Fårö

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Fårö
Gotland map.png
L'isola di Fårö, a nordest di Gotland
Geografia fisica
Localizzazione mar Baltico
Coordinate 57°56′N 19°09′E / 57.933333°N 19.15°E57.933333; 19.15Coordinate: 57°56′N 19°09′E / 57.933333°N 19.15°E57.933333; 19.15
Superficie 113,30 km²
Dimensioni 18 × 7,5 km
Geografia politica
Stato Svezia Svezia
Regione Götaland
Contea Gotland
Demografia
Abitanti 548 (2008)
Cartografia
Mappa di localizzazione: Svezia
Fårö
Fårö

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Fårö è una piccola isola del Mar Baltico, appartenente alla Svezia. Si trova a nord-est della più grande Gotland, dalla quale è separata da uno strettissimo braccio di mare. Appartiene alla contea di Gotland e si estende per 113 km²; è stata per anni residenza di Ingmar Bergman. Ma andiamo con ordine. Bergman, oltre che risiedere definitivamente a Faro, sceglie anche di farne una sua personale Cinecittà. Girerà diversi film sull'isola. Esattamente 6, più una serie televisiva, Scene da un matrimonio, nato come serie a episodi per la televisione e trasformato poi in un film di quasi tre ore, premiato dall'associazione dei critici americani come miglior film del 1973. A proposito di scene da un matrimonio, ricorda Ingmar Bergman nel suo libro-diario Immagini: “A quel tempo c'era ancora il piccolo studio a Damba, dove avevamo girato Scene da un matrimonio. Era proprio bello e pratico. Abitammo e lavorammo a Faro. E minimizzare, semplificare è sempre stato per me uno stimolo. Così mi immaginai che avremmo dovuto realizzare tutto il film dentro lo spazio estremamente limitato. Alla casa restaurata di Damba, a Faro, apparteneva una stalla centenaria, semidiroccata. La ricostruimmo e la utilizzammo come semplicissimo laboratorio per Scene da un matrimonio." (Ingmar Bergman, Lanterna magica) Di Sussurri e grida, dice, invece: “Scrissi Sussurri e grida dalla fine di marzo all'inizio di giugno, durante un periodo di solitudine pressoché ermetica, a Faro. Proprio allora ebbe luogo il dramma con Ingrid von Rosen, che poneva fine al matrimonio durato 18 anni. A settembre cominciammo le riprese. A novembre erano finite. Ingrid e io ci sposammo.” I primi quattro film, di questa serie complessiva di sei, vengono solitamente raggruppati (arbitrariamente) dai critici e perciò prendono (convenzionalmente) il nome di Tetralogia di Faro. Il primo di questa serie sarà, appunto, Persona, che siglerà il distacco definitivo di Bergman dal Teatro Reale e il suo ritiro nell'isola, dove abiterà fino alla sua morte. “Sicuramente Persona, 1966, è uno dei punti più alti nella introspezione dell'animo femminile. Narra del rapporto crudele e violento tra un'attrice malata e la sua infermiera.” Ingmar Bergman dirà a Jörn Donner in una sua famosa intervista relativa all'uscita del film Come in uno specchio: "Capitai in questo paesaggio di Fårö, con la sua assenza di colori, la sua durezza e le sue proporzioni straordinariamente ricercate e precise, dove si ha l'impressione di entrare in un mondo che è esterno, e del quale non siamo che una minuscola particella, come gli animali e le piante. Come sia accaduto non lo so, ma qui ho messo le radici e ora credo che la mia vita abbia nuovamente delle radici". Dopo Persona, Bergman accettò di collaborare a un film in otto episodi dal titolo Stimulantia, realizzato da un gruppo di registi giovani, come Richard Donner, e meno giovani, come il suo vecchio amico Gustaf Molander, che si proponeva di individuare le cose più stimolanti della vita. Il suo episodio s'intitolava: Daniel, con lo stesso titolo originale. Titolo alternativo Daniel Sebastian. Il contributo di Bergman a questa opera cinematografica è stato il montaggio di filmati in formato 16 mm. che aveva girato parecchi anni prima al giovane figlio Daniel Sebastian, diventato poi anche lui regista. Il film fu girato nella casa di Bergman e nei dintorni di Djursholm, nel comune di Danderved, tra il 1963 e il 1965. “Ho voluto fare a Daniel un regalo/testimonianza al suo secondo compleanno, qualcosa che poteva avere quando sarebbe cresciuto... Quando ho fatto il film pensavo andasse bene. Ma la reazione suscitata è stata completamente negativa. Quindi vi doveva essere qualcosa di sbagliato da qualche parte”. Nel 1966 Bergman riprese in mano il manoscritto che aveva abbozzato nell'estate