieri di compiere stragi tra le file del nemico[103]. Senza questa protezione, in campo aperto, l'avanguardia inglese fu schiacciata dalla cavalleria pesante francese[104].

Dopo questo primo caso fortuito, un'incredibile catena di errori, malintesi e tattiche errate lasciò inoltre l'esercito inglese nella più totale confusione. Dapprima alcuni contingenti tentarono di ricongiungersi in tutta fretta al corpo d'armata principale, guidato dal Conte Talbot, ma questo fece credere al capitano dell'avanguardia che fossero stati sconfitti, al che egli stesso, accompagnato dal portastendardo, si diede ad una fuga disordinata, cui presto si unirono le altre compagnie poste a difesa del corpo d'armata principale, lasciando il grosso dell'esercito esposto agli attacchi francesi senza più alcuna protezione.

Sopraggiungendo, sir John Fastolf si avvide del pericolo e prese la decisione di ritirarsi, anziché soccorrere Talbot, mettendo in salvo almeno il proprio corpo d'armata[105]. Per gli inglesi si trattò di una sconfitta completa quanto del tutto inattesa; in quella che sarebbe stata ricordata come la battaglia di Patay lasciarono sul campo oltre duemila uomini, mentre da parte francese si contarono solo tre morti e alcuni feriti[106]. Gli echi della battaglia giunsero sino a Parigi, nella convinzione che ormai un attacco sulla città fosse imminente; in campo avverso la fama di Giovanna la Pulzella crebbe enormemente, almeno quanto la sua importanza nelle file francesi[107].

La battaglia di Patay fu anche un modo per Giovanna di confrontarsi, ancora una volta, con la dura realtà della guerra; se era solita pregare per i soldati caduti da entrambe le parti, se aveva pianto ad Orléans nel vedere tanta violenza, qui, dopo una vittoria in campo aperto, vedeva i suoi soldati (peraltro non più trattenuti dalla guida del Bastardo d'Orléans, che aveva fatto regnare la disciplina ferrea imposta dalla Pulzella nell'esercito, ma affidati al comando del duca d'Alençon) abbandonarsi ad ogni brutalità. Dinanzi ad un prigioniero inglese colpito con tale violenza da stramazzare al suolo Giovanna scese da cavallo e lo tenne tra le braccia, consolandolo ed aiutandolo a confessarsi, sino a che la morte non sopraggiunse per quel nemico che le aveva mostrato tutta la sua debolezza ed umanità[108].

La consacrazione del Re a Reims[modifica | modifica sorgente]

Dopo Patay, molte città e piazzeforti minori, a partire da Janville, si arresero volontariamente all'esercito francese. Mentre l'armata reale rientrava, vittoriosa, ad Orléans, il sovrano indugiava, invece, a Sully-sur-Loire[109], probabilmente per evitare un incontro imbarazzante con Richemont[110]. Giovanna, il Bastardo d'Orléans ed il duca d'Alençon[111] cavalcarono velocemente verso il Delfino, ottenendo, nonostante il recente ed eclatante successo, una fredda accoglienza. Il contrasto tra i colori della città in festa, che l'aveva già vista trionfante ed ora l'acclamava, e l'umore cupo, vitreo, della corte, dovettero creare un'aspra dissonanza nell'animo di Giovanna che, tuttavia, instancabile, non cessò di rassicurare ed esortare il gentile Delfino affinché si recasse a Reims[112].

Nei giorni seguenti, la Pulzella cavalcò a fianco del sovrano sino a Châteauneuf-sur-Loire, dove il 22 giugno si sarebbe tenuto consiglio su come proseguire la campagna militare[113]. Qui ebbe luogo, nuovamente, il confronto tra coloro che consigliavano prudenza e attesa o, nella più ardita delle ipotesi, l'impiego dell'esercito per il consolidamento della posizione raggiunta, e la maggioranza dei capitani, meno influenti presso la corte, ma che avevano sperimentato sul campo il formidabile potenziale di cui disponevano[114]. L'esercito non era solo forte di 12.000 armati[115], ma anche del loro entusiasmo e della loro lealtà, e, per la prima volta da lungo tempo, poteva contare anche sull'appoggio popolare, tanto che ogni giorno nuovi volontari venivano ad aggiungersi[116].

Infine, le insistenze della Pulzella, impaziente e dominata dal pensiero ricorrente della Consacrazione, affinché l'esercito marciasse risolutamente su Reims, vennero accolte. Il 29 giugno 1429, presso Gien, l'esercito "della Consacrazione", comandato, almeno nominalmente, dal Delfino in persona, si mise in marcia in pieno territorio borgognone[117]. Lungo il tragitto, la prima città in mano nemica che l'armata reale incontrò fu Auxerre che, all'intimazione di arrendersi, rispose, per voce dei borghesi, che avrebbe concesso la propria obbedienza solo se Troyes, Châlons e la stessa Reims lo avessero fatto; il consiglio di guerra decise di accettare.

Preceduto da una lettera di Giovanna, l'esercito giunse quindi dinanzi a Troyes, il luogo stesso in cui il Delfino era stato estromesso dalla successione al trono. La nutrita guarnigione di inglesi e borgognoni di Troyes rifiutò di arrendersi e si dispose alla battaglia; per di più, viveri e rifornimenti iniziavano a scarseggiare in campo francese; il consiglio dei capitani di guerra, riunitisi dinanzi al Delfino, sembrava propenso a interrompere la spedizione o, al limite, a raggiungere Reims lasciandosi alle spalle Troyes ancora in mano anglo-borgognona. Giovanna, al limite della pazienza, osò bussare alle porte del consiglio. Venne ricevuta con scetticismo. Dinanzi alle difficoltà che le furono prospettate, obiettò che la città sarebbe stata senz'alcun dubbio presa e, quando chiese che le venissero concessi solo due o tre giorni, infine, le furono accordati. Senza porre tempo in mezzo, la Pulzella fece schierare l'esercito in assetto da battaglia, e, minacciosamente, l'artiglieria che faticosamente avanzava sino a che fosse a tiro delle mura, agitando il proprio stendardo nel vento[118].

I cittadini furono presi dal panico, così come la guarnigione. Lo spiegamento di forze che Giovanna stava preparando era impressionante. In breve, vennero inviati messaggeri al campo francese. Troyes si arrendeva e riconosceva Carlo come proprio sovrano. Le truppe inglesi e borgognone ottennero di poter lasciare la città con quanto avevano, ed anche coi loro prigionieri. Giovanna si oppose; chiese che fossero liberati e Carlo pagò il loro riscatto[119]. Il 10 luglio Giovanna la Pulzella entrava a Troyes con la propria compagnia e, di lì a poche ore, Carlo faceva il suo ingresso trionfale nella città: senza colpo ferire, l'ostacolo più grande che si frapponeva tra l'esercito e Reims era caduto.

L'esercito "della Consacrazione", sempre sotto l'impulso della Pulzella, riprese velocemente la strada per Reims. Si diresse dapprima verso Châlons, ove gli venne incontro il Vescovo della città, accompagnato da una delegazione di cittadini, che fece atto di piena obbedienza a Carlo, il 14 luglio; quindi, verso Sept-Saulx, ove gli abitanti avevano costretto la guarnigione anglo-borgognona ad abbandonare la città[120]. Lungo la via, Giovanna ebbe la gioia d'incontrare alcuni abitanti del suo paese natale, Domrémy, che avevano affrontato un difficile viaggio per presenziare alla solenne Consacrazione del Re, così come una moltitudine di persone dalle più diverse parti di Francia, e di riabbracciare suo padre, riconciliandosi con i suoi genitori[121] per quella partenza segreta verso Vaucouleurs di soli pochi mesi prima. Frattanto, il 16 luglio, il Delfino riceveva nel castello di Sept-Saulx una delegazione di borghesi di Reims che offrivano la totale obbedienza della città.

Il giorno stesso l'esercito vi fece il suo ingresso e vennero iniziati i preparativi per la cerimonia della Consacrazione del Re a Reims[122]. Il 17 luglio 1429, dopo aver trascorso la notte in veglia di preghiera, Carlo VII fece il suo ingresso nella cattedrale, tra la folla festante, insieme agli "ostaggi" della Santa Ampolla, quattro cavalieri incaricati di scortare la reliquia che dai tempi di Clodoveo era utilizzata per consacrare ed incoronare il Re di Francia, pronunciò i giuramenti prescritti dinanzi all'officiante, l'arcivescovo Regnault de Chartres; da un lato, presenziavano sei "pari ecclesiastici", dall'altro, sei "pari laici", esponenti della nobiltà, tra i quali, in rappresentanza del fratellastro prigioniero, il Bastardo d'Orléans[123].

Dinanzi a tutti gli altri stendardi, però, a un passo dall'altare, era stato posizionato quello bianco della Pulzella, e la stessa Giovanna assisteva alla cerimonia vicinissima al Re; infine, il sovrano, unto con il crisma, venne rivestito dei paramenti rituali e ricevette la corona, assumendo il nome di Carlo VII[124]. Mentre i "pari laici" annunciavano al popolo la consacrazione e la festa s'iniziava per le vie della città, Giovanna si gettò dinanzi a Carlo, abbracciandogli le ginocchia, piangente, ed esclamando: «O gentile Re, ora è compiuto il volere di Dio, che voleva che vi conducessi a Reims per ricevere la Consacrazione, dimostrando che siete il vero re, e colui al quale il Regno di Francia deve appartenere!»[125][126]

L'eredità ideale di Giovanna d'Arco[modifica | modifica sorgente]

Dopo quella giornata, che aveva rappresentato l'apice delle imprese e dei progetti di cui Giovanna si sentiva investita, la ragazza si sentì avvolgere da un'aura di sconforto che non l'abbandonerà più sino al giorno della sua cattura. Dopo la gioia di aver visto consacrare il suo re, di aver incontrato molti suoi compaesani che l'avevano vista partire come una folle visionaria e che, dopo aver affrontato il lungo viaggio sino a Reims, la ritrovavano a reggere il proprio stendardo nella cattedrale dinanzi a quello di tutti gli altri nobili e capitani, dopo essersi riconciliata coi genitori che sempre si erano opposti alla sua partenza ed ora la guardavano meravigliati e commossi[127], Giovanna avvertiva che ormai il suo compito era terminato.

Confidando al Bastardo d'Orléans che era al suo fianco che avrebbe volentieri, ormai, lasciato le armi per tornare nella casa paterna e che se avesse dovuto scegliere un luogo ove morire sarebbe stato tra quei semplici contadini che l'avevano seguita, semplici ed entusiasti[128][129], sentiva tutto il peso della missione di cui si era fatta carico e che le appariva oramai compiuta[130]. In realtà, Giovanna lasciava un'eredità ideale e spirituale non da poco; in un mondo di violenze e sopraffazioni aveva dimostrato, seguendo i propri convincimenti religiosi, che era possibile riportare la pietà e la giustizia in un ambiente che le aveva dimenticate da molto.

Sia al suo arrivo ad Orléans, sia alla formazione dell'esercito "della Consacrazione", Giovanna aveva imposto ai combattenti di astenersi dal saccheggiare e taglieggiare le popolazioni (talvolta le stesse che nominalmente avrebbero dovuto difendere), proibito di uccidere nemici e prigionieri dai quali non si sarebbe potuto trarre riscatto, cercato instancabilmente una "buona pace stabile" con i nemici sia inglesi sia borgognoni[131][132] senza stancarsi d'inviare loro lettere in cui li invitava a deporre le armi sulla base del semplice amore cristiano; aveva galvanizzato il popolo a tal punto che i più umili contadini così come i nobili si sentivano parte integrante di una sola nazione[133][134].

Questa eredità non andrà perduta con il suo supplizio. Ciò che in Giovanna era frutto della fede, del dialogo con le sue voci, continuerà a vivere negli ideali di un popolo: l'idea di un'identità nazionale francese sarà presente e centrale sino ai giorni nostri; il suo slancio verso una forma di guerra che, pur nella violenza, risparmiasse i civili e non fosse condotta da capitani di ventura, che sin troppo spesso si tramutavano in briganti, ma da ufficiali della corona, porteranno sia alla formazione di un esercito nazionale permanente, sia ai primi rudimenti del diritto di guerra.

Questo avverrà soprattutto con la promulgazione da parte di Carlo VII dell'«Ordinanza d'Orléans» del 2 novembre 1439[135] (che riprendeva la precedente Ordinanza del 1374, emanata da Carlo V[136]), in cui si sanciva «il diritto delle genti, uguale per tutti, d'essere rispettati nella propria vita e nei propri beni», il divieto di servirsi di bande di mercenari senza che questi non rispondessero direttamente alla corona, la responsabilità dei capitani per ogni danno arrecato alla popolazione civile. Con la stessa ordinanza, emanata sotto la spinta e l'ispirazione di Richemont e del Bastardo d'Orléans[137], uomo ammirato e temuto ma circondato da fama di originalità, sia per la sua devozione alla causa di Giovanna anche dopo la sua morte[138], sia perché era tra i pochi capitani di guerra che riuscivano a limitare la violenza al campo di battaglia[139] e a mantenere la disciplina nell'esercito[140][141], era finalmente istituito un unico esercito regio[142][143][144].

