Ferdinando di Savoia-Genova (generale)
| Ferdinando di Savoia-Genova | |
|---|---|
| I Duca di Genova | |
| In carica | 27 aprile 1831 – 10 febbraio 1855 |
| Predecessore | Titolo creato |
| Successore | Tommaso |
| Nome completo | Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia-Genova |
| Trattamento | Altezza reale |
| Altri titoli | Senatore del Regno di Sardegna[N 1] |
| Nascita | Firenze, 15 novembre 1822 |
| Morte | Torino, 10 febbraio 1855 (32 anni) |
| Sepoltura | Cripta reale di Superga, Torino |
| Dinastia | Savoia-Genova |
| Padre | Carlo Alberto di Savoia |
| Madre | Maria Teresa di Toscana |
| Consorte | Elisabetta di Sassonia |
| Figli | Margherita Tommaso |
| Religione | Cattolicesimo |
| Firma | |
Ferdinando Maria Alberto Amedeo Filiberto Vincenzo di Savoia, I duca di Genova (Firenze, 15 novembre 1822 – Torino, 10 febbraio 1855), è stato un nobile e militare italiano.
Era figlio di Carlo Alberto di Savoia e fratello minore di Vittorio Emanuele. Fu capostipite del ramo cadetto dei Savoia-Genova e durante la prima guerra d’indipendenza partecipò a diverse battaglie, distinguendosi particolarmente in quella di Custoza e in quella di Novara. Nello stesso periodo rifiutò il trono offertogli dal neocostituito Regno di Sicilia (1848-1849). Qualche anno dopo avrebbe dovuto comandare la spedizione piemontese in Crimea. Morì invece di malattia a 32 anni.
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Famiglia ed educazione (fino al 1841)
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| Ferdinando di Savoia-Genova | |
|---|---|
| Cause della morte | malattia |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | |
| Specialità | Artiglieria |
| Grado | Generale d'armata |
| Guerre | Prima guerra d’indipendenza |
| Battaglie | Battaglia di Palestro Battaglia di Santa Lucia Assedio di Peschiera Battaglia di Custoza (1848) Battaglia di Novara (1849) |
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Nel contesto dei moti del 1820-1821, inizialmente da lui appoggiati, nel marzo 1821, Carlo Alberto, principe di Carignano, dovette lasciare Torino e a Novara, il nuovo re Carlo Felice gli ordinava di partire per la Toscana e raggiungere con la famiglia i suoceri: lo aspettava una sorta di esilio[1]. D'altro canto, la linea di successione di Carlo Alberto, dopo che nel settembre 1822 il primogenito Vittorio Emanuele era sfuggito all'incendio della sua culla, non correva più pericoli, grazie anche alla nascita del secondogenito: Ferdinando[2].
Ferdinando di Savoia nacque infatti a Firenze, il 15 novembre 1822, figlio di Carlo Alberto di Savoia e di Maria Teresa d'Asburgo-Toscana che fu la principale educatrice dei figli, assieme ad una istitutrice savoiarda, la signorina Nicoud. Da bambino Ferdinando aveva un carattere vivace e abbastanza ribelle, aveva una predisposizione per l’epica e ascoltava volentieri le storie degli antichi guerrieri. L’educazione religiosa gli fu impartita, fin dai tre anni, dal teologo savoiardo Andrea Charvaz. Quanto alla sua educazione laica, nel 1830 re Carlo Felice nominò istitutore dei principi di Carignano il colonnello, storico e letterato Cesare Saluzzo di Monesiglio, fratello della poetessa Diodata. Saluzzo era tuttavia coadiuvato da padre Lorenzo Isnardi, a cui Carlo Alberto era particolarmente affezionato[3].
Assieme alle materie letterarie e religiose, Ferdinando dovette acquisire anche nozioni di equitazione, ginnastica, calligrafia e disegno; le cui ultime due materie venivano apprese più per dovere che per piacere. Ferdinando era infatti attratto dalla vita militare e Carlo Alberto, che alla morte di Carlo Felice nel 1831 divenne Re di Sardegna, lo fece entrare lo stesso anno nella Brigata “Casale” della Regia Armata con il grado di luogotenente. Tre anni dopo Ferdinando fu promosso capitano. Studiava intanto francese, tedesco, latino e storia[4].
Ma la sua materia preferita era la matematica, le cui nozioni di base aprirono il giovane allo studio dell’artiglieria, nel cui corpo entrò da maggiore nel 1836. Assecondando tale predisposizione, Carlo Alberto lo affidò per l’apprendimento di questa disciplina a Giuseppe Dabormida e per l’apprendimento dell’architettura militare al colonnello del Genio Agostino Chiodo. I risultati conseguiti procurarono a Ferdinando la promozione a tenente colonnello d’artiglieria nel 1841, anno in cui terminò la sua educazione[5].
Il periodo prebellico (1842-1848)
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Ma la fine del periodo di educazione non distolse Ferdinando dal continuare i suoi studi, soprattutto nel campo della fisica, della chimica, della mineralogia, della metallurgia e della strategia. A queste opportunità aggiunse quella dei viaggi. Nel 1845, infatti, approfittando del soggiorno della zarina Aleksandra Fёdorovna in Sicilia, accompagnò lo zar Nicola I di Russia, di passaggio a Genova per raggiungere la moglie. Uscì così per la prima volta dai confini del Regno di Sardegna. Nel 1846 veniva intanto promosso maggior generale (generale di brigata) e qualche tempo dopo riceveva la responsabilità di gestire i materiali dell’artiglieria piemontese[6].
