Emanuele Lomonaco

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Emanuele Lomonaco (Praia a Mare, 17 novembre 1951Biella, 31 dicembre 2006) è stato uno psichiatra italiano.

Emanuele Lomonaco

Ha diretto il Dipartimento di Salute Mentale dell'ASL di Biella dal 1990 al 2006.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Emanuele Lomonaco nasce il 17 novembre del 1951 a Praia a Mare, in provincia di Cosenza. All'età di quattordici anni si trasferisce con il cugino Gianni a Salerno, dove frequenta il Liceo Classico Torquato Tasso. Nel 1969 si iscrive alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Perugia, che lascia però tre anni dopo per completare gli studi a Bologna, dove si laurea e ottiene la specializzazione in Psichiatria. Nel capoluogo emiliano partecipa inoltre, ancora studente, ad una importante esperienza di psichiatria territoriale che si compie nei quartieri Barca e Costa Saragozza e i cui risultati sarebbero poi stati dettagliatamente descritti in un volume uscito per Feltrinelli alla fine degli anni Settanta[1]. Nel 1979 l’amministrazione provinciale di Vercelli lo chiama a lavorare presso il locale ospedale psichiatrico, nell'ambito di un piano di superamento istituzionale che contempla anche l’apertura dei servizi psichiatrici territoriali previsti dalla legge 180, approvata nel maggio dell’anno precedente. Dopo pochi mesi viene trasferito a Biella con l’incarico di avviare il Servizio di Diagnosi e Cura nell'ospedale cittadino. Emanuele in quel periodo frequenta assiduamente Milano, dove arricchisce il suo percorso formativo sottoponendosi a psicoanalisi freudiana.

Il periodo di Bologna tra studio e prime esperienze sul campo[modifica | modifica wikitesto]

Il rinnovamento della psichiatria italiana nel corso degli anni Sessanta e Settanta non è certamente coinciso soltanto con l'esperienza di negazione istituzionale compiuta da Franco Basaglia a Gorizia o con quelle che da essa sono state poi più o meno indirettamente influenzate. Al contrario, si è trattato di un processo ben più vasto e sfaccettato, che ha coinvolto schiere di addetti ai lavori, medici, infermieri e assistenti sociali, così come amministratori pubblici, intellettuali, personalità politiche e semplici cittadini e che si è sviluppato seguendo linee di tendenza e orientamenti culturali diversi a seconda dei casi, con fortissime specificità locali. Basti pensare ad esempio alle numerose province in cui sono stati realizzati - o anche solo abbozzati - programmi di riforma ispirati alla politica di settore francese, politica che in quel periodo ha suscitato tanto entusiastiche adesioni quanto critiche feroci, non solo negli ambienti più tradizionalisti e retrivi del mondo psichiatrico nazionale ma anche da parte dello stesso Basaglia. Eppure, malgrado le molteplici resistenze cui è dovuto andare incontro, il modello settoriale ha rappresentato un riferimento cruciale per la creazione dei servizi psichiatrici territoriali in città come Varese, Padova, Torino e Bergamo, soltanto per citare alcune delle sperimentazioni più note[2]. Senza dimenticare infine quanto accaduto a Bologna, dove a partire dal 1971 è stato impostato, sulla scorta delle ipotesi formulate da Carlo Gentili al trentesimo Congresso Nazionale della Società italiana di psichiatria, svoltosi nell'ottobre del 1968 a Milano, un lavoro sul territorio che ha interessato i quartieri Barca e Costa Saragozza. A promuovere l'iniziativa era stato proprio Carlo Gentili, che all'epoca dirigeva la Clinica Universitaria "Paolo Ottonello". Emanuele, che allora frequentava la Facoltà bolognese di Medicina e Chirurgia, prese parte attivamente a quelle esperienze di psichiatria sul territorio, insieme a molti altri studenti come lui, rimanendone profondamente segnato sul piano personale e scientifico.