Le altre campagne militari[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di Giovanna d'Arco, dal registro del Parlamento di Parigi (1429) tenuto da Clément de Fauquembergue[145]

Dopo la Consacrazione, Carlo VII soggiornò per tre giorni a Reims, attorniato dall'entusiasmo popolare; infine, accompagnato dall'esercito, riprese il cammino, quando ormai gli echi di quell'impresa apparentemente impossibile si erano già sparsi per il paese. Entrò così a Soissons ed a Château-Thierry, mentre Laon, Provins, Compiègne ed altre città facevano atto di obbedienza al Re. L'armata reale trovava la strada spianata dinanzi a sé[146]. Giovanna cavalcava insieme al Bastardo d'Orléans e a La Hire, assegnata ad uno dei "corpi di battaglia" dell'esercito regio[147].

Mentre il successo arrideva al progetto di Giovanna, le invidie e gelosie di corte riaffioravano. Il giorno stesso della Consacrazione, tra le assenze, spiccava quella del Conestabile Richemont, che avrebbe dovuto reggere simbolicamente la spada durante la cerimonia ma che, ancora in disgrazia, aveva dovuto cedere l'incarico al Sire d'Albret[148][149]. Inoltre, era sempre più profonda la spaccatura tra i nobili che appoggiavano Giovanna ed avrebbero voluto dirigersi verso Saint-Denis per riconquistare poi la stessa Parigi e coloro che, nell'improvvisa ascesa del sovrano, vedevano un'opportunità per accrescere il proprio potere personale, soprattutto se fosse stato loro concesso il tempo necessario e se le relazioni con la Borgogna fossero migliorate.

Fra questi ultimi, oltre a La Trémoïlle, favorito del re ed acerrimo rivale di Richemont, non pochi membri del Consiglio reale; prendere tempo, indugiare, acquisire potere ed influenza erano obiettivi diametralmente opposti a quelli della Pulzella, il cui fine era sempre stato solo uno, la vittoria, e la cui rapidità d'azione ora intralciava i piani della fazione più vicina a La Trémoïlle[150]. Nel frattempo, l'esercito, partito da Crépy-en-Valois, il 15 agosto 1429, si trovò dinanzi l'armata inglese, schierata in formazione da battaglia, presso Montépilloy; questa volta, gli inglesi avevano preparato con cura la siepe di pioli che avrebbe impedito ogni carica di cavalleria frontale ed attendevano i francesi al varco; questi ultimi non riuscivano a far spostare il nemico dalle sue posizioni[151], nonostante gli sforzi di Giovanna che tentò invano di impegnarlo in battaglia, fino a colpire la palizzata nemica con la sua spada, per dare modo agli altri reparti di intervenire[152].

Dopo una giornata spossante, tra il vento e la polvere[153], gli inglesi si ritirarono verso Parigi[154]. L'armata francese rientrò a Crépy, quindi raggiunse prima Compiègne e, da lì, Saint-Denis, luogo delle sepolture reali. Qui, per ordine di Carlo VII, iniziò lo scioglimento dell'"esercito della Consacrazione", in attesa delle trattative con la Borgogna che, oltre una tregua di quindici giorni, non approdarono mai a quella "buona pace stabile" che Giovanna si augurava. Il Bastardo d'Orléans e la sua compagnia vennero licenziati e fatti ripiegare su Blois, ad ispezionare inutilmente i territori del Ducato d'Orléans[155].

L'atteggiamento della corte verso la Pulzella era indubbiamente mutato; a Saint-Denis Giovanna dovette evidentemente avvertire la differenza, le sue voci la consigliarono, in quelle circostanze, di non procedere oltre[156]. Questa volta, però, le sue parole furono accolte come quelle di uno dei tanti capitani di guerra al servizio della corona; l'aura d'entusiasmo che l'attorniava stava diminuendo, almeno presso la nobiltà[157]. Accanto a Giovanna, per il momento, rimanevano il duca d'Alençon e La Hire[158]. Il Re e la corte, infatti, anziché approfittare del momento propizio per marciare su Parigi, avevano iniziato una serie di trattative con il duca di Borgogna, Filippo il Buono, al quale era stata affidata dagli inglesi la custodia della capitale, rinunciando ad adoperare le risorse militari di cui disponevano.

Il 21 agosto, a Compiègne, città difesa da Guglielmo di Flavy, iniziarono a prendere forma le linee di una tregua più lunga[159]. Effettivamente, gli inglesi semplicemente non avevano più risorse finanziarie per sostenere la guerra[160]. Ciononostante, la tregua con la potenza anglo-borgognona sembrava non tenere conto della debolezza della controparte e venne condotta, da parte francese, in modo da assicurare, di fatto, una pausa nelle ostilità senza ottenere significativi vantaggi in cambio[161]. Giovanna e gli altri capitani, nel frattempo, si attestarono presso le mura di Parigi; il duca d'Alençon mantenne i contatti con la corte, all'oscuro delle trattative in corso, convincendo infine Carlo VII a raggiungere Saint-Denis.

L'8 settembre 1429 i capitani decisero di prendere d'assalto Parigi. Giovanna acconsentì all'offensiva, stanca di continui rinvii[162]. Lasciato l'accampamento de La Chapelle, a metà strada fra Saint-Denis e Parigi, l'esercito prese d'assalto la porta "Saint Honoré" a colpi d'artiglieria, sino a che i difensori del camminamento che la sovrastava non si ritirarono all'interno; mentre D'Alençon comandava le truppe a difesa dell'artiglieria, Giovanna si recò con la sua compagnia fin sotto le mura della città, circondate da un primo ed un secondo fossato; il secondo era allagato e qui la Pulzella dovette fermarsi, misurando la profondità dell'acqua con la sua lancia. D'improvviso, venne ferita da una freccia che le attraversò la coscia[163]. Ciononostante, non volle lasciare la posizione; ordinando di gettare fascine e altro materiale per riempirlo, si ritirò al riparo del primo fossato fino a sera, quando fu comandata la ritirata. Il duca d'Alençon la raggiunse e la fece trascinare via a forza mentre, sconfitto, l'esercito si ritirava nuovamente al campo de La Chapelle[164].

Il giorno seguente, nonostante la ferita, Giovanna si preparava ad un nuovo assalto, quando lei ed il duca d'Alençon furono raggiunti da due emissari, il duca di Bar ed il conte di Clermont, che le intimarono, per ordine del Re, di interrompere l'offensiva e tornare a Saint-Denis. Giovanna ubbidì[165]. Probabilmente rimproverata per quell'insuccesso dovuto ad un'iniziativa neppure sua, ma essenzialmente decisa dai capitani che agivano in nome del Re[166][167], infine, Giovanna la Pulzella ritornò alle rive della Loira, dopo aver solennemente deposto sull'altare della chiesa di Saint-Denis la sua armatura[168].

Il 21 settembre 1429, a Gien, venne disciolto definitivamente dal Re l'esercito "della Consacrazione". Giovanna, separata dalle truppe e dal duca d'Alençon, fu ridotta all'inazione; affidata al Sire d'Albret fu condotta a Bourges, ospite di Margherita di Tourolde, moglie di un consigliere del sovrano, ove rimase tre settimane. Carlo VII, infine, ordinò a Giovanna di accompagnare una spedizione contro Perrinet Gressart, comandante anglo-borgognone; il corpo di spedizione, formalmente comandato dal Sire d'Albret, pose l'assedio a Saint-Pierre-le-Moûtier, il 4 novembre la città fu presa d'assalto e l'esercito più volte respinto; infine, fu suonata la ritirata.

Giovanna rimase invece sotto le mura con pochi soldati; quando il suo attendente, Jean d'Aulon, le chiese perché non tornasse indietro insieme agli altri, rispose che aveva intorno a sé cinquantamila uomini, mentre in realtà egli ne vide solo quattro o cinque[169]. Ripreso coraggio, l'esercito si volse nuovamente all'attacco, attraversò il fossato e prese la città. L'armata allora mosse verso La Charité-sur-Loire ed iniziò a fine novembre uno spossante assedio che si protrasse per circa quattro settimane, al termine delle quali dovette ritirarsi[170], lasciando sul campo anche i migliori pezzi d'artiglieria[171]. Giovanna ritornò a corte, presso il Re, trascorrendo il tempo principalmente a Sully-sur-Loire dopo aver passato il Natale a Jargeau.

Stanca dell'inattività forzata, fra marzo ed i primi di aprile Giovanna si rimise in marcia, alla testa di circa duecento soldati comandati da Bartolomeo Baretta e, passando per Melun, giunse infine, il 6 maggio 1430, a Compiègne, difesa da Guglielmo di Flavy; la città, assediata, si opponeva ostinatamente alle truppe anglo-borgognone[172]. A Montargis, il Bastardo d'Orléans venne raggiunto dalla notizia della nuova offensiva borgognona e si mise in viaggio per chiedere al Re il comando di un Corpo d'armata. Lo ottenne. Troppo tardi, tuttavia, per soccorrere Giovanna che, il 23 maggio 1430, fu catturata durante una sortita insieme al suo intendente, Jean d'Aulon, sotto le mura di Compiègne[173][174].

La prigionia e il supplizio[modifica | modifica sorgente]

Arme araldica concessa a Giovanna d'Arco

L'oscuro inverno trascorso da Giovanna a Mehun-sur-Yèvre prima e, poi, a Sully-sur-Loire, presso la corte e il re, fu caratterizzato dall'inazione[175] e dall'acuta consapevolezza che la Borgogna stava intensificando i rapporti diplomatici e militari con la corona inglese[176]. Carlo VII nobilitava Giovanna e la sua famiglia, donandole un'arme araldica (due gigli d'oro in campo azzurro e una spada sormontata da una corona)[177] ed il privilegio di trasmettere il titolo nobiliare anche per via femminile[178] ma rifiutando, sempre, di accondiscendere alle richieste della ragazza affinché le fosse permesso di riprendere le armi[179]. Giovanna, già separata dal duca d'Alençon, era sempre più sola[180]. Il 19 gennaio 1430[181] tornava tuttavia ad Orléans, ove trovava ad accoglierla il Bastardo, «gentile e fedele»[182], in occasione di un banchetto in suo onore. Il 16 marzo inviava finalmente una lettera agli abitanti di Reims, che temevano d'essere cinti d'assedio, in cui annunciava di essere pronta a riprendere le armi[183].

La cattura[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Compiègne.
Giovanna interrogata dal cardinale di Winchester, dipinto di Paul Delaroche del 1824. Musée des Beaux-Arts, Rouen.

Giovanna lasciò la corte di Carlo VII tra il marzo e l'aprile 1430, ingaggiando nuovamente combattimenti sporadici con gli anglo-borgognoni, alla testa di contingenti in parte formati da volontari, in parte da mercenari, tra cui duecento piemontesi agli ordini di Bartolomeo Baretta[184], in parte agli ordini di Barbazan, famoso capitano da sempre agli ordini di Carlo VII, che, appena liberato (per mano di La Hire) dalla prigionia inglese, aveva conosciuto Giovanna nel febbraio 1430[185] e che si unì a lei a Lagny[186]. A maggio si rinchiuse nella città di Compiègne assediata e da lì iniziò una serie di sortite eclatanti ma con scarso esito.

Il 23 maggio 1430 Giovanna tentò un attacco a sorpresa contro la città di Margny, dove trovò una resistenza più forte del previsto e, dopo essere stata respinta per tre volte, vedendo giungere al nemico altri rinforzi dalle postazioni vicine, comandò la ritirata al riparo delle mura di Compiègne[187]. Ad un certo punto, il governatore della città, Guglielmo di Flavy, diede ordine di chiudere le porte delle mura nonostante le ultime compagnie non fossero ancora rientrate; ordine che, secondo alcuni, costituirebbe una prova del suo tradimento, essendosi egli accordato segretamente col nemico per rendere possibile la cattura della Pulzella[188].

Secondo altri storici, tuttavia, benché questa eventualità sia possibile essa non è dimostrabile[189]. Ad ogni modo, mentre l'esercito rientrava nella città, Giovanna, che ne proteggeva la ritirata, circondata ormai da pochi uomini della sua compagnia, fu cinturata e strattonata da cavallo, dovendo arrendersi al Bastardo di Wamdonne[190], combattente agli ordini di Giovanni di Ligny, vassallo del duca di Borgogna[191], ma al servizio del re d'Inghilterra[192][193].

