Fabrizio De André (1981)

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« Passerà questa pioggia sottile come passa il dolore. »

(Hotel Supramonte)
Fabrizio De André
Remington the outlier.jpg
ArtistaFabrizio De André
Tipo albumStudio
Pubblicazione21 luglio 1981
Durata40:02
Dischi1
Tracce8
GenereBlues
Musica d'autore
Folk rock
Blues rock
EtichettaDischi Ricordi SMRL 6281
Metronome 0065.025 (stampa tedesca)
ArrangiamentiMark Harris, Oscar Prudente
Registrazionegiugno-luglio 1981
Stone Castle Studios, Carimate
Fabrizio De André - cronologia
Album precedente
(1978)
Album successivo
(1984)

Fabrizio De André è il decimo album in studio dell'omonimo cantautore genovese, meglio conosciuto come L'indiano oppure L'album dell'indiano a motivo della copertina dove compare l'immagine di un nativo americano a cavallo.[1][2][3]

Si tratta di un'opera dell'artista statunitense Frederic Remington (1861 - 1909), The Outlier, del 1909.

L'album è stato inciso nel 1981 ed è stato scritto in collaborazione con Massimo Bubola, con cui De André aveva già collaborato per l'album precedente, Rimini; come in Rimini, l'accordo tra i due cantautori prevedeva che le canzoni presenti nell'album avessero la firma di entrambi, pur essendo in realtà il contributo alla scrittura non sempre identico per i due autori (fa eccezione Ave Maria, che è un canto tradizionale sardo già noto nell'incisione di Maria Carta).[4]

L'album è stato pubblicato, nello stesso anno, in Germania Ovest dalla Metronome.

Tra i coristi che hanno preso parte alla registrazione del disco vi è Mara Pacini, cantante beat nota negli anni sessanta come Brunetta.

Il disco[modifica | modifica wikitesto]

Il tema dell'album è il confronto tra due popoli, il popolo dei sardi e quello dei pellerossa, per certi versi affini e per certi altri molto diversi, entrambi minacciati dagli invasori esterni.

Le canzoni[modifica | modifica wikitesto]

Quello che non ho[modifica | modifica wikitesto]

Il primo brano, dotato di un ritmo che richiama il blues, simile a quello di Roadhouse Blues dei Doors, mette in evidenza le differenze tra i popoli autoctoni e quelli che rappresentano gli "oppressori", rappresentate dalle cose che non si hanno, o meglio che gli oppressi, a differenza degli oppressori, non hanno. Introdotto da spari e urla registrati durante una caccia al cinghiale in Gallura (come riportato nelle note sul retro di copertina), il pezzo è scandito dallo shuffle di una chitarra elettrica e accompagnato dall'armonica a bocca; nella parte finale entrano anche le tastiere di Mark Harris.[5]

Nel 2000 il varesino Kaso ha riproposto il brano in chiave rap nel disco Preso Giallo, riprendendo alcune rime dalla canzone di De André.

Nel 2012 il gruppo rock Litfiba ha riproposto il brano in chiave rock in occasione del programma televisivo Quello che (non) ho di Fabio Fazio e Roberto Saviano.

Il canto del servo pastore[modifica | modifica wikitesto]

Nel brano la natura viene cantata in prima persona da un servo pastore, uomo semplice che non conosce neanche il proprio nome e le proprie origini, ma, vivendo separato dalla comunità umana e immerso nell'ambiente incontaminato, possiede una grande sensibilità per la realtà che lo circonda, tanto da fondersi con essa («Mio padre un falco, mia madre un pagliaio»).

La canzone è ambientata nelle lande dell'entroterra sardo; il cisto e il rosmarino, le sughere, le fonti e i rivi contribuiscono a delineare il paesaggio come spesse pennellate di colore.

Fiume Sand Creek[modifica | modifica wikitesto]

Nella terza canzone De André paragona i sardi agli indiani, che fanno la loro comparsa in Fiume Sand Creek, brano che ha per tema un reale massacro di pellerossa, avvenuto il 29 novembre 1864, quando alcune truppe della milizia del Colorado, comandate dal colonnello John Chivington, attaccarono un villaggio di Cheyenne e Arapaho situato vicino al fiume Big Sandy Creek, massacrando molte donne e bambini; l'episodio è raccontato attraverso il linguaggio innocente e quasi surreale di un bambino, che sopravvive all'avvenimento, e che crede che tutto ciò che ha visto sia solo un sogno:

« Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso

il lampo in un orecchio e nell'altro il paradiso »

(Fiume Sand Creek)

Lo stesso De André ha dichiarato di aver tratto i maggiori spunti per il brano da Memorie di un guerriero Cheyenne[6], libro/intervista che raccoglie le memorie del guerriero Cheyenne Gambe di Legno[7].

