Fidei Donum

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Fidei Donum
Lettera enciclica
Stemma di Papa Pio XII
Pontefice Papa Pio XII
Data 21 aprile 1957
Anno di pontificato XIX
Traduzione del titolo Dono della Fede
Argomenti trattati Impegno missionario
Enciclica papale nº XXXV di XL
Enciclica precedente Datis Nuperrime
Enciclica successiva Invicti Athletae Christi

L'espressione fidei donum (in latino: "dono di fede") indica due realtà della Chiesa cattolica strettamente correlate:

  • Fidei Donum: enciclica di Pio XII (21 aprile 1957), scritta per invitare la Chiesa occidentale all'impegno missionario.
  • In senso derivato dal precedente, i presbiteri, i diaconi e i laici diocesani che vengono inviati a realizzare un servizio temporaneo (6-15 anni, normalmente) in un territorio di missione dove già esista una diocesi, con una convenzione stipulata tra il vescovo che invia e quello che riceve il o i missionari.

L'enciclica di Pio XII[modifica | modifica wikitesto]

L'enciclica, ispirata e in parte anche scritta da mons. Marcel Lefebvre, allora arcivescovo di Dakar e delegato apostolico per l'Africa francofona, è orientata in particolare alle missioni in Africa, delle quali saluta la forte crescita grazie all'impegno di legioni di apostoli, sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti, collaboratori laici.

Il papa riflette sul fatto che questi risultati non possono far pensare che la missione sia terminata in quel continente. Le condizioni dell'Africa sono difficili. La maggior parte di quei territori sta attraversando una fase di evoluzione sociale, economica e politica che è gravida di conseguenze per il loro avvenire. Inoltre, falsi pastori seducono gli spiriti con falsi miraggi e seminando la ribellione nei cuori. Aggiunge che la facile attrattiva esercitata su gran numero di spiriti da una concezione religiosa della vita trascina i seguaci della divinità su una via che non è quella di Gesù Cristo, unico Salvatore di tutti gli uomini.

Il papa spiega che ci sono territori dove 40/50 missionari devono annunciare il vangelo a uno o due milioni di abitanti, di cui solo alcune migliaia convertiti. In questa situazione afferma che venti sacerdoti di più in una determinata regione permetterebbero oggi di impiantarvi la croce, mentre domani quella stessa terra, lavorata da altri operai che non sono quelli del Cristo, sarà divenuta forse impermeabile alla vera fede. Anzi, aggiunge, bisogna formare ben presto un gruppo scelto di cristiani in mezzo a un popolo ancora neofita.

Per queste ragioni il papa si dirige ai suoi confratelli vescovi, invitandoli a prendere, in spirito di viva carità la vostra parte di questa sollecitudine di tutte le chiese che pesa sulle Nostre spalle.

Il papa arriva così a parlare di un triplice dovere missionario: alla preghiera, alla generosità, e, per alcuni, al dono di se stessi:

  • Innanzitutto il papa vuole che si preghi di più, soprattutto moltiplicando le messe celebrate secondo l'intenzione delle missioni.
  • La generosità è poi necessaria perché nascano svariate opere ispirate da una carità industriosa, e perché i seminari delle missioni continuino a formare sacerdoti.
  • Però soprattutto la chiesa in Africa, come negli altri territori di missione, manca di apostoli. Pertanto Ci rivolgiamo di nuovo a voi, venerabili fratelli, per chiedervi di favorire in tutti i modi la cura delle vocazioni missionarie: sacerdoti, religiosi, religiose. E bisogna fare di più. Esistono, grazie a Dio, numerose diocesi così largamente provviste di sacerdoti da consentire senza loro rischio il sacrificio di alcune vocazioni. il papa invita cioè i vescovi a inviare in missione in Africa i preti di cui le loro diocesi sono così abbondanti.
    Si tratterà innanzi tutto di favorire nelle diocesi l'Unione missionaria del clero, così come facilitare l'opera delle Opere pontificie missionarie. Di essere solleciti per l'assistenza spirituale dei giovani africani e asiatici, che il proseguimento degli studi conducesse a dimorare temporaneamente nelle vostre diocesi. E soprattutto di autorizzare l'uno o l'altro dei loro sacerdoti, sia pure a prezzo di sacrifici, a partire per mettersi, per un certo limite di tempo, a disposizione degli ordinari d'Africa. Per Pio XII si tratta di un impareggiabile servizio.