La prigionia e il processo[modifica | modifica sorgente]

Fatta prigioniera insieme al suo intendente, Jean d'Aulon, ed al fratello Pietro, Giovanna fu condotta in un primo tempo alla fortezza di Clairoix, quindi, dopo pochi giorni, al castello di Beaulieu-les-Fontaines ove rimase sino al 10 luglio, ed infine al castello di Beaurevoir. Qui, Giovanna venne trattata come una prigioniera d'alto rango e, infine, riuscì a conquistarsi la simpatia di tre dame del castello che, stranamente, portavano il suo stesso nome: Jeanne de Béthune, moglie di Jean de Luxembourg, la di lei figlia di prime nozze Jeanne de Bar ed infine Jeanne de Luxembourg, zia del potente vassallo, che giungerà sino al punto di minacciare di diseredarlo qualora la Pulzella fosse stata consegnata agli inglesi[194]. Del pari, Giovanna avrebbe ricordato con affetto queste tre donne durante gli interrogatori, ponendole su un piano di rispetto immediatamente inferiore a quello dovuto solo alla propria regina[195][196].

Il riscatto di Giovanna d'Arco

Giovanni di Lussemburgo, vassallo del re d'Inghilterra, avendo catturato Giovanna d'Arco per mano di un suo capitano, il Bastardo di Wamdonne, aveva la potestà di metterla a riscatto. Così fece, fissando la cifra in 10.000 lire tornesi. Nel XV secolo, in Francia, la lira tornese era la moneta corrente, utilizzata anche per la stesura ufficiale dei conti delle città e del regno. Gli Inglesi affidarono quindi l'ingente somma a Pietro Cauchon, vescovo di Beauvais, e quest'ultimo si recò presso Giovanni di Lussemburgo richiedendo la consegna della Pulzella[197], che fu tradotta a Crotoy come prigioniera di guerra ed ivi affidata alla custodia dei militari inglesi[198].
Altra moneta diffusa all'epoca era lo scudo d'oro, del valore di una lira tornese e mezzo. Il riscatto pagato per la liberazione del duca d'Alençon fu versato appunto in questa valuta[199]. In generale, gli inglesi volevano essere pagati in scudi; francesi, borgognoni e, in questo caso, Giovanni di Lussemburgo, richiedevano la somma in lire tornesi.
La messa a riscatto dei prigionieri di guerra era un modo consueto di approvvigionare le casse del regno. Ad esempio, il Bastardo d'Orléans impiegò oltre un quarto di secolo per riscattare i suoi fratellastri, il duca Carlo d'Orléans e Giovanni d'Angoulême, in mano agli inglesi[200]. Infine è appena il caso di ricordare che, all'epoca, il "riscatto" (in francese, rançon) era la somma grazie alla quale un prigioniero poteva essere rimesso in libertà. Giovanna d'Arco, invece, cambiò semplicemente carceriere.

Dopo la morte di Jeanne de Luxembourg, sopraggiunta il 18 settembre 1430[201], tuttavia, il peggior timore di Giovanna si avverò; dopo quattro mesi di prigionia nel castello di Beaurevoir, il vescovo di Beauvais, Pietro Cauchon, nella cui diocesi era avvenuta la cattura[202], si presentò a Jean de Luxemborg versando nelle sue mani la rançon, la cifra contro cui la Pulzella era stata messa a riscatto, a nome del re d'Inghilterra e, contemporaneamente, rivendicando il proprio diritto a giudicarla secondo il diritto ecclesiastico. La cifra, diecimila lire tornesi[203][204], era enorme, paragonabile a quella richiesta per un principe di sangue reale, e per raccoglierla era stato decretato un aumento delle imposte in Normandia, provincia ancora in mano inglese.

Il pagamento del riscatto di un prigioniero aveva lo scopo di restituirgli la libertà; in questo caso, invece, Giovanna fu venduta agli inglesi, cui fu consegnata il 21 novembre 1430 a Crotoy[205], in qualità di prigioniera di guerra[206][207], e trasferita, tra novembre e dicembre, numerose volte in diverse piazzeforti, forse per timore di un colpo di mano dei francesi teso a liberarla. Il 23 dicembre dello stesso anno, sei mesi dopo la sua cattura dinanzi alle mura di Compiègne, Giovanna giunse infine a Rouen[208].

Dopo la cattura di Giovanna, Carlo VII non offrì un riscatto per la prigioniera, né fece passi ufficiali per trattarne la liberazione. Secondo alcuni, Giovanna, ormai divenuta sin troppo popolare, fu abbandonata al suo destino[209]. Secondo altri, invece, Carlo VII avrebbe incaricato segretamente prima La Hire, che venne catturato in un'azione militare, e poi il Bastardo d'Orléans, di liberare la prigioniera durante i trasferimenti da una piazzaforte ad un'altra, come proverebbero alcuni documenti che attestano due "imprese segrete" presso Rouen, di cui uno datato 14 marzo 1431, in cui il Bastardo d'Orléans accusa la ricevuta di 3.000 lire tornesi per una missione oltre la Senna[210].

Di fatto, le spedizioni del Bastardo si svolsero in aprile e maggio e in effetti per due mesi di lui si perdono completamente le tracce[211]. Giovanna aveva già provato a sottrarsi alla prigionia sia a Beaulieu-les-Fontaines, approfittando di una distrazione delle guardie[212], sia al castello di Beaurevoir, annodando delle lenzuola per calarsi da una finestra per poi lasciarsi cadere al suolo; il primo tentativo fu sventato per un soffio, il secondo (causato dalla preoccupazione di Giovanna per una nuova offensiva anglo-borgognona, oltre che, probabilmente, dal sentore di essere in procinto di essere consegnata ad altre mani) ebbe come esito un trauma, dovuto alla caduta, talmente forte da lasciarla tramortita: quando fu nuovamente rinchiusa, per oltre due giorni Giovanna non poté né mangiare né bere. La Pulzella tuttavia si riprese dalle contusioni e dalle ferite[213].

L'Università di Parigi, che si riteneva depositaria della giurisprudenza civile ed ecclesiastica e che, dispiegando a favore degli inglesi le migliori armi retoriche, sin dal momento della sua cattura ne aveva richiesto la consegna, in quanto la giovane sarebbe stata «sospettata fortemente di numerosi crimini in odore di eresia», finalmente l'ebbe, almeno formalmente, in custodia: la prigioniera ormai era rinchiusa nel castello di Rouen, in mano inglese[214]. Qui la detenzione fu durissima: Giovanna era rinchiusa in una stretta cella del castello, guardata a vista da cinque soldati inglesi, tre all'interno della stessa cella, due al di fuori[215], mentre una seconda pattuglia era stata piazzata al piano superiore[216]; i piedi della prigioniera erano serrati in ceppi di ferro e le mani spesso legate; solo per partecipare alle udienze le venivano tolti i ceppi ai piedi, che invece, la notte, erano saldamente fissati in modo che la ragazza non potesse lasciare il proprio giaciglio[217].

Le difficoltà nell'istruire il processo non mancarono: in primo luogo Giovanna era detenuta come prigioniera di guerra in un carcere militare e non nelle prigioni ecclesiastiche come per i processi d'Inquisizione[218]; in secondo luogo, la sua cattura era avvenuta ai margini della diocesi retta da Cauchon (probabilmente al di fuori)[219]; inoltre, l'Inquisitore generale di Francia, Jean Graverent, si dichiarò non disponibile[220] ed il vicario dell'Inquisizione di Rouen, Jean Lemaistre[221], rifiutò di partecipare al processo per «la serenità della propria coscienza» e perché non si riteneva competente che per la diocesi di Rouen; fu necessario scrivere nuovamente all'Inquisitore generale di Francia per ottenere che Lemaistre si piegasse, il 22 febbraio, quando le udienze erano già iniziate[222]; infine, Cauchon aveva inviato tre delegati, tra cui un notaio, Nicolas Bailly, a Domrémy, Vaucouleurs e Toul per trarre informazioni su Giovanna, senza ch'essi trovassero il minimo appiglio per formulare alcun capo d'accusa; sarebbe stato solo dalle risposte di Giovanna agli interrogatori che i giudici, ossia Pietro Cauchon e Jean Lemaistre, ed i quarantadue assessori[223][224] (scelti fra teologi ed uomini di Chiesa di fama), le avrebbero posto, che la Pulzella sarebbe stata giudicata, mentre il processo iniziava senza che contro di lei vi fosse un chiara ed esplicita imputazione[225].

Il processo a Giovanna ebbe inizio formalmente il 3 gennaio 1431, con atto scritto[226]; il 9 gennaio 1431[227] Cauchon, ottenuta la giurisdizione su Rouen (allora sede arcivescovile vacante), iniziò la procedura ridefinendo il processo stesso, iniziato in un primo tempo "per stregoneria", in uno "per eresia"; conferì infine l'incarico di "procuratore", sorta di pubblico accusatore, a Jean d'Estivet, canonico di Beauveais che lo aveva seguito a Rouen[228][229]. La prima udienza si tenne pubblicamente il 21 febbraio 1431 nella cappella del Castello di Rouen. La carcerazione non aveva fiaccato lo spirito di Giovanna; sin dal principio delle udienze, richiesta di giurare su qualsiasi domanda, ella pretese - ed ottenne - di limitare il proprio impegno a quanto concernesse la fede. Inoltre, alla domanda di Cauchon di recitare il Padre Nostro rispose che lo avrebbe certamente fatto ma solo in confessione, modo sottile per ricordargli la sua veste di ecclesiastico[230].

L'interrogatorio di Giovanna si svolse in maniera convulsa, sia perché l'imputata era interrotta continuamente, sia perché alcuni segretari inglesi ne trascrivevano le parole omettendo tutto ciò che fosse a lei favorevole, cosa di cui il notaio Guillame Manchon si lamentò minacciando di astenersi dal presenziare ulteriormente; dal giorno seguente Giovanna fu così sentita in una sala del castello sorvegliata da due guardie inglesi[231]. Durante la seconda udienza, Giovanna fu interrogata per sommi capi sulla sua vita religiosa, sulle apparizioni, sulle voci, sugli accadimenti occorsi a Vaucouleurs, sull'assalto a Parigi in un giorno in cui cadeva una solennità religiosa; a questo la Pulzella rispose che l'assalto avvenne per iniziativa dei capitani di guerra, mentre le voci le avevano consigliato di non spingersi oltre Saint-Denis.

Questione non trascurabile posta quel giorno, sebbene in un primo momento passata quasi inosservata, il motivo per cui la ragazza indossasse abiti maschili; alla risposta suggeritale da quelli stessi che la stavano interrogando (ossia se fosse stato un consiglio di Robert de Baudricourt, capitano di Vaucouleurs), Giovanna, intuendo la gravità di un'asserzione simile, rispose: «Non farò ricadere su altri una responsabilità così pesante!»[232] In quest'occasione Cauchon, forse toccato dalla richiesta di essere udita in confessione, fatta dalla prigioniera il giorno precedente, non la interrogò personalmente, limitandosi a chiederle, ancora una volta, di prestare giuramento[233]. Durante la terza udienza pubblica, Giovanna rispose con una vivacità inattesa in una prigioniera, arrivando ad ammonire il suo giudice, Cauchon, per la salvezza della sua anima.

La trascrizione dei verbali rivela anche una vena umoristica inaspettata che la ragazza possedeva nonostante il processo; alla domanda se avesse avuto rivelazione che sarebbe riuscita ad evadere dalla prigione, rispose: «E io dovrei venire a dirvelo?» L'interrogatorio successivo, sull'infanzia di Giovanna, i suoi giochi di bambina, l'Albero delle Fate, intorno al quale i bambini giocavano, danzavano ed intrecciavano ghirlande, non portò nulla di rilevante per gli esiti processuali, né fece cadere Giovanna in affermazioni che potessero renderla sospetta di stregoneria, come forse era negli intenti dei suoi accusatori[234]. Di notevole rilevanza, invece, la presenza, tra gli assessori della giuria, di Nicolas Loiseleur, un prete che si era finto prigioniero ed aveva ascoltato Giovanna in confessione, mentre, come riferito sotto giuramento da Guillame Manchon, diversi testimoni ascoltavano nascostamente la conversazione, in aperta violazione delle norme ecclesiastiche[235].

Nelle tre udienze pubbliche successive si accentuò il divario di prospettiva tra i giudici e Giovanna; mentre i primi si accanivano con sempre maggiore tenacia sul motivo per cui Giovanna portasse abiti maschili, la ragazza sembrava a suo agio parlando delle sue voci, che indicò provenire dall'Arcangelo Michele, Santa Caterina e Santa Margherita, differenza evidente nella risposta data circa la luminosità della sala in cui aveva incontrato per la prima volta il Delfino: «cinquanta torce, senza contare la luce spirituale!»[236] Ed ancora, nonostante la prigionia e la pressione del processo, la ragazza non rinunciava a risposte ironiche; ad un giudice che le aveva domandato se l'Arcangelo Michele avesse i capelli, Giovanna rispose: «Per quale ragione avrebbero dovuto tagliarglieli?»[237]

Gli interrogatori a porte chiuse[modifica | modifica sorgente]

A partire dal 10 marzo 1431 tutte le udienze del processo furono tenute a porte chiuse, nella prigione di Giovanna[238]. La segretezza degli interrogatori coincise con una procedura inquisitoriale più incisiva; si chiese all'imputata se non ritenesse di aver peccato intraprendendo il suo viaggio contro il parere dei suoi genitori[239]; se fosse in grado di descrivere l'aspetto degli Angeli[240]; se avesse tentato di suicidarsi saltando giù dalla torre del castello di Beaurevoir[241]; quale fosse il "segno" dato al Delfino che avrebbe convinto quest'ultimo a prestar fede alla ragazza[242]; se fosse certa di non cadere più in peccato mortale, ossia se fosse sicura di trovarsi in stato di Grazia[243]. Paradossalmente, quanto più gravi furono le accuse mosse a Giovanna, tanto più sorprendenti vennero le risposte.

