Gaetano Tognetti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Fotografia dell'esecuzione di Monti e Tognetti in via dei Cerchi

Gaetano Tognetti (Roma, 1844Roma, 24 novembre 1868) è stato un patriota e rivoluzionario italiano.

Monumento a Tognetti nel Pincetto vecchio del Campo Verano

Insieme con Giuseppe Monti, nella Roma pontificia di Pio IX, il 22 ottobre 1867 Tognetti, apprendista muratore, compì un attentato contro la caserma Serristori degli zuavi pontifici in Borgo. L'azione, nelle intenzioni dei congiurati, come le altre progettate ma non eseguite[1], aveva lo scopo di provocare una sollevazione popolare che facilitasse il tentativo di Garibaldi di occupare la città con le sue "camicie rosse" e risolvere militarmente la "questione romana". Nel crollo parziale dell'edificio, causato dall'esplosione di due barili di polvere, perirono venticinque militari - 16 italiani e 9 francesi - e due civili romani, Francesco Ferri e la piccola figlia Rosa[2][3][4]. L'insurrezione sperata non avvenne e il tentativo di Garibaldi fallì: il giorno dopo l'attentato, il 23 ottobre, un gruppo di volontari garibaldini, tra i quali Giovanni ed Enrico Cairoli, fu sopraffatto dalle truppe pontificie a Villa Glori e, poco dopo, il 3 novembre, Garibaldi fu sconfitto definitivamente a Mentana. Monti e Tognetti furono arrestati e condannati a morte. L'esecuzione, mediante ghigliottina, avvenne il 24 novembre 1868 in via dei Cerchi, nei pressi del Circo Massimo. Questa fu l'ultima decapitazione mediante ghigliottina eseguita a Roma[5][6].

Una descrizione della vicenda, dal punto di vista del governo pontificio, e, in special modo, della personalità dei due giustiziati, Monti e Tognetti, venne pubblicata, subito dopo la loro esecuzione, nel 1868, sul Quaderno n. 450 di Civiltà Cattolica, rivista dei gesuiti: Relazione degli ultimi giorni di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti giustiziati in Roma il dì 24 novembre 1868[7]. Nel 1869, Gaetano Sanvittore pubblicò il libro I misteri del processo Monti e Tognetti[8]. Il volume ispirerà anche il film del 1977 di Luigi Magni In nome del Papa Re, interpretato da Nino Manfredi.

Un monumento a lui dedicato (un cippo con iscrizione frontale, sormontato da un dado con una corona in bronzo di foglie edera e di ulivo) fu eretto, dopo la presa di Roma del 1870[9], per volontà della famiglia, nel Pincetto vecchio del cimitero del Verano[10].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Un gruppo di dimostranti avrebbe dovuto attaccare una postazione di guardia a piazza Colonna, mentre altri assalivano il Campidoglio, Castel Sant'Angelo e Porta San Paolo. Vedi: Arrigo Petacco, Storia d'Italia dall'Unità ad oggi, vol. IV, 1861-1871 Il primo decennio, pp. 119-120, Armando Curcio Editore, 1993.
  2. ^ Nella Relazione pubblicata dalla Civiltà Cattolica e disponibile online (vedi nota relativa) sono elencati 15 zuavi italiani, in gran parte cittadini dello Stato pontificio, 9 francesi e un tirolese, oltre a "due borghesi romani".
  3. ^ I "due borghesi romani" nel volume La mano di Dio nella invasione garibaldina del 1867. Memorie storiche di Paolo Mencacci romano, volume terzo, Roma, Tipografia Cuggiani, Santini e C., 1874, p. 6. (Google libri), vengono identificati in "Francesco Ferri e la piccola figlia Rosa". Si salvò, invece, Giuseppa Cecchi, moglie di Francesco e madre della bambina, pur "stramazzata a terra e fuori dei sensi".
  4. ^ Il numero delle vittime e la ripartizione tra militari e civili, differisce tra le varie fonti. Nell'articolo del Corriere della Sera, citato nei Collegamenti esterni, Vittorio Messori scrive di "ventitré zuavi francesi e quattro inermi popolani romani". La scheda pubblicata sul sito del Museo criminologico, elencata anch'essa nei Collegamenti esterni, parla di "venticinque soldati zuavi" ma non fa cenno a vittime civili. Arrigo Petacco, a pagina 120 del volume già citato, scrive: "Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, aiutati da due ex emigrati, riuscirono a piazzare una mina che fece rovinare una parte dell'edificio, ma nel frattempo gli zuavi pontifici si erano messi in salvo e l'azione perse di importanza pratica". Sembrerebbe, dunque, secondo quest'ultima fonte, un attentato senza vittime. La Relazione della Civiltà Cattolica, pubblicata a ridosso del fatto, elencando i nomi e la città di origine di tutte le vittime, può considerarsi la più attendibile.
  5. ^ Ghigliottina dello Stato Pontificio dal sito del Museo criminologico di Roma. URL visitato il 28/11/2011
  6. ^ La decapitazione fu eseguita da Vincenzo Balducci, aiutante e poi sostituto del celebre Mastro Titta, soprannome di Giovanni Battista Bugatti, il "boja di Roma". Il 9 luglio 1870, a Palestrina, ebbe luogo l'ultima esecuzione capitale dello Stato Pontificio. Vedi Oreste Grossi, I boia di Roma. Crimini, torture e "giustizie" dal Quatrocento a Mastro Titta, p. 62, Roma, Tascabili Economici Newton, 1997.
  7. ^ Il testo è disponibile online su Google Libri. URL verificato il 28/11/2011
  8. ^ Il testo è disponibile online sui siti IntraText Digital Library e Biblioteca Nazionale Braidense URL verificati il 28/11/2011
  9. ^ La presa di Roma o breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 pose fine allo Stato Pontificio e sancì l'unione della città con il Regno d'Italia.
  10. ^ Monumento sepolcrale di Gaetano Tognetti. Sito della Sovrintendenza capitolina ai beni culturali. URL visitato il 24/08/2016.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN48828549 · LCCN: (ENno97012802