Eremo di Sant'Alberto di Butrio

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Eremo di Sant'Alberto di Butrio
Eremo di butrio - 002.jpg
StatoItalia Italia
RegioneLombardia Lombardia
LocalitàPonte Nizza
ReligioneCattolica
Diocesi Tortona
Stile architettonicoRomanico
Inizio costruzione1030

Coordinate: 44°51′18.17″N 9°08′58.23″E / 44.855046°N 9.149507°E44.855046; 9.149507

L'eremo di Sant'Alberto di Butrio, sorge fra primi rilievi dell'Appennino ligure, nella valle Staffora dell'Oltrepò Pavese, in provincia di Pavia, in frazione Abbadia Sant'Alberto del comune di Ponte Nizza, a 687 metri s.l.m., isolato in una chiostra di monti, tra verdi pascoli, castagni, querce e abeti.

Le origini dell'eremo, l'espansione, la decadenza[modifica | modifica wikitesto]

La costruzione dell'eremo venne iniziata dallo stesso sant'Alberto, forse del casato dei Malaspina, che nel 1030 andò ad abitare in solitudine nella vicina valletta del Borrione, ove tuttora vi è una piccola cappelletta a lui dedicata.

Avendo guarito miracolosamente un figlioletto muto del marchese di Casasco (Malaspina), questi in segno di riconoscenza gli edificò una chiesa romanica dedicata alla Madonna in cui sant'Alberto ed i suoi seguaci eremiti potessero celebrare l'Ufficio divino. Costituitisi in comunità, gli eremiti edificarono il monastero di cui rimane attualmente un'ala: il cosiddetto chiostrino ed il pozzo.

A capo della comunità venne eletto sant'Alberto, che rimase abate fino al 1073, anno della sua morte. Nel frattempo l'eremo, alle dirette dipendenze del Papa, era assurto a grande potenza sia spirituale che temporale. Molte erano le celle e le dipendenze dell'eremo, situate nelle attuali province di Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova.

Dopo la morte di sant'Alberto, l'eremo crebbe ancora in potenza e numero di monaci tanto da divenire un centro spirituale di una vastissima zona. Ospitò illustri personaggi ecclesiastici e laici tra cui il fuggiasco re d'Inghilterra Edoardo II Plantageneto che ancor prima si era nascosto nel Castello di Melazzo vicino ad Acqui Terme: un documento del 1877 attesta, senza ombra di dubbio, che il re morì e fu sepolto inizialmente in questo Eremo. Si ritiene inoltre che vi abbiano soggiornato anche Federico Barbarossa e Dante Alighieri.

I monaci seguivano la regola benedettina, secondo la riforma di Cluny o la revisione bobbiense, mantenendo tuttavia sempre viva l'antica vocazione eremitica.

Verso la metà del XV secolo, con l'avvento degli abati commendatari, l'eremo incominciò il periodo di decadenza.

Nel 1516 papa Leone X unì l'abbazia a quella di San Bartolomeo in Strata di Pavia.

Nel 1543 gli ultimi monaci (olivetani) lasciarono l'eremo per trasferirsi altrove. Vi rimase solo un sacerdote addetto alla cura delle anime. Nel 1595 la chiesa di Sant'Alberto fu eretta a parrocchia. Seguirono tre secoli di quasi abbandono totale, durante i quali il monastero e parte della torre furono distrutti. Con l'avvento delle leggi napoleoniche, nel 1810, l'eremo fu soppresso e requisito dal governo.

La rinascita[modifica | modifica wikitesto]

Frate Ave Maria, al secolo Cesare Pisano, Eremita cieco della Divina Provvidenza (1900 - 1964)

Nel 1900, anno in cui avvenne la riesumazione dei resti mortali di sant'Alberto, deposti poi entro una statua di cera che si può vedere nella chiesa di Sant'Alberto, la cura dell'eremo fu affidata a don Orione.

Nel 1921 don Orione ripopolò l'eremo collocandovi gli Eremiti della Divina Provvidenza da lui stesso fondati nel 1899, e con loro anche un sacerdote in qualità di parroco.

