Firmamento

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I cieli in un'opera del 1475. Dal basso: la luna, i due pianeti interni, il sole, i tre pianeti esterni e infine le stelle del firmamento sotto il trono di Dio. Le lingue di fuoco sotto la luna riflettono la concezione aristotelica secondo cui il mondo sublunare era costituito dai quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco (che tende verso l'alto).
Mappa dei cieli ad opera di Giovanni di Paolo (1445)

Con il termine firmamento si indicava il cielo considerato come una cupola solida, alla quale erano rigidamente collegate le stelle; una concezione condivisa da tutti i popoli antichi di tutti i continenti[1].

La parola deriva dal latino firmamentum, che significa appunto "appoggio", "sostegno" e a sua volta deriva dal latino firmus, che significa "solido", "stabile"[2].

Nell'età moderna, con la scomparsa di questa concezione cosmografica, il termine cominciò ad essere utilizzato come sinonimo della volta del cielo.[3]

Il materiale costitutivo del firmamento[modifica | modifica wikitesto]

Non vi era accordo sul materiale di cui era fatto il firmamento. Secondo la cosmografia mesopotamica del periodo neo-assiro (prima metà del primo millennio) esso era fatto di calcedonio, un quarzo traslucido di colore simile al cielo autunnale: grigio, più o meno scuro con sfumature azzurrine. Le stelle, poi, erano semplicemente incise sul firmamento[4].

Anche presso i Greci c'era chi pensava, come ad esempio Anassimene, che il firmamento fosse fatto di cristallo, cioè di un elemento purissimo e incorruttibile, che Platone e Aristotele chiameranno «etere»;[5] questa divenne l'opinione prevalente in occidente prima di Copernico.

In parallelo e in antecedenza altri popoli pensavano che il firmamento fosse una sottile lamina metallica d'oro o più probabilmente di stagno o di ferro (dato il colore grigio del cielo). Verosimilmente proprio questo è il motivo per cui il termine "metallo del cielo" indicava presso i Sumeri lo stagno e presso gli Egiziani il ferro[6].

Il termine ebraico con cui il firmamento era indicato ("raqia", talvolta tradotto con "espanso") poteva esprimere il fatto che le lamine erano ottenute per battitura oppure tramite la colatura di un vetro o di un metallo fuso.[7]

La posizione del firmamento nelle cosmografie primitive[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cosmografia mesopotamica.
La dea Nut (il firmamento) al di sopra del dio Geb (la terra) e sostenuta dal dio Shu (l'aria). A sinistra e a destra la barca del Sole percorre le acque soprastanti il firmamento

Nella cosmografia delle prime civiltà del mondo antico la Terra era piatta e il firmamento la copriva come una cupola. Il contatto fra terra e cielo era descritto in modi diversi. Poteva trattarsi soltanto di quattro montagne (nell'antico Egitto erano le mani e i piedi della dea Nut, il cui corpo incurvato costituiva il firmamento; oppure erano quattro dei ausiliari).

In altre tradizioni (ad esempio nello zoroastrismo) prevaleva l'idea di una catena ininterrotta. Le valli fra due montagne successive della catena fornivano aperture per il passaggio del sole e dei pianeti. In alcune tradizioni vi erano 365 aperture di questo tipo, una per ogni giorno dell'anno.

La posizione del firmamento nell'astronomia antica[modifica | modifica wikitesto]

Le sfere celesti geocentriche nella Cosmographia di Pietro Apiano (Anversa, 1539)
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Astronomia greca.

Con lo sviluppo dell'astronomia e soprattutto con la scoperta che la Terra ha forma sferica il firmamento divenne una sfera. La posizione relativa dei sette astri mobili (sole, luna e cinque pianeti) e del firmamento con le stelle fisse era tutt'altro che chiara. Per Anassimandro, che riecheggiava ancora teorie del Vicino Oriente antico, erano più vicine le stelle; una concezione probabilmente determinata dalla loro minore luminosità[8]. Il suo discepolo Anassimene, invece, le pose più lontane. Con l'introduzione del concetto dell'esistenza di sfere celesti, il firmamento diventò universalmente l'ottava sfera, detta anche primo mobile secondo la concezione aristotelica.[9]

