Franco Percoco

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Franco Percoco (Bari, 5 marzo 1930Torino, 14 febbraio 2001) è stato un assassino italiano. Nella notte tra il 20 e il 21 maggio del 1956, a Bari, ha sterminato la sua famiglia (padre, madre e fratello) con un coltello da cucina. È stato il primo stragista familiare italiano del Novecento. Ha convissuto quasi 12 giorni con i cadaveri dei suoi genitori e di suo fratello in casa; nessun omicida aveva mai convissuto così a lungo con le sue vittime fino a quel momento.[1]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Il primo arresto[modifica | modifica wikitesto]

Franco Percoco veniva da una famiglia moderatamente agiata. Il padre Vincenzo era un ispettore delle ferrovie, il fratello maggiore Vittorio era un cleptomane e Giulio, suo fratello minore, aveva la sindrome di Down. Sua madre Eresvida era una casalinga. Abitavano a Bari in via Celentano 12.[2]

All'età di 13 anni Franco Percoco venne arrestato insieme a suo fratello Vittorio, di 18 anni. I due si erano introdotti in un appartamento di Bari creando una scaletta di fil di ferro con cui si erano arrampicati sul balcone dell'abitazione e avevano rotto la finestra. Avevano rubato dei fichi e una bottiglia di spumante. Il commissario capo della polizia di Bari dopo averli arrestati spiegò al padre dei fratelli che Vittorio aveva accumulato troppi precedenti (venne infatti condannato a 8 anni di reclusione). Franco invece, avendo meno di 14 anni non era perseguibile e fu libero di tornare a casa con suo padre.[3]

L'adolescenza[modifica | modifica wikitesto]

La situazione in famiglia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1947, all'età di 17 anni, Franco Percoco studiava al liceo scientifico Scacchi di Bari, dove alla fine dell'anno fu bocciato.[4]

Dai 18 anni in poi andò spesso a trovare suo fratello Vittorio in carcere, per portargli sigarette e biancheria pulita, mentre il fratello in cambio gli dava i soldi che guadagnava in prigione.[5]

Nel 1948 Franco Percoco si lamentò spesso con i genitori per i loro comportamenti oppressivi e perché con un fratello in carcere e l'altro down sosteneva di sentirsi l'unico "normale" della famiglia. Iniziò anche a essere soprannominato "Franco il turco" da amici e dai vicini di casa per i suoi comportamenti indecifrabili e apparentemente privi di senso.[6]

Il primo amore e la fuga[modifica | modifica wikitesto]

Franco Percoco iniziò a frequentare un bordello di Bari, dove passava gran parte del suo tempo e dove si innamorò di una prostituta napoletana. Studiò da privatista ma fu bocciato all'esame di maturità in un liceo di Taranto. Nello stesso periodo iniziò una relazione con la prostituta, la quale però dovette tornare a Napoli qualche mese dopo, dato che la madre era malata e in fin di vita. La donna lasciò a Franco il suo indirizzo. Prima che la prostituta partisse però Franco Percoco rubò a sua madre una spilla che poi vendette guadagnando 20.000 lire. Scappò di casa per un mese utilizzando i soldi per pagare una pensione a Bari, per comprare un orologio d'oro alla prostituta e per pagarle una gita in barca a Torre a Mare, oltre al pranzo e alla cena di quel giorno. Le ultime lire le utilizzò per pagarle il taxi che la portò alla stazione.[7]

Quello stesso giorno Franco decise di andare a Como, dove poi prese un bus per Colico e restò in una pensione del posto per 10 giorni. In quei 10 giorni, oltre a sedurre una cameriera che lavorava nella pensione dicendole di essere un calciatore, rubò dei soldi (35 dollari) a un rappresentante di vini straniero, ospite dell'hotel. L'uomo denunciò il furto poco dopo.[8]

Subito dopo aver rubato i soldi Franco Percoco decise di spostarsi a Milano. Sul treno per Milano conobbe un uomo di Foggia a cui chiese di cambiare in lire i dollari che possedeva. Arrivato a Milano, svenne e sanguinò dal naso: fu uno dei primi sintomi dell'esaurimento nervoso di cui soffriva. A Milano rimase per 13 giorni in una pensione frequentando, la sera, i bordelli della città. In quei giorni contrasse la sifilide.[9]