Rispetto all'episodio storico, De André e Bubola cambiano il grado militare e l'età del quarantatreenne colonnello Chivington, che diventa "un generale di vent'anni", incrociandolo evidentemente con George Armstrong Custer, autore della parallela strage di nativi del Washita (o forse anche per motivi di metrica).

Il pezzo termina, in terza persona, nel modo più doloroso possibile:

« Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek »

Musicalmente, è una ballata in stile folk-rock americano ma allo stesso tempo, per alcuni critici, presenta analogie con il brano Summer '68 dall'album Atom Heart Mother dei Pink Floyd.[8]

Ave Maria[modifica | modifica wikitesto]

L'attenzione torna sul popolo sardo con Ave Maria (da non confondersi con la canzone dallo stesso titolo ma del 1970, contenuta nell'album La buona novella), in lingua sarda, cantata con voce alta e potente da Mark Harris[9], tastierista e coarrangiatore dell'album, trasformando l'originale in un folk-rock elettrico assai duro[10]. De André interviene solo come seconda voce nei cori.

È una versione del canto tradizionale sardo Deus ti salvet Maria, scritto nel XVIII secolo dal poeta Bonaventura Licheri[11]) come strumento adatto alla catechesi tra i ceti popolari. Il brano di De André è rielaborato da un adattamento di Albino Puddu.[12]

Hotel Supramonte[modifica | modifica wikitesto]

Si tratta di un adattamento della canzone di Massimo Bubola "Hotel Miramonti" (scritta ad Alleghe all'Hotel Miralago, di cui era ospite[13]); la versione originale viene a volte riproposta dal vivo dal cantautore veronese.[4]

Il brano parla del sequestro subìto da De André con la moglie Dori Ghezzi nell'agosto del 1979 per mano dell'Anonima sequestri.

Il titolo è dato dal Supramonte, massiccio montuoso dell'entroterra sardo, nascondiglio dei più famosi latitanti dell'isola[14], inteso come una sorta di albergo in cui far soggiornare gli ospiti (anche se i due cantanti, mentre erano prigionieri, non si trovavano presso il Supramonte).

Dal punto di vista musicale il pezzo è il più intimo dell'album: la strumentazione usata è perlopiù acustica (chitarra, basso, violino), con un leggero tappeto d'archi elettronici nella seconda parte del brano.

In occasione del concerto in memoria di De André, Roberto Vecchioni ha interpretato una sua versione che poi sarà incisa, nel 2003, nell'album Faber, amico fragile. Vecchioni inciderà nuovamente la canzone nel 2011 nel CD Chiamami ancora amore.

Franziska[modifica | modifica wikitesto]

Riguardo a questa canzone, De André affermò di essersi ispirato ai racconti dei suoi rapitori; la stessa descrizione fisica e psicologica del bandito della canzone è ripresa dall'aspetto e dall'abbigliamento dei sequestratori.

Vi si narra la difficile storia vissuta da una giovane e dal suo uomo, un bandito che si è dato alla macchia.

La ragazza è costretta quasi alla clausura per la gelosia del fidanzato (i suoi occhi come due cani) e, al contempo, è costretta alla solitudine perché lui è latitante. Il suo dolore si acuisce quando vede anche l'ultima delle sue sorelle sposarsi.

D'altra parte, nemmeno il bandito (definito poeticamente "marinaio di foresta") ha un'esistenza serena, costretto a spostarsi di continuo, sempre lontano dalla sua amata: la notte, solo la sua fotografia e il rosario di lei, attorcigliato al suo fucile, gli fanno compagnia[15].

La canzone ha sonorità e struttura molto simili alla canzone di Jackson Browne Linda Paloma, incisa cinque anni prima dal cantautore americano nell'album The Pretender.

Se ti tagliassero a pezzetti[modifica | modifica wikitesto]

"Se ti tagliassero a pezzetti" una canzone d'amore e insieme un inno alla libertà. In seguito alla censura, il verso «signora libertà, signorina anarchia» è modificato nella versione in studio in «signora libertà, signorina fantasia», così come «il polline di un dio, di un dio il sorriso» viene spesso modificato in «il polline di dio, di dio il sorriso».

Molto importante è la riflessione sulla libertà, che è sempre perseguibile, nonostante gli uomini stessi a volte ne impediscano la completa realizzazione.

