Erostrato

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Erostrato (in greco antico: Ἡρόστρατος, Hēróstratos; Efeso, ... – Efeso, luglio 356 a.C.) è stato un criminale e pastore greco antico che, per immortalare in qualche modo il suo nome, incendiò e distrusse il celeberrimo tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico, il 21 luglio 356 a.C.

I suoi concittadini, gli Efesini, lo condannarono a morte e decretarono che non venisse mai ricordato il suo nome, che infatti ci viene tramandato solo da Claudio Eliano (De nat. an., VI, 40), Strabone (XIV, 1, 22) e Solino (40 segg.)[1].

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Il gesto di Erostrato ha fornito ispirazione per la coniazione di neologismi utilizzati in varie lingue, come l'italiano erostratismo, con cui si indica una "patologica ansia di sopravvivere nella memoria dei posteri".

Infatti:

Erostrato è anche uno dei protagonisti del suo romanzo “La Vita Interiore”.

  • Il Distruttivismo trae spunto dalla vicenda di vita di Erostrato.
  • Nella prefazione a Il buon soldato Sc'vèik, Jaroslav Hašek scrisse: Io voglio molto bene al buon soldato Sc'vèik, e raccontandovi le sue avventure durante la guerra mondiale sono convinto che tutta la vostra simpatia si rivolgerà verso questo eroe umile ed oscuro. Egli non ha mica incendiato il tempio della dea in Efeso, come fece quell'imbecille d'Erostrato, allo scopo d'apparire sui giornali e nei libri di letteratura. E ciò mi pare che basti. (traduzione di Renato Poggioli).
  • Il filosofo Günther Anders, nell'opera L'uomo è antiquato, paragona la figura di Erostrato a quella del nichilista. La sua sete di vendetta può essere placata solo con un'azione che annunci la sua autoaffermazione: la distruzione totale dell'universo. Con quest'azione, il nichilista cade in contraddizione poiché l'autoaffermazione agognata non avrebbe più nessuno su cui esercitarsi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Erostrato, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  2. ^ Mussolini opera omnia, La Fenice, Firenze, 1959, vol. 31, pag. 119

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