Giovanna affermò, circa la disobbedienza ai genitori, che «Poiché era stato Dio a chiedermelo, avessi avuto anche cento padri e cento madri (...) sarei partita ugualmente»[244]; circa l'aspetto degli Angeli, si spinse ben oltre quanto i suoi accusatori le chiedessero, asserendo con naturalezza: «Vengono spesso tra gli uomini senza che nessuno li veda; io stessa li ho visti molte volte in mezzo alla gente»[245]; circa il presunto tentativo di togliersi la vita, ribadì che il suo unico intento era quello di evadere[246]; riguardo al "segno" dato al Delfino, Giovanna narrò che un Angelo aveva consegnato al Delfino Carlo una corona di grande valore[247], simbolo della volontà divina che guidava le sue azioni al fine di far riconquistare a Carlo il regno di Francia (raffigurato dalla corona), rappresentazione metaforica[248] del tutto in linea con il modo di esprimersi del tempo, soprattutto riguardo a quanto si riteneva ineffabile[249]; riguardo al peccato e se ritenesse di essere in stato di Grazia, Giovanna rispose «mi rimetto in tutto a Nostro Signore»[250], così come, pochi giorni prima, durante le udienze pubbliche, aveva risposto: «Se non lo sono, che Dio mi ci metta; se lo sono che Dio mi ci mantenga!»[251].

Durante il sesto ed ultimo interrogatorio, gli inquisitori spiegarono infine a Giovanna che esisteva una "Chiesa trionfante" ed una "Chiesa militante"; l'imputata si limitò a riaffermare quanto aveva già risposto: «Che Dio e la Chiesa siano una cosa sola, mi sembra chiaro. Ma voi, perché fate tanti cavilli?»[252] Gli stessi contemporanei che ebbero modo di presenziare agli interrogatori, specialmente i più eruditi, come testimonia il medico Jean Tiphaine, notarono l'accortezza e la saggezza con le quali Giovanna rispondeva[253]; al contempo difendeva la veridicità delle sue voci, riconosceva l'autorità della Chiesa, si affidava completamente a Dio, così come di lì a pochi giorni, alla domanda se ritenesse di doversi sottomettere alla Chiesa, avrebbe risposto: «Sì, Dio servito per primo»[254].

Il 27 e il 28 marzo furono letti all'imputata i settanta articoli che componevano l'atto di accusa formulato da Jean d'Estivet. Molti articoli erano palesemente falsi o quantomeno non suffragati da alcuna testimonianza, meno che mai dalle risposte dell'imputata[255]; tra essi si legge che Giovanna avrebbe bestemmiato, portato con sé una mandragora, stregato stendardo, spada e anello conferendo ad essi virtù magiche; frequentato le fate, venerato spiriti maligni, tenuto commercio con due "consiglieri della sorgente", fatto venerare la propria armatura, formulato divinazioni. Altri, come il sessantaduesimo articolo, sarebbero potuti risultare più insidiosi, in quanto ravvisavano in Giovanna la volontà di entrare in contatto direttamente con il divino, senza la mediazione della Chiesa, eppure passarono quasi inosservati. Paradossalmente, risultò di sempre maggior rilevanza l'uso di Giovanna di portare abiti da uomo[256].

Si scontravano da un lato l'applicazione formale e letterale della dottrina, che si appigliava a quell'abito maschile come ad un marchio d'infamia, dall'altro la visione mistica di Giovanna, per la quale l'abito era cosa da nulla se paragonato al mondo spirituale[257] Il 31 marzo Giovanna fu nuovamente interrogata nella sua prigione e acconsentì a sottomettersi alla Chiesa, purché non le fosse chiesto di affermare che le voci non provenissero da Dio; che avrebbe ubbidito ad essa purché Dio fosse «servito per primo»[258]. Così trascorse la Pasqua, che quell'anno cadeva il primo giorno d'aprile, senza che Giovanna potesse udire Messa o comunicarsi, nonostante le sue suppliche.

I settanta articoli in cui consisteva l'accusa contro Giovanna la Pulzella furono condensati in dodici articoli estratti dall'atto formale redatto da Jean d'Estivet; tale era la normale procedura inquisitoriale. Questi dodici articoli, in base ai quali Giovanna era considerata «idolatra», «invocatrice di diavoli»[259], «blasfema», «eretica»[260] e «scismatica»[261], furono sottoposti agli assessori ed inviati a teologi di chiara fama; alcuni li approvarono senza riserve ma diverse furono le voci discordanti; uno degli assessori, Raoul le Sauvage, ritenne che l'intero processo dovesse essere inviato al Pontefice; il Vescovo di Avranches rispose che non v'era nulla d'impossibile in quanto Giovanna asseriva[262]; alcuni chierici di Rouen o ivi giunti ritenevano, di fatto, Giovanna innocente o, quantomeno, il processo illegittimo; tra questi Jean Lohier, che reputava il processo illegale nella forma e nella sostanza[263], in quanto gli assessori non erano liberi, le sedute si tenevano a porte chiuse, gli argomenti trattati troppo complessi per una ragazzina, soprattutto, il vero motivo del processo era politico, in quanto attraverso Giovanna s'intendeva infangare il nome di Carlo VII.

Per queste sue schiette risposte, che oltretutto svelavano il fine politico del processo, Lohier dovette abbandonare in gran fretta Rouen[264]. Il 16 aprile 1431 Giovanna fu colpita da un grave malessere accompagnato da un violento stato febbrile, che fece temere per la sua vita, ma si riprese nel giro di pochi giorni. Le vennero inviati tre medici, tra cui Jean Tiphaine, medico personale della duchessa di Bedford, che poté riferire che Giovanna si era sentita male dopo aver mangiato un pesce inviatole da Cauchon, cosa che suscitò il sospetto di un tentato avvelenamento, peraltro mai provato[265]. Due giorni dopo, tuttavia, Giovanna riuscì a sostenere la "ammonizione caritatevole", alla quale ne seguì una seconda il 2 maggio, senza che Giovanna cedesse su nulla, pur riconoscendo l'autorità del Pontefice. Del resto, più di una volta la ragazza si era appellata al Papa; appello che le era sempre stato negato nonostante la contraddizione evidente, essendo impossibile essere eretici e riconoscere al contempo l'autorità pontificia[266].

Il 9 maggio Giovanna, condotta nel torrione del castello di Rouen, si trovò dinanzi Cauchon, alcuni assessori, e Maugier Leparmentier, il boia; minacciata di tortura, non rinnegò nulla e rifiutò di piegarsi, pur confessando la propria paura. Il tribunale decise infine di non ricorrere alla tortura, probabilmente per il timore che la ragazza riuscisse a sopportare la prova[267] e forse anche per non rischiare di apporre sul processo una macchia indelebile[268]. Il 23 maggio furono letti a Giovanna, presenti numerosi membri del tribunale, i dodici articoli a suo carico. Giovanna rispose che confermava tutto quanto aveva detto durante il processo e che lo avrebbe sostenuto sino alla fine[269].

L'abiura[modifica | modifica sorgente]

Il 24 maggio 1431 Giovanna fu tradotta dalla sua prigione nel cimitero dalla chiesa di Saint-Ouen, sul margine orientale della città, ove erano già state preparate una piattaforma per lei, in modo che la popolazione potesse vederla e udirla distintamente[270], e tribune per i giudici e gli assessori. Più in basso, il carnefice attendeva sul suo carro[271]. Presente Henri de Beaufort, vescovo di Winchester e cardinale, la ragazza fu ammonita da Guillame Erard, teologo, che, dopo un lungo sermone, domandò a Giovanna, ancora una volta, di abiurare i crimini contenuti nei dodici articoli dell'accusa. Giovanna rispose: «Mi rimetto a Dio e al Nostro Santo Padre il Papa»[272][273][274], risposta che doveva esserle stata suggerita da Jean de La Fontaine, il quale, pur nella sua veste di assessore, evidentemente aveva ritenuto corretto informare l'imputata dei suoi diritti[275] (fatto che gli sarebbe costato l'esclusione dal processo e l'allontanamento da Rouen)[276]; inoltre, presso la ragazza si trovavano i domenicani Isambart de la Pierre e Martin Ladvenu, esperti delle procedure inquisitoriali[277][278].

La sua firma (l'unica parola che la Pulzella, analfabeta, fosse in grado di scrivere)

Com'era prassi del tempo, l'appello al Pontefice avrebbe dovuto interrompere la procedura inquisitoriale e portare alla traduzione dell'imputata innanzi al Papa, tuttavia, nonostante la presenza di un cardinale, Erard liquidò la questione sostenendo che il Pontefice era troppo lontano[279][280], continuando ad ammonire Giovanna per tre volte; infine, Cauchon prese la parola ed iniziò a leggere la sentenza quando fu interrotto da un grido di Giovanna: «Accetto tutto quello che i giudici e la Chiesa vorranno sentenziare!»[281].

A Giovanna fu quindi consegnato una dichiarazione per mano dell'usciere, Jean Massieu; nonostante lo stesso Massieu l'avvertisse del pericolo in cui incorreva firmandola, la ragazza siglò il documento con una croce[282]. In realtà Giovanna, seppure analfabeta, aveva imparato a firmare con il suo nome, "Jehanne", così come appare nelle lettere che ci sono pervenute[283] ed anzi la Pulzella aveva dichiarato durante il processo[284]che era solita apporre una croce su una lettera inviata a un capitano di guerra quando voleva significare ch'egli non doveva fare ciò che ella gli aveva scritto; è probabile che tale segno avesse, nella mente di Giovanna, lo stesso significato, tanto più che la ragazza lo tracciò accompagnandolo con un riso enigmatico[285][286].

L'abiura che Giovanna aveva firmato non era più lunga di otto righe, nelle quali s'impegnava a non riprendere le armi, né portare abito d'uomo, né capelli corti, mentre agli atti venne messo un documento di abiura di quarantaquattro righe in latino[287]. La sentenza emessa era comunque durissima: Giovanna era condannata alla carcerazione a vita nelle prigioni ecclesiastiche, a «pane di dolore» ed «acqua di tristezza». Nondimeno, la ragazza sarebbe stata sorvegliata da donne, non più costretta da ferri giorno e notte, libera dal tormento dei continui interrogatori; quale dovette essere la sua sorpresa quando udì le parole di Cauchon che ordinava: «Conducetela là dove l'avete presa»[288].

Questa violazione delle norme ecclesiastiche fu con ogni probabilità voluta dallo stesso Cauchon per un fine preciso, indurre Giovanna ad indossare nuovamente l'abito da uomo per difendersi dai soprusi dei soldati. Infatti solamente i relapsi, ossia coloro che, avendo già abiurato, ricadevano in errore, erano destinati al rogo[289]. Gli inglesi, tuttavia, persuasi che ormai Giovanna fosse sfuggita loro di mano, poco avvezzi alle procedure dell'Inquisizione, esplosero in un tumulto e in un lancio di sassi contro lo stesso Cauchon[290]. Nuovamente in carcere, Giovanna divenne oggetto di una collera ancora maggiore da parte dei suoi carcerieri; il domenicano Martin Ladvenu riporta che Giovanna gli riferì di un tentativo di violentarla da parte di un inglese, che, non riuscendovi, la percosse con ferocia[291].

La mattina di domenica 27 maggio, Giovanna chiese di alzarsi ed un soldato inglese le sottrasse gli abiti da donna e gettò nella sua cella quelli maschili; nonostante le proteste della Pulzella, non gliene furono concessi altri[292]. A mezzogiorno, Giovanna fu costretta a cedere[293][294]; Cauchon ed il viceinquisitore Lemaistre, insieme ad alcuni assessori, si recarono il giorno seguente alla prigione: Giovanna affermò coraggiosamente di aver ripreso l'abito maschile di propria iniziativa, poiché si trovava tra uomini e non, come suo diritto, in una prigione ecclesiastica, sorvegliata da donne, ove poter sentir messa.