In quanto motore immobile, la divinità, come riferisce ad esempio Cicerone, poteva essa stessa essere pensata come una nona sfera che circondava tutte le altre:

« Eccoti sotto gli occhi tutto l'universo compaginato in nove orbite, anzi, in nove sfere. Una sola di esse è celeste, la più esterna, che abbraccia tutte le altre: è il Dio sommo che racchiude e contiene in sé le restanti. In essa sono confitte le sempiterne orbite circolari delle stelle, cui sottostanno sette sfere che ruotano in direzione opposta, con moto contrario all'orbita del cielo. Di tali sfere una è occupata dal pianeta chiamato, sulla terra, Saturno. Quindi si trova quel fulgido astro - propizio e apportatore di salute per il genere umano - che è detto Giove. Poi, in quei bagliori rossastri che tanto fanno tremare la terra, c'è il pianeta che chiamate Marte. Sotto, quindi, il Sole occupa la regione all'incirca centrale: è guida, sovrano e regolatore degli altri astri, mente e misura dell'universo, di tale grandezza, che illumina e avvolge con la sua luce tutti gli altri corpi celesti. Lo seguono, come compagni di viaggio, ciascuno secondo il proprio corso, Venere e Mercurio, mentre nell'orbita più bassa ruota la Luna, infiammata dai raggi del Sole. Al di sotto, poi, non c'è ormai più nulla, se non mortale e caduco, eccetto le anime, assegnate per dono degli dèi al genere umano; al di sopra della Luna tutto è eterno. »
(Cicerone, Somnium Scipionis, De re publica, VI, 17)

Claudio Tolomeo, tuttavia, in seguito distinguerà il firmamento delle stelle fisse dal primo mobile, facendo di quest'ultimo la nona sfera.[10]

Oltre il firmamento?[modifica | modifica wikitesto]

Uomo che sporge la testa attraverso il firmamento di una Terra piatta per scoprire cosa c'è al di là (incisione satirica di Camille Flammarion, 1888)

L'esistenza di un confine, un bordo che delimitasse tutto l'universo, venne rifiutata da alcuni pensatori antichi. In particolare il filosofo pitagorico Archita di Taranto scriveva nel IV secolo a.C.:

« Se mi trovassi nell'ultimo cielo, cioè quello delle stelle fisse, potrei stendere la mano o una bacchetta al di là di quello, o no? Ch'io non possa, è assurdo; ma se la stendo, allora esisterà un di fuori, sia corpo sia spazio. Sempre dunque si procederà allo stesso modo verso il termine di volta in volta raggiunto, ripetendo la stessa domanda... »
(Archita [11])

L'obiezione di Archita all'esistenza di un confine dell'universo, ripresa successivamente anche da Lucrezio[12], si colloca nell'ambito della convinzione pitagorica che il vuoto esista e viene a cadere nella filosofia aristotelica. Nelle Categorie e nella Fisica, infatti, Aristotele rigettò il concetto di spazio vuoto e illimitato per sviluppare una teoria del "luogo" (topos), inteso come un semplice "accidente" associato ai corpi materiali.[13]

Una rappresentazione satirica dell'obiezione di Archita, nel quadro di una cosmologia primitiva, fu pubblicata anonima (ma verosimilmente anche realizzata) da Camille Flammarion in una famosa incisione che attribuiva agli studiosi medievali opinioni ridicole sul firmamento.[14]

Il firmamento nella Bibbia[modifica | modifica wikitesto]

Il "Firmamento Cristiano" di Julius Schiller nella ristampa di Andreas Cellarius (emisfero primo)

Il vocabolo firmamentum venne utilizzato per la prima volta in senso astronomico nel IV secolo dalla vulgata per tradurre il termine greco stereoma,[15] utilizzato dai Septuaginta nel libro della Genesi 1,6. Nella Genesi la funzione del firmamento è sia di sostegno alle stelle sia di separazione delle acque superiori da quelle inferiori. Alcune aperture nel firmamento erano utilizzate da Dio per far scendere le precipitazioni atmosferiche, come la pioggia e la grandine (per esempio in Genesi 7,11). Nel libro di Giobbe, tuttavia, il ciclo dell'acqua è descritto perfettamente e le precipitazioni piovono dalle nubi (Gb 36,27-28).