L'esperienza al manicomio di Vercelli e il trasferimento a Biella[modifica | modifica wikitesto]

Emanuele si trasferì da Bologna a Vercelli poco dopo l’approvazione, nel maggio del 1978, della legge 180. Era stato “chiamato”, insieme ad altri giovani medici, dall'amministrazione provinciale, che si trovava allora alle prese con il duplice compito di avviare i servizi territoriali e di portare parallelamente a compimento la chiusura del locale ospedale psichiatrico, così come stabilito appunto dalla nuova normativa. Nel corso degli anni Settanta l’ospedale aveva attraversato una fase estremamente travagliata, dovuta al susseguirsi di episodi di cronaca al suo interno ma soprattutto alla contrapposizione crescente tra una parte minoritaria del personale – che in linea con quanto stava accadendo altrove in Italia aveva tentato di introdurvi metodi di gestione più liberali – ed una direzione medica che al contrario si era sempre mostrata sorda a qualsiasi ipotesi di rinnovamento. Emanuele restò a lavorare in manicomio soltanto pochi mesi. Fu poi assegnato all’SPDC (Servizio psichiatrico di diagnosi e cura) di Biella, entrato in funzione nel 1979. Prima di allora nel comprensorio biellese, suddiviso in due diverse Unità Sanitarie Locali, la 47 di Biella, con circa 128 mila abitanti, e la 48 di Cossato, con circa 68 mila abitanti, l’assistenza psichiatrica era stata garantita da un'unica struttura, il vecchio Dispensario di Igiene e Profilassi Mentale, una sorta di ambulatorio che operava in stretta continuità con il manicomio di Vercelli. Il neonato “repartino” ebbe però vita piuttosto breve: già nel novembre del 1982, infatti, a tre anni esatti dalla sua istituzione, esso veniva dichiarato inagibile in seguito ad un incendio. Da quel momento il Dispensario, che nel frattempo aveva assunto la denominazione di Centro di Salute Mentale, ritornò a rappresentare il solo servizio psichiatrico attivo su tutto il territorio biellese. Una situazione, questa, destinata a perdurare fino all'inizio degli anni Novanta. E proprio nel 1990 Emanuele sostituì alla guida del Servizio di Salute Mentale il vecchio primario, trasferitosi altrove. Avrebbe mantenuto quella carica fino alla sua morte, avvenuta il 31 dicembre del 2006 a causa di una grave forma tumorale. Nei quindici anni in cui governò la psichiatria biellese, si fece promotore di un radicale processo di rinnovamento sociale, scientifico e culturale, i cui segni sono ben visibili ancora oggi nella rete dei servizi psichiatrici di cui fu ispiratore.

La rete dei servizi psichiatrici a Biella: un'esperienza divenuta modello[modifica | modifica wikitesto]

Riabilitazione e associazionismo[modifica | modifica wikitesto]

Quando, nel 1990, Emanuele Lomonaco sostituiva alla guida del Servizio di Salute Mentale il vecchio primario, trasferitosi altrove, la situazione della psichiatria biellese si presentava sostanzialmente invariata rispetto agli inizi degli anni Ottanta. Dopo l’incendio e la conseguente chiusura del SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), nel novembre del 1982, l’unico presidio rimasto attivo nel settore era il CSM, che tuttavia si era trovato ad operare in condizioni di pressoché costante emergenza, a causa della scarsità di risorse umane e finanziarie disponibili ma soprattutto per l’assenza di altre strutture capaci di far fronte almeno in minima parte alle esigenze sanitarie del territorio. Due diverse circostanze in parte correlate tra loro contribuirono però a modificare quello scenario: nel marzo del 1990 si costituiva, su impulso di Lomonaco, un'associazione per il ripensamento delle politiche psichiatriche, denominata appunto Far Pensare, che tra i suoi soci fondatori annoverava, oltre alla quasi totalità del personale impiegato nell'Unità Operativa di Psichiatria, alcune personalità del luogo note per il loro impegno in campo sociale. E proprio dalle riflessioni collettive compiute in ambito associativo avrebbe preso le mosse, da lì a poco, un radicale processo di riorganizzazione del lavoro all'interno del CSM, cui avrebbe poi fatto seguito, immediatamente dopo, la sperimentazione di tre importanti progetti riabilitativi, Palestra, Piscina e Cineforum[3]. Sempre nel 1990 e ancora una volta su iniziativa di Emanuele vedeva infine la luce Per Contare di Più, un'associazione costituita dai familiari di pazienti psichiatrici e destinata ad imporsi ben presto, grazie alla tenacia e alla perseveranza della sua Presidente, Alina Roberto, come uno dei protagonisti più attivi sulla scena psichiatrica cittadina.