Il secondo arresto[modifica | modifica wikitesto]

Intanto l'uomo di Foggia che aveva incontrato sul treno andò a Colico e sentendo della denuncia del furto di 35 dollari capì, dalla descrizione del ladro fatta dalla gente della locanda, che si trattava proprio del ragazzo che aveva conosciuto sul treno per Milano. L'uomo ne fornì così una descrizione precisa spiegando di averlo incontrato a Milano. Franco Percoco fu trovato successivamente alla stazione di Milano, sdraiato sui binari, da un lavoratore delle ferrovie (in seguito Percoco affermò che aveva intenzione di suicidarsi in quel modo). Fu poi portato in una stanza e riconosciuto tramite la denuncia arrivata a Milano da Colico. Venne chiamato suo padre Vincenzo e Franco fu condannato a 5 mesi di reclusione e una multa di 6.666 lire oltre le 23.000 lire restituite. Il padre Vincenzo onorò la multa all'istante; il giudice annullò la pena considerando la loro difficile situazione familiare (facendo riferimento ai fratelli) e cancellò Franco Percoco dal casellario giudiziario.[10]

I problemi fisici[modifica | modifica wikitesto]

Franco, una volta tornato da Milano, si fece controllare dal suo medico di famiglia che gli confermò che aveva contratto la sifilide, che avrebbe dovuto curare con delle iniezioni di bromo arsenioso, ma che aveva inoltre un esaurimento nervoso e che quindi non avrebbe dovuto fare sforzi fisici o mentali. Il medico parlò con Vincenzo e gli spiegò che Giulio, il fratello down di Franco, andava allontanato da Franco per un po', per evitare che lo stressasse. Fu così che il giorno seguente, il 7 settembre del 1948, Giulio Percoco fu preso nel primo pomeriggio da casa sua da due infermieri e internato nel manicomio statale di Bisceglie. Ne uscì il 31 gennaio 1950.[11]

I miglioramenti[modifica | modifica wikitesto]

Dopo poco più di un anno che Giulio Percoco era stato internato, Franco si era iscritto nuovamente al liceo scientifico Scacchi e aveva un discreto rendimento. Ogni lunedì andava a trovare il fratello Vittorio in carcere e entrambe le sue malattie erano migliorate. I genitori decisero di passare qualche giorno a Montecatini e Franco decise di andare con loro. Nel treno diretto a Montecatini scrisse una lettera alla prostituta napoletana con cui aveva avuto una relazione. La spedì una volta arrivato a Montecatini, dove trascorse quattro giorni con i genitori. Quando tornò a Bari picchiò un suo compagno di classe che lo aveva provocato, seguendolo fin sotto casa e guadagnandosi, in seguito a quell'episodio, il soprannome di "Franco il truce". Nel 1950 superò l'esame di maturità con 45/60.[12]

La ricaduta[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'esame di maturità Franco Percoco ebbe uno dei suoi attacchi nervosi. Nell'estate del 1950 Giulio era ormai tornato a casa da qualche mese e il suo atteggiamento era diverso: rimaneva sempre zitto e quando parlava lo faceva solo con sé stesso. A settembre i mal di testa ritornarono, e Franco Percoco si fece prescrivere nuovamente dei medicinali. I farmaci questa volta però non fecero effetto e i tremori, dovuti ai suoi attacchi nervosi, continuarono a peggiorare. Si iscrisse alla facoltà di ingegneria (dove passò l'esame di disegno con 26). Fece amicizia con Vincenzo Bellomo, figlio di un ingegnere, e con Massimo Boccasile. Nel 1951 si fidanzò con Tina Tezzi, sorella della fidanzata di Vincenzo Bellomo. In quel periodo si lamentava spesso dei suoi genitori e una volta confessò a Vincenzo Bellomo di odiarli. Le condizioni di Franco continuarono a peggiorare, così come i mal di testa. Nel giugno del 1951 venne bocciato all'esame di fisica, poi a quello di chimica e anche di mineralogia. Non riuscì a verbalizzare due discipline sul libretto e così non potette posticipare il servizio di leva di un anno.[13]

Il fallimento militare[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver ricevuto la lettera dell'esercito, a novembre del 1951 Franco partì per la scuola ufficiali di Cormons, in provincia di Gorizia.

