Elvira Banotti

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Elvira Banotti (Asmara, 1933Roma, 2 marzo 2014) è stata una giornalista e scrittrice italiana, attivista femminista e fondatrice del grouppo di Rivolta Femminile nei primi anni settanta.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Elvira Banotti nasce ad Asmara il 17 luglio 1933, Africa orientale italiana,oggi Eritrea, dove suo nonno si era trasferito per la costruzione della ferrovia a fine '800; il nonno sposò una eritrea . La famiglia di Elvira Banotti ha origini italiana, greca ed eritrea. La famiglia Banotti rientrò Roma nel 1962/1963. Elvira Banotti cominciò a lavorare giovane, a 14 anni, e dopo periodi di lavoro vari, fu assunta per concorso presso il consolato di Asmara nel 1953. Si mise a studiare e conseguì il diploma scientifico e si iscrisse a giurisprudenza nel 1961 presso la Università Comboniana Nigrizia di Asmara. Trasferita al consolato di Addis Abeba nel 1960 fece come il suo solito gli interessi dei cittadini,contro le direttive del console ed ambasciatore italiano ad Addis Abeba. Eccentrica disegnò modelli e fece sfilate di moda al circolo italiano Juventus di Addis Abeba; memorabile le serate con la presenza di mogli di ambasciatori alle quali non pareva vero parlare di moda e partecipare alle serate . Elvira rientra a Roma presso il Ministero degli esteri si occupò in ufficio preposto della rassegna stampa quotidiana per il ministro.

Elvira Banotti fonda il collettivo "Città sessuale". Nel luglio 1970 Elvira Banotti partecipa( con ruolo di primo piano) assieme a Carla Lonzi e Carla Accardi alla stesura del Manifesto di Rivolta Femminile[1], che mette in luce tutti gli argomenti d'analisi che il femminismo italiano avrebbe fatto propri: l'attestazione e l'orgoglio della differenza contro la rivendicazione dell'uguaglianza, il rifiuto della complementarità delle donne in qualsiasi ambito della vita, la critica verso l'istituto del matrimonio, il riconoscimento del lavoro delle donne come lavoro produttivo e non ultimo la centralità del corpo e la rivendicazione di una sessualità soggettiva e svincolata dalle richieste maschili.

Nel 1971 Elvira Banotti pubblica il libro "La sfida femminile", che raccoglie un gran numero di testimonianze di donne sull'aborto. Il volume è attaccato come "delirante" dalla stampa, soprattutto del partito comunista, perché la Banotti non accettava la subalternità al partito, formato da dirigenti uomini, misogini. Banotti è accusata di aver inventato le storie che racconta. "La sfida femminile" è il primo libro che, partendo dalla condizione storica di emarginazione della donna, conduce uno studio in profondità su demografia e longevità.[2]

Assieme ad altre femministe Banotti istituì un "Tribunale 8 marzo" per processare la religione e la Chiesa cattolica. Per uno striscione che diceva “La Chiesa ha ideato la teologia dello stupro” venne processata all'Aquila con l'accusa di vilipendio della religione, per la quale il PM chiese sei mesi di carcere. Banotti fu assolta, e il reato di vilipendio della religione fu abrogato di lì a breve.

In polemica con il comunismo, il marxismo e il manifesto, ne occupò la sede, rivolgendosi così ai suoi giornalisti: “Mai ci avete fatto parlare, ne’ mai avete pubblicato gli scritti che vi abbiamo rimesso; ma noi parleremo lo stesso..Voi compagni falliti e voi donne marxiste sconclusionate avete per circa un secolo impedito a noi donne di parlare appellandovi a ragioni superiori; di fatto alimentavate la tradizione dello stupro come mediazione disonesta con e tra gli uomini, che è la ragion d’essere della falsa sinistra. Voi oggi, sbarrando la strada a qualsiasi chiarimento portato dalle femministe, rappresentate di fatto l’ultima bugia della storia della schiavitu’.“[3]

