Matteo Matteotti

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Gianmatteo Matteotti
Matteo Matteotti.jpg

Ministro del commercio con l'estero della Repubblica Italiana
Durata mandato 26 luglio 1972 –
23 novembre 1974
Presidente Giulio Andreotti
Mariano Rumor
Predecessore Camillo Ripamonti
Successore Ciriaco De Mita

Segretario del
Partito Socialista Democratico Italiano
Durata mandato febbraio 1954 –
aprile 1957
Predecessore Giuseppe Saragat
Successore Giuseppe Saragat

Deputato della Repubblica Italiana
Durata mandato 25 gennaio 1946 –
11 luglio 1983
Legislature AC, I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII
Gruppo
parlamentare
Socialista Democratico (I, II, III legislatura, V dal 7 luglio1969, VI, VII, VIII); Socialista (IV, V sino al 7 luglio 1969),
Coalizione centro-sinistra
Collegio Venezia - Treviso, Verona
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico PSI (1943-1947)
PSDI (1947-1959)
PSI (1959-1969)
PSDI (1969-1998)
SDI (1998-2000)
Titolo di studio Laurea in Scienze politiche
Professione Giornalista

Gianmatteo Matteotti, meglio noto come Matteo Matteotti (Roma, 17 febbraio 1921Verona, 13 giugno 2000), è stato un giornalista e politico italiano, deputato e ministro della Repubblica, figlio di Giacomo Matteotti e fratello minore di Giancarlo, politico anch'esso.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il padre Giacomo, martire dell'antifascismo, fu ucciso quando Gianmatteo aveva solo tre anni. Il giovane orfano studiò al Liceo Terenzio Mamiani di Roma[1] e si laureò in Scienze politiche.

Dopo l'8 settembre 1943, Matteo Matteotti è stato Commissario della brigata partigiana comandata da Eugenio Colorni. Giornalista Professionista iscritto all'Albo del Veneto, è stato direttore dal 1944 di Rivoluzione Socialista, il settimanale della Federazione Giovanile Socialista Italiana; editore e collaboratore di Tempi moderni, rivista diretta da Fabrizio Onofri; collaboratore di Critica Sociale, Tempo presente e Ragionamenti.

Ha fatto parte della Costituente; è stato deputato per otto legislature, e Presidente dell'Unione Internazionale della Gioventù Socialista dal 1945 al 1946. Tra i protagonisti della scissione di Palazzo Barberini del 1947; è stato segretario del PSDI dal 1954 al 1957, nel 1959 rientrò al PSI, per poi ritornare nel PSDI nel 1969.

Fu ministro del Turismo e dello spettacolo nel governo Colombo dal 1970 al 1972, e del Commercio estero dal 1972 al 1974 (nel secondo governo Andreotti e nel quarto e quinto governo Rumor). Dal 1985 al 1988 è stato direttore politico de L'Umanità, organo ufficiale del PSDI; essendo un parlamentare, Matteotti fu affiancato da Gianpiero Orsello in qualità di direttore responsabile, ai sensi della legge 47/1948.

Nel 1998 confluì (insieme al PSDI) nei Socialisti Democratici Italiani, cui rimase iscritto fino alla morte nel 2000.[2]

Matteo Matteotti è stato anche presidente generale del Corpo Nazionale Giovani Esploratori Italiani (CNGEI)[3].

Le opinioni di Matteo Matteotti circa l'omicidio del padre[modifica | modifica wikitesto]

Matteo Matteotti sostenne sempre l'intenzionalità dell'uccisione del padre. A sapere che Matteotti doveva essere ucciso, secondo il figlio, erano Amerigo Dumini e Amleto Poveromo; mentre ad assassinarlo furono i colpi vibrati da Poveromo stesso, il quale, dopo aver chiesto a Dumini (al volante dell'auto) di uscire da Roma, seppellì sommariamente il cadavere nel bosco della Quartarella con gli altri complici. Il seppellimento sarebbe stato volontariamente sommario - nell'auto non c'erano strumenti da scavo - perché in caso d'arresto l'assassinio doveva apparire preterintenzionale[4].

In varie interviste alla stampa e allo storico Marcello Staglieno[5], inoltre, Matteo Matteotti condivise le accuse a Vittorio Emanuele III di essere stato il mandante dell'omicidio del padre, essendo divenuto il re azionista della compagnia petrolifera statunitense Sinclair Oil Corporation, a titolo di tangente onde non permettere a un ente petrolifero italiano di intraprendere trivellazioni nel deserto libico[6]. Giacomo Matteotti sarebbe stato ucciso in quanto in possesso di documenti attestanti il coinvolgimento del sovrano, e sul punto di divulgarli. Al momento dell'omicidio, il deputato socialista avrebbe avuto con sé una busta con dentro i documenti sui rapporti tra il re e la Sinclair.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianmatteo Matteotti, Il nostro commercio con l’estero: fatti e problemi, Roma, Banco di Roma, 1974.
  • Matteo Matteotti, La classe lavoratrice sotto la dominazione fascista (1921-1943), Roma, Lavoro Italiano, 1983.
  • Matteo Matteotti, Quei vent’anni: dal fascismo all’Italia che cambia, Milano, Rusconi, 1985.
  • Matteo Matteotti, Il duello Treves-Mussolini, Milano, SugarCo, 1987.
  • Enrico Fedi e Matteo Matteotti (a cura di), Il processo Nagy: il revisionismo comunista alla sbarra, Roma, Edizioni di Tempo Presente, 1987.
  • Matteo Matteotti, Le rivoluzioni promesse, Napoli, Loffredo, 2000.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Confronta, in proposito, la voce "Giovanni Abbate" nella pagina internet allegata [1][collegamento interrotto]
  2. ^ SOCIALISTI: MORTO MATTEO MATTEOTTI, su www1.adnkronos.com. URL consultato il 10 giugno 2020.
  3. ^ Mario Sica, Storia dello scautismo in Italia, 4ª ed., Roma, Fiordaliso, 2006, p. 266, ISBN 978-88-8054-774-7.
  4. ^ Matteo Matteotti in: Storia illustrata, Milano, n.336, novembre 1985, pp.54-61: "Me lo confessò, piangente e pentito, Poveromo in persona nel carcere di Parma dov'ero andato a trovarlo nel gennaio 1951, poco prima della morte di lui"
  5. ^ Cfr.: Marcello Staglieno, Arnaldo e Benito, due fratelli, Mondadori, 2003
  6. ^ Marcello Staglieno, Delitto Matteotti. Parla il figlio: "Dietro la morte di mio padre c'era il re. Fu uno sporco affare di petrolio. L'assassinio di Giacomo Matteotti non fu un delitto politico, ma affaristico", in: Storia illustrata, cit.

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