Arrivò primo al test scritto d'ammissione, ma venne escluso alle prove psicofisiche per via dei suoi precedenti medici dal neurologo, dell'altezza scarsa, del furto dei dollari a Colico e dell'età più elevata rispetto agli altri allievi.

Passò quindi al corso di addestramento marescialli della caserma Giulia. Durante la prima fase dell'addestramento, della durata di 45 giorni, scrisse due cartoline a Tina Tezzi. Il 4 gennaio del 1952 partì per Spoleto con il resto del contingente per la seconda fase dell'addestramento. A Spoleto conobbe la figlia del proprietario di un bar. Franco voleva passare una notte con lei, ma aveva bisogno di una licenza per avere il giorno libero. Rubò così la licenza di un suo compagno e copiò la firma del maresciallo che l'aveva concessa, così come rubò un foglio di licenza. La frode però fu scoperta: Franco Percoco venne espulso dal corso e congedato alla fine del servizio militare.[14]

Il ritorno a Bari e il crollo[modifica | modifica wikitesto]

Franco rientrò a Bari nel 1952; prima del suo rientro Tina e la famiglia Percoco non avevano avuto altre notizie di lui. Franco passò dalla facoltà di ingegneria a quella di economia e commercio, ma i suoi mal di testa peggiorarono ulteriormente e le cure non funzionavano più. Il padre, anche se ormai in pensione, iniziò a farlo lavorare con lui a dei progetti di elettrificazione della linea Bari Bologna. Franco Percoco non sostenne mai un esame di economia e commercio, così nel 1954 lasciò la facoltà. Continuava a lamentarsi con l'amico Massimo Boccasile della sua famiglia. Franco convinse i genitori, con l'aiuto di Boccasile, a fargli cambiare nuovamente facoltà e a fargli studiare agraria, dove si iscrisse il 30 dicembre del 1954. Al primo esame di agraria, quello di zoologia generale, prese 19/30. Franco venne anche eletto rappresentante degli studenti. Venne bocciato all'esame di analisi matematica.[15]

Sua madre scrisse una lettera al fratello Vittorio in carcere, che Franco sarebbe andato a trovare dopo 3 mesi di interruzione, in cui gli chiese di ricordargli tutte le aspettative che la famiglia aveva su di lui e di rimproverargli le delusioni che stava arrecando. Vittorio però, dopo aver incontrato Franco e avergli sentito dire la frase "Non ce la faccio più, un giorno o l'altro la farò finita", si rese conto del periodo di seria difficoltà del fratello. Rispose quindi alla lettera della madre chiedendole di non esasperare il fratello.[16]

Il 7 febbraio del 1956 Franco Percoco passò l'esame di matematica con 18. Passò alcuni pomeriggi a studiare con Guido Bufano, suo compagno di corso, e altri colleghi. Un giorno a casa di Guido ebbe uno dei suoi attacchi e guadagno così il soprannome di "Franco l'esaurito".[17]

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Il 20 maggio 1956 Franco Percoco venne respinto all'esame di anatomia. La fidanzata Tina sarebbe voluta andare, domenica 27 maggio, a fare una gita sul Gargano e Franco andò così ad affittare una macchina, prenotandola per la mattina del 27 maggio, da un amico di Massimo Boccasile.

All'una e un quarto della notte tra il 26 e il 27 maggio 1956 Franco era a casa sua, completamente ubriaco dopo aver bevuto una bottiglia di cognac trovata nella dispensa di casa. Prese un coltello da cucina ed entrò nella camera dei suoi genitori che dormivano. Per prima cosa accoltellò al collo sua madre, che dormiva vicino alla finestra. Nonostante fosse morta già alla prima le diede altre 7 coltellate. Subito dopo attaccò suo padre, che si coprì il corpo con le braccia e fu quindi colpito agli avambracci dalle prime tre coltellate, mentre la quarta gli trafisse il cuore. Accoltellò il padre altre 13 volte finché il manico del coltello non si staccò dall'anima di ferro.

