Gallimimus

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Gallimimus
Stato di conservazione: Fossile
Gallimimus 0495.JPG
Scheletro di G. bullatus, al Natural History Museum of London
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Sauropsida
Ordine Saurischia
Sottordine Theropoda
Superfamiglia † Ornithomimosauria
Famiglia † Ornithomimidae
Sottofamiglia † Ornithomiminae
Genere Gallimimus
Osmólska, Roniewicz & Barsbold, 1972
Nomenclatura binomiale
† Gallimimus bullatus
Osmólska, Roniewicz & Barsbold, 1972

Gallimimus (il cui nome significa "finto gallo" o "imitatore di galli") è un genere estinto di dinosauro ornithomimide vissuto nel Cretaceo superiore, circa 70 milioni di anni fa, in quella che oggi la Formazione Nemegt in Mongolia. L'unica specie ascritta a questo genere è G. bullatus. Il suo aspetto, simile ad un struzzo, provvisto di mani prensili ed una lunga coda lo rendono il più conosciuto tra gli ornithomimidi, oltre che uno dei dinosauri meglio conosciuti.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Ricostruzione di Gallimimus
Dimensioni di G. bullatus, in confronto ad un uomo

L'aspetto del Gallimimus era piuttosto insolito: all'apparenza somigliava molto ad un struzzo, provvisto però di una lunga coda e delle zampe anteriori fornite di artigli. Un animale adulto misurava in media 8 metri (26 ft) di lunghezza,[1] per un peso di 226 kg, facendone un dei più grandi ornithomimosauridi finora scoperti.[2] Il Gallimimus è conosciuto per una vasta collezione di individui, che vanno da esemplari molto giovani (con un'altezza alle anche di circa 0,50 metri), ad esemplari completamente adulti (con un'altezza alle anche di circa 2 metri).

Un carattere diagnostico del Gallimimus era le sue "mani", che risultavano piuttosto corte rispetto alla lunghezza dell'omero, al contrario degli altri ornithomimidi. La lunga coda era probabilmente usata dall'animale come contrappeso durante la corsa e gli spostamenti. Gli occhi erano molto grandi situati ai lati della testa, il che gli conferiva un'ottima visione binoculare. Inoltre come la maggior parte dei teropodi e degli uccelli moderni possedeva ossa cave che lo rendeva più leggero e abile nella corsa. Dai suoi tratti diagnostici, si è appreso che il Gallimimus era un animale eccezionalmente dotato per la corsa come evidenziato da un robusto ilio, la base della coda muscolosa, arti posteriori molto lunghi, una lunga tibia e metatarso e dita dei piedi piuttosto corte, ma non si sa con certezza a quanto l'animale potesse correre. Tutti ornithomimidi possedevano crani lunghi e stretti terminanti in una sorta di becco, tuttavia il cranio del Gallimimus risulta essere quasi eccessivamente lungo. Il muso si allungava man mano con la crescita, in quanto gli esemplari più giovani possedevano musi più corti.

Nel 2001, il paleontologo norvegese Jørn H. Hurum pubblicò una dettagliata descrizione di una mascella completa di G. bullatus.[3] Nella sua descrizione Hurum osservò che le ossa che componevano la mascella erano "sottili come carta".[4] Hurum osservò anche che lo stretto giunto intramandibolare impediva qualsiasi movimento tra la parte anteriore e quella posteriore.[3]

Piumaggio[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante non siano mai state trovate prove di piumaggio nei fossili di Gallimimus, molti suoi parenti ornithomimosauri, soprattutto il nordamericano Ornithomimus, mostrano segni della presenza di un piumaggio più o meno esteso su buona parte del corpo. In particolare nel 2015, è stato scoperto un'esemplare di Ornithomimus che mostrava segni della presenza di tegumenti filamentosi riconducibili a piume filiformi, simili a quelle dei moderni emù. L'esemplare mostrava una copertura di piume filiformi che correvano lungo il collo, torace, schiena e lungo la coda. Sulle zampe invece sono state scoperte zone di tegumento di pelle. Probabilmente la copertura di piume si estendeva lungo parte del collo, lungo la schiena ed il torace, ricoprendo anche gli arti anteriori, e lungo la coda mentre le gambe era nude come nei moderni struzzi, in modo da facilitare la dispersione del calore dell'animale durante la corsa.[5]

Classificazione[modifica | modifica wikitesto]

Scheletro parziale di un giovane Gallimimus

Il Gallimimus fa parte della famiglia degli Ornithomimidae, a cui è stato subito assegnato nel 1972. Ciò è stato confermato da una recente analisi cladistica.

Di seguito è riportato un cladogramma pubblicato nel 2011 da Xu et al.[6]

Ornithomimidae

Archaeornithomimus


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Sinornithomimus


unnamed

Anserimimus


Gallimimus



unnamed

Qiupalong


unnamed

Struthiomimus


Ornithomimus








Storia della scoperta[modifica | modifica wikitesto]

Scheletri di esemplari giovani e adulti di G. bullatus

I primi fossili di Gallimimus furono scoperti all'inizio dell'agosto del 1963 da un team di scienziati guidati dal professor Zofia Kielan-Jaworowska, a Tsagan Khushu durante una spedizione polacco-mongolo al Deserto del Gobi, in Mongolia. La scoperta fu riportata nel 1965.[7] Nel 1972, i fossili furono descritti dai paleontologi Rinchen Barsbold, Halszka Osmólska e Ewa Roniewicz, che descrissero la specie nominandola Gallimimus bullatus. Il nome generico deriva dal latino gallus, "pollo" e mimus, "mimare", in riferimento alle vertebre del collo anteriore che assomigliano a quelle del galliformi. Il nome specifico deriva sempre dal latino bulla, in riferimento alla bulla romana, in riferimento ad un rigonfiamento bulboso nella scatola cranica.[8]

L'olotipo, IGM 100/11, è costituito da uno scheletro parziale, comprendente il cranio e la mandibola. Successivamente sono stati trovati numerosi altri scheletri parziali sia di adulti sia di esemplari giovani, oltre che numerose ossa singole.