precedente: I mangiatori d'uomini o Gli antropofagi, e da esso, dopo averlo rimaneggiato, nacque L'ora del lupo. “Il film è dichiaratamente autobiografico. Il regista aveva sofferto più volte di forti depressioni ed era stato ricoverato in clinica. Qualcuno ha visto, inoltre, nel ruolo del pittore una citazione biografica del regista, perchè Johan è un artista divenuto famoso grazie ai suoi studi sul volto e sui ritratti. (…) Si tratterebbe di qualcosa di riconducibile all'ancestrale paura del buio, come afferma la protagonista (Alma, n.d.A.) all'inizio del film. (…) Alma, nome della donna (nome insolito e nobile, dice un ospite del castello) può avere un duplice etimo: può derivare dal latino anima; oppure dall'aggettivo alma: che alimenta, che nutre.“ Mentre il protagonista, Johan dice: “L'ora del lupo è l'ora in cui gli uomini muoiono, i bambini nascono, gli incubi ci assalgono.” Del suo film Bergman ha detto: “Se avessi fallito con Persona, non avrei mai osato fare L'ora del lupo. L'ora del lupo non è certo un passo indietro. Ho osato fare alcuni passi, ma non ho percorso tutta la strada (…) è un passo barcollante nella direzione giusta.” Curiosa citazione di se stesso - qualche anno dopo Bergman si cimenterà con la regia cinematografica di un'opera mozartiana: Il flauto magico - nel film L'ora del lupo, durante una cena al castello, propone curiosamente uno spettacolo di marionette che altro non sono che attori rimpiccioliti con un abile trucco tecnico. “Ne L'ora del lupo ognuno legge il male negli occhi degli altri come in uno specchio, ribaltando totalmente il messaggio paolino: adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; allora vedremo faccia a faccia. Nei frantumi dello specchio di Johan non compare alcun volto che non sia quello di divoratori di uomini e di anime.” Sempre interamente sull'isola, nel 1967, realizzò il film sulla guerra, La Vergogna: la guerra vista da Ingmar Bergman. “La prima de La vergogna ebbe luogo il 29 settembre 1968. Il giorno dopo stesi nella mia agenda di lavoro il seguente appunto: Me ne sto a Faro e aspetto...”. Film piuttosto contrastato, che ebbe numerose contestazioni e fu accompagnato da furiose polemiche, perché anche secondo alcuni critici assumeva, a proposito della guerra in Viet-Nam, una posizione qualunquista. “Il tema della guerra, che era già stato solo accennato dal regista, in altri film precedenti, qui diventa centrale: rappresentato come la violenza contagiosa della Storia, demone senza volto né nome, che scatena la perfidia e la violenza latenti in ogni uomo. A guardare bene, infatti, la polemica anti-bellica era già presente in molte sue opere precedenti: - egli, ne Il settimo sigillo, fa sbeffeggiare la guerra (nel caso specifico le Crociate) da Jons il sagace e facondo scudiero; ed anche il Cavaliere Antonius Block mostra di non esserne tanto entusiasta; - in Persona (benché solamente nel Prologo) mostra le immagini dei bonzi che si danno fuoco per protesta contro l'invasione militare del loro paese; - in Luci d'inverno la sua idea anti-bellica era presente come catastrofe annunciata nell'ossessione del contadino, prima impazzito, infine suicida, per il rischio, giudicato incombente, della bomba atomica cinese; - ne Il silenzio mostrava, quasi come monito di un mondo inquieto e nervoso, carovane di carri armati che percorrono la misteriosa e incomprensibile città di Timoka.” In realtà l'imprevedibile e spiazzante Bergman aveva colto ancora una volta tutti di sorpresa e il suo intento, pur abbastanza evidente, non era stato compreso appieno, nemmeno da alcuni critici tra i più avveduti, perché il film non era altro che la sua personale testimonianza dell'impegno antibellico. Si può dire, quindi, che sotto la sua, solo apparente, semplicità dev'esserci, evidentemente, una complessità non del tutto facile da cogliere. “Quando rivedo La vergogna, trovo che è spezzato in due parti. La prima metà, dedicata alla guerra, è brutta. L'altra, sugli effetti della guerra, è bella. La prima metà è assai peggiore di quanto immaginassi, ma l'altra è migliore rispetto a come la ricordavo. E, in effetti … la parte migliore del film inizia quando la guerra finisce ed iniziano i dolori.” Nel 1968 Bergman realizzò il film Passione, ultimo film diretto per la Svensk Filmindustri prima di mettersi in proprio, proiettato per la