Nell'azione, Franco Percoco si era ferito il pollice, l'indice e il mignolo della mano destra. Andò in cucina e tamponò le sue ferite, avvolgendo uno straccio attorno all'anima del coltello. Sentì la voce del fratello Giulio, in camera sua, che si era svegliato per i rumori. Dopo averlo rassicurato, Franco andò da Giulio e lo uccise con 38 coltellate.

Intorno alle tre di notte Franco Percoco si addormentò sul suo letto dopo aver bevuto una birra, per poi svegliarsi alle cinque e spostare il materasso di Giulio, col suo corpo sopra, in camera dei suoi genitori trascinandolo e ponendolo ai piedi del letto matrimoniale. Dopo spostò il corpo del padre facendo sbattere la testa in vari punti e causando al cadavere lesioni ulteriori. Dato che durante lo spostamento il corpo continuava a incastrarsi da diverse parti, ne disarticolò i femori dalle cavità del bacino flettendoli indietro, contro natura, facendo ritrovare il cadavere col bacino verso l'alto. Lo ripiegò in due metà, con il capo tra i piedi e lo avvolse in una coperta legata poi con la cinta di una vestaglia. Infine lo rinchiuse in un armadio a muro dopo avergli sfilato la fede dal dito e aver nascosto il corpo con valigie e coperte. Sfilò la fede anche alla madre, ma sul suo corpo non infierì, limitandosi a coprirlo con uno dei materassi su cui dormiva il padre. Provò a chiuderle gli occhi ma non ci riuscì: la madre era morta con il braccio destro alzato e la bocca aperta. Poi con la coperta in lana dei suoi genitori coprì il corpo del fratello Giulio.

Prese oggetti d'oro, centomila lire in contanti, penne stilografiche d'argento, orologi di valore e dei titoli al portatore per un valore complessivo di quattro milioni di lire. Portò tutto in camera sua e sigillò la porta della camera dei suoi genitori, passando sulle fessure della porta dei pezzi di ovatta imbevuti di un profumo di sua madre che saldò poi con nastro da imballaggio. Chiuse a chiave la porta e tirò la tenda damascata. [18]

Alle 6 si fece una doccia per ripulirsi. Mise il pigiama sporco di sangue, il coltello senza manico e alcuni stracci con cui si era pulito in una scatola da scarpe, che mise poi sulla veranda interna della cucina. Con una scopa e una pezza deterse il pavimento di camera sua e la striscia di sangue che si era formata trascinando Giulio. Alle 6 e 45 finì di pulire. Preparò il caffè e fumò una sigaretta. Subito dopo preparò i panini al salame per la gita con Massimo e Tina.[18] Quella stessa notte il fratello di Franco, Vittorio Percoco sostenne di aver sognato Franco che sterminava la famiglia con un coltello; lo raccontò la mattina seguente ai compagni di cella.[18][19]

La convivenza con i corpi[modifica | modifica wikitesto]

La mattina seguente alla notte dell'omicidio, Franco e Massimo si incontrarono alle 7 sotto casa Percoco. Andarono a prendere la Fiat 1100 Belvedere che avevano affittato per 400 lire e passarono a prendere Tina. Tina e Massimo notarono la mano fasciata di Franco e, nel momento in cui iniziò anche a gocciolare di sangue, gli chiesero cosa avesse fatto. Franco risponde che si era tagliato preparando i panini per la loro gita. Alla fine cambiarono meta e andarono a Fasano. Tornarono a Bari alle 13 e 30.

La mattina seguente Franco andò nel negozio Soccoia comprando articoli per un valore di 18.900 lire. Pranzò con Enzo Bellomo al ristorante Radar. Franco per giustificare la sua grande disponibilità economica disse a Bellomo che i suoi genitori erano partiti e gli avevano lasciato dei soldi. Bellomo propose così a Franco, data l'assenza dei genitori, di portare Tina e Angela a casa sua. I due si diedero così appuntamento per le 17 di quel pomeriggio. Quello stesso giorno Vittorio in carcere scrisse a Franco una lettera, in cui gli rimproverava scherzosamente il fatto di non essere andato a trovarlo quel lunedì. Insieme a questa lettera ne scrisse un'altra ai genitori domandando il motivo per cui Franco non lo avvisasse mai quando non lo andava a trovare e chiedendo perché si comportasse così. Franco e Bellomo quella sera si ubriacarono a casa Percoco con del cognac, mentre le due ragazze bevvero solo granite. Organizzarono una gita a Monopoli.

