Parco archeologico Falerio Picenus

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Falerio Picenus
Parco archeologico Falerio Picenus
Teatro romano di Falerio Picenus.jpg
Il teatro romano di Falerio Picenus
CiviltàRomana
UtilizzoCittà
EpocaII secolo a.C. - VI secolo
Localizzazione
StatoItalia Italia
ComuneFalerone
Amministrazione
EnteSoprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche
VisitabileSi
Mappa di localizzazione

Coordinate: 43°06′05.22″N 13°29′46.18″E / 43.10145°N 13.49616°E43.10145; 13.49616

Il sito archeologico della città antica di Falerio Picenus è situato in frazione Piane di Falerone, sulla sinistra del fiume Tenna; si trova a circa 2 km. dall'odierno centro di Falerone in provincia di Fermo.

Origine e storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 90 a.C. ai piedi del Mons Falarinus (poi Falerone medievale), è ricordata la sconfitta dei Romani guidati da Gneo Pompeo Strabone da parte dei socii piceni comandati da Gaio Vidacilio, Publio Ventidio e Tito Lafrenio, nel percorso delle legioni romane verso Fermo.[1]. Del 29 a.C., nella centuriazione augustea della Valle del Tenna, è l'edificazione di Falerio Picenus punto di snodo fra Firmum, Urbs Salvia e Ausculum. La rappresentazione grafica di Falerio Picenus nel codice Acernario del sec.VI, con le due porte, a nord verso Urbs Salvia, e a sud verso Novana e Ausculum, ci conferma l'importanza del castrum. Nel IV e V sec. la sede del vescovo di Falerio passa a Fermo, segno evidente dello stato di decadenza della città romana già preda di orde barbariche e del conseguente spopolamento e perdita di prestigio di centri romani a vantaggio di città più grandi.

L'esistenza di Falerio Picenus è già attestata nell'antichità. In particolare Balbo, agrimensore di Augusto, così recita in alcuni suoi frammenti raccolti da Frontino: "Ager Falerionensis limitibus maritimis et Gallicis est adsignatus". Anche Plinio il Vecchio ne menziona l'etnico elencando le popolazioni della V Regio Augustea nella Storia Naturale: "In ora Cluana, Potentia, Numana a Siculis condita ... intus Auximates, Veregrani, Cingulani, Cuprenses cognomine Montani, Falarienses, ...".

Non abbiamo informazioni certe sul periodo della fondazione di Falerio anche se il rescritto imperiale di Domiziano, datato 82 d.C. e relativo ad una annosa lite tra Faleronesi e Fermani sui subseciva, assicura che già nell’età augustea Falerio doveva essere una importante colonia.

Il Mommsen poi, nel suo 'Corpus Inscriptionum Latinarum', afferma che la fondazione di Falerio risale ad una assegnazione di terre avvenuta successivamente alla battaglia di Azio del 31 a.C. sottraendo dei territori a danno della vicina Fermum.

La struttura urbana[modifica | modifica wikitesto]

La colonia di Falerio Picenus confinava a nord-est con quella fermana, a nord-ovest con Urbs Salvia, a nord con Pausola, a sud con Novana, ad ovest con Asculum. La particolare importanza economica e strategica dell’area derivava dalla vicinanza del fiume Tenna e dalla biforcazione della strada proveniente da Fermo: una direzione si sviluppava lungo il corso fluviale ed andava sino ad Ascoli, l'altra invece era verso Urbs Salvia.

Secondo i canoni allora correnti, la colonia era imperniata su due assi ortogonali: il cardo, in direzione nord-sud e coincidente con l'attuale via del Pozzo ed il decumanus che univa il Teatro all’Anfiteatro da est a ovest. Da queste due strade principali si ripartivano quelle secondarie che costituivano la struttura dell’insediamento urbano. La città doveva avere sicuramente una notevole consistenza, se si pensa che il suo perimetro si snodava per circa due miglia, senza considerare le aree esterne dedicate ai sepolcreti.