D’altronde le occasioni di conoscere i componenti delle più antiche famiglie nobiliari d’Europa non mancavano. All’età di 24 anni Ferdinando incontrò a Torino per la prima volta Maria Luisa di Prussia, accolta con il padre Carlo, principe di Prussia, e la madre Maria di Sassonia da Carlo Alberto con grandi festeggiamenti alla residenza dei Savoia di Racconigi. Gli ospiti dimorarono nella villa Lomellini, a Sestri Ponente, e quando Ferdinando li andò a trovare in autunno, si innamorò di Maria Luisa. Chiese di sposarla, ma Carlo Alberto si oppose perché la principessa era protestante. Tuttavia, Ferdinando non dovette attendere molto, perché all’inizio del 1848 si fidanzò con Elisabetta, figlia di Giovanni di Sassonia. Il matrimonio si sarebbe dovuto celebrare in primavera, ma si dovette rimandare per l’evolversi della crisi che portò alla guerra con l’Austria[7].
La prima campagna di guerra (1848)
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Con la dichiarazione di guerra all’Austria del 23 marzo 1848 di Carlo Alberto scoppiò la prima guerra d’indipendenza. L’esercito piemontese era comandato dal Re ed era composto da due corpi d’armata: il 1° comandato da Eusebio Bava e il 2° da Ettore de Sonnaz. Rispetto ai primi successi ottenuti sugli austriaci, Ferdinando scriverà che il comando piemontese aveva commesso “l’immenso errore di non incalzare il nemico fuggente”[8]. Assecondando la sua preparazione militare, Carlo Alberto lo nominò comandante dell’artiglieria[9] al seguito del quartier generale. Questa collocazione diede modo a Ferdinando di partecipare alla carica di cavalleria, con Carlo Alberto, che si svolse il 30 aprile durante la battaglia di Pastrengo. Analogamente, Ferdinando ebbe un ruolo anche nella battaglia di Santa Lucia del 6 maggio, durante la quale si portò oltre il borgo preparandosi ad avanzare fino a Verona, prospettiva poi svanita per l’evolversi dello scontro a sfavore dei piemontesi[N 4][10].
L’assedio di Peschiera
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Si realizzava, intanto, la possibilità di far cadere la piazzaforte austriaca di Peschiera e Carlo Alberto volle affidarne al suo secondogenito Ferdinando l’assedio. Il parco a disposizione di Ferdinando comprendeva 45 cannoni che, il 15 maggio, cominciavano a bombardare e a rispondere al fuoco delle artiglierie austriache, al quale Ferdinando si espose coraggiosamente. Stendeva quotidianamente un rapporto per il quartier generale e riscosse la stima della truppa e degli ufficiali. Così, lo stesso 30 maggio, giorno della vittoria piemontese alla battaglia di Goito, la guarnigione di Peschiera rispondeva positivamente alla domanda di capitolazione fatta da Ferdinando. Il 31 maggio 1725 austriaci della piazzaforte si arrendevano e deponevano le armi. Il giorno seguente Carlo Alberto entrava a Peschiera. In riconoscimento del servizio prestato e dei pericoli corsi, Ferdinando venne insignito della medaglia d’argento al valor militare, promosso a tenente generale (generale di divisione) d’artiglieria, e posto al comando della 4ª Divisione[11].
Le forze in campo
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Comandante della 4ª Divisione era stato l’anziano Giovanni Battista Federici che, dopo l’assedio di Peschiera, fu nominato governatore della piazzaforte. La 4ª Divisione era composta dalle brigate ”Piemonte” e ”Pienrolo”. Per il resto, gli eserciti schierati sulla lunga linea del fronte, il 20 luglio 1848, erano numericamente pressoché uguali: 75 000 uomini da parte italiana, 76 000 da parte austriaca[12]. Gli italiani, comandati da Carlo Alberto, erano così schierati: il 1º Corpo d'armata, (Bava), che comprendeva la Brigata “Pinerolo”, era impegnato nel blocco di Mantova. Il 2º Corpo (De Sonnaz), composto dalla 3ª Divisione (Mario Broglia), dalla Brigata Piemonte (Ferdinando di Savoia), dalla Brigata regolare toscana, erano disposte da Villafranca a Rivoli; la 1ª Divisione di riserva (Vittorio Emanuele di Savoia) a Marmirolo e la 2ª Divisione di riserva (Bonifacio Visconti) sul Mincio (da Goito a Peschiera). La prima linea dell'esercito piemontese risultava così divisa in due gruppi, uno attorno a Mantova e uno presso l'Adige e di fronte a Verona[12][13]. Le forze austriache, comandante da Josef Radetzky, erano così suddivise: 1º Corpo d'armata (Eugen Wratislaw), 2º Corpo (Konstantin d'Aspre) e Corpo di riserva (Gustav Wocher) a Verona con 40 000 uomini in totale; 3º Corpo (Georg Thurn Valsassina) a Rovereto con 7 000 uomini; 4º Corpo (Karl Culoz) a Legnago con 10 000 uomini; più presidi vari comprendenti 19 000 uomini[12].
L’inizio della battaglia di Custoza
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Il 22 luglio 1848 la battaglia di Custoza iniziò con un massiccio attacco austriaco nella zona di Rivoli in locale superiorità numerica. I piemontesi riuscirono a contenere l’impeto del nemico e a ritirarsi con ordine. Data la resistenza piemontese e le maggiori perdite subite dagli austriaci De Sonnaz il giorno dopo credeva che gli austriaci fossero stati stanchi e timorosi di avanzare. Alle 16, invece, gli uomini di Radetzky iniziarono a passare sulla sponda destra del Mincio[N 5], in località Salionze (fra Peschiera a nord e Monzambano a sud). De Sonnaz decise allora, dopo l'una di notte, di ritirarsi e portarsi anch'esso sulla sponda destra del fiume[14].