La mattina seguente la vicina di casa bussò insistentemente alla porta svegliando Franco. Quando la donna domandò a Franco dove fossero i genitori, lui rispose che erano partiti per Montecatini qualche giorno prima e che li avrebbe raggiunti qualche giorno dopo. Nei due giorni seguenti Franco Percoco andò al cinema con Tina e passò del tempo con lei. Cenava ogni sera da solo al ristorante Radar. Si comprò una macchina fotografica da 10.000 lire. Una sera portò Tina, Enzo e Angela nuovamente a casa sua. Franco convinse Tina ad avere rapporti sessuali nella sua camera, Enzo e Angela invece li ebbero in cucina. Nei giorni seguenti Enzo chiese a Franco un materasso per stare più comodo durante i rapporti con Angela. Franco prese così il materasso di Giulio, che era il meno sporco e maleodorante. Lo riempì di sapone in polvere per pulire le macchie e poi strofinò con una spazzola. Lo avvolse poi in un lenzuolo pulito e in una coperta di lana per far sentire il meno possibile l'odore. I quattro ragazzi continuarono per diversi giorni a fare sesso e consumare alcolici nella casa di Franco.[18]

Durante la notte successiva il cadavere della madre di Franco esplose per la putrefazione eccessiva. Franco si limitò a ricoprirlo con lo stesso materasso. La sera dopo Franco diede una festa a casa sua, dove furono presenti quasi tutti i suoi amici. Spese 13.000 lire in bevande, alcolici e un giradischi. La mattina seguente Franco andò con Enzo e Tina alla gita organizzata a Monopoli. In quei giorni diversi vicini di casa iniziarono ad avvertire l'odore di decomposizione e a bussare alla porta di Franco per chiedere se il tanfo arrivasse da casa sua, mentre la sua vicina continuava a lamentarsi del via vai di gente che c'era ogni giorno da casa Percoco.

Franco Percoco riempì una fessura, che era nella crepa del muro della camera dei suoi genitori, con un deodorante al gelsomino, poi ci mise ovatta e nastro credendo fosse solo quella la causa della diffusione del forte odore. Quella stessa sera Franco decise di partire per Napoli dopo aver passato la serata con Tina; prese il treno per Napoli a mezzanotte e quaranta.[20][18]

La fuga e la cattura[modifica | modifica wikitesto]

Arrivato a Napoli andò in un hotel, dopo aver comprato vestiti e biancheria puliti. Pranzò in un ristorante dove incontrò un pescatore il quale, dopo che Franco gli aveva detto di essere diretto a Ischia per lavoro, gli propose di dargli un passaggio a Ischia con il suo peschereccio. Una volta a Ischia prese un hotel dove restò per 3 giorni, fino al 9 giugno. Il 9 giugno, mentre faceva colazione, Franco vide sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" la sua foto e quella dei cadaveri della sua famiglia. La mattina seguente alla sua sparizione il suo vicino aveva infatti bussato alla porta e non ottenendo risposta aveva sporto denuncia. I militari erano entrati in casa Percoco forzando la finestra e la porta. Il cadavere del padre, gonfio e putrefatto, era caduto addosso a un carabiniere che fu ricoverato in stato di shock.

Percoco prenotò in un altro hotel di Ischia con il suo vero nome, con lo scopo di pernottare la notte seguente e partire per il Marocco il giorno dopo. Quella stessa sera però, il 9 giugno 1956, venne arrestato da due agenti di polizia mentre era nella sala ricreazione dell'hotel. Fu ricondotto in Puglia all'alba dell'11 giugno.[21]

