Gaio Ceionio Rufio Volusiano Lampadio

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Gaio Ceonio (o Ceionio) Rufo (o Rufio) Volusiano Lampadio (latino: Gaius Ceonius o Ceionius Rufus o Rufius Volusianus Lampadius; floruit 354-365; ... – ...) è stato un politico dell'Impero romano, praefectus urbi nel 365.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Mentre era pretore (probabilmente negli ultimi anni del regno di Costantino I, attorno al 337) organizzò i giochi, con distribuzione di beni alla plebe, causandone però la sommossa. All'inizio le cose andarono bene: i suoi giochi erano "magnifici", la sua prodigalità "esuberante"; poi, però, la plebe gli chiese di donare largamente a personaggi che non lo meritavano, e un editor si mise ad insultare i passanti. Lampadio decise di mostrare la propria generosità e il proprio sdegno per la plebe: raccolse allora dei mendicanti che vivevano al Colle Vaticano (probabilmente di donazioni legate al soglio papale) e li rese ricchi con dei doni;[1] la plebe, che considerava questi poveri come qualcosa che le era estraneo e che non aveva diritto a ricevere donazioni in occasione dei giochi, si rivoltò.[2]

Nel 354 premette affinché Costanzo mettesse agli arresti il proprio cugino e cesare d'Oriente Costanzo Gallo:[3] quando Gallo cadde in disgrazia e fu ucciso, il prefetto della Gallia, Vulcacio Rufino, venne rimosso perché suo parente, e Lampadio ne prese il posto. Nel 355 pare che assieme all'ex-comes rei privatae Eusebio e all'ex-magister memoriae Edesio, convinse l'actuarius Dinamio a contraffare le lettere di Claudio Silvano in modo che apparisse un traditore agli occhi dell'imperatore Costanzo II.

Nel 365-366 fu praefectus urbi: nel 365 si rifiutò di pagare i materiali utilizzati per il restauro dei monumenti della città, che aveva acquistato da commercianti plebei, i quali si rivoltarono, costringendolo a rinchiudersi a Ponte Milvio. Gli veniva anche contestato di apporre sui monumenti riparati il proprio nome come edificatore e non come restauratore.[4]

Famiglia[modifica | modifica wikitesto]

La moglie di Volusiano, Cecina Lolliana (Caecina Lolliana), era sacerdotessa di Iside; un loro figlio, Lolliano, celebrò Cerere e Attis in un taurobolium il 23 maggio 370;[5] l'altro, Ceionio Rufio Albino, praefectus urbi nel 389, fu un pagano del circolo descritto nei Saturnalia di Ambrogio Teodosio Macrobio. Malgrado questi indizi di una famiglia pagana, è probabile che Volusiano fosse cristiano, per lo meno durante il regno di Costantino I, i cui funzionari erano scelti prevalentemente tra i cristiani.[6] La sua domus si trovava nei pressi delle Terme di Costantino sul Collis Salutaris, il Quirinale.[7]

Tra i suoi discendenti vi era quel Rufio Antonio Agripio Volusiano (Rufius Antonius Agrypius Volusianus) che fu praefectus urbi nel 417-418.[8]

Giudizio[modifica | modifica wikitesto]

La vita di Lampadio è riportata dallo storico contemporaneo Ammiano Marcellino in termini estremamente negativi. Sebbene Ammiano ammetta che Lampadio era "talvolta severo e onesto", lo raffigura come una persona vacua, introducendolo con l'affermazione che Lampadio si era risentito per non essere onorato per la sua notevole capacità di sputare. In realtà la descrizione di Ammiano va pesata considerando la sua parzialità: il mentore di Ammiano, Ursicino, viene raffigurato dallo storico come un personaggio onesto ostacolato dagli intrighi di corte, come già Silvano, dunque i nemici di Silvano sono trattati col disprezzo degno dei nemici di Ursicino.[9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ammiano Marcellino, Res gestae, xxvii.3.5-6.
  2. ^ Lomas e Cornell, p. 152.
  3. ^ Zosimo, ii.55.3.
  4. ^ Ammiano Marcellino, xxvii.3.20, citato da Lomas e Cornell, p. 152.
  5. ^ Lolliano era ancora un adolescente quando venne mandato in esilio dal praefectus annonae Massimiano, incaricato di una purga della nobiltà ed elevato al rango di praefectus urbi, per aver scritto un libro di magia con scopi dannosi (370 circa); dietro suggerimento del padre, si appellò all'imperatore Valentiniano I ma fu mandato in Hispania Baetica, il cui consolare, Tanaxio Isfalangio, ascoltatone l'appello, lo condannò a morte e lo fece giustiziare (Morris, John, Arnold Hugh Martin Jones e John Robert Martindale, The prosopography of the later Roman Empire Volume 2, Cambridge University Press, 1992, ISBN 0521072336, p. 511-512).
  6. ^ Barnes, Timothy David, Ammianus Marcellinus and the Representation of Historical Reality, Cornell University Press, 1998, ISBN 0801435269, p. 116.
  7. ^ Richardson, Lawrence, A New Topographical Dictionary of Ancient Rome, Johns Hopkins University Press, 1992, ISBN 0801843006, p. 129.
  8. ^ Lomas e Cornel, p. 158.
  9. ^ Barnes, p. 117.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Fonti secondarie[modifica | modifica wikitesto]

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