Fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Bombe del 1992-1993.

Attentato allo Stadio Olimpico
TipoAutobomba
Data31 ottobre 1993
LuogoViale dei Gladiatori, Roma
StatoItalia Italia
Obiettivopresidio dei Carabinieri presso lo Stadio Olimpico di Roma
ResponsabiliGaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno, Francesco Giuliano, Pietro Carra, Antonio Scarano, Salvatore Grigoli, Luigi Giacalone, Antonino Mangano
MotivazioneRappresaglia contro la lotta alla mafia
Conseguenze
Mortinessuno
Feritinessuno

Il fallito attentato allo stadio Olimpico è stato un attentato dinamitardo organizzato da Cosa nostra che doveva avvenire il 31 ottobre 1993 (nella serata di Halloween) al termine della partita Lazio-Udinese[1], tramite l'esplosione di un'autobomba in viale dei Gladiatori a Roma, all'uscita dello Stadio Olimpico, dove si trovava un presidio dei Carabinieri che svolgevano funzioni di ordine pubblico durante le partite di calcio. L'esplosione dell'autobomba fortunatamente non avvenne per un malfunzionamento del telecomando che doveva innescare l'ordigno. Tale attentato viene inquadrato nella scia degli altri attentati del '92-'93 che provocarono la morte di 21 persone (tra cui i giudici Falcone e Borsellino) e gravi danni al patrimonio artistico.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

A fine maggio 1993, alcuni mafiosi di Brancaccio, Corso dei Mille e Roccella (Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Salvatore Grigoli) macinarono e confezionarono cinque forme di esplosivo in un magazzino a Corso dei Mille (preso in affitto da Grigoli stesso) ed, insieme all'esplosivo, tagliarono anche dei tondini di ferro, che dovevano servire ad amplificare l'effetto distruttivo dell'ordigno[2]. Nel periodo successivo, Spatuzza compì un primo sopralluogo presso lo Stadio Olimpico accompagnato da Antonio Scarano (spacciatore di droga di origini calabresi legato al boss Matteo Messina Denaro)[2]; a settembre, l'esplosivo venne nascosto in un doppiofondo ricavato nel camion di Pietro Carra (autotrasportatore che gravitava negli ambienti mafiosi di Brancaccio), che lo trasportò a Roma, presso un capannone dove lavorava il figlio di Scarano[2]: Spatuzza, Lo Nigro, Giuliano e Scarano stesso scaricarono l'esplosivo, che venne nascosto in un primo tempo nel furgoncino del figlio di Scarano e poi in una Lancia Thema rubata a Palermo che era stata portata lì da Luigi Giacalone (mafioso di Roccella)[2]. A metà ottobre, Gaspare Spatuzza, Salvatore Grigoli, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno, Francesco Giuliano e Luigi Giacalone si portarono a Roma e vennero ospitati da Scarano in un appartamento e poi in una villetta a Torvaianica del suo amico Alfredo Bizzoni, dove vennero raggiunti dal boss Giuseppe Graviano, che fece tornare Grigoli e Giuliano poiché "erano troppi"[2]. Nello stesso periodo, Spatuzza e Scarano compirono un secondo sopralluogo allo Stadio Olimpico, seguendo due pullman dei Carabinieri per conoscerne i movimenti[2]. Il gruppo provvide a preparare l'innesco e l'esplosivo all'interno della Lancia Thema sempre presso il capannone: Scarano accompagnò Lo Nigro e Benigno, che portarono la Lancia Thema al Viale dei Gladiatori, di fronte al presidio dei Carabinieri, dove Spatuzza e Giuliano avevano tenuto il posto con un'altra auto[2]. Tuttavia l'autobomba, che doveva esplodere al passaggio del pullman dei Carabinieri, non detonò per un difetto del telecomando e, per queste ragioni, nei giorni successivi Scarano la fece rimuovere con il carro attrezzi di un amico e poi provvide a farla rottamare presso un altro conoscente, dopo che Lo Nigro e Giacalone prelevarono e nascosero l'esplosivo[2].

Indagini e processi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1995, su indicazione del collaboratore di giustizia Pietro Romeo (ex mafioso di Brancaccio), gli inquirenti trovarono alcuni pacchi di esplosivo nascosti in una villetta a Capena, in provincia di Roma, presa in affitto da Antonio Scarano, e altri involucri di esplosivo misto a tondini di ferro e cementizi a Bracciano, presso la villetta di Aldo Frabetti, amico di Scarano[2][3]. Le indagini della Procura di Firenze ricondussero l'esplosivo sequestrato a Scarano e Frabetti ad un fallito attentato allo Stadio Olimpico in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Salvatore Grigoli, Pietro Carra, Alfredo Bizzoni, Pietro Romeo e dello stesso Scarano: nel 1998 Cosimo Lo Nigro, Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Pietro Carra, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali del fallito attentato allo Stadio Olimpico nella sentenza per le stragi del 1993, nella quale si leggeva: «[...] è proprio tra il 4 e il 9 gennaio 1994 che va collocato il fallito attentato allo stadio di Roma. [...] Le risultanze istruttorie [...] consentono di concludere che allo Stadio Olimpico di Roma, tra la fine del 1993 e gli inizi del 1994, fu tentata un'azione in grande stile contro uomini delle istituzioni (Carabinieri o Poliziotti), che solo per miracolo non provocò le conseguenze orrende cui era preordinata: l'uccisione di molte decine di persone»[2].

Nel 2002, durante un'audizione dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia, il procuratore Pier Luigi Vigna (che si occupava dell'inchiesta sulle stragi del 1993) dichiarò che le sue indagini avevano accertato che il fallito attentato all'Olimpico poteva collocarsi temporalmente durante la giornata del 31 ottobre 1993, mentre allo Stadio si giocava la partita di calcio Lazio-Udinese[4]. Tuttavia nel 2008 Gaspare Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e fornì una nuova ricostruzione sui tempi e l'esecuzione del fallito attentato: in particolare, Spatuzza dichiarò che nell'ottobre 1993 incontrò Giuseppe Graviano in un bar di via Veneto a Roma per ricevere direttive sull'attentato all'Olimpico e questi gli confidò anche che stavano ottenendo tutto quello che volevano grazie ai contatti con Marcello Dell'Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi[3]; secondo Spatuzza, lui e Salvatore Benigno rubarono alcune targhe da apporre sull'autobomba per evitarne l'identificazione e sempre loro si appostarono su una collinetta che sovrastava lo Stadio per premere il telecomando che avrebbe provocato l'esplosione al termine dell'incontro di calcio ma il congegno non funzionò e quindi l'attentato venne sospeso[3]. Nel 2011, nelle motivazioni della sentenza che condannava il boss Francesco Tagliavia per le stragi del 1993 in seguito alle accuse di Spatuzza, si leggeva: «Dagli esposti rilievi discende un secondo profilo di divergenza attinente alla presumibile data in cui il fallito attentato si sarebbe verificato, collocata nella motivazione della sentenza del '98 (senza ricevere smentite in appello) tra il 4 e il 9 gennaio '94, [...] in coincidenza con la partita di calcio Roma-Genoa [...]. Ma tale data, tenendo conto del furto delle targhe che vennero apposte sulla Lancia Thema rivelato da Spatuzza [...], è da rettificare in quella del 23 gennaio '94, quando si svolse l'altra partita di campionato tra le squadre della Roma e dell'Udinese».[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]