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Elisir di lunga vita

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L'Elisir di lunga vita (in in arabo: الإكسير‎, al-Iksīr) è una leggendaria pozione o elisir capace di donare vita eterna e immortalità a chiunque lo beva, talvolta è stato associato il potere di dare la vita.

L'elisir è collegato ai miti di Enoch, Thot ed Ermete Trismegisto, dei quali si racconta che abbiano bevuto una sola goccia di questa pozione per diventare immortali. Un'ulteriore fonte sono alcuni testi di Nag Hammâdi[1] che parlano della pozione e delle avventure di Al Khidr.

Alchimia[modifica | modifica wikitesto]

Nella storia dell'alchimia medievale europea, dell'antica Cina e dell'India, la ricerca di questa leggendaria sostanza è stata il principale obiettivo di molti alchimisti.

In Europa e Cina, l'elisir era anche noto come "Quintessenza della vita", poiché in esso venivano a trovarsi i cinque elementi, anche se in Europa ne erano comunemente accettati quattro (aria, acqua, fuoco, terra).

L'alchimista conte di San Germano, vissuto in Europa nel XVIII secolo e protagonista di esperimenti segreti ed esoterici, è stato sospettato di aver l'elisir di lunga vita e la sua vita privata molto misteriosa non ha fatto altro che incrementare questo mito a lui legato. Precedentemente, anche Giovanni Bracesco sosteneva di averlo scoperto. Attualmente in Italia ci sono due luoghi in cui potrebbe troarsi l'Elisir, in quanto ci sono molte prove e tracce: il primo luogo è l'Abbazia di San Michele Arcangelo (Montescaglioso), nell' abbazia infatti si troverebbero alcuni elementi, specialmente nella biblioteca. Appena si entra nella stanza possiamo notare figure di grandi pensatori, tra cui il Pitagora nell’atto dell’insegnamento di nozioni matematiche e filosofiche che ben si sposano con questa camera “filosofale”.Tutto è decorato da figure di elfi danzanti o che suonano strani strumenti, serpenti, animali e inusuali uccelli. Spesso è presente la figura di Re Mida con le sue orecchie d’asino, stante ad indicare nella smbologia ermetica “una verità che non può essere svelata”. Diversi sarebbero gli affreschi e le pitture sui quali soffermarci, noi ne esamineremo solo alcuni. Proprio sulla porta d’ingresso troviamo la “vergine che allatta”, la “virgo et mater”, trasposizione cristiana di Iside ed il figlio Horo, insomma una classica vergine nera, facilmente distinguibile dalla posizione del Santo Bambino. Immediatamente vicino ecco l’affresco del “toro”, l’animale totemico della dea e, dal punto di vista dell’opera alchemica, sacro al Sole e rappresentazione dello Zolfo, il principio maschile, contrapposto al Mercurio, l’elemento femminile che si ritrova quasi di fronte nell’affresco rappresentante appunto San Michele, per molti trasposizione cristiana di Hermes o Mercurio. Altro simbolo fondamentale dell’Opera è il “corvo nero”, esso rappresenterebbe la cottura e il color nero sarebbe il primo segno della decomposizione, conseguenza della perfetta miscela delle materie e quindi fortemente anelata dall’ alchimista. Tale uccello (e quindi la decomposizione) deve apparire più volte nella realizzazione dell’Opera, per alcuni anche 4, infatti è attraverso questa decomposizione della materia che si separerebbe il puro dall’impuro, il segno di una buona putrefazione avvenuta sarebbe proprio, come dice Batsdorff:

“una nerezza assai nera et molto profonda, un odore fetido chiamato dai filosofi toxicum et venenum”

Ma i messaggi alchemici non terminano qui. Così, continuando a vagare per le pitture, l’attenzione si sofferma su una strana raffigurazione. È “la zampa del leone” che regge il vaso alchemico, espressione del segno dell’oro, il fuoco segreto. Un altro luogo invece è il Duomo di Spoleto, se si entra nella cappella si ha subito l’impressione di entrare in una “stanza filosofale”, molte delle decorazioni sono simili a quelle ritrovate a Montescaglioso, così ritroviam elfi che danzano e suonano, lanterne e strane creature. In alto si può notare il “satiro che insegna”, elemento fortemente pagano e che non avremmo pensato di ritrovare in un ambiente cristiano. Anche qui, poi, sarebbe presente l’Arcangelo Michele con la bilancia e la spada, classici attributi di Thot, il dio egizio da cui proverrebbero gli insegnamenti alchemici, l’arte della terra di Khem. Vicino all’affresco dell’Arcangelo si può scorgere l’” ariete bianco”, importante simbolo alchemico:

” Gli adepti dichiarano d’estrarre il loro acciaio dal Ventre dll’Ariete e chiamano calamita anche questo acciaio”

Ma forse la più chiara ed esplicita indicazione della ricerca alchemica tenuta in quei luoghi è data proprio dall’affresco centrale. Al centro è rappresentato il Cristo e sul lato sinistro San Paolo con la SPADA e su quello destro San Pietro con la CHIAVE. Sembrerebbe la classica iconografia ma ecco che all’osservatore attento l’affresco sembra suggerire altro. Ecco così che appare come la spada e la chiave fossero messe in notevole risalto, messe in primo piano rispetto ai santi. È l’analoga rappresentazione che troviamo nel “ Le Livre Des figures Hieroglyphiques” di Nicolas Flamel. Ebbene, in entrambi i disegni, sia a Spoleto che appunto nell’opera dell’alchimista, una strana prerogativa è la posizione dei santi, in entrambi San Paolo si trova a Destra, ove di solito si trova san Pietro oltre all’oggetto posto in evidenza.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ John D. Turner, The Interpretation of Knowledge. (archiviato dall'url originale il 16 agosto 2000).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • J. Needham, Ping-Yu Ho, Lu Gwei-Djen, Science and Civilisation in China, Volume V, Parte III., Cambridge University Press, 1976.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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