Gianduja

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La maschera Gianduja

Gianduja (Giandoja in piemontese, IPA [ʤan'dʊja]) è una maschera popolare torinese, che la tradizione lega al territorio astigiano. Il suo nome sembra derivare dalla locuzione piemontese Gioann dla doja, ovvero Giovanni del boccale.

Gianduia è la maschera del Piemonte e nella tradizione carnevalesca si affianca a quelle di altre città, come Balanzone per Bologna, Pantalone per Venezia o Pulcinella per Napoli.

Le vicende storiche[modifica | modifica wikitesto]

È nato all'inizio del XIX secolo dalla fantasia di due burattinai torinesi, Giovanni Battista Sales e Gioachino Bellone, forse allievi di Gioanin ëd j'Usèj (Giovannino degli Uccelli), burattinaio all'epoca famoso. La tradizione ha voluto che il suo vero nome fosse Umberto Biancamano, come il primo conte di Savoia; in realtà, nessun documento storico riferisce i suoi veri dati anagrafici[1]. Sales e Bellone, come gli artisti dell'epoca, erano soliti girare in tournée. Erano spesso in Liguria portando in scena le avventure di Giròni (in italiano, Gerolamo). Il doge di Genova si chiamava in quegli anni Gerolamo Durazzo ed i genovesi lo identificarono nel burattino Giròni, che ne ridicolizzava il nome.

Walther Jervolino, olio su tela, Gianduja e Giandujotto, 1986.

Si suppone che, a questo punto, la polizia li arrestò o li convinse a cambiare nome al burattino. Come hanno fatto notare studi accurati[2] sui marionettisti e sui burattinai nella storia italiana, la reclusione era un pericolo concreto, un possibile rischio per tutti gli artisti dell'epoca, quasi un luogo comune. Nel caso di Sales e Bellone, l'accusa potrebbe essere stata l'ingiuria nei confronti del doge. I due artisti cambiarono dunque il nome del loro burattino: dal 1804 era già chiamato sicuramente con il nome Gianduja, tanto che un breve articolo sulla Gazzetta Nazionale della Liguria del 4 marzo 1804 già testimonia l'esistenza in Genova di un teatro nel quale venivano allestiti gli spettacoli di Gianduja piemontese[3].

Sales e Bellone si stabilirono a Torino, nel piccolo teatrino di San Rocco, che fu con il tempo ribattezzato Teatro Gianduja[4]. Sales inaugurò successivamente il circo che portò il suo nome, ma travagliato dai problemi economici morì in miseria[5]. Bellone si era nel mentre ritirato dalle scene. Gianduja divenne così protagonista di nuovi spettacoli di altre compagnie, in particolar modo quella dei marionettisti ferraresi Lupi. Specialmente grazie alle recenti ricerche di Alfonso Cipolla e di Giovanni Moretti, autori di un'ampia bibliografia sulla storia delle marionette, è stato possibile riscoprire l'importanza dei Lupi nella Torino risorgimentale. La loro abilità artistica affascinò anche autori del calibro di Edmondo De Amicis[6]. Successivamente, i Lupi legarono il loro nome al teatro d'Angennes, nel quale si trasferirono nel 1884, che fu dopo pochi anni ribattezzato Teatro Gianduja.

La tradizione popolare di Callianetto[modifica | modifica wikitesto]

Attorno a Gianduja sorse però una fiorente leggenda popolare, che lega ancora oggi il personaggio a Callianetto, in provincia di Asti. Secondo questa tradizione, che ha un certo risalto nel folklore locale, a Genova, dopo l'intervento della polizia, le marionette furono bruciate con la baracca e Sales e Bellone furono espulsi dalla città e accusati di lesa maestà. Prima di andarsene si fecero intagliare nuovi burattini dal celebre scultore Pittaluga, e coi novelli personaggi i due tornarono a Torino ed impiantarono un teatrino nel cortile dell'Albergo del Pastore, in via Dora Grossa, oggi via Garibaldi.

