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Giovane di Mozia

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Voce principale: Mozia.
Giovane di Mozia
Autoresconosciuto
Data450-440 a.C.
MaterialeMarmo pario
Altezza181 cm
UbicazioneMuseo Whitaker, Mozia

Il Giovane di Mozia (noto anche come Giovinetto di Mozia, Auriga di Mozia[1] o Efebo di Mozia) è una statua in marmo databile tra il 450 a.C. e il 440 a.C. conservata al Museo Whitaker di Mozia[2], presso Marsala. La statua raffigura un efebo, forse un auriga, di scuola greca: fu probabilmente portata nell'isola dai Cartaginesi dopo che ebbero saccheggiato Selinunte nel 409 a.C.

Dal 27 giugno 2013 fa parte dei Beni Inamovibili della Regione Siciliana.[3]

Fu ritrovato il 26 ottobre 1979 durante una serie di scavi di archeologi dell'università di Palermo, iniziati nel 1977. Il primo ad intuire il valore sommerso di una piccola pietra bianca affiorante in superficie fu il giovane artista Alfonso Leto, assunto come operaio generico e come disegnatore di reperti. Come afferma egli stesso in una raccolta di articoli di Aldo Premoli[4]:

«Era il pomeriggio del 26 ottobre del 1979, ultima ora dell’ultima giornata di lavoro di quella campagna di scavi che per gli archeologi era da considerare di deludenti bilanci. Anche se nessuno ormai sperava in niente, ero stato assegnato a “raschiare” in un quadrante dell’area di pertinenza di una delle archeologhe (credo si trattasse di Gabriella) e lì vidi emergere qualcosa che all’inizio mi sembrò solo una pietra biancastra, ma senza nessuna caratteristica d’interesse. Tuttavia continuai a isolarla notando che si faceva sempre più estesa. Continuai silenziosamente a scavare con maggiore interesse e notai delle scanalature. Lavai la pietra e il suo chiarore mi abbagliò. Richiamai Antonino Monteleone, l’operaio vicino a me, e questi mi aiutò a scontornare ancora di più il reperto e le scanalature proseguivano sottili e armoniche. Chiamammo gli archeologi Gioacchino Falsone e Gabriella Calascibetta, che giunsero a noi dall’alto dei bordi dello scavo. Insistetti con loro, data l’ora tarda, a non chiudere tutto e a darmi un aiuto a scavare in quel punto. Con un certo scetticismo — legato alla naturale delusione di quei calciatori che all’89º minuto, già provati, non sperano più nel goal della vittoria — alla fine mi fu affiancato un altro operaio. Eravamo già in tre. Si era creato un po’ di movimento attorno a quel sasso. E così scesero gli archeologi che, con un colpo d’occhio, intuirono subito che quella pietra, già isolata per circa 40 centimetri, non era una pietra grezza ma un manufatto da portare alla luce. Dopo alcuni minuti, quando la morfologia affiorava sempre più lontana dalla "pietra qualsiasi" fu proprio il capo archeologo, montato da una eccitazione piena di attese, che fermò tutti, si sbracciò e cominciò a far emergere — se la memoria non mi inganna — ciò che si configurerà come il ginocchio destro della statua, fino a mezza coscia.»
Il ritrovamento dell'Efebo di Mozia sepolto nella colmata, venuto alla luce durante la campagna di scavi del 1979

La statua, dunque, era stata sepolta per secoli sotto una colmata di argilla e marna calcarea gettata intenzionalmente, si suppone dagli stessi moziesi[5]. La colmata, dentro la quale venne ritrovata la statua, era stata sviluppata su di una zona disabitata dell'isola durante l'ultimo periodo storico moziese, ed al suo interno, oltre l'efebo, vi si rinvennero altri oggetti d'epoca classica, tra cui parecchie punte di freccia, oggetti che per alcuni studiosi rappresentano la prova evidente che quella colmata avvenne durante o subito dopo l'assedio dionisiano[6]. Si presentava con la testa staccata dal collo, il volto sfigurato e mancante di braccia e piedi[7].

La statua è alta 1,81 metri senza le estremità inferiori[8], mancanti già dal momento del ritrovamento. Molti studiosi pensano potesse raffigurare un giovane alla guida di un cocchio, mentre altre ipotesi ritengono potesse essere un dio (in particolare Melqart/Eracle) o un magistrato punico (suffeta) a giudicare dalla posizione delle braccia. Il braccio destro è sollevato, forse a brandire un frustino nell'ipotesi dell'auriga, ed il sinistro appoggiato sul fianco dove ancora si vedono i resti della mano.

La scultura, vista da dietro, durante la mostra al British Museum

La testa del giovane, che sfoggia uno sguardo fiero, appartiene allo stile Severo, ovvero lo stile della prima fase dell'età classica. Il suo corpo atletico e sinuoso, ricoperto da una veste aderente, appare tuttavia stilisticamente più avanzato e ciò la riconduce a un ambiente artistico influenzato dall'arte di Fidia[9].

La statua è stata esposta a Venezia, a palazzo Grassi, nel 1988 per la mostra "I Fenici" e nel 1996 per la mostra "I Greci in Occidente"[10]. Nel 2012 è arrivata al British Museum in occasione delle Olimpiadi di Londra, mentre nel 2013 è stata in mostra al Getty Museum di Los Angeles per la mostra "Sicilia: arte e invenzione tra Grecia e Roma".[11]

Il 18 gennaio 2014 la statua è ritornata nella sua sede originaria, a Mozia.[12]

  1. Elizabeth Bartman, L'Auriga di Mozia. By Carlo Odo Pavese., in American Journal of Archaeology, vol. 102, n. 3, 1º luglio 1998, pp. 645-646, DOI:10.2307/506431. URL consultato il 22 agosto 2023.
  2. Fondazione Whitaker Mozia, su fondazionewhitaker.it. URL consultato il 22 gennaio 2015 (archiviato dall'url originale il 2 gennaio 2015).
  3. I Beni inamovibili della Regione Siciliana, su www2.regione.sicilia.it. URL consultato l'8 febbraio 2026.
  4. Aldo Premoli, Cronache tra arte e moda (febbraio 2022-maggio 2023), Malcor D'edizione, 2023, pp. 164, ISBN 9788897909705.
  5. Lorenzo Nigro, 2004, pag. 131.
  6. La Statua marmorea di Mozia, 1988, pag. 20.
  7. La statua in marmo dell'Efebo di Mozia scoperta nel 1977 durante gli scavi effettuati dall'Università di Palermo, su arkeomania.com.
  8. MOZIA in “Enciclopedia dell'Arte Antica” – Treccani, su treccani.it.
  9. BBCC Regione Siciliana, su regione.sicilia.it.
  10. cat. 147
  11. Carla Ruffino, La Sicilia antica conquista il Getty Museum, su Il Sole 24 ORE. URL consultato l'8 febbraio 2026.
  12. Nuova casa per il Giovinetto di Mozia. Ma alla Fondazione Whitaker servono soldi >> Cultura >> Tp24.it, su tp24.it.

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