A questo punto il comando piemontese decise di assecondare la manovra austriaca verso ovest, ma anche di organizzare un contrattacco che da sud, da Villafranca, avrebbe dovuto investire il fianco sinistro dell’avanzata austriaca e isolare le truppe austriache da Verona, soprattutto quelle che avevano già passato o stavano attraversando il Mincio. Le unità che dovevano partecipare all’azione erano: la Brigata “Cuneo” agli ordini diretti di Bava, la Brigata “Guardie” di Vittorio Emanuele di Savoia, la Brigata “Piemonte” di Ferdinando, la Brigata “Aosta” e due unità di cavalleria. Altre unità non erano disponibili perché distribuite, lontane, sul territorio circostante. In totale si trattava di soli 20 000 uomini, contro un nemico che sarebbe stato molto più potente. La concentrazione delle unità su Villafranca si compì con difficoltà e lentezza, per cui la manovra piemontese iniziò solo alle 14:30 del 24 luglio. La colonna di destra, composta dalla Brigata “Piemonte” comandata da Ferdinando, si diresse su Sommacampagna; la colonna di centro, formata dalla Brigata “Cuneo” comandata da Bava, marciò su Staffalo; la colonna di sinistra, composta dalla Brigata “Guardie” di Vittorio Emanuele, si diresse a Custoza. La Brigata “Aosta” seguiva come unità di riserva[15].
La conquista di Sommacampagna
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La brigata austriaca del generale Ferdinand von Simbschen (1795-1873) aveva avuto il compito di proteggere il fianco sinistro dell’avanzata di Radetzky e presidiava principalmente Custoza e Sommacampagna. Alle 16:30 entrò in contatto con la colonna del generale Bava, alla quale si aggiunse presto quella di Vittorio Emanuele, e quella di Ferdinando che attaccò gli austriaci a Sommacampagna. Gli uomini di Simbschen lottarono con valore cercando di contrattaccare. Le colline di Custoza furono riconquistate dai piemontesi, ma Ferdinando dovette combattere duramente per occupare Sommacampagna, dove il nemico si era posto a forte difesa già la sera prima. Gli uomini della Brigata “Piemonte” assalirono più volte i capisaldi austriaci alla baionetta, ma dopo aver conquistato qualche casa, dovettero poi abbandonare anche quelle. All’imbrunire, quando sembrava che la giornata fosse finita, Ferdinando raccolse quattro compagnie e, al loro comando, mosse alla carica attaccando il lato occidentale del centro abitato per una strada non munita di barricate. Di contrada in contrada, raggiunse il centro di Sommacampagna e la chiesa di San Rocco, dove si consumò l’ultima resistenza degli austriaci che caddero quasi tutti nelle mani dei piemontesi. Gli altri di Simbschen, dopo quasi quattro ore di combattimenti, furono posti in fuga disordinata. La manovra per colpire il fianco sinistro austriaco iniziava bene. Radetzky lamentava 50 morti, 104 feriti e 1 160 prigionieri. Carlo Alberto, 16 morti e 54 feriti[16][17][18][19].
Il successo locale illuse il comando piemontese che la vittoria fosse a portata di mano. In realtà Carlo Alberto non conosceva la sorte del Corpo di De Sonnaz che a ovest aveva dovuto ritirarsi a seguito dell’assalto principale austriaco. Si pensò quindi di continuare la controffensiva convergendo a ovest per stringere il nemico tra le truppe di De Sonnaz e quelle dell’offensiva comandate da Bava e Carlo Alberto. All’alba del 25 luglio fu chiesto a Ferdinando di dirigersi con le sue forze verso Oliosi, a Vittorio Emanuele a Salionze, ancora più a ovest, sul Mincio, e alla Brigata “Aosta” a Valeggio a sud-ovest, anch’esso sul Mincio. Tale manovra dava per scontata l’efficienza del Corpo di De Sonnaz che invece era in rotta. Tuttavia, quando Carlo Alberto scoprì la verità, non ritenne opportuno cambiare gli ordini, né richiamare altre unità nella zona, ritenendo che le difficoltà del passaggio del Mincio da parte degli austriaci, in un senso o nell’altro, sarebbe stato sufficiente a comportare una vittoria piemontese. Ordinò comunque a De Sonnaz di attaccare Valeggio[20].
La difesa di Sommacampagna
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Ma Radetzky era già passato a rivedere tutti i suoi ordini e disporre un assalto alle truppe piemontesi che cercavano di aggirarlo: il 2º Corpo di Konstantin d'Aspre, rinunciò a passare il Mincio e si preparò ad attaccare in forze Sommacampagna e Custoza, mentre gli altri Corpi richiamarono le unità che avevano già attraversato il fiume. Di conseguenza, all’alba del 25, Ferdinando di Savoia venne a sapere che ingenti forze nemiche lo minacciavano da nord e, con le truppe a digiuno, decise di interrompere la manovra offensiva per disporsi, con l’unica brigata a sua disposizione, la “Piemonte”, sulla difensiva. La stessa cosa fece Vittorio Emanuele in difesa di Custoza. De Sonnaz, intanto, adducendo la stanchezza delle proprie truppe, rinunciava ad attaccare Valeggio. L’attacco austriaco si concentrò soprattutto su Sommacampagna che era difesa da Ferdinando e che costituiva l’ala destra dello schieramento piemontese[21].
