Fiat G.2

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Fiat G.2
Fiatg2.jpg
Un esemplare di Fiat G.2 del 1932
Descrizione
Tipoaereo di linea
Equipaggio1 (pilota)
ProgettistaGiuseppe Gabrielli
CostruttoreItalia Fiat Aviazione
Data primo volo1932
Utilizzatore principaleItalia ALI
Altri utilizzatoriBrasile Varig
Esemplari1
Dimensioni e pesi
Fiat G.2 3-view L'Aerophile November 1932.jpg
Tavole prospettiche
Lunghezza11,89 m
Apertura alare18,01 m
Altezza3,51 m
Superficie alare39,0
Peso a vuoto1 630 kg
Peso carico2 500 kg
Passeggeri6
Propulsione
Motore3 Fiat A.60
Potenza135 CV (99 kW) ciascuno
Prestazioni
Velocità max235 km/h
Autonomia700 km
Tangenza4 200 m

dati estratti da The Illustrated Encyclopedia of Aircraft (Part Work 1982-1985)[1]

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Il Fiat G.2 era un trimotore di linea ad ala bassa prodotto dall'azienda italiana Fiat Aviazione negli anni trenta.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Sviluppo[modifica | modifica wikitesto]

Il G.2 nasce dall'esigenza di dotare la compagnia aerea Avio Linee Italiane (ALI), di proprietà del gruppo FIAT, di un velivolo passeggeri appositamente realizzato. Il progetto viene affidato all'ingegner Giuseppe Gabrielli, il quale realizza il primo di una lunga serie di velivoli per la casa torinese. Il G.2 è anche il primo velivolo di impostazione moderna dell'azienda, che abbandonando la configurazione biplana adottata fino ad allora, segnerà una svolta nella produzione aeronautica.[1]

Benché fosse un progetto sicuramente interessante ed all'avanguardia per l'epoca, il G.2 non ottenne il successo sperato malgrado una serie di voli dimostrativi realizzati in alcuni paesi europei[2].

Impiego operativo[modifica | modifica wikitesto]

Il G.2 inizialmente prestò servizio nella compagnia aerea ALI operando sulla rotta che collegava Torino a Milano.

In seguito, la compagnia aerea brasiliana VARIG, dovendo sostituire lo Junkers Ju 52/3m marche PP-VAL perso in un incidente nel febbraio 1942, decise di contattare il governo italiano per acquistare il G.2. Il velivolo, immatricolato PP-VAM, venne utilizzato per inaugurare la nuova rotta internazionale che collegava il Brasile a Montevideo, capitale dell'Uruguay, prima rotta VARIG al di fuori dello Stato federato di Rio Grande do Sul. Successivamente fu nuovamente ceduto alla compagnia aerea ASA, contrazione di Aerovia S.A. de Minas Gerais, immatricolato PP-LAH utilizzato come aereo postale fino al gennaio 1946 quando venne perso in un incidente a Pedra Azul, nello Stato federato di Minas Gerais.[3]

Descrizione tecnica[modifica | modifica wikitesto]

Il G.2, il cui prototipo portato in volo per la prima volta nel 1932, era un monoplano trimotore ad ala bassa a sbalzo di costruzione interamente metallica ad eccezione delle superfici di controllo le quali erano rivestite in compensato. La fusoliera a guscio integrava la cabina di pilotaggio posta in posizione superiore collegata allo scomparto passeggeri da 6 posti a sedere ed al vano bagagli. La stessa terminava posteriormente in una coda tradizionale dotato di impennaggio. I motori, posizionati uno sul muso e gli altri in due gondole alari, erano inizialmente dei Fiat A.60, un 4 cilindri in linea invertito, successivamente sostituiti nelle versioni succedutesi negli anni.

Il carrello d'atterraggio era fisso, dalla classica configurazione a triciclo posteriore, caratterizzato da robusti carrelli anteriori carenati e completato da un ruotino posteriore d'appoggio posto sotto la coda.

Versioni[modifica | modifica wikitesto]

Utilizzatori[modifica | modifica wikitesto]

Brasile Brasile
Italia Regno d'Italia

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Illustrated Encyclopedia of Aircraft.
  2. ^ Apostolo.
  3. ^ Ed Coates, PP-VAM Fiat G.2, su Selections from the Ed Coates' Civil Aircraft Photograph Collection., http://www.edcoatescollection.com/. URL consultato il 10 ottobre 2011.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giorgio Apostolo, Fiat G.2, in Guida agli Aeroplani d'Italia dalle origini ad oggi, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1981, p. 111.
  • (EN) AA.VV., The Illustrated Encyclopedia of Aircraft, Londra, Orbis Publishing, 1985, p. 1796.

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