Gatti nell'antico Egitto

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John Reinhard Weguelin, The Obsequies of an Egyptian Cat (1886), Auckland Art Gallery, Auckland.

«Tu sei il Grande Gatto, il vendicatore degli dei e il giudice delle parole, quelle che presiede i capi sovrani e governa il grande Cerchio; tu sei davvero il Grande Gatto.»

(Iscrizione nella Valle dei Re[1])

I gatti (Felis silvestris catus), noti nell'antico Egitto con il termine Mau[2], erano considerati sacri nella società egizia. Una recente comparazione del DNA delle specie viventi ha permesso di stabilire che i primi gatti furono addomesticati a partire dal gatto selvatico africano (Felis silvestris lybica), circa 10.000 anni fa, nella zona della Mezzaluna Fertile[3][4]. Millenni dopo, un tratto caratteristico fondamentale della religione delle popolazioni della valle del Nilo divenne proprio la venerazione degli animali[5], fra cui i gatti[6]. Apprezzato per la sua abilità nel cacciare roditori nocivi quali i topi e i ratti e nell'uccidere serpenti quali i cobra, il gatto domestico divenne presso gli egizi un simbolo di grazia e benevolenza nei confronti dell'uomo[7].

La dea Mafdet, deificazione della giustizia e della pena capitale, era rappresentata con testa di leonessa[8], mentre Sekhmet, sempre leonessa, era la temutissima dea della guerra, della violenza e delle epidemie[9]. In antitesi a queste, la dea-gatta Bast (poi nota come Bastet), inizialmente divinità guerriera al pari di Sekhmet, andò gradualmente perdendo i connotati di aggressività per divenire una figura protettiva e rassicurante, patrona della fertilità, della maternità e della vita domestica[10][11]. Come espressione di massimo ossequio, dopo la morte i gatti venivano mummificati esattamente come gli uomini[12], e le loro mummie offerte a Bastet[13].

I gatti nella vita quotidiana degli egizi[modifica | modifica wikitesto]

Statua di gatto. Wellcome Library, Londra.

I gatti furono addomesticati molto tempo dopo i cani. Due tipi diversi di gatto fecero la loro comparsa nell'antico Egitto: il gatto della giungla (Felis chaus) e il gatto selvatico africano (Felis silvestris lybica). Quest'ultimo fu gradualmente addomesticato in un lunghissimo lasso di tempo compreso fra Periodo predinastico (IV millennio a.C.)[14] e il Medio Regno (XXI - XVII secolo a.C.)[12]. I gatti selvatici si nutrivano spontaneamente dei ratti e degli altri parassiti che infestavano i granai regali; si guadagnarono un posto nei centri abitati uccidendo roditori, serpenti velenosi e altri animali nocivi[12][15]. Nelle rappresentazioni artistiche, non è insolito trovare piccoli gatti posizionati sotto le sedie su cui si trovano delle donne, in riferimento alla fertilità e alla sessualità femminile[12]. Sembra però che i gatti siano diventati animali "da salotto" solamente durante il Nuovo Regno, cioè tra il XVI e l'XI secolo a.C. L'arte figurativa egizia della XVIII dinastia ha lasciato testimonianza, per esempio, della predilezione della Grande sposa reale" Tiy e di sua figlia Sitamon per i gatti[12]: la regina e la principessa compaiono insieme a una gatta e un'oca domestiche (in un curioso dettaglio questi due animali sembrano perfino giocare o litigare)[12]. Sullo schienale del trono della principessa Sitamon, rinvenuto nella tomba (KV46) dei suoi nonni materni Yuya e Tuia, una gatta compare seduta sotto lo scranno dove siede la regina Tiy[16].

Come suggerisce il legame d'iniziale affinità (ma successivamente antitetico) fra Sekhmet e Bastet, nel complesso di credenze dell'antico Egitto esisteva una relazione fra i gatti e i leoni[6]. Benché la maggior parte dei leoni sia stata confinata a sud intorno al Periodo predinastico, e fossero perciò animali abbastanza rari in epoca faraonica, erano tuttavia animali estremamente importanti nell'immaginario iconografico degli egizi. A causa della sua natura aggressiva e maestosa, il leone era simbolo del potere regale[14].