Con il passare delle ore la pressione austriaca aumentò: tra le 11 e le 12:30 Ferdinando respinse tre attacchi austriaci in successione. In questa fase della battaglia 20-25 000 piemontesi affrontavano 40-60 000 austriaci. A Sommacampagna e a monte Godio, Ferdinando si difendeva con 4 battaglioni e mezzo (della Brigata “Piemonte”) contro 19 austriaci (di 4 brigate del 2° Corpo più una di rinforzo) comandati dal generale Radetzky in persona. Tagliati fuori dalle comunicazioni, due battaglioni di Ferdinando si ritiravano verso Villafranca mentre gli assalti avvolgenti austriaci si susseguivano. Fin quando, alle 13:30, gli uomini di Radetzky concentrarono le loro forze e attaccarono le postazioni piemontesi per la sesta volta. Ferdinando dovette abbandonare Sommacampagna ritirandosi verso Staffalo e Custoza, ma continuando a combattere. L’ultima sua resistenza si consumò sulle alture di Berettara e di Casa del Sole, per poi ritirarsi a Villafranca. Alle 19:30 la battaglia di Custoza era terminata, e con essa la prima campagna di guerra[22][23][24].
L’offerta della corona di Sicilia (1848)
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La Primavera dei popoli che vide la sua origine rivoluzionaria in Sicilia portò l’isola, all'inizio del 1848, a sollevarsi contro i Borbone e cacciare l'esercito di Ferdinando II. Il neonato Regno di Sicilia era guidato da Ruggero Settimo e, nella indeterminatezza dei rapporti con il Regno delle Due Sicilie, proclamò la propria indipendenza il 13 aprile 1848. Per assicurarsi il riconoscimento di stato indipendente da parte degli altri stati italiani, partirono dalla Sicilia i Commissari Casimiro Pisani, Emerico Amari e Giuseppe La Farina che anticiparono di voler cercare un sovrano fra i principi toscani o piemontesi. Quando i tre arrivarono in Piemonte, Torino li accolse festosamente e il 14 giugno i Commissari ebbero un colloquio con Carlo Alberto al quartier generale di Valeggio. In quella occasione non si parlò di corona di Sicilia, ma i Commissari ebbero modo di conoscere le gesta di Ferdinando[25].
Così, l’11 luglio, il Parlamento siciliano proclamò Ferdinando re di Sicilia con il nome di Alberto Amedeo I. Non fu scelto il nome di battesimo perché ricordava troppo i regnanti borbonici. Alberto era invece il secondo nome del Re di Sardegna e Amedeo era il nome di Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sicilia nel XVIII secolo. Una deputazione partì così dalla Sicilia per Genova e la decisione, che giunse a Torino il 16 luglio, fu comunicata al diretto interessato attraverso il ministro degli Esteri Lorenzo Pareto e Carlo Alberto che scrisse un’entusiastica lettera al figlio. La notizia si era intanto diffusa e Ferdinando II di Borbone espresse tutta la sua ostilità per la complicità che il governo piemontese dimostrava con la rivoluzione siciliana. Il governo di Torino, a sua volta, interpellò l’ambasciatore britannico Ralph Abercromby che assicurò sul fatto che se Ferdinando avesse accettato, il governo inglese lo avrebbe riconosciuto, ma nulla di più. La Gran Bretagna non si poteva, cioè, impegnare ad intervenire in altro modo a favore del nuovo monarca[26].
La rinuncia al trono di Sicilia
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Questa risposta favorevole ma fredda dell’Inghilterra mitigò l’entusiasmo di Carlo Alberto che, quando ricevette di nuovo i Commissari siciliani il 22 luglio a Marmirolo, osservò che Ferdinando avrebbe dovuto conoscere la costituzione siciliana prima di prendere una decisione. Ma la battaglia di Custoza era iniziata e un appuntamento a Goito fra la delegazione siciliana e Ferdinando non potette avere luogo. Tuttavia Ferdinando in quei giorni scrisse all’ambasciatore del Regno delle Due Sicilie a Torino Pier Silvestro Leopardi[27]:
Nonostante le idee in merito di Ferdinando le trattative con i delegati siciliani continuarono, mentre il figlio di Carlo Alberto l’11 agosto scriveva a Pareto negli stessi toni con cui aveva scritto all’ambasciatore Leopardi, e Pareto comunicava le sue intenzioni ai delegati di Palermo. Costoro erano decisi però ad insistere, incoraggiati anche da una buona disposizione a riguardo di Carlo Alberto che assicurò un interesse reale di Ferdinando anche se con qualche riserva. Quest’ultimo continuava invece ad avere un parere tutto sommato negativo e scrisse al ministro della Guerra Giuseppe Dabormida che avrebbe accettato solo se il Regno di Sardegna ne avesse ottenuto grandi vantaggi[28].
Intanto però Carlo Alberto aspettava una risposta della Gran Bretagna alla richiesta di un impegno concreto a difendere la Sicilia. Risposta che non arrivò, tanto più che ad un armistizio fra Regno di Sicilia e Regno delle Due Sicilie, il governo inglese suggerì ai siciliani di tornare sotto il controllo di Ferdinando II. Tuttavia le intenzioni di Ferdinando di Savoia non erano vincolanti, poiché il governo piemontese, in accordo con Carlo Alberto, avrebbe potuto accettare per Ferdinando la corona di Sicilia anche senza il suo consenso. Ferdinando, quindi, con un’altra lettera del 20 ottobre chiese fermamente a Dabormida di non accettare. L’esito della seconda campagna che vide la definitiva sconfitta piemontese e i gravi problemi che seguirono chiuse, comunque, ogni spiraglio di trattativa[29].