Il parco archeologico[modifica | modifica wikitesto]

L'intera area archeologica può sommariamente essere divisa in due parti: la prima, quella centrale, risulta sostanzialmente compromessa dalla edificazione incontrollata avvenuta a partire dagli anni sessanta; la seconda, verso nord-est, è invece minimamente urbanizzata e quindi è suscettibile di riscoperta e valorizzazione. Molto positivo è il fatto che le superfici intorno al Teatro siano rimaste pressoché inedificate. Anche l’area che circonda l'Anfiteatro, per quanto in parte compromessa, offre ancora sufficienti spazi su cui poter intervenire.

Il Parco Archeologico di Falerio Picenus è stato istituito con l'attuazione della Legge Regionale n.16 del 1994 e costituisce da una parte il riconoscimento ufficiale del valore storico e culturale dell'area, dall'altra pone tutte le necessarie premesse per la sua progressiva valorizzazione.

I monumenti[modifica | modifica wikitesto]

Il Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Teatro di Falerio Picenus

Il Teatro, situato all'estremità orientale dell'antico impianto urbano, è uno degli edifici teatrali romani meglio conservati delle Marche, seppure saccheggiato nella sua decorazione, con una capienza stimata di circa 1600 posti a sedere. Della monumentale costruzione, riconducibile all'età augustea, seppure completato sotto Tiberio, possono essere tuttora ammirati i primi due ordini della cavea, l'orchestra, i due ingressi laterali, il proscenio e quello che rimane dell'apparato scenico. Il Teatro, esplorato come gli altri monumenti a partire dagli scavi pontifici del 1777, è in ottimo stato di conservazione e viene ancora utilizzato per rappresentazioni teatrali. Sorge nella zona orientale della città romana, in corrispondenza dell'inizio dell'attuale abitato di Piane di Falerone.

La cavea ha un diametro di circa 50 metri ed è costruita su costruzioni a volta. All'esterno la struttura mostra un prospetto ad archi dei quali restano numerose basi con semicolonne rivestite un tempo di marmo. Ben conservato è pure il proscenio che delimita l'orchestra con struttura a nicchie semicircolari decorate anch'esse con marmo. Dal Teatro vengono due statue di Cerere e altre due al Louvre. Il Teatro era sicuramente motivo di prestigio per la città. Verso la metà del II sec. d.C. fu abbellito con le statue donate ai Faleronesi da Antonia Picentina, moglie di Antonino Pio e sacerdotessa di Faustina Maggiore. Svetonio ci conferma l’importanza della città dicendo nella sua Vita Augusti che Ottaviano volle la colonia ‘quasi simile a Roma’. L'area è dotata di un ampio parcheggio, ed è collegata con il Museo Civico Archeologico. Da essa le altre aree del parco sono raggiungibili a piedi.

L'Anfiteatro[modifica | modifica wikitesto]

Porzione superstite dell'anfiteatro di Falerio Picenus

A circa trecento metri dal Teatro, sul margine orientale della colonia, si trova l'Anfiteatro, risalente anch’esso al primo secolo d.C. Secondo una ricostruzione ottocentesca, l'edificio aveva naturalmente una pianta ellittica, con l'asse maggiore in direzione est-ovest e lungo 120 metri, mentre quello minore era di circa 105. Disponeva presumibilmente di dodici porte di accesso, di cui quattro davano direttamente nell'arena, mentre le altre otto davano accesso al podio ed alle gradinate che erano suddivise in tre diversi ordini.

Si pensa che l'Anfiteatro fosse circondato da un porticato al servizio dei circa seimila spettatori che in grado di ospitare. Probabilmente un grande velarium proteggeva le gradinate dal sole e dalle intemperie.

Dell'anfiteatro sono visibili solo alcuni settori del muro perimetrale, sufficienti tuttavia alla comprensione della poderosa struttura.

Altri monumenti[modifica | modifica wikitesto]

Lungo il tratto settentrionale del Cardo sorgono i resti di una grande cisterna di acqua detta volgarmente i ‘bagni della regina’: si tratta di un serbatoio suddiviso in tre sezioni successive adibito alla distribuzione dell'acqua alla Colonia.