Le descrizioni cosmografiche della Bibbia paiono rispecchiare le concezioni universalmente accettate nel periodo in cui i singoli libri sono stati redatti. In alcuni di essi il firmamento sembra appoggiarsi su una terra piatta per mezzo delle "colonne del cielo" (Giobbe 9,6 e 26,11), coincidenti verosimilmente con le "montagne eterne" di Abacuc 3,6 e Deut 33,15. Dato che il libro di Giobbe è ritenuto uno dei libri più tardi della Bibbia[16] e il suo autore mostra una certa dimestichezza scientifica nel descrivere le precipitazioni, è probabile che in questo passo stia utilizzando immagini del linguaggio comune, più antiche rispetto alle idee cosmografiche della sua epoca. Ciò sarebbe in accordo con il genere letterario poetico/morale del suo testo.

Nella tradizione rabbinica le "stelle fisse" pendono dal firmamento, simili a lampade, tutte equamente distanti dalla Terra, e la loro luminosità dipende unicamente dalle relative dimensioni.[17]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ P. H. Seely, The Firmament and the Water Above (PDF), in Westminster Theological Journal, vol. 53, 1991, pp. 232–233. URL consultato il 10 aprile 2014.
  2. ^ Castiglioni-Mariotti, Vocabolario della lingua latina, ad voces.
  3. ^ (EN) Firmament, su Webster's Dictionary. URL consultato il 10 aprile 2014.
  4. ^ Wayne Horowitz, Mesopotamian Cosmic Geography, Eisenbraun 1998, pp. 14-15.
  5. ^ Platone, Fedone, LVIII; Aristotele, De Caelo, libro I, capp. 1-12.
  6. ^ Seely, cit., p.233.
  7. ^ Cfr. Giobbe 37,18, la cui traduzione letterale è: «Fai tu battere con Lui per quanto concerne la volta del cielo, resistente come uno specchio che viene fatto versare?»).
  8. ^ Tradizionalmente la luce e l'altezza sono associati al cielo, l'oscurità e la profondità alla Terra.
  9. ^ Aristotele, Fisica, libro VIII.
  10. ^ «Tolomeo poi, acorgendosi che l'ottava sphera si movea per più movimenti, veggendo lo cerchio suo partire dallo diritto cerchio, che volge tutto da oriente in occidente, constretto dalli principii di filosofia, che di necessitade vuole uno primo mobile semplicissimo, puose un altro cielo essere fuori dello Stellato, lo quale facesse questa revoluzione da oriente in occidente: la quale dico che si compie quasi in ventiquattro ore, e quattordici parti delle quindici d'un'altra, grossamente asegnando» (Dante Alighieri, Convivio, II, 3, 5).
  11. ^ Il testo riferito da Eudemo da Rodi è stato riportato in un frammento di Simplicio, In Aristotelis categorias commentarium, ed. Carolus Kalbfleisch, Berlin 1907, p. 13; cfr. anche F.P. De Ceglia, (a cura di), Scienziati di Puglia: secoli V a.C.-XXI, Parte 3, Adda, Bari 2007, p. 18.
  12. ^ De rerum natura, I, 420 e sgg.
  13. ^ Max Jammer, Storia del concetto di spazio da Democrito alla Relatività. Prefazione di Albert Einstein, Feltrinelli, Milano 1963, cap. I. Aristotele precorre concettualmente la fisica del secolo XX, per la quale lo spazio è soltanto campo gravitazionale.
  14. ^ L'incisione è inserita nel volume divulgativo: L'atmosphère: météorologie populaire, Hachette, Paris, 1888, p. 163.
  15. ^ (EN) Firmament, su Online Etymology Dictionary. URL consultato il 10 aprile 2014.
  16. ^ La redazione finale del libro di Giobbe risalirebbe al II secolo avanti Cristo. Cfr. La Bibbia, Paoline, 2009, p. 1014.
  17. ^ Mishnah, tradizione orale ebraica raccolta nel 1° secolo d.C.

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