Fra la prima e la seconda campagna di guerra (1848-1849)
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Terminata la prima campagna di guerra con l’armistizio Salasco del 9 agosto 1848, Ferdinando di Savoia si dedicò completamente, assieme a Carlo Alberto e ai vertici militari, a riorganizzare l’esercito, in vista della ripresa della guerra contro l’Austria. Continuava comunque l’attività di comandante della 4ª Divisione che era stata posta di stanza sulla sponda sinistra del Ticino, al confine con il Lombardo-Veneto austriaco. La divisione aveva il quartier generale a Cerano e, per la sua dislocazione fra il Corpo dei lombardi a Novara e gli austriaci al di là del Ticino, doveva sorvegliare che i primi non provocassero i secondi e che i secondi non sconfinassero in Piemonte. Tuttavia le intemperanze anti-austriache erano vive e diffuse. Giuseppe Garibaldi, con un Corpo di volontari, dopo l’armistizio e contro il volere di Carlo Alberto, mosse in armi contro gli austriaci scendendo da Como e Varese verso Arona e Luino. A Ferdinando fu chiesto di intervenire per fermare Garibaldi che avrebbe potuto riaccendere le ostilità con l’Austria. Il duca di Genova, dunque, partì con la Brigata “Pinerolo”, uno squadrone del Reggimento “Aosta Cavalleria” e una batteria di cannoni. Richiamò al rispetto dei trattati Garibaldi che invece si scontrò il 26 agosto nella battaglia di Morazzone con gli austriaci, ai quali riuscì a sfuggire e a riparare in Svizzera. Analoga situazione si creò a ottobre quando Giuseppe Mazzini tentò l’insurrezione della Val d'Intelvi, per la quale Ferdinando spostò le unità della sua divisione a Pallanza, Intra e Canobbio. Entrambi i tentativi furono repressi dagli austriaci e non portarono a serie complicazioni politiche con il Piemonte[30].
La seconda campagna di guerra (1849)
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Diversamente dai consigli ricevuti, Carlo Alberto assegnò il comando dell’esercito piemontese al generale polacco Wojciech Chrzanowski. Allo stesso tempo vennero allontanati diversi dei comandanti della prima campagna e ci furono dei tentativi di migliorare la qualità dell'esercito. Il 1º marzo 1849 la Camera approvò la ripresa della guerra[31]. L'esercito piemontese consisteva in 8 divisioni e risultava di 62000 uomini in prima linea. Di queste 8 divisioni 5 erano attorno a Novara. L'esercito austriaco, invece, il 20 marzo 1849 era concentrato a Pavia e nei suoi dintorni. Le forze di Radetzky ammontavano a 73000 uomini. Quanto ai generali, Radetzky aveva preferito, per quanto possibile, lasciare gli stessi comandanti del 1848[32][33].
Il 20 marzo 1849 a mezzogiorno si riaprirono le ostilità. I piemontesi non si mossero. Radetzky invece, dalla testa di ponte di Pavia, entrò a sorpresa e in forze nel Regno di Sardegna[34]. La zona dell'attacco era presidiata dalla divisione lombarda, il cui comandante Gerolamo Ramorino, contravvenendo agli ordini, manovrò in modo da favorire l’avanzata austriaca che nella battaglia di Mortara batté i piemontesi proseguendo per la sua strada verso Novara.
L’inizio della battaglia di Novara
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Le divisioni piemontesi che il 23 marzo 1849 difendevano Novara, erano così disposte: in prima linea, a sinistra dello schieramento (a sud-est di Novara) la 3ª Divisione (di Perrone), al centro la 2ª Divisione (Bes) e alla destra (a sud di Novara) la 1ª Divisione (Durando). In seconda linea: dietro la 3ª Divisione, la 4ª (Ferdinando di Savoia), dietro la 1ª, la divisione di riserva (Vittorio Emanuele di Savoia) a sud-ovest di Novara, per un totale di 45000 fanti, 2500 cavalli e 109 cannoni[35]. Le forze austriache che si sarebbero scontrate con quelle piemontesi erano formate dal 2º Corpo (di D'Aspre), dal 3º Corpo (Appel) e dal Corpo di riserva di Gustav Wocher (1781-1858). Parzialmente venne anche coinvolto il 4º Corpo (Thurn) che con il 1º (Wratislaw) era diretto su Vercelli. I 5 corpi di Radetzky contavano complessivamente 70000 uomini, 5000 cavalli e 205 cannoni[36].
L'avanzata delle truppe austriache del 2º Corpo fu avvistata alle 11 circa dal campanile del borgo della Bicocca, a circa 2 km a sud-est dal centro di Novara. La mattina era fredda e piovigginosa. D'Aspre fece subito attaccare i suoi uomini risolutamente ma fu ricacciato indietro con gravi perdite[37]. Era iniziata la battaglia di Novara.
Il contrattacco di Ferdinando di Savoia
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La 4ª Divisione di Ferdinando di Savoia era costituita dalla Brigata “Piemonte”, con il 3° e il 4° Reggimento, dalla Brigata “Pinerolo” con il 13° e 14° Reggimento, dal Reggimento “Aosta cavalleria”, da unità di bersaglieri e da due batterie di cannoni. All’inizio della Campagna Ferdinando aveva comunicato ai suoi uomini:
Alle 12 le forze di Ferdinando si mossero verso sud contro il nemico: il 3° Reggimento a destra e il 4° a sinistra della strada per Mortara[38].