prima volta nell'ottobre del 1969. “Per le riprese di Passione occorsero 45 giorni. Fu un lavoro pesante... Il sogno di Passione comincia dove finisce la realtà di Vergogna. (…) Passione fu girato a Faro nell'autunno del 1968 e contiene tracce delle arie che a quel tempo spiravano nel mondo reale come in quello del cinema. Per certi aspetti è dunque fortemente e gravemente datato. Per altri, invece, è pieno di forza e ostinazione. Io lo guardo con sentimenti misti. (…) Questo era dunque il 1968. Il bacillo speciale di quell'anno raggiunse anche la troupe cinematografica che girava a Faro. (…) Già nel febbraio del 1967 si legge come io stessi elaborando un'idea su Faro come Il Regno dei Morti. Qualcuno giunge, errante, sull'isola e avverte la nostalgia di qualcosa di lontano. Ci sono molte stazioni lungo il cammino. Luminose, spaventose, particolarmente eccitanti.” Ma, anche secondo l'opinione dello stesso Bergman, il film che meglio rappresenta l'immaginario che scaturisce dalla sua particolare relazione con Faro è Persona. Resta emblematica, del certosino lavoro di preparazione di ogni singola immagine, una meravigliosa fotografia, peraltro molto famosa, scattata durante le riprese del film e pubblicata nel libro-diario Immagini, che ritrae Sven Nyqvist e Ingmar Bergman in piedi, l'uno di fronte all'altro, in bilico sulla scogliera, col mare grigio sullo sfondo, compresi in una delle loro leggendarie discussioni. “Persona mi ha salvato la vita. Non è un'esagerazione. Per la prima volta non mi preoccupai se il risultato avrebbe avuto un significato generale o no. Oggi sento che con Persona – e più tardi con Sussurri e grida – sono giunto al massimo a cui posso arrivare, e che in tutta libertà tocco segreti senza parole, che solo la cinematografia può mettere in risalto”. Fin dalla sua uscita il film fu recepito come altamente sperimentale nelle tecniche cinematografiche che Bergman utilizzò per trasmettere il senso di incomunicabilità tipico della sua poetica. Sperimentale anche e soprattutto nello studio della luce e della fotografia, diretta magistralmente da Sven Nyqvist. Sperimentale anche per la tecnica di montaggio, nuovo e, per certi versi, rivoluzionario, a cura di Ulla Righe. Effettivamente è riscontrabile nell'analisi della cinematografia di Bergman quanto Persona rappresenti un'altra nuova soluzione al problema della rappresentazione dei drammi interiori umani e sociali, nel caso specifico una soluzione asettica, fredda, talvolta allucinata e comunque inedita all'interno del panorama artistico del cineasta svedese. Nel film, complesso e innovativo, quasi sperimentale dal punto di vista di alcune riprese e di alcune soluzioni tecniche, è rimasta famosa, fra molte altre scene memorabili, la sovrapposizione dei volti delle due protagoniste. “Io e Sven Nyquist decidemmo di lasciare la metà del volto nel buio completo... insomma, non avrebbe dovuto esserci neppure una sfumatura di luce. Questo era inoltre un passo naturale a combinare, proprio nella fase del monologo, i mezzi volti illuminati in modo che si fondessero in un volto unico. La maggior parte delle persone ha, chi più e chi meno un lato migliore del volto. Le immagini dei volti di Liv (Elisabeth Vogler, n.d.A.) e di Bibi (Alma, n.d.A.) illuminati per metà, che poi noi unimmo insieme, dimostrarono il lato peggiore di ciascuna di loro. Quando ebbi indietro la doppia copia del film dal laboratorio, pregai Liv e Bibi di venire nella stanza di montaggio: Bibi grida sorpresa: E Liv risponde: Ma sei tu, Bibi, che sembri veramente strana! Rifiutavano spontaneamente il loro mezzo volto meno bello”. Liv Ullman e Bibi Andersson si confrontano senza esclusione di colpi in un paesaggio dove è eliminato tutto ciò che è superfluo o inutile. "Tu puoi essere una persona e un'altra persona, precisamente e allo stesso tempo?" Chiede l'infermiera Alma all'attrice Elisabeth che, mentre sta recitando sul palcoscenico, ha deciso di non parlare più, per rifiutare le troppe maschere che indossa nella vita reale, oltre che a teatro. Bergman è indubbiamente, fra i grandissimi, l'autore che ha insistito di più sul legame fondamentale che unisce nel cinema il volto e il primo piano. Persona ne è la testimonianza più tangibile, ma in seguito vedremo come il tema del volto sia ricorrente nel cinema di Bergman. Elisabeth è più persone anche