Epitaffio di Pericle

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Epitaffio
Titolo originaleἘπιτάφιος
Altri titoliEpitafio
Orazione funebre
Pericles Pio-Clementino Inv269.jpg
Busto di Pericle riportante l'iscrizione "Pericle, figlio di Santippo, Ateniese". Marmo, copia romana di un originale greco del 430 a.C. circa.
AutorePericle
1ª ed. originale430 a.C.
Genereorazione
Lingua originalegreco antico
AmbientazioneAntica Atene

L’Epitaffio (Ἐπιτάφιος, Epitaphios), conosciuto anche come Epitafio o Orazione funebre, è un'orazione funebre di Pericle pronunciata ad Atene alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) come parte del funerale pubblico annuale per i caduti in guerra. Il discorso è riportato da Tucidide nel secondo libro della sua Storia della guerra del Peloponneso[1]. Possiamo essere ragionevolmente sicuri che Pericle abbia pronunciato il discorso nel mese di pianepsione (ottobre/novembre) del 430 a.C. Pericle ha lasciato un altro epitaffio nel 440 a.C. durante la Guerra di Samo.[2] Tucidide era estremamente meticoloso nella sua documentazione, tuttavia è possibile che elementi di entrambi i discorsi siano stati riportati nella sua versione.

Contenuto del discorso[modifica | modifica wikitesto]

L'Epitaffio si differenzia dalla forma consueta dei discorsi funebri ateniesi. David Cartwright lo descrive come "un elogio della stessa Atene ..."[3]. Il discorso glorifica i risultati di Atene, progettati per risvegliare gli spiriti di uno Stato ancora in guerra.

Proemium[modifica | modifica wikitesto]

Il discorso incomincia elogiando l'usanza dei funerali pubblici per i morti. Pericle sostiene che chi parla dell'orazione ha l’impossibile compito di soddisfare, da un lato, i soci del defunto, che vorrebbero che le sue azioni siano ingigantite, dall'altro tutti gli altri potrebbero provare un'esagerata gelosia e invidia[4].

Lode dei morti in guerra[modifica | modifica wikitesto]

Pericle incomincia lodando gli antenati degli ateniesi attuali, ricordando brevemente i domini da loro acquisiti. Parte, poi, dall'esempio di altre orazioni e saluti funebri ateniesi sulle grandi conquiste militari del passato:

«Quella parte della nostra storia che racconta le conquiste militari che ci hanno permesso i nostri vari possedimenti, o del giusto valore con cui noi o i nostri padri hanno derivato l'ondata di aggressione ellenica o straniera, è per me un tema troppo familiare ai miei ascoltatori per soffermarmici. Quindi lo passerò.»

Invece, Pericle propone di concentrarsi su:

«la strada attraverso la quale abbiamo raggiunto la nostra posizione, la forma di governo in cui è cresciuta la nostra grandezza e le abitudini nazionali da cui è scaturita[5]

Elogio della democrazia[modifica | modifica wikitesto]

Pericle decide così di lodare la guerra, glorificando la città per la quale sono morti i suoi concittadini ma, soprattutto, elogiando la sua forma di governo:

«Noi abbiamo una forma di governo che non guarda con invidia le costituzioni dei vicini, e non solo non imitiamo altri, ma anzi siamo noi stessi di esempio a qualcuno. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, poiché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensí di una cerchia più vasta: di fronte alle leggi, però, tutti, nelle private controversie, godono di uguale trattamento; e secondo la considerazione di cui uno gode, poiché in qualsiasi campo si distingua, non tanto per il suo partito, quanto per il suo merito, viene preferito nelle cariche pubbliche; né, d’altra parte, la povertà, se uno è in grado di fare qualche cosa di utile alla città, gli è di impedimento per la sua oscura posizione sociale.»

Queste linee formano le radici del concetto di "giustizia uguale sotto la legge":

«Se guardiamo alle leggi, esse offrono uguale giustizia a tutti nelle loro differenze private ... se un uomo è in grado di servire lo stato, non è ostacolato dall'oscurità della sua condizione." La libertà di cui godiamo nel nostro governo si estende anche alla nostra vita ordinaria… noi non ci sentiamo urtati se uno si comporta a suo gradimento, né gli infliggiamo con il nostro corruccio una molestia che, se non è un castigo vero e proprio, è pur sempre qualche cosa di poco gradito[6]

Il liberalismo di cui parla Pericle si estende anche alla politica estera ateniese:

«Apriamo la nostra città al mondo, e mai per atti alieni escludiamo gli stranieri da ogni opportunità di apprendere o osservare, anche se gli occhi di un nemico possono occasionalmente trarre profitto dalla nostra liberalità ...[7]

Al culmine della sua lode ad Atene, Pericle dichiara:

«In breve, io dico che come città siamo la scuola della Grecia, mentre dubito che il mondo possa produrre un monarca che, dipendendo solo da se stesso, sia capace di fronteggiare tante emergenze, e sia onorato da una tale felice versatilità come l'ateniese[8]

Infine, Pericle collega la sua lode della città ai morti ateniesi morti che sta celebrando:

«L'Atene che ho celebrato, solo l'eroismo di questi e dei loro simili l'hanno fatta ... nessuno di questi uomini ha permesso di essere tentato di innervosire il suo spirito né dalla ricchezza, con la sua prospettiva di futuro divertimento, né dalla povertà, con la sua speranza di un giorno di libertà per ritirarsi dal pericolo. No, rivolgere quella vendetta sui loro nemici era qualcosa di più che desiderare qualsiasi benedizione personale, e ritenendo che questo fosse il più glorioso dei pericoli, con gioia decisero di accettare il rischio ... Quindi, scegliendo di morire resistendo, piuttosto che vivere sottomessi, sono fuggiti solo di fronte al disonore ... [9]