Il processo e le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Franco Percoco fu processato e condannato all'ergastolo con sentenza del tribunale di Bari il giorno 12 luglio 1958. Grazie agli avvocati Achille Lombardo Pijola (assistente del suo avvocato nominale Giuseppe Papalia) e Aurelio Gironda, la sua pena fu ridotta a trent'anni di detenzione. Il 16 dicembre del 1960 fece ricorso perché, essendogli stata riconosciuta l'infermità mentale, voleva una riduzione della pena; tuttavia il 2 marzo 1961 ritirò il ricorso chiedendo che la sua sentenza di trent'anni diventasse definitiva. Scontò in realtà poco più di 20 anni grazie alla buona condotta. Fu scarcerato nel gennaio del 1977, dopo aver passato anche alcuni periodi nel manicomio criminale di Aversa, dal quale venne in seguito dimesso perché giudicato sano di mente. Si trasferì prima a Napoli e poi nel 1981 a Torino, dove trovò lavoro come impiegato e si sposò. Morì a Torino il 14 febbraio 2001.[22]

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

La casa dei Percoco non fu mai più abitata dopo gli omicidi e il palazzo fu abbattuto negli anni Ottanta, sostituito da un'attività commerciale.

Franco Percoco è stato autore della prima strage familiare italiana del Novecento ad aver avuto una grande risonanza mediatica e ad aver impressionato l'opinione pubblica. Nessun omicida aveva mai convissuto tanto con le sue vittime.[1] Durante il processo, al quale si presentò con fascia nera al braccio e cravatta nera in segno di lutto, si limitò a confermare ciò che aveva confessato durante l'interrogatorio. 20 anni dopo l'omicidio il professor Francesco Carrieri (medico legale e presidente onorario della "Società italiana di criminologia") lo andò a trovare all'ospedale psichiatrico di Napoli, dove Percoco sosteneva di non ricordare neanche di aver ucciso il fratello, ma solo i genitori.[18]

La vicenda mediatica[modifica | modifica wikitesto]

La "Gazzetta del Mezzogiorno" pubblicò l'11 giugno 1956 la confessione resa da Percoco al commissariato di Napoli, in cui egli aveva descritto tutti i particolari della strage. Il giornale il giorno dopo subì un provvedimento di sequestro senza precedenti e che non si è più ripetuto. Le copie datate 11 giugno furono infatti ritirate porta a porta dalle abitazioni degli abbonati e dalle edicole con l'accusa di aver diffuso materiale raccapricciante. Il direttore della testata Luigi de Secly e il corrispondente da Napoli Ciro Bonanno furono condannati a sei mesi di reclusione, assolti 4 anni dopo al terzo grado. Non furono mai reintegrati nell'organico del giornale, con la colpa di aver spettacolarizzato a livello nazionale un evento raccapricciante.[23]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, p. 242, ISBN 978-88-04-66106-1.
  2. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, p. 13, ISBN 978-88-04-66106-1.
  3. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 11-16, ISBN 978-88-04-66106-1.
  4. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 25-29, ISBN 978-88-04-66106-1.
  5. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, p. 30, ISBN 978-88-04-66106-1.
  6. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, p. 34, ISBN 978-88-04-66106-1.
  7. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 31-40, ISBN 978-88-04-66106-1.
  8. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 43-60, ISBN 978-88-04-66106-1.
  9. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 60-69, ISBN 978-88-04-66106-1.
  10. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 69-72, ISBN 978-88-04-66106-1.
  11. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 73-79, ISBN 978-88-04-66106-1.
  12. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 80-97, ISBN 978-88-04-66106-1.
  13. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 99-114, ISBN 978-88-04-66106-1.
  14. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 115-140, ISBN 978-88-04-66106-1.
  15. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 141-162, ISBN 978-88-04-66106-1.
  16. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 165-166, ISBN 978-88-04-66106-1.
  17. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 171-173, ISBN 978-88-04-66106-1.
  18. ^ a b c d e f Il delitto Percoco raccontato dal professor Francesco Carrieri, su lucaturi.it.
  19. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 177-196, ISBN 978-88-04-66106-1.
  20. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 197-228, ISBN 978-88-04-66106-1.
  21. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 229-239, ISBN 978-88-04-66106-1.
  22. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 241-242, ISBN 978-88-04-66106-1.
  23. ^ Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri S.p.A., 2016, pp. 242-2243, ISBN 978-88-04-66106-1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

 Marcello Introna, Percoco, Milano, Mondadori Libri, 2016, ISBN 978-88-04-66106-1.

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