Interrogata ancora, ribadì di credere fermamente che le voci che le apparivano erano quelle di Santa Caterina e di Santa Margherita, di essere inviata da Dio, di non aver capito una sola parola dell'atto di abiura, ed aggiunse «Dio mi ha mandato a dire per bocca di santa Caterina e santa Margherita quale miserabile tradimento ho commesso accettando di ritrattare tutto per paura della morte; mi ha fatto capire che, volendo salvarmi, stavo per dannarmi l'anima!» ed ancora: «Preferisco fare penitenza in una sola volta e morire piuttosto che sopportare più a lungo la sofferenza di questa prigione»[295]. Il 29 maggio Cauchon riunì per l'ultima volta il tribunale per decidere la sorte di Giovanna. Su quarantadue assessori, trentanove dichiararono che fosse necessario leggerle nuovamente l'abiura formale e proporle la "Parola di Dio". Il loro potere, però, era solo consultivo: Cauchon e Jean Lemaistre condannarono Giovanna al rogo[296][297].

Il supplizio[modifica | modifica sorgente]

Morte di Giovanna D'Arco

Il 30 maggio 1431 entrarono nella cella di Giovanna due frati domenicani, Jean Toutmouillé e Martin Ladvenu; quest'ultimo la ascoltò in confessione e le comunicò quale sorte era stata decretata per lei quel giorno; nella sua ultima lamentazione, la Pulzella, vedendo entrare il vescovo Cauchon esclamò: «Vescovo, muoio per causa vostra». In seguito, quando questi si fu allontanato, Giovanna chiese di ricevere l'eucaristia. Fra Martin Ladvenu non seppe che cosa risponderle, poiché non era possibile ad un eretico comunicarsi e chiese allo stesso Cauchon come dovesse comportarsi; sorprendentemente, ed in violazione, ancora una volta, di ogni norma ecclesiastica, questi rispose di somministrarle il sacramento[298][299].

Giovanna fu condotta nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen e fu data lettura della sentenza ecclesiastica. Successivamente, senza che il balivo o il suo luogotenente prendessero in custodia la prigioniera[300], fu abbandonata nelle mani del boia, Geoffroy Thérage, e condotta dove il legno era già pronto, di fronte a una folla numerosa riunitasi per l'occasione[301]. Vestita di un lungo abito bianco e scortata da circa duecento soldati, salì sino al palo dove fu incatenata, sopra una gran quantità di legna[302]. In tal modo, non c'era possibilità per il boia di abbreviare il supplizio della condannata, facendole perdere i sensi per l'impossibilità di respirare e facendo poi bruciare il corpo già morto. Sarebbe dovuta ardere viva.

Giovanna, caduta in ginocchio, invocava Dio, la Vergine, l'Arcangelo Michele, Santa Caterina e Santa Margherita; domandava ed offriva perdono a tutti[303]. Chiese una croce ed un soldato inglese, impietosito, prese due rami secchi e li legò a formarne una, che la ragazza strinse al petto; Isambart de La Pierre corse a prendere la croce astile della chiesa e gliela pose dinanzi; infine, i soldati strattonarono il boia e gli ordinarono: «fa' ciò che devi». Il fuoco salì veloce e Giovanna chiese dapprima dell'acqua benedetta, poi, investita dalle fiamme, nel dolore atroce, gridò a gran voce: «Gesù!» Così morì Giovanna la Pulzella, a soli diciannove anni[304].

La riabilitazione e la canonizzazione[modifica | modifica sorgente]

Nel 1449 Rouen capitolò dinanzi all'esercito francese, agli ordini del Bastardo d'Orléans, dopo decenni di dominazione inglese (durante i quali la popolazione era passata da 14.992 a 5.976 abitanti[305]). Scorgendo le avanguardie dell'armata reale, gli abitanti della città tentarono di aprir loro la porta di Sant'Ilario, ma furono giustiziati dalla guarnigione inglese. Tuttavia, la ribellione nella "seconda capitale del regno" era evidentemente ormai prossima. Il governatore, Edmond de Somerset, ottenne un salvacondotto per sé ed i suoi, ed un'amnistia generale per coloro che avevano collaborato con gli inglesi nel periodo di occupazione[306]; in cambio, lasciò sia Rouen sia altre città minori come Honfleur e, sano e salvo, si ritirò nei pressi di Caen.

Quando Carlo VII entrò nella città fu accolto da trionfatore, e di lì a breve ordinò al suo consigliere Guillame Bouillé un'inchiesta sul processo subito da Giovanna diciotto anni prima[307]. Nel frattempo, molte cose erano cambiate o stavano cambiando: con la vittoria francese di Castillon del 1453 la guerra dei cent'anni ebbe fine, pur in assenza di un trattato di pace; gli inglesi mantenevano solo il porto di Calais[308]; lo scisma che travagliava la Chiesa era cessato con l'abdicazione dell'ultimo antipapa, Felice V, il duca Amedeo VIII di Savoia; tra i negoziatori che giunsero a persuarderlo a sottomettersi all'autorità della Chiesa, lo stesso Bastardo d'Orléans[309], ormai braccio destro del re sul campo di battaglia, suo consigliere e suo rappresentante in tutte le questioni diplomatiche rilevanti[310]

Dipinto di Eugene Thirion

Nel 1452, il legato pontificio Guillaume d'Estouteville e l'Inquisitore di Francia, Jean Bréhal, aprirono anch'essi un procedimento ecclesiastico che portò ad un rescritto a firma del Pontefice Callisto III con cui si autorizzava una revisione del processo del 1431, che durò dal 7 novembre 1455 al 7 luglio 1456. Dopo aver ascoltato centoquindici testimoni, il precedente processo fu dichiarato nullo e Giovanna fu, a posteriori, riabilitata e riconosciuta innocente[311][312].

Il suo antico compagno d'armi, il Bastardo d'Orléans, ormai divenuto conte di Dunois, fece erigere in ricordo di Giovanna una croce nel bosco di Saint-Germain, la "Croix-Pucelle", ancora oggi visibile[313][314]. Quattro secoli dopo, nel 1869, il vescovo d'Orléans presentò una petizione per la canonizzazione della fanciulla. Papa Leone XIII, il 27 gennaio 1894, la proclamò venerabile e diede inizio al suo processo di beatificazione[315].

Giovanna venne beatificata il 18 aprile 1909 da papa Pio X e proclamata santa da papa Benedetto XV il 16 maggio 1920, dopo che le era stato riconosciuto il potere intercessorio per i miracoli prescritti (guarigione di due suore da ulcere incurabili e di una suora da una osteo-periostite cronica tubercolare, per quanto concerne la beatificazione, e la guarigione "istantanea e perfetta" di altre due donne, l'una affetta da una malattia perforante la pianta del piede, l'altra da "tubercolosi peritoneale e polmonare e da lesione organica dell'orifizio mitralico", per quanto concerne la canonizzazione)[316].

Giovanna fu dichiarata patrona di Francia[317], della telegrafia e della radiofonia. È venerata anche come protettrice dei martiri e dei perseguitati religiosi, delle forze armate e di polizia. La sua memoria liturgica è celebrata il 30 maggio. Giovanna d'Arco viene richiamata esplicitamente nel Catechismo della Chiesa cattolica quale una delle più belle dimostrazioni d'un animo aperto alla Grazia salvatrice[318]. Oggi è la Santa francese più venerata.

La verginità[modifica | modifica sorgente]

Definendosi apertamente "la Pulzella", Giovanna dichiarava di volersi mettere al servizio di Dio in maniera totale, anima e corpo; la sua verginità simboleggiava chiaramente la purezza, tanto da un punto di vista fisico quanto da quello spirituale, della ragazza. Se fosse stata scoperta a mentire, sarebbe stata allontanata immediatamente. Di conseguenza, appurare la veridicità dell'affermazione acquisiva importanza soprattutto circa l'attendibilità di Giovanna. Così, per ben due volte, venne sottoposta all'esame delle matrone, a Poitiers nel marzo 1429 (dove fu esaminata da Jeanne de Preuilly, moglie di Raoul de Gaucourt, governatore d'Orléans, e da Jeanne de Mortemer, moglie di Robert le Maçon)[319] ed a Rouen il 13 gennaio 1431, su ordine del vescovo Pietro Cauchon, sotto la supervisione della stessa Anna di Borgogna, duchessa di Bedford, essendo trovata pulzella[320].

L'abitudine di Giovanna di portare abiti maschili, dettata in un primo tempo dalla necessità di cavalcare ed indossare l'armatura, in galera aveva probabilmente il fine di impedire ai malintenzionati di violentarla. Durante il processo la questione degli indumenti da uomo fu ripresa a più volte e, secondo Jean Massieu[321], durante la carcerazione ella riprese a vestire abiti femminili, ma le guardie inglesi le avrebbero tolto gli stessi gettandole in cella il sacco nel quale vi era l'abito da uomo[322].

Le reliquie[modifica | modifica sorgente]

Giovanna d'Arco fu giustiziata sul rogo il 30 maggio 1431; l'esecuzione procedette con modalità ben descritte nelle cronache dell'epoca. La condannata fu uccisa direttamente dalle fiamme - contrariamente a quanto accadeva solitamente per i condannati a morte, che erano soffocati dall'inalazione dei fumi arroventati prodotti dalla combustione del legname e della paglia[323]. Alla fine, del corpo della Pulzella rimasero solo le ceneri, il cuore e qualche frammento osseo. Secondo la testimonianza di Isambart de La Pierre, il cuore di Giovanna non fu consumato nel rogo e, per quanto zolfo, olio o carbone il carnefice vi mettesse, non accennava ad ardere[324]. I resti del rogo furono quindi caricati su un carro e gettati nella Senna, per ordine del conte di Warwick[325][326].

Nonostante la meticolosità dei carnefici e le rigide disposizioni delle autorità borgognone e inglesi avessero reso molto improbabile questa eventualità, nel 1867 furono rinvenute alcune presunte reliquie di Giovanna d'Arco nella residenza parigina di un farmacista[327]. Fra queste vi era anche un femore di gatto la cui presenza, a detta di chi ne sosteneva l'autenticità, era spiegabile con il fatto che uno di questi animali sarebbe stato gettato nel rogo in cui ardeva la fanciulla. Le recenti analisi condotte da Philippe Charlier hanno però dimostrato che le reliquie attribuite alla santa sono in realtà databili tra il VI e il III secolo a.C. e sono frammenti di una mummia egiziana (i presunti segni di combustione sono in realtà, secondo Charlier, il prodotto di un processo di imbalsamazione)[328][329].

Il mito di Giovanna d'Arco[modifica | modifica sorgente]

Il XV secolo[modifica | modifica sorgente]

Ritratti di Giovanna d'Arco

Poco o nulla sappiamo dell'aspetto fisico di Giovanna d'Arco (se non per un vago accenno da parte di Jean d'Aulon, che la definì «alta, bella e ben formata»)[330].
Nel 1998 sono stati tuttavia ritrovati, sotto un affresco dedicato a Sant'Ubaldo, due disegni, che raffigurerebbero Giovanna, sulle mura interne della cappella di Nostra Signora di Bermont, ove la ragazza si recava spesso a pregare[331].

La personalità poliedrica di Giovanna d’Arco ha dato luogo, nei secoli, alle più diverse interpretazioni del personaggio, spesso contrastanti, alcune fondate su elementi storici, altre su dicerie e leggende che circolavano in Francia e in Inghilterra già durante la sua vita. Il culmine dell’emozione popolare fu raggiunto dapprima nella vittoriosa, rapida ed imprevista liberazione di Orléans dall’assedio, poi dalla morte sul rogo a Rouen. Nel tempo intercorso tra la morte della Pulzella e la sua riabilitazione, nel 1456, molti la considerarono come una persona fuori dell’ordinario o, comunque, ammantata di mistero. Fra questi è da annoverare lo stesso Carlo VII, se realmente le due "imprese segrete", iniziate nell’aprile del 1430, di cui incaricò il cugino, il Bastardo d’Orléans, riguardavano il salvataggio di Giovanna[332].

Il carisma della ragazza, tuttavia, fu avvertito inizialmente dalla stessa folla che presenziò all’esecuzione. Avviandosi al supplizio, Giovanna aveva domandato una croce, ed un soldato inglese, impietosito, ne aveva formato una con due rametti e gliel’aveva porta. Quando la ragazza era morta, gridando il nome di Gesù così come Cristo aveva gridato il nome di Dio[333], un altro soldato della guarnigione inglese di Rouen, che aveva gettato con le sue mani una fascina di legna sul rogo, così come aveva giurato, si era sentito male e, soccorso dai compagni, aveva raccontato che nel momento della morte aveva visto uscire dalla giovane una colomba bianca[334].