Verso la fine, il papa ritorna all'ispirazione biblica, citando due passi del Nuovo Testamento:

  • Predicare l'evangelo non è per me un titolo di gloria (diceva l'apostolo delle nazioni); è una necessità che m'incombe. Guai a me se non predicassi l'evangelo! (1 Cor 9,16).
  • Prendi il largo! (Lc 5,4).

Vivendo l'ispirazione dell'enciclica le missioni potranno finalmente portare fino ai confini della terra la luce del cristianesimo e il progresso della civiltà.

I missionari fidei donum[modifica | modifica wikitesto]

L'enciclica fu accolta con entusiasmo in molte diocesi, soprattutto d'Italia, e in breve non solo il continente africano ma anche l'America Latina sollecitò l'aiuto dei fidei donum nella linea dell'Enciclica di Pio XII.

Il primo effetto fu che i preti che volevano svolgere un servizio missionario trovarono disponibilità da parte dei loro vescovi. La prima generazione di fidei donum partì a titolo individuale, realizzando spesso un sogno accarezzato da anni. Ciò fu fino al Concilio Vaticano II. È l'epoca dei "pionieri". Molti di questi presbiteri continuarono e in alcuni casi continuano il loro servizio, senza nessuna prospettiva di ritornare alla loro diocesi.

La celebrazione del Concilio Vaticano II apportò idee nuove: la missionarietà non era più pensabile come cosa dei singoli, ma come opera della stessa chiesa nel suo complesso. Si entrò così nella seconda fase: il riconoscimento della missionarietà di tutto il popolo di Dio. La chiesa locale non "collabora" con i missionari, ma "si fa" missionaria.

In questo contesto, il linguaggio usato negli anni settanta e ottanta amava espressioni del tipo "la tal diocesi ha una parrocchia in tal paese di missione": si vedeva cioè la presenza dei missionari fidei donum come un'estensione del lavoro della diocesi: una parrocchia in più, in Africa o in America Latina.

A partire dagli anni ottanta la riflessione ha portato a concepire le cose in maniera diversa: la missione dei fidei donum cominciò a essere considerata espressione della collaborazione missionaria tra due chiese, la chiesa a quo che invia i missionari e la chiesa ad quem che li riceve; più ancora viene vista come scambio di doni fra due Chiese sorelle, comunione e sinergia nella linea dell'evangelizzazione e costruzione del Regno.

È altresì diventata comune la prassi di stipulare una convenzione tra le due chiese, specificando l'impegno reciproco. Tale convenzione ha normalmente durata triennale rinnovabile, ed è firmata dai vescovi delle due diocesi e dai missionari. In questa prospettiva i fidei donum sono al servizio della chiesa locale. Il vescovo ad quem dispone di loro secondo le esigenze della pastorale della sua diocesi.

A partire dalla fine degli anni novanta si è cominciato a integrare anche i laici accanto ai preti fidei donum. Di fatto, in quasi tutte le missioni delle diocesi italiane lavorano insieme preti e laici, e spesso anche diaconi e religiose.

Negli ultimi decenni si è assistito all'invio di missionari fidei donum anche da parte delle giovani chiese, verso chiese sorelle del medesimo continente. Tale pratica è comune in Africa, e comincia adesso in America Latina.

Un punto dibattuto è sull'opportunità che l'invio sia a una chiesa occidentale (Europa e America del Nord). Molti vescovi non accettano questa forma, a causa della situazione di miseria della diocesi a quo, che sposta l'accento della collaborazione missionaria sulla possibilità da parte del missionario "povero" di sistemarsi economicamente e di inviare rimesse alla sua famiglia.

Ciononostante varie diocesi italiane hanno accolto fidei donum provenienti dal terzo mondo.

Il numero dei preti fidei donum italiani era di 1052 nel 1999. Nel 2005 erano 550[senza fonte].

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