Si dice che qui presentarono “La storia di Artabano 1°, ossia il Tiranno del Mondo, con Gerolamo suo confidente e re per combinazione”. Si scatenò il finimondo: le battute erano spassose, ma il reverendo Baudissone, deputato a controllare le licenziosità della città, le interpretò come gravi offese al fratello di Napoleone, che, come il doge di Genova, si chiamava pure lui Gerolamo. I due poveri burattinai furono nuovamente denunciati per lesa maestà. Al processo ripeterono le frasi incriminate: “Liberté egalité fraternité, ij fransèis a van an caròssa e noi a pe"! E poi ancora: “Viva la Fransa viva Napoleon, chiel a l'é rich, e noi ëstrasson”. ("Libertà eguaglianza fraternità, i francesi vanno in carrozza e noi a piedi". "Viva la Francia, viva Napoleone, lui è ricco e noi straccioni".) Nel tribunale il pubblico divertito esplose in fragorose risate, ma non i giudici decisamente infuriati. Accusati di aver tramato contro lo Stato i due furono condannati a morte e rinchiusi nelle Torri Palatine, ma riuscirono a fuggire.

Raggiunsero Asti e chiesero aiuto alla famiglia De Rolandis di Castell'Alfero, ancora fortemente provata per la morte di Giovanni Battista De Rolandis che a Bologna, con Luigi Zamboni, aveva cercato di sollevare la città distribuendo coccarde tricolore, simbolo di una nuova Italia. Bellone e Sales furono ospitati e nascosti a Callianetto, piccola frazione di Castell'Alfero, in un cascinale isolato, dell'allora medico Alessandro Giuseppe De Rolandis, fratello del defunto Giovanni Battista. La fattoria era in una folta selva che ancora oggi si chiama bòsch dël medich (la foresta del medico). Questa casa - oggi proprietà del comune di Castell'Alfero - detta 'l Ciabòt ëd Giandoja - è sede di interessanti attività turistiche.

Qui i due avrebbero scritto un nuovo canovaccio e cambiato il pericoloso nome di Giròni in Giandoja e mutarono anche il suo linguaggio che riassunse il carattere del popolo piemontese, alquanto conservatore (da un'interpretazione letterale di bogianen, ovvero immobile), ma di ottimo umore, fedele al dovere e alla parola data. Non più battute in libertà, come recitava "Gioanin dij'Osej", ma una chiara critica politica, per portare avanti l'idea del Risorgimento e dell'Unità d'Italia anche attraverso il teatrino dei burattini. Il nuovo Gianduja aveva un viso rubicondo e la parrucca col codino volto all'insù, vestito con un giubbetto color marrone orlato di rosso, panciotto giallo, calzoni verdi e corti fino al ginocchio, calze rosse e scarpe basse con fibbia d'ottone. Era la fine del 1807. Sul tricorno era ben visibile la coccarda tricolore, la stessa conservata oggi nel museo dell'Università di Bologna, la medesima che a Reggio Emilia e a Modena era stata applaudita nel 1797 come vessillo della nuova Italia[senza fonte].

Il burattino patriota[modifica | modifica wikitesto]

Gianduia da allora è rimasto sulle scene con quel suo fare sornione, col boccale pieno di vino, il volto rubicondo, il sorriso benevolo. Attraverso la penna del caricaturista Casimiro Teja e di tanti altri, gli scritti di Angelo Brofferio, Gec (Enrico Gianeri), Fulberto Alarni, e con l'avvento dei giornali satirici L'Aso (l'asino), Il Fischietto, L'Armonia, Il Bastone, Il Soldo, Il Pasquino, 'l Caval d' Brons, i supplementi della Gazzetta del Popolo, le edizioni della Famija turinèisa, Gianduia stimolò realmente le decisioni del Parlamento Subalpino, mettendosi in continua contrapposizione con personaggi del calibro di Cavour, Mazzini e d'Azeglio. La sua gloriosa storia richiamò fortemente l'evoluzione della Penisola, e un continuo incitamento per gli italiani all'unità nazionale, tutti partecipi ad una medesima patria.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Molti autori hanno cercato di dare un significato al nome “Gianduia”. Tra le ipotesi più attendibili: Giandoja come contrazione di Gioanin dla doja (doja è il recipiente per il vino in lingua piemontese). In passato qualcuno avanzò anche l'ipotesi che si trattasse di una contrazione di Gens de la joie[7]. È stato anche suggerito che il suo nome si possa collegare alla tradizione degli Zanni tramite un francese Jean andouille (Zan Salciccia)[8]. Sembra invece impossibile che si tratti di un gentile atto di riguardo di Sales verso l'amico Bellone, il quale si diceva un tempo essere originario di Oja, frazione di Racconigi: Bellone, infatti, era nativo di Torino[9].