L’attacco austriaco del 2° Corpo continuava disomogeneo, ma D’Aspre raccolse tutte le sue forze e tornò per la terza volta all’assalto. Negli scontri che si concentravano nella zona strategica della Bicocca, la 3ª Divisione piemontese subì la maggiore pressione nemica e le maggiori perdite. Quando, il suo comandante, il generale Ettore Perrone venne colpito mortalmente i suoi uomini si sbandarono e D’Aspre ne approfittò per occupare la Bicocca. A questo punto intervenne Ferdinando con la sua 4ª Divisione. Coraggiosamente gli uomini del 3° Reggimento ripresero una per una le case a destra della Bicocca, mentre il comandante della Brigata “Piemonte”, Giuseppe Passalacqua, li portava all’assalto al motto di: “Viva l’onor piemontese! Avanti! Avanti!”. Gli austriaci non resistettero, molti furono fatti prigionieri: diverse posizioni vennero riconquistate dai piemontesi, e quando anche il generale Passalacqua cadde ucciso, lo slancio dei suoi uomini divenne più vigoroso[39][40][41].
All’inseguimento del nemico, gli uomini di Ferdinando superarono la Bicocca e affrontarono la cascina Castellazzo dove però gli austriaci erano muniti di artiglieria ed erano in forte posizione difensiva, così il 3° Reggimento fu costretto a retrocedere e a perdere qualche posizione. Lo incalzò il 13° della Brigata “Pinerolo” e l’11° della 2ª Divisione di Bes. Dapprima, quindi, il 3° riprese l’assalto, per poi mettersi in riserva del 13° che continuò ad inseguire gli austriaci. Sull’altra direttiva di marcia, intanto, il 4° Reggimento, comandato da Ferdinando in persona, nonostante l’accanita resistenza austriaca, conquistava la cascina Castellazzo e, raggiunto dal 14°, travolgeva una brigata austriaca. Così, alle 15, il 2° Corpo di D’Aspre era respinto e si ritirava in disordine verso Olengo e Moncucco[42][43][44].
La sconfitta piemontese
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Gli storici sono concordi nel ritenere che a questo punto sarebbe stato decisivo portare in avanti tutto l’esercito piemontese per finire il 2° Corpo pressocché isolato e affrontare, poi, e battere singolarmente gli altri corpi austriaci in avanzata[43][45]. Il generale comandante dell’esercito piemontese, il polacco Chrzanowski, ritenne invece che le truppe di Ferdinando si fossero spinte troppo avanti e decise di richiamarle da Olengo. Dispose quindi che la 4ª Divisione retrocedesse al di qua della cascina Castellazzo e rioccupasse, assieme ad altre unità, la Bicocca che nel frattempo era stata conquistata dagli austriaci. Ciò diede la possibilità alle avanguardie del 3° Corpo austriaco (D’Appel) di occupare Olengo senza colpo ferire, consentendo al resto dell’unità di schierarsi tranquillamente e al 2° Corpo di riprendere fiato. Man mano gli austriaci crescevano di numero e si raggruppavano mentre i piemontesi non potevano contare che sulle forze in campo. Intanto alla Bicocca i soldati di Ferdinando combattevano accanitamente assieme ai pochi della Brigata “Savona” di Perrone che ancora resistevano. Lo scontro proseguì cruento e la Bicocca fu più volte presa e persa dai piemontesi che subivano un minor numero di caduti e prigionieri rispetto agli austriaci[43][46][47].
In questa fase, Chrzanowski decise di lanciare finalmente una controffensiva sull’ala sinistra dello schieramento austriaco ordinando alle divisioni di Durando e Bes di convergere sulla Bicocca. Subito dopo, però, si ebbe notizia che ingenti forze austriache del 4° Corpo (Thurn), richiamate dalla loro avanzata su Vercelli, minacciavano l’ala destra piemontese, facendo fallire la controffensiva. Anche l’ala sinistra piemontese cedeva e, al centro, alla Bicocca, Ferdinando, sotto il fuoco nemico, perdeva due cavalli ed era costretto ad abbandonare la posizione. Una palla austriaca gli feriva un terzo cavallo e lui incitò a piedi i suoi uomini a riprendere la Bicocca, dalla quale, nei pressi del cimitero, un consistente fuoco d’artiglieria mieteva ingenti perdite fra i piemontesi. Assalito da tutti i lati, con ciò che rimaneva del 4° e del 14° Reggimento, Ferdinando cedette il terreno palmo a palmo, e gradualmente si ritirò verso Novara. Fu il segno della sconfitta definitiva. Per i piemontesi la battaglia di Novara era persa e con essa la prima guerra d’indipendenza[48][49][50].
Gli ultimi tempi (1849-1855)
[modifica | modifica wikitesto]Dopo la battaglia di Novara, per il ruolo avuto nello scontro, a Ferdinando fu riconosciuta la medaglia d’oro al valor militare, ma poiché tale onorificenza gli era già stata conferita[N 7] fu promosso a generale di d’armata. La fidanzata Elisabetta testimoniò, fra l’altro, l’ammirazione del giovane imperatore d’Austria Francesco Giuseppe che le aveva scritto delle gesta di Ferdinando e del suo coraggio[51].
Le nozze con Elisabetta di Sassonia
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Conclusa la guerra, salito al trono il fratello Vittorio Emanuele, e morto il padre Carlo Alberto nel luglio del 1849, Ferdinando divenne più riservato e si dedicò alla preparazione delle proprie nozze. A marzo del 1850 si stendeva e firmava a Torino il contratto nuziale, il 12 aprile Ferdinando partiva per Dresda, capitale del Regno di Sassonia, dove il 22 furono celebrate le nozze[52][N 8]. Gli sposi furono poi accolti a Berlino dallo zio di Elisabetta, re Federico Guglielmo IV di Prussia, e proseguirono il loro viaggio di nozze visitando Hannover, Colonia, Coblenza, Magonza, la Svizzera e Chambéry, per poi giungere a Torino[53].