La conclusione sembra inevitabile:

«Perciò, dopo aver giudicato che essere felici significa essere liberi, [hanno capito che] essere liberi significa essere coraggiosi, cioè non rifuggire dai rischi della guerra[10]

Esortazione ai viventi[modifica | modifica wikitesto]

Pericle quindi si rivolge al pubblico e li esorta a vivere secondo gli standard stabiliti dai defunti:

«Così sono morti questi uomini come Ateniesi, voi, i loro sopravvissuti, dovete decidere di avere una risolutezza ineffabile sul campo, anche se potete pregare chi avrebbe potuto avere una fine più felice[11]

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Pericle termina con un breve epilogo, ricordando al pubblico la difficoltà del compito di parlare di più dei defunti. Il pubblico viene quindi congedato[12].

Paralleli moderni e contemporanei dell'Epitaffio di Pericle[modifica | modifica wikitesto]

Paragone con il discorso di Gettysburg di Abramo Lincoln[modifica | modifica wikitesto]

Gli studiosi della guerra civile americana Louis Warren e Garry Wills hanno paragonato l'Epitaffio di Pericle al discorso di Gettysburg di Abramo Lincoln. Infatti, anche il discorso di Lincoln, come Pericle, incomincia con un riconoscimento ai predecessori ed esorta i sopravvissuti ad emulare le azioni dei defunti; focalizza, inoltre, tale emulazione al sistema democratico dell'Unione ("governo del popolo, dal popolo, per il popolo").[13] Non è però sicuro fino a che punto Lincoln sia stato direttamente influenzato dall'Epitaffio di Pericle.

Pericle recitato da Paolo Rossi[modifica | modifica wikitesto]

L'attore Paolo Rossi ha più volte recitato parti dell'Epitaffio di Pericle o presunte tali.

Invitato da Paolo Bonolis a Domenica In su Rai 1, nel 2003, Rossi scelse di recitare il famoso discorso di Pericle sulla democrazia nella città di Atene, rielaborando (pur rimanendo in gran parte fedele al contenuto originario) quello riportato dallo storico Tucidide; il testo non piacque al direttore Fabrizio Del Noce, perché "troppo forte"[14]. Il funzionario propose a Paolo Rossi di partecipare al programma lo stesso, senza pronunciare il discorso di Pericle, troppo attuale nel 2003, ma l'attore non accettò.

Quello recitato da Paolo Rossi non era la riproposizione fedele del testo di Tucidide. Il monologo dell'attore, infatti, è una versione, seppur nei contenuti piuttosto fedele, sintetizzata e rielaborata. In particolare l'anaforico "Qui ad Atene noi facciamo così" non trova riscontro nel testo originario così come la frase "in nessun caso si avvale delle pubbliche cariche per risolvere le questioni private". Tale interpretazione è stata usata come copertina per la trasmissione televisiva Ballarò di Rai 3.

Tucidide, tuttavia, scrive semplicemente "Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici".

Polemiche di Umberto Eco[modifica | modifica wikitesto]

Successivamente, in un articolo su La Repubblica, lo scrittore Umberto Eco ha riferito di aver ammonito Rossi, prima dello spettacolo Il Signor Rossi e la Costituzione tenutosi a Milano, in Piazza del Duomo: "Stai attento perché Pericle era un figlio di puttana".

Secondo Eco, dopo la lettura, Rossi si sarebbe convinto che lo scrittore aveva ragione: "il suo discorso agli ateniesi è un classico esempio di malafede. All'inizio della prima guerra del Peloponneso, Pericle fa il discorso in lode dei primi caduti. Usare i caduti a fini di propaganda politica è sempre cosa sospetta, e infatti sembra evidente che a Pericle i caduti importavano solo come pretesto: quello che egli voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo … Oggi diremo che si trattava di un populismo Mediaset"[15].

Sindaco condannato a leggere Pericle di fronte al Consiglio comunale[modifica | modifica wikitesto]

Nel dicembre 2015, il Tribunale di Pistoia condannò il sindaco di Pieve a Nievole Gilda Diolaiuti a leggere il famoso Discorso di Pericle di fronte al Consiglio comunale, aperto agli alunni della scuola media. Il giudice ha ritenuto, infatti che, relativamente a una querela presentata dal precedente sindaco, i fatti fossero "espressione di una dialettica deviata dal corretto approccio che dovrebbe permeare il confronto ordinario tra maggioranza e minoranza. Tali criticità, pur biasimevoli per i protagonisti … dovrebbero suggerire un approccio costruttivo e non distruttivo".[16]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tucidide, 2. 35-46
  2. ^ Plutarco, Pericle, 28.4
  3. ^ David Cartwright, A Historical Commentary On Thucydides, University of Michigan Press, 1997
  4. ^ Tucidide, 2.35
  5. ^ Tucidide, 2.36
  6. ^ Tucidide, 2.37
  7. ^ Tucidide, 2.39
  8. ^ Tucidide, 2.41
  9. ^ Tucidide, 2.42
  10. ^ Tucidide, 2.43
  11. ^ Tucidide, 2.43-44
  12. ^ Tucidide, 2.45-46
  13. ^ Traduzione italiana del discorso riconosciuta dalla Biblioteca del Congresso di Washington
  14. ^ "Domenica In, censura Paolo Rossi che recita Pericle" di Curzio Maltese. Repubblica. Spettacoli e Cultura. 28 novembre 2003.
  15. ^ La Repubblica, 14 gennaio 2012
  16. ^ Il Tirreno, 13 dicembre 2015

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
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