La paternità della canzone è di Bubola, per quanto probabilmente il testo sia stato integrato e sicuramente reso proprio da De André.[4]

Secondo quanto dichiarato da Bubola, la canzone contiene un'allusione alla strage di Bologna del 1980: «T'ho incrociata alla stazione / che inseguivi il tuo profumo / presa in trappola da un tailleur grigio fumo / i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino / camminavi fianco a fianco al tuo assassino».[16]

Verdi pascoli[modifica | modifica wikitesto]

Questa canzone parla del paradiso secondo gli Indiani d'America, che viene descritto da De André con molta libertà e fantasia. Musicalmente parlando, è l'unico pezzo deandreiano a iniziare con un assolo di batteria per proseguire con un ritmo Reggae giamaicano (allora in voga grazie a Bob Marley) con un caratteristico tempo in levare e non in battere.[17]

Tracce[modifica | modifica wikitesto]

Testi e musiche di Fabrizio De André e Massimo Bubola, tranne dove diversamente indicato

Lato A
  1. Quello che non ho – 5:51
  2. Canto del servo pastore – 3:13
  3. Fiume Sand Creek – 5:37
  4. Ave Maria (rielaborazione del canto religioso popolare sardo (Deus ti salvet Maria); adattamento di Albino Puddu) – 5:30
Lato B
  1. Hotel Supramonte – 4:32
  2. Franziska – 5:30
  3. Se ti tagliassero a pezzetti – 5:00
  4. Verdi pascoli – 5:18

Musicisti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riccardo Bertoncelli, Belin, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, 1ª ed., Giunti, 2003, pp.104-105; p.108; p.126; p.181; p.186, ISBN 978-88-09-02853-1.
  2. ^ Silvia Sanna, Fabrizio De André. Storie, memorie ed echi letterari, Effepi Libri, 2009, p.26, ISBN 978-88-6002-015-4.
  3. ^ Doriano Fasoli, Fabrizio De Andrè: passaggi di tempo : da Carlo Martello a Princesa, Edizioni associate editrice internazionale, 2001, p.62, ISBN 978-88-267-0309-1.
  4. ^ a b c Franco Fabbri. Le cento e più canzoni di Fabrizio De André (2004), in AA.VV. Volammo davvero. Milano, BUR, 2007.
  5. ^ Note del disco
  6. ^ Kum-Mok-Quiv-Vi-Ok-Ta, La lunga marcia verso l'esilio: Memorie di un guerriero Cheyenne (Wooden Leg: A Warrior Who Fought Custer), a cura di Thomas B. Marquis, Milano, Rusconi Editore, 1970..
  7. ^ Lorenzo Coveri. I dialetti (e le lingue) di De André (2000), in AA.VV. Volammo Davvero. Milano, BUR, 2007
  8. ^ Michelone 2011, p. 56.
  9. ^ Intervista a Mike Harris in Dentro Faber, vol. 6, Il Sacro, min. 48:39
  10. ^ Michelone 2011, p. 31.
  11. ^ Il testo dell'Ave Maria in sardo logudorese fu attribuito al Licheri da Giovanni Saba, vescovo di Oristano dal 1842 al 1860 Cfr. Antonio Strinna nel sito Canto Sardo a Chitarra, 1 settembre 2008
  12. ^ Discografia Nazionale della Canzone Italiana
  13. ^ Fonte: Intervista a Massimo Bubola in Riccardo Bertoncelli, Belin, sei sicuro?: storia e canzoni di Fabrizio De André, Giunti, 2003 - ISBN 88-09-02853-8
  14. ^ Soggiorno all’Hotel Supramonte, girodivite.it. URL consultato il 24 novembre 2008.
  15. ^ Walter Pistarini, Il libro del mondo. Le storie dietro le canzoni di Fabrizio De André, Prato, Giunti, 2010, pp. 224-226, ISBN 88-09-74851-4.
  16. ^ Riccardo Bertoncelli, Belìn, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André: Con gli appunti inediti de "I Notturni", Intervista al coautore Massimo Bubola, pag. 108
  17. ^ Michelone 2011, p. 141.
  18. ^ Riccardo Bertoncelli, Intervista a Massimo Bubola, in Belin, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André, 1ª ed., Giunti, 2003, p.106, ISBN 978-88-09-02853-1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Guido Michelone, Fabrizio De André. La storia dietro ogni canzone, Siena, Barbera Editore, 2011. ISBN 978-88-7899-511-6.
  • Luigi Viva, Non per un dio ma nemmeno per gioco - vita di Fabrizio De André, Milano, Feltrinelli, 2009. ISBN 978-88-0781580-5.

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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