Sia all'interno che all'esterno dell'Area archeologica si trovano numerose altre presenze storiche di importanza minore, ma comunque interessanti per lo studio e la ricostruzione dell’intera zona. Si tratta di resti di edifici pubblici civili e religiosi, di abitazioni private, di monumenti sepolcrali.

Gli scavi archeologici[modifica | modifica wikitesto]

La prima campagna di scavi risale al 1777 per volere di Pio VI. Fu ampiamente documentata dal notaio faleronese Barnaba Agabiti in un manoscritto pubblicato nel 1971 dal suo concittadino professor Pompilio Bonvicini. Dalla fine del '700 le ricerche archeologiche si svilupparono sempre più, anche se spesso si trattava di semplici spoliazioni eseguite senza le necessarie autorizzazioni e quindi clandestine.

Tra queste quelle avviate diverse anni dopo dai fratelli Raffaele e Gaetano De Minicis che nel 1836 iniziarono dei nuovi scavi nell'area del Teatro. Le autorità papali ordinarono subito il sequestro dei reperti ritrovati anche se i De Minicis riuscirono ad evitarlo promettendo di raccoglierli nella loro casa fermana. Nacque così l'importantissima raccolta De Minicis, che alcuni anni dopo andò però dispersa finendo in parte al Municipio di Fermo ed in parte presso quello di Falerone. Tanti reperti finirono comunque nelle mani di collezionisti privati e se ne persero definitivamente le tracce.

Museo civico archeologico Pompilio Bonvicini[modifica | modifica wikitesto]

La parte della collezione De Minicis rimasta a Falerone, su ordine dell'allora Commissario Prefettizio Amadio, nel 1928 fu trasferita nel Palazzo Comunale insieme ad altri reperti donati da privati.

Nel 1966, durante i restauri della sede comunale, i reperti furono spostati nell'ex Convento di San Francesco per rimanere esposti al pubblico. Negli ultimi giorni del 1967 il furto di una testa femminile di età imperiale indusse però il Soprintendente regionale ad imporre la chiusura del Museo.

Tutti i reperti tornarono ad essere riesposti al pubblico solo nel 1982 ad opera dell’Amministrazione Comunale coadiuvata da alcuni volontari. La collezione, in un allestimento completamente rinnovato ed ampliato negli ultimi anni, è da allora rimasta ospitata in due ali a piano terra dell'ex Convento francescano.

La dotazione del Museo faleronese conta importanti reperti tra cui tre grandi statue: due femminili gemine di età antonina ed una di togato. Abbiamo inoltre una statua maschile di tradizione ellenistica, un torso marmoreo di divinità giovanile, forse un Eros, ed una testina femminile. Tra i reperti principali figurano inoltre una erma acefala di Eracle ed un piccolo torso di divinità maschile.

Importante la sezione epigrafica che conta una ricca raccolta di iscrizioni. Tra cui le più importanti sono una dedica ad Ottavia di età augustea ed un'altra alla Dea Cupra. Fa parte della sezione una tabella bronzea con la trascrizione del rescritto di Domiziano del '82 d.C. che tratta la contesa tra Faleronesi e Fermani sui territori di confine.

La collezione è completata da numerosi altri reperti, tra cui una olla di generose dimensioni, diverse urne cinerarie, parecchi elementi architettonici nonché oggetti di uso comune. Infine sono esposti fregi e cornici di arte romanica e gotica.

Arte da Falerio Picenus[modifica | modifica wikitesto]

Numerosi reperti provenienti da Falerio Picenus sono attualmente esposti in importanti musei italiani ed esteri. Nel Museo archeologico nazionale delle Marche di Ancona si trovano un mosaico ed altri elementi architettonici, mentre al Louvre di Parigi sono invece un Perseo ed una Nike. Nei Musei Vaticani è esposto un prezioso pavimento in mosaico, mentre nella vicina Fermo sono visibili una testa dell'imperatore Augusto e una stadera in bronzo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Appiano, Ρωμαικά, 1, 47-48.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
  • Appiano, Storia Romana, Guerre civili, libri III, IV e V.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]