Il carattere[modifica | modifica wikitesto]

Molti sono stati i personaggi che hanno indossato i panni di Gianduja nel periodo di carnevale simulando nella quotidianità la tradizione folcloristica. Allegro e godereccio, incarna lo stereotipo piemontese del "galantuomo" coraggioso, assennato, incline al bene e fedele alla sua inseparabile compagna Giacometta, che lo affianca nei balli ricchi di coreografia, ma soprattutto nelle opere di carità e di partecipazione.

Nella settimana che precede l'inizio della Quaresima, Gianduja visita ospizi, ricoveri, ospedali per bambini, distribuendo le tipiche caramelle rotonde e piatte, avvolte in un cartoccio esagonale, con impresso il suo profilo mai disgiunto dal tricorno delle armate piemontesi ottocentesche alle quali si deve l'Unità del Paese.

In piazza Castello, in occasione dei festeggiamenti del patrono di Torino (la sera del Farò di san Giovanni), la maschera sfila insieme al popolo. Essa è stata interpretata dal 1964 al 2015 dal presidente della Associassion Piemonteisa[10], Andrea Flamini.

Ispirazioni[modifica | modifica wikitesto]

Dal suo nome deriva quello della cioccolata di tipo gianduia e del relativo cioccolatino gianduiotto con la quale è confezionato, entrambi specialità torinesi. I cioccolatini venivano distribuiti dalla maschera durante il carnevale, festa in cui venivano altresì lanciate tra la folla le caramelle di Gianduja, a forma di cialda e incartate in caratteristici involucri esagonali.[11]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alfonso Cipolla e Giovanni Moretti, Storia delle marionette e dei burattini in Italia, Corazzano, Titivillus, 2003, ISBN 9-788872-183014.
  • Giorgio Enrico Cavallo, A la manera 'd Gianduja, Torino, Editrice Il Punto Piemonte in Bancarella, 2019, ISBN 9-788868-040659.
  • Edoardo Dezzani; La valle tel torrente Versa ed i suoi castelli. Comune di Asti, 1932
  • Gec - Enrico Gianeri; Gianduja: nella storia e nella satira. Famija Turineisa, 1962
  • Maurizio Marocco; Frammenti di storia patria, Botta, Torino, 1867.
  • Salvator Ferrero; La storia di Gianduja ed i Carnevali di Torino Torino, 1926.
  • Giovanni Moretti; Le Marionette in Piemonte: ipotesi, percorsi, domande.
  • Alfonso Cipolla e Giovanni Moretti; I fili della memoria. Percorsi per una storia delle marionette in Piemonte. Seb 27, Torino, 2001.
  • Ito De Rolandis; Origine del Tricolore: da Bologna a Torino capitale d'Italia Piemonte in Bancarella, Torino, 1996.
  • Alfonso Cipolla; Gianduja, invito al Risorgimento, in "Orgoglio Tricolore" ed. Fornaca SEDICO, 2007.
  • Claudio Di Lascio; Giù la maschera, breve viaggio nel fenomeno Gianduja. Comune di Castell'Alfero 2001.
  • Albin Louis Millin; Voyage en Savoie, en Piemont" Wassermann, Paris 1816.
  • Alfonso Cipolla; Le marionette in Piemonte. Seb 27, Torino, 2001.
  • Gazzetta del Popolo; Le Avventure di Gianduja e Gironi. Torino luglio 1848.
  • Aldo di Ricaldone; Monferrato tra Po e Tanaro Fornaca, Gribaudo, 1998.
  • Carlo Borgna; Da Grixano a Portacomaro; Fornaca, Gribaudo, 2005.
  • Renato Bordone; Andar per castelli da Asti tutt'intorno.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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