Tra di essi, il più conosciuto è frate Ave Maria (al secolo Cesare Pisano), che visse nell'eremo dal 1923 al 1964 conducendo una vita riconosciuta straordinaria per santità, preghiera e penitenza.

Cronotassi degli abbati[modifica | modifica wikitesto]

sede vacante (1237 - 1290)

Dal 1453 in poi non vi sarà più alcun Abbate regolare.

sede vacante (1564 - 1572)

sede vacante (1624 - 1625)

Dal 1784 non vi sarà più alcun Abbate Commendatario.
sede vacante (1784 - 1785)

Dal 1920 in poi saranno tutti Religiosi della Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza Opera di San Luigi Orione.

La struttura dell'eremo[modifica | modifica wikitesto]

Interno della seconda chiesa

Il complesso del fabbricato dell'eremo si compone della chiesa parrocchiale di Santa Maria, che è quella originaria edificata da sant'Alberto, e di tre oratori adiacenti e comunicanti: quello di sant'Antonio di forma trapezoidale, situato appena dentro la porta d'ingresso, che appare tutto affrescato; segue la cappella del SS.mo che si identifica come navata di sinistra per chi guarda l'altare, e infine la chiesa di Sant'Alberto sulla destra sempre per chi guarda l'altare.

Sotto un certo aspetto è quest'ultima la più importante, perché in essa vi fu sepolto sant'Alberto dopo la morte, perché vi si conservano tuttora le sue due tombe e le sue ossa, e infine perché in essa sono stati eseguiti i più pregevoli affreschi dell'eremo. La più antica di queste chiese è quella di Santa Maria, edificata da sant'Alberto con l'aiuto del Marchese Malaspina, verso l'anno 1050. Segue quella intitolata a sant'Alberto sorta prima della sua morte o subito dopo.

Contemporanea a questa dovrebbe essere quella chiamata recentemente Cappella del Santissimo. Nel 1300 sorse poi la chiesetta di Sant'Antonio, forse al posto di una tettoia o pronao. Così, pure nel 1300, cioè nel periodo di maggior potenza e fulgore dell'eremo, venne costruita la torre ora mozza.

Tutti gli affreschi sono del 1484, dipinti da luglio a settembre, e non recano firma. Fino a tempi recenti furono attribuiti alla scuola dei fratelli Manfredino e Francischino Boxilio di Castelnuovo Scrivia. Ora vi è la tendenza di attribuirli ad un monaco pittore che per umiltà avrebbe voluto conservare l'anonimato. Si suppone che molti affreschi, specialmente nella chiesa di Santa Maria, siano andati perduti nel corso dei secoli per insulsi restauri.

La chiesa di Santa Maria è stata restaurata, riportandola all'aspetto primitivo, nel 1973, in occasione del nono centenario della morte di sant'Alberto. Nello stesso anno sono state eseguite le scalinate nel sagrato dell'eremo ed altri lavori.

Affreschi[modifica | modifica wikitesto]