nella vita di tutti i giorni oltre che in quella artistica? Il critico Tullio Kezich, ha sottolineato, a suo tempo, che: "Persona, è svolto come un teorema che a un certo punto si trasforma nell'operazione senza anestesia che il chirurgo svolge in presenza del pubblico". Liliana Cavani disse, all'epoca della prima uscita del film: "Ho visto poche opere cinematografiche così nette. Il film è il risultato di un paziente lavoro di approfondimento e di rifinitura. (Persona, n.d.A.) E' uno di quei film che indicano ai registi vie nuove per tentare nuove possibilità di espressione". E' rimasta nelle antologie del cinema la favolosa, prodigiosa, interminabile, carrellata laterale, lunga qualche centinaio di metri, sulla spiaggia rocciosa di Faro nella quale le due protagoniste si rincorrono. Nel 1972, sempre a Faro, Bergman gira Sussurri e grida. “....In un lungo attacco di malinconia scrissi un film dal titolo Sussurri e grida. Per la seconda volta durante la mia vita, i giornalisti avevano cominciato a sostenere che la mia carriera era conclusa. Stranamente tutta questa indifferenza, taciuta o espressa, non aveva su di me alcun effetto. Girammo il film in un'atmosfera di fiducia e di allegria.” Lo stesso regista disse a proposito di Sussurri e grida: "...Tutti i miei film possono essere pensati in bianco e nero, eccetto Sussurri e grida ....fin dalla fanciullezza ho immaginato la parte interna dell'anima come una patina umida in sfumature colore rosso”. E' vero, come è vero, che, pur essendo Sussurri e grida, un film difficile (leggi: complesso) per le molteplici e profonde implicazioni culturali e psicoanalitiche, lo spettatore per riuscire a penetrarne la più intima essenza non deve dare che ascolto ai semplici suggerimenti che, durante la visione, gli deriveranno solo dai sussulti della sua anima. Giovanni Grazzini, nel suo libro Gli anni settanta in cento film, scrive: “Suona l'ora di Bergman (a Cannes, n.d.A.) e sul più alto pennone del Festival si alza il vessillo del brivido.” E ancora: “Per sentire Sussurri e grida basta fornirsi di occhi limpidi e trepido cuore”. Infine, al ritorno dall'esilio volontario in Germania, avvenuto nel 1982, Bergman si ritirerà sull'isola di Faro e realizzerà quello che doveva essere, nelle sue intenzioni, il suo ultimo film e pertanto un suo congedo dal cinema. “C'è un'illustrazione, in un'edizione dei racconti di E.T.A. Hoffman, che mi si è spesso ripresentata alla memoria. L'immagine è presa dallo Schiaccianoci. Ci sono due bambini rannicchiati nella penombra, la vigilia di Natale, e aspettano che venga acceso l'albero e che siano aperte le porte della sala. Di qui presi lo spunto per la festa natalizia con cui comincia Fanny e Alexander.” Fanny e Alexander è la saga di una antica ed aristocratica famiglia di Uppsala, dai tratti fortemente autobiografici, ambientato nella sua città natale, all'inizio del '900. I personaggi sono una sessantina. Al centro della storia, un pastore protestante elegantissimo e perfido, proprio come il padre del regista. Il film, che fu montato a Faro, doveva durare sei ore, ma la durata fu bocciata in sede di censura, così la versione per la televisione durerà cinque ore, quella per il cinema tre ore. “Nell'agosto del 1981 la mia tecnica del montaggio, Silvya Ingemarsson, venne a Faro. L'intenzione era di riuscire, in pochi giorni, a mettere a punto la versione cinematografica secondo la struttura che avevo progettato. Avevo le idee abbastanza chiare su ciò che avremmo dovuto tagliare. Il mio scopo era di arrivare a un film di circa un'ora e mezza. Il progetto fu eseguito rapidamente. Ma dopo che ebbi finito, scoprii che il film durava quasi quattro ore.” Nacque, comunque, un capolavoro. Come scrive Giovanni Grazzini: “...un riassunto di quarant'anni di cinema. Dove si trova tutta la pedagogia narrativa di Bergman: ... c'è solo il presente e l'infanzia ricordata, rivissuta, è una sorta di prova generale, un mondo perduto di luci, profumi, suoni, da conservare per sempre.” Così scrive, e con quale soddisfazione, lo stesso Ingmar Bergman nel suo libro-diario, Immagini. “Me ne ero uscito con una bacchetta da rabdomante ed ero arrivato a una vena d'acqua. Quando trivellai, l'acqua cominciò a spruzzare come in un geyser.”

Curiose formazioni rocciose sulle coste di Fårö

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