Gli studi militari e i viaggi all’estero
[modifica | modifica wikitesto]Si aprì per Ferdinando una nuova fase della vita, caratterizzata, soprattutto, dagli studi militari. Nel 1853, poco prima di morire, il suo vecchio precettore, Cesare Saluzzo, gli fece dono della propria biblioteca militare, ai cui volumi Ferdinando aggiunse i suoi. L’intento era quello di creare una biblioteca a disposizione dei militari, ciò che fece Elisabetta dopo la morte di Ferdinando. Nel 1851, intanto, gli era nata Margherita, futura consorte di Umberto I e regina d’Italia. Tre anni dopo nacque Tommaso, futuro ammiraglio. Entrambi i bambini ebbero come guida il padre che si interessò alla loro educazione[54].
A seguito di un viaggio di accompagnamento della consorte a Dresda, Ferdinando nel 1853 visitò Parigi dove fu accolto da Napoleone III e dalla sua corte, presso la quale lasciò una viva impressione. Raggiunse quindi Londra dove fu ospite della regina Vittoria e del principe Alberto. Il ministro degli esteri britannico Clarendon disse di lui:
Della Francia e della Gran Bretagna, Ferdinando osservò tutto ciò che gli pareva fosse interessante, visitando le istituzioni, arsenali, musei, biblioteche e ottenendo il favore della stampa dei due Paesi. Tornato a Torino, riprese i suoi studi militari, finanziando la biblioteca della Venaria Reale. Ma nell’autunno del 1854 la sua salute peggiorò[55].
La malattia e la morte
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Un giorno, sul finire di settembre del 1854, di ritorno dal Castello di Govone, Ferdinando accusò grave spossatezza e pallore. Poco dopo cominciarono sintomi più seri come tosse convulsa e accessi di febbre, per i quali la terapia del tempo prevedeva i salassi. Inizialmente i medici sottovalutarono tali sintomi e li attribuirono a una faticosa battuta di caccia, ma ben presto il quadro si aggravò. Politicamente, intanto, maturavano i tempi per una partecipazione del Regno di Sardegna alla guerra di Crimea, e Ferdinando fece mentalmente tutti i preparativi per la spedizione, di cui doveva essere il comandante. I medici però gli tolsero qualsiasi speranza di partire. La notizia lo sconvolse. Debolissimo, il 12 gennaio 1855 assistette alla morte della madre Maria Teresa. Dopo le esequie Ferdinando fu colto da forti brividi e dovette andare a letto. Alle 18 del 10 febbraio chiese il confessore. Quindi rimase con la consorte per tre ore parlando dell’avvenire dei figli. Alle 21 si confessò, poi parlò ancora con la moglie e il fratello. Rimasto solo con Elisabetta, morì. Aveva 32 anni[56].
Riposa nella cripta reale della basilica di Superga, a Torino. A lui è dedicata una delle due statue ottocentesche che affiancano l'ingresso del Palazzo Civico a Torino ed il ponte di corso Giulio Cesare che attraversa il fiume Stura di Lanzo, nonché la statua equestre in Piazza Solferino. Fino alla fine della seconda guerra mondiale, un corso nel quartiere Crocetta, l'attuale corso Stati Uniti, portava il suo nome. A Palermo gli è stata intitolata una via con il nome che avrebbe dovuto prendere da re di Sicilia, corso Alberto Amedeo.
Discendenza
[modifica | modifica wikitesto]Dal matrimonio tra Ferdinando e Elisabetta di Sassonia nacquero:
- Margherita di Savoia (1851-1926); sposò il cugino Umberto I di Savoia, con cui ebbe un figlio, Vittorio Emanuele III di Savoia, e fu la prima regina consorte d'Italia.
- Tommaso di Savoia-Genova (1854-1931); sposò Isabella di Baviera, con cui ebbe sei figli.
Ascendenza
[modifica | modifica wikitesto]| Genitori | Nonni | Bisnonni | Trisnonni | ||||||||||
| Vittorio Amedeo II di Savoia-Carignano | Luigi Vittorio di Savoia-Carignano | ||||||||||||
| Cristina Enrichetta d'Assia-Rotenburg | |||||||||||||
| Carlo Emanuele di Savoia-Carignano | |||||||||||||
| Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac | Luigi III Carlo di Lorena-Brionne | ||||||||||||
| Luisa di Rohan-Rochefort | |||||||||||||
| Carlo Alberto di Savoia | |||||||||||||
| Carlo di Sassonia | Augusto III di Polonia | ||||||||||||
| Maria Giuseppa d'Austria | |||||||||||||
| Maria Cristina di Curlandia | |||||||||||||
| Francesca Korwin-Krasińska | Stanislao Korwin-Krasiński | ||||||||||||
| Anna Humiecka | |||||||||||||
| Ferdinando di Savoia-Genova | |||||||||||||
| Leopoldo II d'Asburgo-Lorena | Francesco I di Lorena | ||||||||||||
| Maria Teresa d'Austria | |||||||||||||
| Ferdinando III di Toscana | |||||||||||||
| Maria Ludovica di Borbone-Napoli | Carlo III di Spagna | ||||||||||||
| Maria Amalia di Sassonia | |||||||||||||
| Maria Teresa d'Asburgo-Toscana | |||||||||||||
| Ferdinando I delle Due Sicilie | Carlo III di Spagna | ||||||||||||
| Maria Amalia di Sassonia | |||||||||||||
| Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli | |||||||||||||
| Maria Carolina d'Austria | Francesco I di Lorena | ||||||||||||
| Maria Teresa d'Austria | |||||||||||||
Onorificenze
[modifica | modifica wikitesto]Note
[modifica | modifica wikitesto]Esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ A norma dell'art. 34 dello Statuto Albertino: «I Principi della Famiglia Reale fanno di pien diritto parte del Senato. Essi seggono immediatamente dopo il Presidente. Entrano in Senato a vent'un anno, ed hanno voto a venticinque».
