Giornalista pubblicista

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Giornalismo








Il giornalista pubblicista è una figura prevista dall'albo dei giornalisti italiano: è un giornalista che svolge l'attività giornalistica pur esercitando un'altra professione. È iscritto in un apposito elenco dell'albo dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti, con sedi regionali nei capoluoghi di regione. La legge italiana distingue l'attività del giornalista pubblicista da quella del giornalista professionista: "il pubblicista svolge l'attività giornalistica pur esercitando altre professioni o impieghi", mentre "il giornalista professionista esercita in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista".

Disciplina[modifica | modifica wikitesto]

La figura del giornalista pubblicista, è contenuta nella legge 69/1963 (detta «legge Gonella»), istitutiva dell'Ordine dei giornalisti; la legge stabilisce che l'albo dei giornalisti è formato da due elenchi: uno dei professionisti e uno dei pubblicisti. Secondo l'ordinamento giuridico italiano, il giornalista pubblicista appartiene a una categoria professionale «atipica».

Nel 1968 la Corte Costituzionale ha esteso ai pubblicisti la possibilità di dirigere testate quotidiane. Il pubblicista Ugo Stille è stato, nel 1987, il primo direttore di un quotidiano nazionale (Corriere della Sera).[1]

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 256 del 2 aprile 1971, ha definito con precisione la differenza tra "giornalista professionista" e "giornalista pubblicista": il primo è un operatore a tempo pieno del mondo dell'informazione mentre il giornalista pubblicista, pur svolgendo attività continuativa e retribuita, è un operatore non professionale a tempo parziale (cioè svolge un'altra professione come attività principale). Di conseguenza, i pubblicisti non possono ricoprire le qualifiche previste dal contratto di lavoro giornalistico (redattore ordinario, capo servizio, inviato, capo redattore e vice direttore).

La medesima sentenza della Corte di Cassazione prevedeva che un giornalista pubblicista non potesse svolgere neanche la funzione di direttore responsabile, ma la Corte costituzionale ha cancellato questo divieto. La Suprema corte, infatti, nello stesso anno 1971 ha sancito l'incostituzionalità della legge 69/1963, rispetto all'articolo 21 della Costituzione, nella parte in cui prevede che solo i giornalisti professionisti possano assumere l'incarico di direttore responsabile di una testata giornalistica. La giurisprudenza del lavoro (circa 1.200 sentenze), in ogni caso, prevede che ai fini dell'assunzione con rapporto di lavoro subordinato presso una testata giornalistica, si applichi il contratto relativo, con le qualifiche previste, indipendentemente dall'iscrizione all'elenco professionisti[senza fonte].

I giornalisti pubblicisti sono iscritti a un apposito elenco dell'albo dei giornalisti, a cui si può accedere dopo aver svolto un'attività giornalistica non occasionale e retribuita per almeno due anni. La legge per l'iscrizione prevede la pubblicazione retribuita di un certo numero di articoli retribuiti nell'arco di due anni consecutivi, con un versamento complessivo che dimostri il pagamento di emolumenti. La quantità di articoli e il compenso minimo per cui la retribuzione possa essere ritenuta valida ai fini dell'iscrizione varia da regione a regione, ed è stabilito dall'ordine regionale.[2]

A differenza dei professionisti, non è prevista per il pubblicista la prova di idoneità professionale, ma i consigli regionali del Lazio, della Sicilia e della Campania richiedono un colloquio informativo che viene sostenuto subito prima del rilascio del tesserino (decreto-legge 138/2011, "Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività", convertito nella legge 148/2011).[3]

Il governo Monti nel dicembre 2011 ha previsto l'introduzione di nuove regole comuni per i diversi ordini professionali, tra i quali quello dei giornalisti.[4] Tali regole interessano tre ambiti: le attività formative, quelle amministrative e, infine, quelle deontologiche. Per il primo ambito (formazione), l'ordine nazionale ha approvato il relativo Regolamento nel corso del 2012. Per l'attività amministrativa, l'ordine ha redatto nello stesso anno una bozza del relativo regolamento. I procedimenti disciplinari non sono più interamente celebrati dagli ordini regionali e da quello nazionale: la nuova disciplina prevede infatti che, a livello regionale, le funzioni di istruzione e di decisione delle controversie disciplinari debbano essere assolte dai Consigli Territoriali di Disciplina, mentre il Consiglio Nazionale di Disciplina gestisce i ricorsi.[5]

Nel 2012 è entrata in vigore la legge 233, che fissa un «equo compenso» per i giornalisti collaboratori (ovvero tutti i “titolari di un rapporto di lavoro non subordinato”).

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]