Felis lybica sarda

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Gatto selvatico sardo
Felis Lybica Sarda (Gatto selvatico sardo).jpg
Giovane esemplare di Felis lybica sarda nelle campagne di Villagrande Strisaili in Ogliastra
Stato di conservazione
Status iucn3.1 CR it.svg
Critico
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Mammalia
Ordine Carnivora
Famiglia Felidae
Genere Felis
Specie Felis lybica
Sottospecie F. lybica sarda
Nomenclatura trinomiale
Felis lybica sarda
Lataste, 1885
Sinonimi

Felis silvestris lybica
Forster, 1789

Felis silvestris sarda
Lataste

Il gatto selvatico sardo (Felis lybica sarda Lataste, 1885) è un felino carnivoro. È il secondo più grande mammifero predatore presente in Sardegna dopo la volpe sarda. Secondo alcune fonti è presente solo in Sardegna[1][2].

Origine e inquadramento sistematico[modifica | modifica wikitesto]

La collocazione sistematica del gatto selvatico sardo è ancora incerta e controversa, perciò nella letteratura ricorrono nomi scientifici riconducibili a tre differenti posizioni tassonomiche. Una classificazione inquadra il gatto selvatico sardo come ecotipo appartenente alla stessa sottospecie di Felis silvestris africana (Gatto fulvo d'Egitto o gatto africano). Un'altra classificazione considera il gatto selvatico africano (Felis lybica) una specie distinta da quello europeo (Felis silvestris) e il sardo una sottospecie del nordafricano (Felis lybica sarda). Una terza collocazione, infine, considera il gatto selvatico sardo una sottospecie a parte del gatto europeo (Felis silvestris sarda), derivata dalla lybica. Una collocazione più delineata si dovrebbe avere in futuro con la caratterizzazione genetica e la determinazione dei rapporti filogenetici.

A prescindere dalla posizione tassonomica, il gatto selvatico sardo si distingue nettamente, sotto l'aspetto filogenetico, dal tipo continentale ed ha relazioni più strette con il tipo nordafricano da cui deriverebbe direttamente. La sua introduzione in Sardegna risalirebbe all'epoca dei Fenici, in quanto si sarebbe originato dall'inselvatichimento di gatti domestici utilizzati per controllare e prevenire le infestazioni dei ratti nelle navi.

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Il gatto selvatico sardo ha una lunghezza di 50-70 cm, con una coda lunga circa metà del corpo e un mantello striato a tonalità grigiastre. La testa è rotonda, con muso corto, occhi frontali e orecchie appuntite.

Rispetto al tipo europeo si differenzia per la mole più piccola (1,6 kg la femmina, 3,1-3,3 kg il maschio) e per le caratteristiche del pelame. Il carattere morfologico più evidente è il ciuffo di peli alla punta delle orecchie. Altri caratteri distintivi sono il pelame della coda, meno folto, e i peli dorsali, più lunghi di quelli laterali e ventrali.

La striatura della testa confluisce in una stria che percorre lungo tutto il dorso fino alla coda. Dalla stria dorsale partono altre trasversali, meno evidenti. La coda ha invece una striatura anulare.

Etologia ed habitat[modifica | modifica wikitesto]

Il gatto selvatico sardo è uno degli animali più elusivi che si conoscano, sia per l'habitat sia per le abitudini. Durante il giorno resta nascosto nella tana o nella vegetazione, da cui si muove per la caccia solo all'alba e nel crepuscolo. Il suo habitat è rappresentato dalla foresta mediterranea sempreverde, dalla macchia-foresta e dalla fitta vegetazione che si estende nei valloni impervi; è perciò diffuso in tutta l'isola, ma limitatamente agli ambienti forestali di collina. Robusto e agile, si arrampica velocemente sugli alberi, perciò è molto difficile avvistarlo.

Si nutre a spese di piccoli vertebrati, principalmente roditori, anfibi, rettili, passeriformi, ma preda anche la pernice, la lepre e il coniglio selvatico.

Fondamentalmente solitario, il gatto selvatico si riproduce una volta l'anno, accoppiandosi all'inizio della primavera, fra febbraio e marzo. Le nascite si verificano in maggio-giugno e la prole è accudita dalla madre per circa 3 mesi.

Stato di rischio[modifica | modifica wikitesto]

I fattori di minaccia più incipienti sono rappresentati dalla riduzione e frammentazione dell'habitat e dalla possibilità d'inquinamento genetico derivante dai possibili incroci con gatti domestici randagi, appartenenti alla sottospecie europea. Un altro fattore di rischio è il bracconaggio, del quale non si conosce però l'effettiva incidenza.

Considerata specie rara, gode di uno status di protezione definito dalla Legge n. 503 del 1981 Allegato III (che recepisce la Convenzione di Berna), dalla Direttiva dell'Unione Europea n. 43 del 1992 Allegato D e dalla Legge regionale n. 23 del 1998.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'areale del gatto selvatico sardo e il grado di endemismo che si può definire dipendono concettualmente dalla collocazione sistematica. Considerandolo come sottospecie del Felis lybica o come sottospecie sarda del Felis silvestris, il gatto selvatico sardo s'interpreta come endemismo sardo. Considerandolo invece come ecotipo della sottospecie Felis lybica, non si dovrebbe più parlare di endemismo in senso stretto, in quanto rappresenterebbe un tipo geografico facente parte di una popolazione di più larga distribuzione (Africa e Medio Oriente).
  2. ^ In merito al tipo presente in Corsica, ci sono indicazioni contrastanti. Il biologo Carlo Murgia, uno dei più autorevoli esperti di questo mammifero, cita la sua presenza anche in Corsica. La letteratura attribuisce tuttavia al tipo corso il nome scientifico Felis silvestris reyi, distinguendolo perciò dal tipo sardo. In ogni modo anche il tipo corso farebbe parte, secondo le fonti, del gruppo lybica.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Flora e fauna: Gatto selvatico sardo, in Sardegna Foreste, sito ufficiale dell'Ente Foreste Sardegna. URL consultato il 19 marzo 2016.
  • Scheda gatto selvatico sardo (PDF), in Sardegna Foreste, sito ufficiale dell'Ente Foreste Sardegna. URL consultato il 19 marzo 2016.
  • Mammiferi d'Italia (PDF), in Quaderni di conservazione della natura, pag.242. Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. URL consultato il 19 marzo 2016.
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