Il boia, Geoffroy Thérage, la sera stessa si era recato al convento per confessarsi, disperando tuttavia d’essere assolto, poiché credeva aver ucciso una santa. Un cancelliere del re d’Inghilterra, Jean Tressard, aveva esclamato, subito dopo l’esecuzione: «Siamo perduti! Perché è una buona e santa persona che è stata bruciata!»[335] Del resto, molti dissero d’aver visto il nome di Gesù – l’ultimo grido della Pulzella – impresso nelle fiamme del rogo[336]. Strega o santa che fosse creduta, la memoria di Giovanna era un peso ingombrante per la potenza inglese, che cercò, inutilmente, di cancellarne il ricordo. Il giorno stesso del supplizio, un domenicano, Pierre Bosquier, fu condannato a quasi un anno di carcere a pane ed acqua per aver osato sostenere che il giudizio di condanna era stato iniquo[337].

Nonostante ciò, l’anno successivo, ad Orléans, fu celebrata la prima messa in memoria di Giovanna, il 30 maggio 1432[338]. In molti, invece, rifiutarono di credere alla morte della Pulzella. Di questo tentò di trarre profitto una certa Claude, che nel 1436 si fece passare per Giovanna, mandando messi ad Orléans con richieste di denaro. Convocata dall’Inquisizione di Colonia, si esibì in giochi di prestidigitazione, come illudere la platea di rompere un bicchiere e farlo tornare integro. Non subì conseguenze ma decise prudentemente di allontanarsi. Nell’autunno dello stesso anno sposò Robert des Armoises, nobile decaduto; i due si spostarono tra la Francia e l’Impero. Grazie anche alla complicità del fratello di Giovanna, Jean (detto "Petit–Jean"), la giovane strappò regali e donazioni ai nobili locali (Pierre Louve, consigliere del duca di Borgogna, e il sire di Boulay), tra cui un cavallo e una spada.

Nel 1439 si recò finalmente a Orléans, dove, in agosto, ricevette una ulteriore somma di denaro. Quando erano già in corso i preparativi per un pranzo in suo onore, tuttavia, fu annunciato l’arrivo in città di re Carlo VII. Claude des Armoises lasciò in tutta fretta la città per raggiungere Gilles de Rais e di lei non si ebbero più notizie[339]. Già nel mese di maggio, peraltro, le spese per il servizio funebre della Pulzella figurano tra i conti della città, segno evidente che non tutti avevano creduto alla storia della falsa Giovanna[340].

La sentenza di annullamento della condanna, nel 1456, riassunse in un unico documento non solo la vita pubblica di Giovanna ma anche la sua giovinezza, l’infanzia, i rapporti con gli abitanti del suo villaggio così come con i nobili ed i capitani di guerra più famosi. Insieme al testo del processo di condanna fu copiata ed ampiamente diffusa[341][342]. Per tutto il XV secolo la figura di Giovanna d’Arco fu tramandata da questi atti originali e si affidò inoltre alle numerose cronache redatte ad Orléans, a Parigi, in Inghilterra o nella corte di Borgogna[343], nonché, soprattutto, alla memoria di coloro che avevano vissuto la fase più aspra della Guerra dei cent'anni[344].

Dal XVI al XIX secolo[modifica | modifica sorgente]

Nel XVI secolo la memoria storica iniziò a lasciare sempre più spazio per una caratterizzazione semplicistica di Giovanna, aderente allo stereotipo dell’eroina prode, valorosa, salvatrice della patria. Sempre più un simbolo, sempre meno una persona[345]. Si perdevano le sfaccettature del suo carattere così come tramandatoci dai processi, quello di condanna quanto quello di riabilitazione, Giovanna essendo di volta in volta collerica (così come durante il primo incontro col Bastardo d’Orléans, sulle rive della Loira), pressante (quando insiste senza tregua, a Loches, perché il Delfino si diriga immediatamente a Reims), esperta in arte militare (quando organizza l’assedio alla città di Troyes), coraggiosa (quando continua a combattere, a Orléans, nonostante una freccia le si sia conficcata profondamente nelle carni), stanca e malinconica (quando a Crépy-en-Valois esprime il desiderio di ritornare dai suoi genitori ed abbandonare le armi), umile (quando abbraccia il Delfino alle ginocchia), allegra e pronta al riso (quando scherza con i soldati)[346], ironica (quando a Poitiers, al frate che, con forte accento limosino, le domanda quale lingua parlino le voci che dice di sentire, risponde: «Migliore della vostra!»)[347], sarcastica (quando, ai giudici che, a Rouen, le domandano se l’Arcangelo Michele le appaia nudo, replica: «Credete che Nostro Signore non abbia di che vestirlo?»)[348].

In questo modo, entrando a far parte dell’iconografia, Giovanna divenne una figura allegorica, priva di spessore, invocata ora come protettrice dell’unità nazionale[349], ora come bandiera dei Cattolici in lotta con la Riforma protestante. D'oltremanica giungevano invece, alimentate dal ricordo e dal rancore della guerra, immagini denigratorie di Giovanna, spesso sgualdrina e, a volte, strega, anche queste stereotipate quanto quelle che la elogiavano[350]: alla fine del XVI secolo William Shakespeare avrebbe raffigurato con questi tratti la Pulzella[351]. Nel XVII secolo il ricordo di Giovanna divenne sempre più flebile; sopravvisse nell'opera di Jean Chapelain e, nonostante la fama di santità che le veniva ancora tributata ad Orléans, soprattutto fra i libertini fu oggetto di scherno e derisione[352].

Tale perdita di carisma si acuì a tal punto che, nel 1762, Voltaire ridicolizzò la figura di Giovanna nel suo poema satirico La pulzella d'Orléans. Rappresentata con gli ormai abituali tratti della ragazza di facili costumi, inserita in un contesto farcito di «anacronismi e di trovate fantastiche e buffonesche»[353], Giovanna non era tanto dileggiata quanto ridotta a mero simbolo di un Medioevo tratto a paradigma di civiltà «corrotta, barbara e ignorante». L'Illuminismo, del resto, si rivelò fieramente ostile nei confronti tanto di Giovanna quanto dei suoi studiosi; Clément de l'Averdy, che nel 1790 aveva dato alle stampe uno studio storico sui due processi, del 1431 e del 1456, morì nel 1793 ghigliottinato. Nello stesso anno, le feste in onore di Giovanna d'Arco furono soppresse, alcune statue fuse[354]. Unica voce controcorrente, quella dell'inglese Robert Southey, che nel suo poema Joan of Arc del 1795 trasformava Giovanna in una fautrice del patriottismo repubblicano - nonostante si fosse battuta a favore del Delfino e poi re Carlo VII e della sua consacrazione solenne[355].

Fu solo nel XIX secolo che Friedrich Schiller compose una tragedia che potesse considerarsi vera e propria replica a Voltaire: Die Jungfrau von Orleans, La Pulzella d'Orléans, nel 1801[356]. Sotto Napoleone Bonaparte Giovanna divenne il simbolo non solo del patriottismo ma anche del nazionalismo francese; una combattente non per la libertà né per una giusta causa ma, semplicemente, per la Francia, sempre e comunque. Durante il Romanticismo, Giovanna ritornò in auge insieme al Medioevo; patriota o fanciulla ispirata, tutti vollero appropriarsi della sua figura, repubblicani e monarchici, laici ed ecclesiastici. Alla metà del secolo, Jules Quicherat pubblicò in cinque volumi i testi dei processi e una mole notevole di materiale che, lentamente, restituirono spessore storico alla sua figura[357].

In età moderna e contemporanea[modifica | modifica sorgente]

Al principio del XX secolo, durante il processo di beatificazione di Giovanna, iniziato nel 1897 e conclusosi il 18 aprile 1909, la fama di Giovanna si era nuovamente diffusa fra tutti gli strati della popolazione, sia per l'iniziativa della Chiesa, sia per la minuziosa opera di ricostruzione storica di Jules Quicherat, ormai ampiamente conosciuta. Tuttavia, ancora una volta, i movimenti che agitavano la società (e la politica) si appropriarono in qualche modo della sua figura prediligendone un singolo aspetto[358] e tralasciandone l'«inesauribile» profondità[359]. Da un lato, Giovanna era divenuta l'emblema dei Cattolici, dall'altro, la sinistra laica ne celebrava l'immagine della ragazza del popolo abbandonata dal potere e dal re al rogo della Chiesa; gli antisemiti vedevano in lei una «fanciulla celtica»[360].

Nel frattempo, l'ascesa al potere politico, in Francia, di un leader del calibro di Émile Combes, fortemente anticlericale, determinò la completa separazione fra Stato e Chiesa ma, anche, lo scioglimento di oltre cento congregazioni religiose, incluse quelle a carattere caritatevole ed assistenziale[361], nonché l'espropriazione di alcuni beni, come le biblioteche ecclesiastiche[362]. La divisione politica e religiosa del Paese si sarebbe risolta, di necessità, solo durante la Prima guerra mondiale. Giovanna divenne, allora, il simbolo stesso della resistenza contro l'invasore; circolavano immagini della Beata Giovanna d'Arco che inneggiavano alla lotta in nome dell'unità nazionale della Francia e, quando l'offensiva tedesca fu arrestata nella Prima battaglia della Marna, tra i caduti vi fu, emblematicamente, uno scrittore come Charles Péguy, che aveva legato a doppio filo la sua opera con la vita - e la morte - di Giovanna d'Arco.

Nel dopoguerra la letteratura cattolica s'impose per alcuni decenni grazie al talento ed all'ispirazione degli artisti e ad un'ormai solida reputazione popolare; il dramma di Paul Claudel del 1939 avrebbe dovuto rappresentare non solo un apice artistico ma anche un riferimento autorevole per la raffigurazione della Pulzella. Invece, sin dal 1936, dell'immagine di Giovanna si appropriarono dapprima i francesi che avevano militato tra le file dei nazionalisti in Spagna, durante la guerra civile e, all'inizio della Seconda guerra mondiale, Giovanna divenne l'ispiratrice sia del governo di Vichy (tanto che ne nacque una formazione di volontari denominata Légion Jeanne d'Arc) sia della Resistenza e di France libre[363].

Al termine della guerra, l'interesse per la figura di Giovanna non è diminuito; da un lato, alla luce del Concilio Vaticano II e della rinnovata attenzione verso i metodi scientifici e storici, la percezione della Chiesa verso questa santa si è ampliata sino a ricomprenderne l'intera personalità, senza ridurla a mera agiografia[364]; dall'altro, la ricerca storica e la storiografia stessa hanno affinato i propri metodi, sia accettando la contraddittorietà - reale o solo apparente - del personaggio, senza pretendere necessariamente di spiegarlo, sia integrando la visuale odierna con la prospettiva propria, unica e particolare, dell'epoca in cui visse[365].

Giovanna d'Arco nella cultura[modifica | modifica sorgente]

L'incredibile e breve vita, la passione e la drammatica morte di Giovanna d'Arco sono state raccontate innumerevoli volte in saggi, romanzi, biografie, drammi per il teatro; anche il cinema e l'opera lirica si sono occupati di questa figura.

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

La figura di Giovanna d'Arco ispirò poeti, scrittori, drammaturghi. Diverso fu, tuttavia, il loro atteggiamento verso la Pulzella a seconda sia del luogo e dell'epoca di composizione dell'opera, sia, com'è ovvio, della personale visione del mondo propria di ciascun autore. È tuttavia possibile suddividere, in maniera alquanto sommaria, le opere letterarie a seconda del periodo di composizione.

Opere del XV secolo[modifica | modifica sorgente]

Giovanna vivente, Christine de Pizan ne lodò la figura e le gesta immortalandole nel Poema di Giovanna d'Arco, in cui le fulminee vittorie della Pulzella sono paragonate all'improvvisa fine dell'inverno, avvolte da un'aura sovrannaturale e mistica[366]; Alain Chartier ne scrisse in prosa; dopo la morte di Giovanna la sua memoria era ancora viva nella Ballata delle dame del tempo andato di François Villon, in cui il poeta cita diversi personaggi femminili celebri, esprimendo la propria angoscia per lo scorrere inesorabile del tempo con un verso divenuto famoso: «Mais où sont les neiges d'antan?» (ossia, letteralmente: Ma dove sono le nevi (cadute) l'anno scorso?); qui Giovanna è ricordata come "la buona Lorenese / bruciata dagli Inglesi a Rouen" ed accostata a personaggi storici e mitologici, come la ninfa Eco[367].

Opere composte tra il XVI e la metà del XIX secolo[modifica | modifica sorgente]

Con l'avvento dell'età moderna, il Medioevo perse d'interesse per la maggior parte degli autori; la figura di Giovanna fu dimenticata, tranne qualche rara eccezione: Guillaume Postel, Alain Bouchard (Le miroir des femmes vertueuses[368]), François de Billom nel XVI secolo[369]; d'altronde, nel 1592 William Shakespeare terminò la prima parte dell' Enrico VI, in cui Giovanna era raffigurata come una strega ed un'evocatrice di demoni. Nel XVII secolo Jean Chapelain compose il poema epico La Pucelle, ou la France délivrée (ossia "La Pulzella, o la Francia liberata"), che fu scarsamente apprezzato.