La costruzione della rete[modifica | modifica wikitesto]

Il successo delle prime esperienze di risocializzazione fece da volano per la nascita di due cooperative sociali, create entrambe su ispirazione di Emanuele: l’Orso Blu, che doveva occuparsi di reinserimento lavorativo[4], e Anteo[5], che avrebbe dovuto affiancare il Centro di Salute Mentale nella gestione delle attività riabilitative rivolte ai pazienti psichiatrici. Era il marzo del 1993. Da lì a poco veniva inaugurata la prima struttura psichiatrica, il Centro Diurno Faccenda di Mongrando San Lorenzo, cui si aggiungevano, negli anni successivi, un secondo Centro Diurno, Villa Pramaggiore, a Cossila, poi trasferito nella sede attuale di Biella, gli Alloggi supportati del Vernato, avviati nel 1997, e le due Comunità protette Casa Gibì, del 1998, e Villa Aglietta, aperta nel 1997 e adibita anche, per sette posti letto, a Comunità alloggio. La collaborazione tra la giovane Cooperativa e il DSM si rivelava, negli anni Novanta, una scelta vincente: da un lato, infatti, si faceva fronte con successo alla carenza di risorse economiche del settore pubblico; dall'altro lato quel sodalizio permetteva di governare senza troppi strappi un sistema socio-assistenziale che cresceva rapidamente e che diventava via via più complesso e articolato, strutturandosi in un modello a rete.

Rete e reinserimento sociale[modifica | modifica wikitesto]

A Emanuele piaceva descrivere la rete dei servizi psichiatrici biellesi con la metafora della metropolitana. In questa visione le stazioni corrispondono ognuna a un servizio o a una struttura riabilitativa. Le persone, che restano sempre il centro del sistema, possono “entrare” nella rete in uno qualsiasi dei suoi nodi, per poi muoversi al suo interno secondo percorsi strutturati. Ecco che allora la cura si trasforma in un vero e proprio progetto di vita, che ha come obiettivo finale l’uscita del paziente dal circuito e il suo reinserimento nel tessuto sociale.

Infaticabile organizzatore[modifica | modifica wikitesto]

Malgrado la grave forma tumorale che lo ha colpito a soli trentatré anni e la cardiopatia che ha sviluppato in conseguenza delle cure praticategli in quella circostanza, Emanuele Lomonaco è stato per tutto il corso della sua vita un lavoratore infaticabile, come se il poco tempo che sentiva di avere a disposizione lo inducesse costantemente a moltiplicare le energie, anche quando il suo stato di salute avrebbe forse consigliato un’esistenza meno frenetica. Quasi non si contano i progetti, le iniziative di studio e di ricerca, i convegni nazionali e internazionali di cui Emanuele si è fatto promotore nei quindici anni che lo hanno visto alla guida della psichiatria biellese (La Comunità che Guarisce, il Centro di Ascolto per le situazioni di disagio, l’attività scientifica nell'ambito del Centro Studi e Ricerche in Psichiatria, il progetto Cronici, solo per ricordarne alcuni), e che rappresentano oggi una parte della sua enorme eredità pratica e culturale.