Nel 1996, il paleontologo Barsbold annunciò la scoperta di una seconda specie da lui ribattezzata "Gallimimus mongoliensis", sulla base del campione IGM 100/14, ritrovato nella Formazione Bayanshiree, luogo in cui non è mai stato ritrovato alcun fossile di Gallimimus. Lo stesso Barsbold concluse nel 2006, che i fossili non appartengono affatto ad una seconda specie di Gallimimus, rappresentando piuttosto un nuovo genere di ornithomimide non ancora descritto.[9]

Paleobiologia[modifica | modifica wikitesto]

Cranio di G. bullatus

Le abitudini alimentari degli ornithomimidi sono molto controverse. Le prime descrizioni del Gallimimus lo vedevano come un predatore di animali di piccola taglia, come piccoli mammiferi e lucertole e che usava le lunghe braccia come rastrelli per raccogliere vegetali sul terreno. Successive analisi lo definirono infine come un animale onnivoro-erbivoro.

Nel 2001, Norell et al. riportò la scoperta di un'esemplare di Gallimimus (IGM 100/1133), comprendente un teschio che conservava dei tessuti molli. Questo esemplare, così come un altro nuovo cranio fossile di Ornithomimus, possedeva un becco cheratinoso, con scanalature verticali sporgenti dalla mandibola superiore. Queste strutture ricordano vagamente le lamelle del becco delle moderne anatre, che usano per sezionare dall'acqua il loro cibo come piante, foraminiferi, molluschi e ostracodi. Norell ha inoltre evidenziato che gli ornithomimidi erano più abbondanti in ambienti umidi, come le foreste temperate e nelle praterie, piuttosto che in ambienti aridi come i deserti, come si era pensato in precedenza, suggerendo che questi dipendessero dalle fonti d'acqua per ricavarne il nutrimento, filtrandolo come le moderne anatre e oche. L'analisi del cranio degli ornithomimidi più primitivi, come Pelecanimimus, mostrano che questi animali in origine avevano denti ben sviluppati, mentre le forme più evolute avevano becchi privi di denti, rendendoli quindi incapaci di mangiare animali di grossa taglia.[10]

Il Delta dell'Okavango, presenta un habitat simile a quello in cui viveva il Gallimimus

In seguito nel 2005, il paleontologo Barrett ha osservato che le creste verticali sui becchi di Gallimimus sono più simili a quelle ritrovate nei becchi delle tartarughe e nei grandi dinosauri erbivori come l'hadrosauride Edmontosaurus. Inoltre, secondo i calcoli di Barrett, il Gallimimus non sarebbe stato in grado di soddisfare il suo fabbisogno energetico semplicemente filtrando cibo dall'acqua, in quanto troppo grande. Si è infine concluso che il Gallimimus fosse un animale prettamente erbivoro.[11]

Le roccia facies della Formazione Nemegt suggeriscono la presenza di un flusso notevole di fiumi e canali, in un ambiente fluviale molto simile a quello dell'odierno Delta dell'Okavango. L'habitat del Gallimimus era quindi rigoglioso e ricco di piante in grado quindi di soddisfare i bisogni alimentari di molti grandi dinosauri erbivori anche di grandi dimensioni, come l'affine Deinocheirus, l'hadrosauride Saurolophus e il sauropode Nemegtosaurus, che a loro volta sostenevano i grandi carnivori come i tirannosauridi Tarbosaurus e Raptorex[12]

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dinosauri nella cultura di massa § Gallimimus.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Makovicky (2009).
  2. ^ Paul (1988).
  3. ^ a b "Abstract," in Hurum (2001). Page 34.
  4. ^ "Abstract," in Hurum (2001). Page 35.
  5. ^ Christian Foth, Helmut Tischlinger, Oliver W. M. Rauhut, DOI:10.1038/nature13467.
  6. ^ L. Xu, Y. Kobayashi, J. Lü, Y. N. Lee, Y. Liu, K. Tanaka, X. Zhang, S. Jia e J. Zhang, A new ornithomimid dinosaur with North American affinities from the Late Cretaceous Qiupa Formation in Henan Province of China, in Cretaceous Research, vol. 32, nº 2, 2011, pp. 213, DOI:10.1016/j.cretres.2010.12.004.
  7. ^ Kielan-Jaworowska Z. and Kowalski, K., 1965, "Polish-Mongolian Palaeontological Expeditions to the Gobi Desert in 1963 and 1964", Bulletin de l'Académie Polonaise des Sciences, Cl. II 13(3), 175-179
  8. ^ H. Osmólska, E. Roniewicz, and Rinchen Barsbold, 1972, "A new dinosaur, Gallimimus bullatus n. gen., n. sp. (Ornithomimidae) from the Upper Cretaceous of Mongolia", Palaeontologia Polonica 27: 103-143
  9. ^ Kobayashi and Barsbold (2006).
  10. ^ Norell, et al. (2001).
  11. ^ Barrett (2005).
  12. ^ Novacek, M. (1996). Dinosaurs of the Flaming Cliffs. Bantam Doubleday Dell Publishing Group Inc. New York, New York. ISBN 978-0-385-47775-8

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