I gatti nella religione egizia[modifica | modifica wikitesto]

Statuetta di Bastet in bronzo, risalente al Periodo tardo. Muséè Georges-Labit, Parigi.

Bastet da dea-leonessa a dea-gatta[modifica | modifica wikitesto]

La prima attestazione di una divinità felina in Egitto risale a una coppa di cristallo, databile al 3100 a.C., decorata con una rappresentazione della dea Mafdet con testa di leonessa. In un primo momento, anche Bastet fu immaginata come una dea leonina, fieramente protettiva e guerriera, come Sekhmet. Diversamente da molte divinità fuse in un'unica entità con l'unione delle Due Terre, Bast e Sekhmet rimasero ancora per molto tempo due personalità ben distinte nel pantheon egizio. Gli egittologi Turner e Bateson stimano che durante la XXII dinastia (945 a.C. - 715 a.C.[17]), l'antica Bast passò dall'essere una dea leonina al venire definitivamente rappresentata come una divinità protettiva e rassicurante dalle sembianze di gatto[10], mentre, viceversa, Sekhmet veniva descritta come particolarmente violenta e temibile[18]. Poiché i gatti domestici tendono ad avere un comportamento mite e protettivo nei confronti del padrone e della sua casa, così gli egiziani cominciarono a vedere Bastet come una buona madre, spesso raffigurata insieme a cuccioli di gatto[18][19]. Un amuleto di Bastet attorniata da gattini era frequente fra le donne che desideravano una gravidanza: tanti cuccioli quanti figli si sperava di avere.

Il Grande Gatto di Eliopoli[modifica | modifica wikitesto]

Il Grande Gatto di Eliopoli intento a uccidere Apopi in una illustrazione del Papiro di Hunefer. British Museum, Londra.

Il gatto maschio, nello specifico, aveva una funzione determinante sia come ipostasi del sole che come suo difensore: durante la notte, doveva proteggere l'astro dagli attacchi del perfido serpente-demone Apopi[20]. In questo caso si trattava del Grande Gatto di Eliopoli, trasformazione del dio-sole Ra[21], spesso raffigurato intento a sorvegliare un albero di persea, cioè l'Albero della vita eterna e della conoscenza (Albero "ished"), e ad affrontare il serpente Apopi schiacciandogli la testa con una zampa e accoltellandolo con l'altra[21]. Era sovente rappresentato nelle pitture parietali funebri tratte dal XVII capitolo del Libro dei morti: così compare sulle pareti delle tombe di Sennedjem[22], Nakhtamon[23] e Inherkhau[24] ubicate nella necropoli di Deir el-Medina, presso Tebe. Infatti, un passo del XVII capitolo del Libro dei morti così recita:

«Io sono questo Grande Gatto che si trovava al lago dell'albero "ished" in Eliopoli, quella notte della battaglia in cui fu compiuta la sconfitta dei sebiu, e quel giorno dello sterminio degli avversari del Signore dell'Universo. Cos'è questo? È Ra stesso ed è stato chiamato gatto [in egizio: "Mau"] dal detto di Shu: "Egli è simile ["mau"] a ciò che ha fatto"; e gli è venuto così il suo nome di gatto ["Mau"].»

(dal XVII capitolo del Libro dei morti[25][26])

Il culto dei gatti[modifica | modifica wikitesto]

Mummie di gatti conservate presso il British Museum, a Londra.