Nel XVIII secolo Voltaire, nel poema eroicomico La Pulzella d'Orléans (La Pucelle d'Orléans, 1730), dipinse Giovanna in termini sarcastici, burleschi, ritraendola dapprima nuda per deridere il suo voto di castità, quindi come concubina del Bastardo d'Orléans; l'omonimo dramma di Friedrich Schiller del 1801 (adattato nel 1845 da Temistocle Solera e musicato da Giuseppe Verdi col titolo Giovanna d'Arco) fu una risposta al dileggio operato da Voltaire. Nel 1841, lo storico Jules Michelet pubblicò in estratto il capitolo dedicato a Giovanna d'Arco incluso nella sua Storia di Francia[370].

In effetti, solo negli anni che vanno dal 1841 al 1849 si produsse una svolta nella conoscenza della realtà storica su Giovanna d'Arco, grazie al lavoro di Jules Quicherat, che pubblicò un'edizione completa del Procès de condamnation et de réhabilitation de Jeanne d'Arc ("Processo di condanna e di riabilitazione di Giovanna d'Arco"). Salvo qualche eccezione, le opere successive furono prodotte sulla scorta dei documenti originali dell'epoca, resi nuovamente accessibili al pubblico[371]. Fu il principio di una riscoperta.

Opere moderne e contemporanee[modifica | modifica sorgente]

Tra gli autori che s'interessarono a Giovanna vi furono i poeti maledetti Paul Verlaine che, nella poesia La pucelle[372], pur guardando la Pulzella con occhio dissacrante, attenuò di molto i toni rispetto a quelli usati da Voltaire, ed Arthur Rimbaud, che la cita in Une saison en enfer ("Una stagione all'inferno")[373] quale simbolo dell'innocenza. Ben altro interesse suscitò Giovanna in Charles Péguy che, nel 1910, pubblicò Le Mystère de la charité de Jeanne d'Arc ("Il mistero della carità di Giovanna d'Arco"), rappresentazione teatrale basata su un precedente dramma in versi del 1897 (intitolato semplicemente Jeanne d'Arc), a testimonianza della sua conversione al Cattolicesimo; il lirismo dell'autore procede per assonanze e sonorità ad effetto, in maniera lenta e costante come il fluire di un fiume, evidenti soprattutto nell'opera del 1897 (non a caso, l'addio di Giovanna al paese natale è rivolto alla Mosa); il misticismo stesso diviene concreto e tangibile, quasi familiare[374]; l'opera è ancora ampiamente rappresentata[375].

A partire dall'aprile 1895, su Harper's Magazine, fu pubblicato a puntate il romanzo Personal Recollections of Joan of Arc, a firma di certo Jean François Alden, personaggio fittizio che avrebbe tradotto in inglese moderno una memoria di Louis de Conte (trascrizione erronea per Louis de Coutes, uno dei paggi di Giovanna[376]); in realtà, dietro questo nome si celava lo scrittore Mark Twain che all'opera aveva dedicato ben dodici anni di intense ricerche. Nonostante la forma sia quella del romanzo storico, l'autore sembra curarsi assai poco della coerenza storica del narrato che diviene, invece, celebrazione della libertà, della purezza e dell'altruismo di Giovanna. L'alto apprezzamento della figura storica di Giovanna, che si staglia per la sua opposizione al determinismo cui sembrano soggiacere gli altri eventi umani, si accompagna al disprezzo per la Chiesa cattolica, rappresentata, attraverso Pietro Cauchon, come un organismo di potere e corruzione[377], nella prospettiva dell'autore.

Altro poeta ed autore teatrale misuratosi con la figura di Giovanna è Paul Claudel, che compose e fece rappresentare nel 1938 l'oratorio Jeanne d'Arc au bûcher ("Giovanna d'Arco al rogo"); l'autore, deluso dal materialismo, folgorato dalla lettura di Rimbaud nel 1886, e, nello stesso anno, al termine di un'intensa ricerca personale, convertitosi al Cattolicesimo, contrappone la sete di beni materiali alla santità, alla "celestialità", ottenuta col sacrificio, con un lungo percorso di evoluzione interiore che culmina nell'altruismo e in una dimensione spirituale più ampia, essendo l'aspirazione alla santità connaturata all'essere umano; benché nettamente lontano dalle tematiche di Péguy, l'autore trovò nel supplizio di Giovanna l'esemplificazione della propria poetica[378]. Numerosi autori contemporanei si sono ispirati alla figura di Giovanna d'Arco, nella narrativa e soprattutto nella poesia.

Musica[modifica | modifica sorgente]

Cinema[modifica | modifica sorgente]

Diversi sono i film prodotti sulla vita di Giovanna d'Arco:

Televisione[modifica | modifica sorgente]

Fumetti[modifica | modifica sorgente]

