Elpide

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Elpide

Elpide, nota anche come Elphe o Elpis (Messina, V secolo d.C.Roma, 504), è stata una poetessa latina, prima moglie di Severino Boezio. A lei sono tradizionalmente attribuiti due inni di lode agli apostoli Pietro e Paolo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Celebre nei secoli passati, Elpide viene citata da numerosi storici, tra cui Giraldus Cambrensis, Jacopo da Varazze, Cesare Baronio, Vòssio, Louis Moréri, nonché i siciliani Giuseppe Buonfiglio, Antonio Mongitore, Silvestro Maurolico e Placido Reina.[1] Presentata come dotta poetessa e donna di grandi virtù e pietà, Elpide è stata indicata da alcuni storici come figlia del senatore romano Simmaco,[1] mentre da altri, tra cui Arnaldo Wion e Giampietro Villidicani, come figlia del nobile Tito Annio Placido e sorella di Faustina, che fu la madre del santo martire Placido.[2]

Tra il XVII ed il XVIII secolo sorse una disputa tra Palermo e Messina in merito al luogo di nascita di Elpide. In tale disputa particolarmente agguerriti furono i messinesi.[1] A Messina, infatti, già dal XV secolo si era affermata una tradizione letteraria che identificava in Elpide non solo la prima moglie di Severino Boezio, ma anche una discendente della Gens Octavia e sorella della madre di san Placido, la nativa di Messina Faustina.[3] Secondo il racconto consolidato, nel 1643 a Palermo, presso il Collegio Massimo dei Gesuiti (oggi sede della Biblioteca centrale della Regione Siciliana), fu ritrovato un bassorilievo raffigurante Elpide. A scoprirlo fu il messinese Mario Caridi.[3] Dopo il ritrovamento del bassorilievo, il Senato di Messina, forte della suddetta tradizione inaugurata nel XV secolo, chiese ed ottenne il trasferimento dello stesso nella città dello Stretto.[3] Giunta a Messina, l'opera fu collocata nel Palazzo Senatorio, accompagnata da un'iscrizione che indicava in Messina la città natale di Elpide.[1] Alcuni palermitani però non mancarono di contestare l'appropriazione di Elpide da parte della città di Messina. Secondo un autore rimasto anonimo (potrebbe trattarsi di Vincenzo Auria) Elpide sarebbe stata una nativa di Palermo, città nella quale avrebbe soggiornato a lungo Severino Boezio.[1] L'anonimo palermitano continuava il proprio racconto affermando che Elpide sarebbe stata autrice di opere filosofiche che il marito si attribuì.[1]

Al di là delle diatribe sul luogo di nascita, pare certo che Elpide abbia vissuto nella seconda metà del V secolo, morendo nel 504,[1] probabilmente a Roma, città nella quale si trovava il suo epitaffio, posto sul portico dell'antica basilica di San Pietro in Vaticano e poi, secondo la tradizione, trasferito nella basilica di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia, luogo di sepoltura del marito.[2] È proprio grazie all'epitaffio di Elpide, secondo alcuni storici da lei stessa composto, che apprendiamo che essa fu «Siculae regionis alumna», cioè nata o comunque allevata in Sicilia.

Gli inni[modifica | modifica wikitesto]

A Elpide sono tradizionalmente attribuiti due inni sacri dedicati ai santi Pietro e Paolo ed utilizzati nei breviari antichi, il Felix per omnes e l'Aurea Lux.[4] Tra coloro che attribuirono ad Elpide i suddetti inni vi fu il cardinale poi proclamato santo Giuseppe Maria Tomasi.[2] Basandosi su questi due inni, il poeta spagnolo Lope de Vega sostenne che si deve ad Elpide l'invenzione dell'eptasillabo.[1]

Felix per omnes Aurea Lux
Angol non è del mondo
Che in questo dì di doppie palme misto
Di Pietro, e Paolo lieto non festeggi,
I quai col sangue mondo
Sacrati, che dal corpo uscìo di Cristo,
Premon di Chiesa Santa i primi seggi.
Son questi le due Olive,
E i vaghi Candelier, che in faccia a Dio
Mandan le chiare lor eterne luci
Lumiere ognora vive
Son di là su: sciolgono il laccio rio,
E per le vie del Ciel ci fanno i Duci.
Col suon di lor favella
Le porte fatte di smeraldi, e d’oro
Chiuder ponno od aprir, e le divine
Belle stanze di quella
Magion: chiave è del Ciel la lingua loro,
E le larve, oltre caccia ogni confine.
Di catene ( oh stupore!)
Mercè del Ciel Pietro vi ruppe i lacci,
Custode dell’Ovil, comun maestro,
Del bel Gregge Pastore:
Ei le sue pecorelle ai crudi impacci
Toglie dé lupi coraggioso, e destro.
Quel ch’egli in su la terra
Forte v’allaccia, sia legato ancora
Là sovra agli Altri: e là più sciolto resta
Quel, che quaggiù disserra:
Ei giudice d’ognun sedrà in quell’ora,
Che ogni piaggia arderà fiamma funesta.
Paolo va lui del paro
Maestro delle genti, e vaso eletto
Compagno nella morte, e in la Vittoria.
Ognun di splendore chiaro
Alluma e terra, e Ciel col bel suo aspetto,
Eterno del Chiesa, e Duce, e Gloria.
Ben tu, Roma felice,
Tinta del chiaro sangue ora ti godi
di due sì grandi, ed onorati Eroi,
Non ha ‘l Mondo Pendice
Che a te venga del par, non per tue lodi:
Solo per merito de’ custodi tuoi.
Dunque voi, gloriose
Alme di Pietro, e Paolo, eletti Gigli,
Dela corte del Ciel forti Campioni
Deh non ci sìen nascose
Le grazie vostre, e dai mortai perigli
Scevri n’andiam, alle del Ciel magioni.
Gloria a Dio Padre eterna,
Onor, e impero a Te, Figlio divino,
Potestà al Santo Spirito ognor si dia:
In quella alta superna
E in questa bassa fede all’uno, e trino
Nume immortal per sempre, e così sia.
Di bella eterna luce,
E di color vermiglio, astri gemelli,
In questo dì, che le serrate porte,
Mercè di vostra gloriosa morte,
Di perdon apre ai peccator rubelli,
E terra, e Ciel riluce.
Portinajo del Cielo,
E maestro del Secol folle, e rio,
Ambidue de’ mortai giudici, e guide,
L’uno, e l’altro di voi alto s’affide;
Or che la Croce al’un rapìo
La spada il terren vela
Di supplichevol core
Clemente odi le preci, e i lacci rei,
Con quella man ricca di tal virtude
Sciolgi, che a tutti il Cielo e terra, e schiude
Tu con la tua voce l’Alme o danni, o bei
O Pietro almo pastore.
Correggi gli usi nostri,
Paolo maestro, e fa, che nostra mente
Poggi felice ale magion celesti;
Finché la su voliam rapidi, e presti
Scevri dala rìa salma, e chiaramente
Qual’è Dio ci si mostri.
O germogli d’Oliva,
Cresciuti al paro, e di bei frutti carchi,
Deh fede, e speme, ognora ci mantenga:
Né mai la doppia Carità si spenga,
Onde quando sarem del corpo scarchi,
Vita godiam giuliva.
Ognora a Dio si dia
Diviso in tre persone, uno in essenza
Onor, e gloria, e potestate eterna.
Egli è, che creò ‘l tutto,
E che ‘l governa
Né passò mai, né passa di lui senza
Il tempo, e così sia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]