Siccome i gatti erano considerati sacri a Bastet e onorati di conseguenza, la pratica della mummificazione fu estesa anche a loro, con un picco nel periodo greco-romano dell'Egitto (IV secolo a.C. - III secolo d.C.)[27]; gli ossequi loro tributati dopo la morte riflettono il rispetto da cui erano circondati in vita quotidiana. Lo storico greco Erodoto scrisse, nelle sue Storie:

«Quando, poi, scoppia un incendio, i gatti sono presi da fenomeni strani. Gli Egiziani, infatti, disponendosi a regolare distanza, fanno loro la guardia, trascurando, perfino, di spegnere il fuoco; ma i gatti sgusciando tra uomo e uomo, o, magari, saltandoli via, si gettano nel fuoco. Quando ciò avviene, è grande il dispiacere che prende gli Egiziani. Se in una casa un gatto viene a morire di morte naturale, tutti quelli che vi abitano si radono le sopracciglia. [...] I gatti vengono portati nella città di Bubasti in locali sacri e ivi vengono sepolti, dopo essere stati imbalsamati.»

(Erodoto[28])

Lo storico siceliota Diodoro Siculo (90 a.C. . 27 a.C.) descrisse un interessante esempio di giustizia sommaria cui andò incontro l'uccisore di un gatto; intorno al 60 a.C., assistette all'uccisione di un gatto egizio da parte di un cittadino romano. Una folla inferocita lo catturò e, nonostante le suppliche del faraone Tolomeo XII, lo uccise.

Bubasti e il culto dei gatti[modifica | modifica wikitesto]

Statuetta di Bastet in bronzo e argento, risalente al periodo tolemaico o romano dell'Egitto. Walters Art Museum, Baltimora.

Benché il culto dei gatti fosse già sentito all'inizio del Nuovo Regno (ca. 1550 a.C.), salì alla ribalta durante il regno di Sheshonq I (943 a.C. - 922 a.C.[29]), il faraone che rese Bubasti, (originariamente Par-Bastet, l'attuale Zagazig) centro del culto di Bastet, nella parte orientale del delta del Nilo[30], una città importante[31]. In quel momento, Bastet divenne una divinità immensamente popolare, patrona della fertilità e della maternità, connessa agli aspetti positivi dei raggi del sole - contrariamente a Sekhmet, che incarnava il potere distruttivo del calore solare[32]. Entrambe erano però identificate l'Occhio di Ra, una nel suo aspetto mite e protettivo, l'altra in quello violento[33]. Il culto dei gatti ebbe un largo seguito: ogni anno, migliaia di pellegrini si recavano a Bubasti. Bubastis, che letteralmente significa Casa di Bast, divenne anche un altro nome per indicare Bastet (o Bast)[31]. Al centro della città, in una depressione del terreno, si trovava il grande santuario della dea-gatta; la città sorse intorno al tempio per arginare i danni causati dalle piene del Nilo. Erodoto, che visitò la città intorno al 450 a.C., scrisse:

«Tranne l'ingresso, tutto il resto è isola, poiché dal Nilo si ripartono due canali che, senza confondersi tra loro, arrivano entrambi fino all'ingresso del santuario, cui scorrono intorno, l'uno a destra, l'altro a sinistra; l'uno e l'altro hanno una larghezza di cento piedi e sono ombreggiati da alberi. [...] Trovandosi il tempio nel centro della città, può essere visto da ogni parte, girandogli intorno, dall'alto; poiché, mentre la città è stata elevata con terrapieni, il tempio invece è rimasto, senza essere toccato, com'era stato costruito da principio ed è ben visibile. Lo cinge un muro tutto scolpito a figure; dentro c'è un bosco di altissimi alberi, che si ergono intorno a un grande sacrario, nel quale è racchiusa la statuaː in lunghezza e larghezza, il tempio misura uno stadio [ca. 180-185 metri] per ogni lato. Di fronte all'entrata c'è una strada, lastricata in pietra, lunga circa tre stadi al massimo, la quale, attraversando la piazza del mercato, conduce verso oriente e ha una larghezza di forse quattro pletri [ca. 30 metri]; da una parte e dall'altra della strada sono cresciuti degli alberiche s'innalzano fino al cielo; ed essa porta fino al santuario di Ermete