Videogiochi[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 31
  2. ^ Oggi "Domrémy-la-Pucelle"
  3. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 261–263 Per quanto riguarda il cognome, "Darc",occorre notare che in quell'epoca (inizio XV secolo) non era utilizzato l'apostrofo e pertanto lo stesso è stato traslitterato in "d'Arc". Inoltre, il cognome appare per la prima volta in un documento scritto dopo la morte della stessa Pulzella, con l'apertura del Processo in nullità a firma del Pontefice Callisto III nell'anno 1455.
  4. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 55, 261 Nei testi dell'epoca la madre di Giovanna viene indicata come "Isabelle Romée" evidentemente a motivo di un pellegrinaggio ch'ella avrebbe compiuto; erano infatti detti romei i pellegrini che si recavano a Roma.
  5. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 16 (Prima udienza pubblica, mercoledì 21 febbraio 1431, nella cappella del castello di Rouen)
  6. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 9 Vaucouleurs era stata unita inseparabilmente alla corona nel 1365.
  7. ^ Le testimonianze dei compaesani furono raccolte durante il Processo in nullità della sentenza di condanna, detto più comunemente "Processo di Riabilitazione", conclusosi nel 1456. Furono escussi centoquindici testimoni, tra cui molti coetanei di Giovanna e altre persone del suo paese natale. Cfr. Procès en nullité de la condamnation
  8. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 203–205
  9. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 38, 39
  10. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 20 (Seconda udienza pubblica, giovedì 22 febbraio 1431, in fondo alla sala grande del castello di Rouen)
  11. ^ Pernoud, 1998, op. cit., pp. 16, 17 Altri traducono il termine "castità" con "verginità", sulla base sia delle differenti fonti che ci sono pervenute (alcune in latino, altre nel francese del XV secolo), sia della contestualizzazione delle espressioni nel momento della traduzione.
  12. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 80, 81 (Secondo interrogatorio complementare, lunedì 12 marzo 1431, nella prigione di Giovanna)
  13. ^ Pernoud, 1998, op. cit., pp. 16–20
  14. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 39
  15. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 52, 53
  16. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 78–83, 297
  17. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 42–45
  18. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 19–23
  19. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 21, 22 (Seconda udienza pubblica, giovedì 22 febbraio 1431, in fondo alla sala grande del castello di Rouen)
  20. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 21, 22, 81, 82
  21. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 207
  22. ^ Pernoud, 1998, op. cit., pp. 19, 20
  23. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 80, 81 (Secondo interrogatorio complementare, lunedì 12 marzo 1431, nella prigione di Giovanna)
  24. ^ Bolla che proclama Santa la Beata Giovanna D'Arco, Bolla pontificia di canonizzazione di Giovanna d'Arco a firma del Pontefice Benedetto XV, del 16/05/1920
  25. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 33–37
  26. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 23, 28–29
  27. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., pp. 187–190
  28. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 85–88
  29. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 81 (Secondo interrogatorio complementare, lunedì 12 marzo, nella prigione di Giovanna)
  30. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 36–39
  31. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 45–47
  32. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 110
  33. ^ (FR) Déposition du Duc D'Alençon - Procès de Réhabilitation. URL consultato il 2 novembre 2011.
  34. ^ Duby, 2001, op. cit., p. 449
  35. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 48 Nonostante l'Università di Poitiers risulti fondata effettivamente nel 1431, riportiamo qui la notizia di una sua prima nascita datata al 1422 con bolla del pontefice Martino V - coerentemente sia con la Deposizione di Jean Pasquerel al Processo in nullità sia con quanto riportato nella Bolla di canonizzazione di Giovanna d'Arco a firma del Pontefice Benedetto XV
  36. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 46–51
  37. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 49–52
  38. ^ Duby, 2001, op. cit., p. 459
  39. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 96–99
  40. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 33–35
  41. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 82 (Secondo interrogatorio complementare, lunedì 12 marzo, nella prigione di Giovanna)
  42. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 86–94
  43. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 53
  44. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 99–106
  45. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 297 Per la data esatta, cfr. Chronologie
  46. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 162–165
  47. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., p. 193
  48. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., p. 190
  49. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 90, 94
  50. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., p. 94
  51. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 58–60
  52. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 118, 119
  53. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., p. 189
  54. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 165
  55. ^ Belloc, 2006, op. cit., p. 37
  56. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 123
  57. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., pp. 195, 196
  58. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., p. 108
  59. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 41
  60. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 31, 32
  61. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 45 (Quarta udienza pubblica, martedì 27 febbraio, nella sala grande del castello di Rouen)
  62. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 274–276
  63. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 42–44 (Quarta udienza pubblica, martedì 27 febbraio, nella sala grande del castello di Rouen)
  64. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 129, 130
  65. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 43
  66. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 289
  67. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 43
  68. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 131, 132
  69. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 168
  70. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., p. 194
  71. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 132–134, 297
  72. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 55
  73. ^ Pernoud, 1992, op. cit., pp. 39, 40
  74. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 46
  75. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 106
  76. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 188 "una freccia che penetrò per mezzo piede nelle carni tra il collo e la scapola" - Dalla deposizione di Dunois, il Bastardo d'Orléans, agli atti dell'inchiesta per il processo di riabilitazione.
  77. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 138, 139
  78. ^ Belloc, 2006, op. cit., p. 46
  79. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 140, 141
  80. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 295
  81. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 109
  82. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 142
  83. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 48
  84. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 298
  85. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 126, 127
  86. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 74
  87. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 173–175
  88. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 342 - Cronologia
  89. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 149
  90. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 176
  91. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 82
  92. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 151
  93. ^ Cousinot, 1992, op. cit., pp. 117, 118
  94. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 152
  95. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 176, 177
  96. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 141, 142
  97. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 82, 83
  98. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 176,–177
  99. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 142, 143
  100. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 153
  101. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 83, 84
  102. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 178
  103. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., p. 144
  104. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 51
  105. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 154, 155
  106. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 85
  107. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 85
  108. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 51, 52
  109. ^ Pernoud, 1969, op. cit., pp. 154, 155
  110. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 123
  111. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 155
  112. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 179, 180
  113. ^ Cousinot, 1992, op. cit., pp. 122, 123
  114. ^ (FR) Déposition de Jean d'Orléans, comte de Dunois - Procès de Réhabilitation. URL consultato il 2 novembre 2011.
  115. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., p. 208
  116. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 52–53
  117. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 85, 86
  118. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 86, 87
  119. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 53, 54
  120. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 132–135
  121. ^ Belloc, 2006, op. cit., p. 60 Il padre di Giovanna alloggiava alla Locanda dell'Asino Striato, di fronte alla cattedrale. Régine Pernoud e Marie-Véronique Clin riportano la presenza di entrambi i genitori alla Consacrazione - Cfr. Régine Pernoud; Marie-Véronique Clin, Giovanna d'Arco, Roma, Città Nuova Editrice, 1987. ISBN 88-311-5205-X alla pagina 91
  122. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 88–91
  123. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 181–183
  124. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 71, 72
  125. ^ Cousinot, 1992, op. cit., pp. 322, 323
  126. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 55, 56
  127. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 88–91
  128. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 140
  129. ^ (FR) Déposition de Jean d'Orléans, comte de Dunois - Procès de Réhabilitation. URL consultato il 2 novembre 2011.
  130. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 56
  131. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 58, 59, 96, 97
  132. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 34, 35
  133. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 186
  134. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. IX–XI - Itroduzione
  135. ^ Pernoud, 1995, op. cit., p. 83
  136. ^ Duby, 2001, op. cit., p. 433
  137. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 225, 226
  138. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 234
  139. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., p. 219 Nell'autunno e inverno 1429-1430 aveva guidato le sue compagnie a contrastare le bande di mercenari che taglieggiavano il Ducato d'Orléans, acquistando una solida reputazione tra il popolo.
  140. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 198 Il Bastardo, al contrario degli altri capitani, aveva sempre vietato ogni saccheggio e violenza. Nel 1432, in occasione della riconquista di Chartres, la sua autorizzazione al saccheggio accordata ai soldati stremati dal mancato pagamento del soldo è riportata da Garnier come un'eccezione. Anche in questo caso, tuttavia, impose di non fare alcun male agli abitanti, vietando stupri, violenze e omicidi, che, invece, erano abbastanza frequenti nella Guerra dei cent'anni. Anche la guarnigione inglese che difendeva la città fu risparmiata. I soldati seguivano questa linea di condotta imposta con mano ferrea. Cfr. anche Michel Caffin de Merouville, Le beau Dunois et son temps, Parigi, Nouvelles Éditions Latines, 2003. ISBN 2-7233-2038-3 alla pagina 234
  141. ^ Pernoud, 1969, op. cit., p. 87
  142. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 215
  143. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 225, 226
  144. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 261, 262 La formazione della Gendarmeria reale sarà compiuta nel 1449, anche in virtù di ulteriori ordinanze.
  145. ^ dal registro del Parlamento di Parigi (1429) tenuto da Clément de Fauquembergue
  146. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 137–142
  147. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 74
  148. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 182
  149. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 100
  150. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 98–100
  151. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 74, 75
  152. ^ Belloc, 2006, op. cit., p. 64
  153. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 74, 75
  154. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 145
  155. ^ Garnier, 1999, op. cit., pp. 186–187
  156. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 63
  157. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 65
  158. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 168–170
  159. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 102
  160. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 59, 60
  161. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., pp. 168, 169 Tra l'altro, Filippo il Buono otteneva «l'ingiustificato vantaggio di "impegnarsi, se gli sembrerà opportuno, nella difesa della città di Parigi, e di resistere a coloro che vogliano farle guerra o arrecarle danno"», ibidem
  162. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 104
  163. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 146–148
  164. ^ Cousinot, 1992, op. cit., p. 146–148 Secondo Régine Pernoud e Marie-Véronique Clin, invece (cfr. Régine Pernoud; Marie-Véronique Clin, Giovanna d'Arco, Città Nuova, 1987, ISBN 88-311-5205-X alla pagina 105), sulla scorta di Perceval de Cagny, fu invece il sire di Gaucourt a trarre via Giovanna dal bordo del fossato.
  165. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 105
  166. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 64, 65
  167. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 24 (Seconda udienza pubblica, giovedì 22 febbraio 1431, in fondo alla sala grande del castello di Rouen)
  168. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 106
  169. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 65, 66
  170. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 107-111, 344
  171. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 79
  172. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 111–117, 345
  173. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 191
  174. ^ Duby, 2001, op. cit., p. 450
  175. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 111, 113
  176. ^ Bogliolo, 2000, op. cit., p. 183
  177. ^ Belloc, 2006, op. cit., pp. 66, 67
  178. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 111
  179. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 80, 81
  180. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 107
  181. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 111
  182. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., p. 220 Caffin de Merouville scrive «toujours empressé et fidèle», ossia, letteralmente, «sempre caloroso e fedele», ibidem
  183. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 111, 331, 332 Nella lettera, firmata, si legge «Giovanna la Pulzella ha ricevuto le vostre lettere in cui dite che temete di essere assediati. Vogliate sapere che non lo sarete (...) chiudete le vostre porte perché sarò tra breve da voi», ibidem
  184. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 113–116
  185. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., pp. 96, 220
  186. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 191
  187. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 117-119
  188. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 279–282
  189. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 83
  190. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 120
  191. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 83
  192. ^ Pernoud, 1992, op. cit., pp. 59, 60
  193. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 248, 249 Giovanni II di Lussemburgo-Ligny era un vassallo del duca Filippo di Borgogna; tuttavia, era al tempo stesso consigliere del re d'Inghilterra e, pertanto, è spesso considerato anche vassallo della corona inglese, ibidem.
  194. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 89, 90
  195. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 61, 62 (Sesta udienza pubblica, sabato 3 marzo, nella sala grande del castello di Rouen)
  196. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 127–132
  197. ^ (FR) Jeanne d'Arc par Henry Wallon - V ed. 1879 - Appendice II-3: Achat de Jeanne d'Arc. URL consultato il 15 ottobre 2011.
  198. ^ (FR) La captivité de Jeanne d'Arc à Beaurevoir - Charles Journel. URL consultato il 15 ottobre 2011.
  199. ^ (FR) Chronique de la Pucelle, chap. 26. URL consultato il 15 ottobre 2011.
  200. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., pp. 280–282, 310, 311
  201. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 131
  202. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 135, 136
  203. ^ (FR) Jeanne d'Arc par Henry Wallon - V ed. 1879 - Appendice II-3: Achat de Jeanne d'Arc. URL consultato il 15 ottobre 2011.
  204. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., p. 222
  205. ^ (FR) La captivité de Jeanne d'Arc à Beaurevoir - Charles Journel. URL consultato il 15 ottobre 2011.
  206. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 133 Il fatto che Giovanna fosse una prigioniera di guerra è attestato da una ricevuta di Jean Bruyse, lo scudiero che aveva materialmente ricevuta la somma versata a Jean de Luxembourg.
  207. ^ (FR) Henry Wallon, Jeanne d'Arc, Livre VI - ROUEN - Les juges - V ed. 1879. URL consultato il 15 ottobre 2011.
  208. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 88–90, 94
  209. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 93, 94
  210. ^ Garnier, 1999, op. cit., p. 193
  211. ^ Caffin de Merouville, 2003, op. cit., pp. 226–227
  212. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 125
  213. ^ Pernoud, 1992, op. cit., p. 64
  214. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 122, 123, 136
  215. ^ Belloc, 2006, op. cit., p. 71
  216. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 137
  217. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 261–263
  218. ^ Pernoud, 1992, op. cit., p. 68
  219. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 86
  220. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 94, 95
  221. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 95 Riportiamo il nome secondo la grafia dell'epoca; altri testi preferiscono la grafia moderna Jean Lemaître Cfr. Régine Pernoud; Marie-Véronique Clin, Giovanna d'Arco, Roma, Città Nuova Editrice, 1987. ISBN 88-311-5205-X alla pagina 143
  222. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 143
  223. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 144
  224. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 145 (Mercoledì 2 maggio, in una sala del castello di Rouen). Il numero degli assessori varia da un'udienza all'altra sino a raggiungere il massimo di sessantatré, ibidem
  225. ^ Pernoud, 1992, op. cit., p. 67
  226. ^ Belloc, 2006, op. cit., p. 71
  227. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 94, 95
  228. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 97
  229. ^ Pernoud, 1992, op. cit., p. 76
  230. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 15 (Prima udienza pubblica, mercoledì 21 febbraio 1431, nella cappella del castello di Rouen)
  231. ^ Pernoud, 1992, op. cit., p. 70
  232. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 22 (Seconda udienza pubblica, giovedì 22 febbraio, in fondo alla sala grande del castello di Rouen)
  233. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 100
  234. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 25–34 (Terza udienza pubblica, sabato 24 febbraio 1431, nella stessa sala del castello di Rouen)
  235. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 146
  236. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 37, 38, 41, 42 (Quarta udienza pubblica, martedì 27 febbraio, nella sala grande del castello di Rouen)
  237. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 56 (Quinta udienza pubblica, giovedì 1 marzo, nella sala grande del castello di Rouen)
  238. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 154, 155
  239. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 81 (Secondo interrogatorio complementare, lunedì 12 marzo, nella prigione di Giovanna)
  240. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 106, 109, 113 (Quinto e sesto interrogatorio complementare, giovedì 15 marzo e sabato 17 marzo, nella prigione di Giovanna)
  241. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 93, 94, 98, 99 (Quarto interrogatorio complementare, mercoledì 14 marzo, nella prigione di Giovanna)
  242. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 85–90 (Terzo interrogatorio complementare, martedì 13 marzo, nella prigione di Giovanna)
  243. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 96 (Quinto interrogatorio complementare, mercoledì 14 marzo, nella prigione di Giovanna)
  244. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 81 (Secondo interrogatorio complementare, lunedì 12 marzo, nella prigione di Giovanna)
  245. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 82 (Secondo interrogatorio complementare, lunedì 12 marzo, nella prigione di Giovanna)
  246. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 94, 98, 99 (Quarto interrogatorio complementare, mercoledì 14 marzo, nella prigione di Giovanna)
  247. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 85–90 (Terzo interrogatorio complementare, martedì 13 marzo, nella prigione di Giovanna)
  248. ^ Belloc, 2006, op. cit., p. 73
  249. ^ Pernoud, 1998, op. cit., pp. 40–42
  250. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 96 (Quarto interrogatorio complementare, mercoledì 14 marzo, nella prigione di Giovanna)
  251. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 31 (Terza udienza publica, sabato 24 febbraio, nella sala grande del castello di Rouen)
  252. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 110 (Sesto interrogatorio complementare, sabato 17 marzo, nella prigione di Giovanna)
  253. ^ Pernoud, 1992, op. cit., pp. 75, 76
  254. ^ Pernoud, 1998, op. cit., p. 51
  255. ^ Pernoud, 1992, op. cit., p. 76
  256. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 124–144 Atti d'accusa
  257. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 40, 41 (Quarta udienza pubblica, martedì 27 febbraio, nella sala grande del castello di Rouen)
  258. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 139, 140 (Sabato 31 marzo, vigilia di Pasqua, nella prigione di Giovanna)
  259. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 157, 158 (Mercoledì 23 maggio, in una sala del Castello di Rouen, Undicesimo articolo)
  260. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 155, 156 (Mercoledì 23 maggio, in una sala del Castello di Rouen, Settimo articolo)
  261. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 158 (Mercoledì 23 maggio, in una sala del Castello di Rouen, Dodicesimo articolo)
  262. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 113
  263. ^ Bolla di canonizzazione di Giovanna d'Arco a firma del Pontefice Benedetto XV
  264. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 111, 112
  265. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 136–138
  266. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 48, 147 (Quinta udienza pubblica, giovedì 1 marzo, nella sala grande del castello di Rouen; mercoledì 2 maggio, in una sala del castello di Rouen) Il 2 maggio Giovanna chiede d'essere condotta dinanzi al Papa; nella Quinta udienza pubblica, del giovedì 1 marzo, tenutasi nella sala grande del castello di Rouen, aveva risposto «Io credo a monsignore il papa che sta a Roma», ibidem
  267. ^ Cardini, 1999, op. cit., pp. 142, 147, 148
  268. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 169
  269. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 161 (Mercoledì 23 maggio, in una sala del castello di Rouen)
  270. ^ Belloc, 2006, op. cit., p. 74
  271. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 132, 133
  272. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 172, 173
  273. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 163 (Giovedì 24 maggio, nel cimitero dell'abbazia di Saint-Ouen a Rouen)
  274. ^ «Ego refero me Deo et domino nostro Papæ» - (FRLA) Procès de condamnation - procès ordinaire - Abjuration - 24 mai 1431. URL consultato il 26 novembre 2011.
  275. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 167, 168
  276. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 110, 111
  277. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 165, 172
  278. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 151
  279. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 173
  280. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 151
  281. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 164 (Giovedì 24 maggio, nel cimitero dell'abbazia di Saint-Ouen a Rouen)
  282. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 173–175
  283. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 110
  284. ^ Cremisi, 2000, op. cit., p. 49 (Quinta udienza pubblica, giovedì 1º marzo, nella sala grande del castello di Rouen)
  285. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 174
  286. ^ Cardini, 1999, op. cit., p. 152
  287. ^ Pernoud, 1992, op. cit., pp. 80, 81
  288. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 135, 136
  289. ^ Pernoud, 1992, op. cit., p. 82
  290. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 136
  291. ^ Michelet, 2000, op. cit., pp. 145, 146
  292. ^ Belloc, 2006, op. cit., pp. 75, 76
  293. ^ Michelet, 2000, op. cit., p. 146
  294. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., p. 175
  295. ^ Cremisi, 2000, op. cit., pp. 167–169 (Processo di "relapsa". Esecuzione.)
  296. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 178 Il nome di Lemaistre non compare, tuttavia, nella redazione del processo di «relapsa» ed è dubbio che egli vi abbia partecipato, nonostante fosse giudice al pari di Pietro Cauchon.
  297. ^ (FR) Procès de condamnation - la cause de relaps - Déliberation - 29 mai 1431. URL consultato il 26 novembre 2011.
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  311. ^ Pernoud-Clin, 1987, op. cit., pp. 198–201 La data d'inizio del Processo in nullità della condanna è stabilita al 7 novembre 1455, giorno in cui la madre di Giovanna si presentò, a Parigi, innanzi a tre vescovi designati dal Pontefice, chiedendo formalmente la revisione del processo di condanna. Agli atti furono allegate anche le deposizioni già acquisite in tale data.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Contesto storico
Vita di Giovanna
Spiritualità di Giovanna
Processo di condanna
  • Teresa Cremisi (a cura di), Il processo di condanna di Giovanna d'Arco, Milano, SE, 2000. ISBN 88-7710-482-1.
  • Luciano Verona, Marco Paolo Verona, Il processo di condanna di Jeanne La Pucelle. Dal manuscrit d'Orléans, Milano, Arcipelago Edizioni, 1992. ISBN 88-7695-097-4.
Aspetti particolari
  • Andrea Albini, Le Voci di Giovanna d'Arco. Grottaferrata, Avverbi, 2007.

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