Più territorio, meno ospedale[modifica | modifica wikitesto]

Quello biellese è stato un modello socio-sanitario estremamente atipico nel panorama italiano. "Un'atipicità dovuta certo a fattori storici e contingenti ma riconducibile nondimeno a precise scelte strategiche di Emanuele, che aveva investito quasi tutte le risorse disponibili sulle attività e sulle strutture riabilitative, cercando parallelamente di limitare quanto più possibile il ricorso al ricovero ospedaliero. Per cui da parte sua c'era senza dubbio questa idea: che la psichiatria andasse sviluppata più nella direzione della riabilitazione e del territorio. Con ciò non voglio dire però che Emanuele nutrisse un'ostilità di principio nei confronti dell'ospedale. Non credo almeno. [...] Il suo è stato un grande lavoro all'insegna della condivisione e della partecipazione: basti pensare agli enti locali, alle cooperative, alle istituzioni, alle associazioni dei famigliari, al volontariato, sia quello laico sia quello di ispirazione religiosa. Ecco, Emanuele è stato capace di coinvolgere nella gestione della salute mentale davvero tutti quei soggetti; è riuscito a mobilitare e a far cooperare tutte le risorse locali, in un contesto che peraltro si presentava un po' decentrato, chiuso in sé stesso, poco dinamico. Al riguardo ricordo benissimo che una volta, durante una conversazione, Emanuele mi fece notare come in quasi nessun paese del biellese vi fosse una piazza principale. Come mancasse, in altre parole, un luogo di incontro e di confronto per la comunità. Da un certo punto di vista penso si possa guardare alla vicenda di Emanuele come ad un tentativo di creare, anche se metaforicamente, quello spazio mancante, uno spazio dove tutti gli interlocutori interessati al problema psichiatrico si potessero liberamente confrontare.[...] Credo che questo sia uno degli aspetti salienti del suo modo di agire e di fare psichiatria nel territorio"[6].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ A Merini, Psichiatria nel territorio, rendiconti di un'esperienza, Laterza, 1977.
  2. ^ Davide Lasagno, Oltre l’istituzione, Ledizioni, 2012, ISBN 978-88-6705-015-4. URL consultato il 15 aprile 2020.
  3. ^ Davide Matteo Lasagno (a cura di), Il Mondo di Emanuele. Vent'anni di salute mentale a Biella: storia di un cambiamento sociale., Silvio Zamorani Editore, 2009.
    «Così scriveva Emanuele Lomonaco: "attraverso le attività riabilitative ci proponevamo di intervenire nella vota dei singoli con l'offerta di un appuntamento settimanale di quotidianità strutturata, che non richiedesse ai partecipanti particolari abilità ma che offrisse loro, per qualche ora alla settimana, un ambiente accogliente e di supporto, nel quale ognuno potesse sentirsi accettato, desiderato, valorizzato nelle proprie capacità residue e dove fosse possibile trascorrere qualche momento piacevole. Si voleva inoltre ridurre al minimo il tempo di esposizione dei malati a situazioni patogene di rifiuto, di marginalizzazione e discriminazione nell'ambiente micro e macro sociale, cercando a tale scopo di utilizzare tutte le risorse messe a disposizione dalla comunità biellese, tanto sul piano umano quanto su quello materiale.».
  4. ^ Davide Matteo Lasagno (a cura di), Il Mondo di Emanuele. Vent'anni di salute mentale a Biella: storia di un cambiamento sociale., Silvio Zamorani Editore, 2009.
    «Il Circuito della Riabilitazione Lavorativa biellese ha assunto nel corso del tempo caratteri via via più complessi e articolati. Il suo funzionamento era garantito dalla stretta collaborazione di almeno tre grandi attori istituzionali: il Centro di Salute Mentale, che finanziava i periodi di apprendistato tramite assegni terapeutici, la Cooperativa Anteo, cui competeva la gestione dei tirocini, e la Cooperativa dell'Orso Blu, che organizzava concretamente i cantieri e le attività delle varie squadre di lavoro.».
  5. ^ Anteo Impresa Sociale, su anteocoop.it.
    «Anteo opera nel campo della salute da oltre 25 anni. Oggi gestisce un network socio-sanitario complesso, con oltre 100 strutture dislocate su tutto il territorio nazionale, di cui 35 Case di Riposo. Attualmente dispone di circa 3.000 posti letto in residenze per anziani e altre strutture per disabili, pazienti psichiatrici e persone in situazioni di disagio.».
  6. ^ Testimonianza di Carmine Munizza, direttore del Centro studi e ricerche in psichiatria, amico e collega di Emanuele. in Davide Matteo Lasagno (a cura di), Il Mondo di Emanuele, cit., pag. 136.