Come già citato in precedenza, tutti questi affreschi sono di attribuzione incerta, per ora l'ipotesi più accreditata è quella della mano di un frate, rimasto poi anonimo, ma per caratteristiche simili che si ripetono in tutti gli altri dipinti dell'Oltrepo' ed anche per il fatto che queste caratteristiche si riscontrano in opere ad esso contemporanee, si è iniziato a pensare che esistesse una scuola di pittura locale, che non si sia limitata a Sant'Alberto, ma anche alle chiese dei paesi vicini e forse perfino anche a Voghera. Un esempio potrebbero essere i frammenti di affreschi nella chiesa rossa di Voghera. Tornando a Sant'Alberto, gli affreschi di questo complesso riassumono le caratteristiche principali degli altri dipinti della zona dell'Oltrepò Pavese. Gli esempi più importanti e meglio conservati (o di più recente restauro) sono quelli all'interno della chiesa dedicata a Sant'Antonio, costruita in epoca più tarda rispetto alle altre chiese, con le pareti interamente affrescate. Nel suo interno troviamo ritratti di quattro santi, San Gerolamo, San Ruffino, San Innocenzo e San Giovanni il Battista; di quest'ultimo conosciamo il committente, un tale Martino, come testimoniano le scritte gotiche. Probabilmente Martino è appartenuto ai Tinellis committenti di alcuni lavori. Questi santi sono affrescati su dei pilastri, raffigurati a grandezza naturale, e rappresentati con la stessa espressione del volto. Tutti mantengono caratteristiche comuni, nella forma degli occhi, del viso, e della barba, inoltre tutti gli sfondi sono caratterizzati da un cromatismo molto forte, a discapito del realismo della rappresentazione. Sopra l'architrave di ogni arco troviamo i ritratti dei profeti maggiori e minori: abbiamo la certezza che queste figure rappresentano profeti dalla mancanza dell'aureola che contraddistingue i santi. Dal confronto emergono alcune caratteristiche del loro aspetto: la testa è inclinata alternativamente a sinistra e a destra, e i colori dei capelli biondo e bianco, si ripetono alternati. Possiamo dedurre il nome dei profeti grazie a delle strisce che tengono in mano sulle quali sono scritti in caratteri gotici i loro nomi, e addirittura si possono presumere i loro sentimenti provati in vita grazie agli accenni di espressioni del volto, e soprattutto della bocca. Sulla parete vi sono delle lunette nelle quali sono rappresentati degli affreschi agiografici che, nonostante la diversità cronolica di realizzazione, raffigurano o la stessa persona, o dei personaggi con volti molto simili. Per esempio gli affreschi relativi a Sant'Alberto, il primo nella Chiesa del Santo e il secondo in quella di Sant'Antonio, dipinti a distanza di tempo l'uno dall'altro, sono rappresentati nella stessa maniera, e così anche la forma del viso della Madonna in trono nella Chiesa di Sant'Antonio e l'Annunciazione nella Chiesa di Sant'Alberto. Vi sono sulla parete di destra un affresco raffigurante San Bovo a cavallo, un santo non molto conosciuto in Italia, a differenza dell'Oltrepò Pavese dove il suo passaggio ha segnato la storia locale: altro indizio che porta ad attribuire gli affreschi ad un Maestro o meglio ad una Scuola Artistica locale. In tutti i dipinti prevale il gusto gotico con accenni alla tradizione bizantina: alcuni affreschi presentano una dimensione gerarchica, come il dipinto della Maestà nella Chiesa di Sant'Antonio, dove il marchese committente dell'opera rimane in secondo piano a causa delle sue ridotte dimensioni. Gli affreschi hanno uno sfondo piatto simile ad una parete, ad eccezione di alcuni, come la vita di Santa Lucia, dove compare una sorta di esterno, ma la prevalenza del fondo giallo rimane. Questo richiama la tradizione bizantina dello sfondo oro che si ripeterà non solo in tutto l'Eremo, ma anche in altri dipinti della zona. Questi sfondi con l'accenno di un prato in primo piano, si discostano dai normali dipinti del Gotico Internazionale, e qui si risentono le nuove tendenze quattrocentesche. In ogni caso si tratta di un personaggio "naif" per l'epoca, ed anche le espressioni dei visi non corrispondono completamente ai classici canoni di raffigurazione, rafforzando ancora di più l'ipotesi di una Scuola Artistica locale, con proprie caratteristiche stilistiche. In tutti gli spazi vuoti delle arcate troviamo stelle, stranamente colorate di rosso su uno sfondo argenteo: probabilmente per richiamare i colori dello stemma di uno dei committenti. I quattro evangelisti sono raffigurati in una delle volte, e riprendono anch'essi alcune caratteristiche bizantine, come il prato verde ai piedi dei loro simboli, già presente in Sant'Appolinaire, e le ali dell'aquila, quasi a forma di spade, che si ripresentano in affreschi più tardi di altre zone d'Italia. Tutto lo sfondo riprende un motivo decorativo molto simile per i colori alle stelle delle volte. Infine nell'Abbazia sono rappresentati molti segni distintivi, relativi ai commissionari, come due stemmi, e addirittura un castello attribuito ad uno dei Malaspina.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Sito web ufficiale[modifica | modifica wikitesto]

Eremo di S. Alberto di Butrio

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