Partecipò ancor giovane, (siamo nel 1969) al programma di Gianni Bisiach "L'ora della verità " intervista a Montanelli( che si pavoneggiava dicendo che nel 1935 comprò una bambina di 12 anni). Banotti intervenne e lo sbeffeggiò mettendolo in imbarazzo, fino alla interruzione della trasmissione. Oggi questo video è diventato virale su internet . Partecipò come ospite fisso al Maurizio Costanzo Show, all'Istruttoria di Giuliano Ferrara ed altri programmi, dove attacca la sessualità maschile, che considera predatoria e senza grazia. Banotti affermava che le donne non fossero affatto interessate all'atto sessuale penetrativo in sè.[4]

Negli anni '90 e 2000 scrisse per Il Foglio di Giuliano Ferrara, cui non risparmiava tuttavia critiche. [5]

Nei primi anni '70 si recò in un paesino dell'entroterra siciliano, dove una povera ragazza era stata stuprata da un gruppo di giovani, e dopo aver fatto visita alla famiglia della ragazza attraversò all'ora di punta la via principale del paese ed entrò nel negozio del barbiere, dove si fece rifare i capelli riversando sui maschi del paese, ammutoliti, le sue convinzioni sull'impotenza relazionale dei maschi, stupratori congeniti.[4] Nel 1995 andò a al Festival di Pechino e fece interviste e al ritorno elaborò un video " Parole di Sharazade". Negli ultimi vent'anni ha combattuto a suon di denunce contro la pornografia trasmessa dalle televisioni private, denunciando tra le altre Retemia, Rete A e Retecapri alla Procura della Repubblica, al Garante dell’Editoria e al Ministro delle pari Opportunità. In un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: "gli spot pornografici, istigano alla violenza sulle donne, presentano lo stupro come un gioco erotico gradito al sesso femminile".[3]

Si è battuta anche contro la prostituzione, che definiva ”organizzazione dello stupro sociale... perpetrata da uno stato che punisce i reati collaterali ma tollera la violenza sempre subita dalla donna”, ed ha osteggiato la riapertura delle case chiuse, in'occasione arrivando a rovesciare un cesto di ghiande in testa a Tinto Brass.[3]

Nel giugno 2013 ha attaccato duramente Ilda Boccassini da Il Foglio per le sue «ossessioni inquisitorie» verso Berlusconi e il «totalitarismo gay», in particolare di Nichi Vendola. Ne scaturì una polemica con Giuliano Ferrara e Pietrangelo Buttafuoco.[6] Nel 2013 scrisse sul "foglio di Ferrara un articolo ( 12/6/2013) contro la Ministra Kyenge ( pretesa immotivata di introdurre lo Ius Soli, che Banotti descrive nell'articolo " una persecuzione per neonati stranieri". Nel 2009 aderisce al movimento Eudonna.[7]

Dal 2001 aveva abbandonato l'appartamento di Trastevere per trasferirsi a Lavinio, dove è morta il 2 Marzo del 2014.

È stata definita "una femminista separatista tostissima e odiata dalla maggior parte delle donne che si dicono femministe"[4], "una vera progressista"[5], "Solitaria, paradossale, audace, polemica, profetica, Elvira non cerca approvazione. La sua vitalità trionfante più spesso spaventa le donne invece di rassicurarle"[8]

" Tutto ciò che fanno o dicono gli uomini non mi interessa più. Non per questione di principio o per risentimento, no… ma non ne traggo alcuno stimolo, alcuna indicazione. Non possono più fermarmi Leggo i loro testi e non trovo nulla che mi possa stimolare. Mi rendo conto di aver acquisito – è la grande conquista femminile degli ultimi anni – una certezza, una tranquillità, una conoscenza di me stessa che mi permette di non subire più gli stimoli che provengono dall’esterno, i modelli ideologici in vigore, poiché io, di fatto, sono altrove." (intervista a "Effe" nel 1976 per spiegare come mai si era rifiutata di votare[8])

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • La sfida femminile. Maternità e aborto, Bari, De Donato, 1971.
  • Una ragazza speciale, in appendice Manifesto di rivolta femminile, Aprilia, Ortica, 2011. ISBN 978-88-97011-20-0.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]