- ↑ Ritratto di Ferdinando Cavalleri.
- ↑ Dipinto di Sebastiano De Albertis.
- ↑ La partecipazione di Ferdinando di Savoia alla battaglia di Santa Lucia è testimoniata dalla fonte di seguito citata che però non specifica il contesto, né l’unità presso la quale Ferdinando combatté.
- ↑ La sponda destra del Mincio corrisponde alla sponda ovest, dato che il fiume scorre da nord a sud.
- ↑ Dipinto di Raffaele Pontremoli.
- ↑ La fonte di seguito segnalata fa riferimento ad una precedente medaglia d’oro al valor militare, ma non ne specifica le circostanze né la motivazione.
- ↑ Questa è la data universalmente riconosciuta, ma Ghiron la posticipa al 30 aprile. Vedi Ghiron, p. 110.
- ↑ Scultura di Alfonso Balzico.
Bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Bertoldi, pp. 104-106.
- ↑ Bertoldi, pp. 135-136.
- ↑ Ghiron, pp. 59-60, 62-63.
- ↑ Ghiron, pp. 64-67.
- ↑ Ghiron, pp. 68, 70, 73-74.
- ↑ Ghiron, pp. 75-76.
- ↑ Ghiron, pp. 77, 79.
- ↑ Pieri, p. 204.
- ↑ Pieri, p. 208.
- ↑ Ghiron, pp. 81-83.
- ↑ Ghiron, pp. 84-85, 88-89.
- 1 2 3 Giglio, p. 197.
- ↑ Pieri, p. 235.
- ↑ Pieri, pp. 239-241.
- ↑ Giglio, pp. 199-200.
- ↑ Giglio, pp. 200-201.
- ↑ Pieri, pp. 241-242.
- ↑ Ghiron, pp. 91-92.
- ↑ Fabris, pp. 312-317.
- ↑ Pieri, p. 242.
- ↑ Pieri, p. 243.
- ↑ Pieri, pp. 244-247.
- ↑ Ghiron, p. 94.
- ↑ Giglio, pp. 202-203.
- ↑ Ghiron, pp. 99-100.
- ↑ Ghiron, pp. 100-101.
- ↑ Ghiron, p. 102.
- ↑ Ghiron, pp. 102-103.
- ↑ Ghiron, pp. 103-104.
- ↑ Ghiron, pp. 104-105.
- ↑ Pieri, pp. 264-280.
- ↑ Pieri, pp. 280-282, 285-286.
- ↑ Giglio, p. 217.
- ↑ Pieri, pp. 286-288.
- ↑ Pieri, pp. 302-303.
- ↑ Pieri, p. 304.
- ↑ Pieri, p. 305.
- ↑ Ghiron, pp. 30-31.
- ↑ Pieri, pp. 305-306.
- ↑ Giglio, pp. 222-223.
- ↑ Ghiron, pp. 31-32.
- ↑ Pieri, p. 306.
- 1 2 3 Giglio, p. 223.
- ↑ Ghiron, pp. 32-33.
- ↑ Pieri, pp. 306-307.
- ↑ Pieri, p. 307.
- ↑ Ghiron, pp. 35-36.
- ↑ Pieri, pp. 308-311.
- ↑ Giglio, pp. 223-224.
- ↑ Ghiron, pp. 40-42.
- ↑ Ghiron, pp. 109-110.
- ↑ Paola Bianchi, SAVOIA GENOVA, Ferdinando di, I duca di Genova, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 91, 2018.
- ↑ Ghiron, pp. 110-111.
- ↑ Ghiron, pp. 111-112.
- ↑ Ghiron, pp. 114-115.
- ↑ Ghiron, pp. 115-117.
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Silvio Bertoldi, Il re che tentò di fare l'Italia. Vita di Carlo Alberto di Savoia, Milano, Rizzoli, 2000, ISBN 88-17-86481-1.
- Cecilio Fabris, Gli avvenimenti militari del 1848 e 1849, Volume I, Tomo III, Torino, Roux Frassati, 1898.
- Samuele Ghiron, Ferdinando di Savoja Duca di Genova, Torino, Roux e Favale, 1877.
- Vittorio Giglio, Il Risorgimento nelle sue fasi di guerra, I, Milano, Vallardi, 1948.
- Piero Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1962.
Altri progetti
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Paola Bianchi, SAVOIA GENOVA, Ferdinando di, I duca di Genova, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 91, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2018.
| Preceduto da: | Duca di Genova | Succeduto da: |
| nuovo titolo | Ferdinando di Savoia dal 1831 al 1855 |
Tommaso di Savoia, secondo duca di Genova |
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 73760125 · ISNI (EN) 0000 0004 5002 6022 · SBN MUSV025697 · BAV 495/57736 · CERL cnp01418006 · LCCN (EN) nr97017901 · GND (DE) 101811470X · BNE (ES) XX1695819 (data) |
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