(Erodoto[34])

La descrizione di Erodoto, così come vari testi egizi, mostrano che il tempio era circondato dall'acqua per tre lati su quattro, formando un lago noto come isheru, non dissimile da quello prospiciente il tempio della dea-madre Mut a Karnak[35]. Tali bacini artificiali erano tipici di complessi templari dedicati a dee-leonesse, ritenute (anche con variazioni) figlie di Raː Bastet, Mut, Tefnut, Hathor e Sekhmet[35]. Un mito narrava di una leonessa caduta nel lago del tempio, per poi uscirne tramutata in mite gatta e accolta nel santuario[35].

Sempre secondo Erodoto, a Bubasti si svolgevano anche dei festeggiamenti periodici in onore della dea, comprendenti processioni di barche sacre e riti orgiastici e dove è stata rinvenuta una necropoli di gatti sacri mummificati, con relativo tempio[18]. La città attirò anche un grande numero di mercanti di ogni genere, mentre gli artigiani producevano migliaia di statue e amuleti raffiguranti Bastet o gatti, anche in bronzo, da vendere ai devoti. Erano molto comuni gli amuleti di gatte attorniate da cuccioli, popolari fra le donne che speravano di avere figli.

Un'evidenza archeologica: il sarcofago della gatta del principe Thutmose[modifica | modifica wikitesto]

Il sarcofago della gatta del principe Thutmose. Museo egizio del Cairo.

Quando morivano, i gatti delle persone più abbienti avevano diritto a una sepoltura relativamente solenne e onorevole. Ne sono un esempio le onoranze funebri che il principe ereditario Thutmose, primogenito di Amenofi III e della già citata regina Tiy, dispose per la propria gatta Myt, sepolta nella necropoli di Menfi in un piccolo sarcofago di pietra, oggi al Museo del Cairo[36][37]. Le iscrizioni geroglifiche che lo decorano descrivono la trasformazione della gatta in "un'Osiride", come si credeva avvenisse a tutte le persone defunte; riportano inoltre ciò che la dea Iside avrebbe esclamato accogliendo la gatta Myt nell'aldilà:

«Io stendo le mie braccia dietro di te per proteggerti.[38]»

Su una parete del sarcofago la gatta è ritratta con un fiocco al collo. Al suo interno, oltre alla mummia dell'animale, fu rinvenuta addirittura una statuetta ushabti (destinata a prendere magicamente vita e aiutare la gatta nelle faccende quotidiane nel mondo dei morti)[36].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cats in Ancient Egypt
  2. ^ History of EGYPTIAN MAU, su breeds.traditionalcats.com, 19 aprile 2016. URL consultato il 12 dicembre 2016 (archiviato dall'url originale il 19 aprile 2016).
  3. ^ Kingdon, J. (1988), East African Mammals: Carnivores, University of Chicago Press, ISBN 0-226-43721-3.
  4. ^ Nicholas Wade, Study Traces Cat’s Ancestry to Middle East, in The New York Times, 29 giugno 2007. URL consultato il 12 dicembre 2016.
  5. ^ Guy Rachet, Dizionario della Civiltà egizia, Gremese Editore, Roma (1994). ISBN 88-7605-818-4. pp.45-6.
  6. ^ a b Pinch, Geraldine (2004). Egyptian Mythology: A Guide to the Gods, Goddesses, and Traditions of Ancient Egypt. Oxford University Press. ISBN 978-0-19-517024-5. pp.132-5.
  7. ^ Pinch, p.132.
  8. ^ Pinch, p.134.
  9. ^ Pinch, pp.187-9.
  10. ^ a b Serpell, "Domestication and History of the Cat", p. 184.
  11. ^ Bastet, in Ancient History Encyclopedia. URL consultato il 12 dicembre 2016.
  12. ^ a b c d e f Bresciani, Edda, Sulle rive del Nilo, Laterza, Bari, 2000. p. 116. ISBN 88-420-6166-2.
  13. ^ Photos: Queen's Cat Goddess Temple Found in Egypt, 21 gennaio 2017. URL consultato il 12 marzo 2017.
  14. ^ a b Bleiberg Edward, Soulful Creatures: Animal Mummies in Ancient Egypt, Brooklyn Museum (2013).
  15. ^ (EN) Ancient Egypt Online: Cats in Ancient Egypt, su www.ancientegyptonline.co.uk. URL consultato l'11 marzo 2017.
  16. ^ Bresciani (2000), p. 113.
  17. ^ R. Krauss & D.A. Warburton "Chronological Table for the Dynastic Period" in Erik Hornung, Rolf Krauss & David Warburton (cur.), Ancient Egyptian Chronology (Handbook of Oriental Studies), Brill, 2006. p.493
  18. ^ a b c Bastet, su ancient.eu.
  19. ^ Hart, George (2006). A Dictionary of Egyptian Gods and Goddesses. Routledge. pp. 25–26.
  20. ^ Bresciani (2000), p. 114.
  21. ^ a b Mau, Ra and Apep ***, su www.landofpyramids.org. URL consultato il 12 marzo 2017.
  22. ^ Thierry BENDERITTER, SENNEDJEM-TT1, su www.osirisnet.net. URL consultato il 12 marzo 2017.
  23. ^ Thierry BENDERITTER, NAKHTAMON-TT335 at Deir el-Medineh, su www.osirisnet.net. URL consultato il 12 marzo 2017.
  24. ^ Thierry BENDERITTER, INERKHAU-TT359 at Deir el-Medineh, su www.osirisnet.net. URL consultato il 12 marzo 2017.
  25. ^ E.A.Wallis Budge (a cura di), The Book of the Dead, Arkana, Penguin Books, 1989. ISBN 0-14-019009-0. p. 103.
  26. ^ De Rachewiltz, Boris, Il libro dei morti degli antichi egizi, Roma, Edizioni Mediterranee (collana Pentagramma), 1992. ISBN 8827200959.
  27. ^ Christine el-Mahdy, Mummies: Myth and Magic in Ancient Egypt, Thames & Hudson, London 1999. ISBN 0-500-05055-4. pp.164-5.
  28. ^ Erodoto, Storie II, 66-7, trad. L. Annibaletto, Mondadori, Milano 2013. ISBN 978-88-04-31692-3. pp.196-7.
  29. ^ R. Krauss & D.A. Warburton "Chronological Table for the Dynastic Period" in Erik Hornung, Rolf Krauss & David Warburton, Ancient Egyptian Chronology (Handbook of Oriental Studies), Brill, 2006. p.493.
  30. ^ Pinch, pp.115-7.
  31. ^ a b Mohamed I. Bakr, Helmut Brandl, "Bubastis and the Temple of Bastet", in: M.I. Bakr, H. Brandl, F. Kalloniatis (cur.), Egyptian Antiquities from Kufur Nigm and Bubastis. Museums in the Nile Delta. Vol. 1, Cairo/ Berlin 2010. ISBN 978-3-00-033509-9.
  32. ^ Veronica Ions, Egyptian Mythology, Paul Hamlyn ed. (1973). p.106.
  33. ^ Wilkinson, Richard H. (2003). The Complete Gods and Goddesses of Ancient Egypt. Thames & Hudson. ISBN 0-500-05120-8. pp.176-83.
  34. ^ Erodoto, Storie II, 138, trad. L. Annibaletto, Mondadori, Milano 2013. ISBN 978-88-04-31692-3. p.235.
  35. ^ a b c Te Velde, "Bastet", p. 164.
  36. ^ a b Bresciani (2000), pp. 115-6.
  37. ^ Aidan Dodson (1990). "Crown Prince Djhutmose and the Royal Sons of the Eighteenth Dynasty". Journal of Egyptian Archaeology. 76. p. 88.
  38. ^ Bresciani (2000), p. 116.

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