Elena d'Orléans
| Elena d'Orléans | |
|---|---|
| Duchessa d'Aosta | |
| In carica | 25 giugno 1895 – 4 luglio 1931 |
| Predecessore | Maria Letizia Bonaparte |
| Successore | Anna d'Orléans |
| Duchessa madre d'Aosta | |
| In carica | 4 luglio 1931 – 21 gennaio 1951 |
| Nome completo | francese: Hélène Louise Henriette d'Orléans italiano: Elena Luisa Enrichetta d'Orléans |
| Trattamento | Sua Altezza Reale |
| Nascita | Twickenham, Londra, 13 giugno 1871 |
| Morte | Castellammare di Stabia, 21 gennaio 1951 |
| Luogo di sepoltura | Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio |
| Dinastia |
|
| Padre | Filippo d'Orléans |
| Madre | Maria Isabella d'Orléans |
| Coniuge | Emanuele Filiberto di Savoia, II duca d'Aosta |
| Figli | Amedeo Aimone |
| Religione | Cattolicesimo |
Elena d'Orleans (Elena Luisa Enrichetta) (Twickenham, 13 giugno 1871 - Castellammare di Stabia, 21 gennaio 1951) nacque come principessa di Borbone-Orléans, ramo cadetto della famiglia reale francese, divenne poi duchessa d'Aosta in quanto consorte di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta.
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Giovinezza
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Elena nacque il 13 giugno 1871 a Twickenham, allora piccolo centro nei pressi di Londra, figlia di Luigi Filippo Alberto d'Orléans, conte di Parigi, e della consorte, e cugina, Maria Isabella d'Orléans; apparteneva alla dinastia reale, decaduta, dei Borbone-Orléans, discendendo però anche dalle case di Borbone-Due Sicilie, Spagna, Meclemburgo e Assia-Darmstadt. Il bisnonno paterno di Elena, Luigi Filippo d’Orléans, fu monarca al potere in Francia dal 1830 alla rivoluzione del febbraio 1848, in seguito alla quale gli Orléans fuggirono, come già a inizio XIX secolo, nel Regno Unito, dove nel 1864 acquistarono a Twickenham un’antica dimora signorile chiamata "York House" [1].
Soltanto dopo il 1871 gli Orléans poterono ritornare in Francia. Tra i fratelli di Elena si ricordano Amelia, regina di Portogallo, Isabella, duchessa di Guisa e Ferdinando, duca di Montpensier. Seria e riflessiva, appassionata di studi umanistici, Elena parlava un inglese perfetto ed altre tre lingue, tenendosi quotidianamente aggiornata sull’evolversi di tutti i movimenti intellettuali. Era magra, alta, i capelli di un biondo rossiccio, gli occhi chiari, elegante ed aristocratica, ma anche sportiva e disinvolta, la sua bellezza contribuì a mettere in evidenza le sue qualità morali [2][3][4].
Matrimonio
[modifica | modifica wikitesto]I genitori di Elena speravano che ella sposasse un erede al trono, come la sorella Amelia, sposa del futuro Carlo I del Portogallo. Circolarono anche voci di vari corteggiatori e di un suo possibile matrimonio nel 1890. I suoi pretendenti furono senza dubbio incoraggiati dal fatto che la principessa francese era considerata dai contemporanei una ragazza di grande bellezza. Una fonte dell'epoca dichiarò che era "la personificazione della salute e della bellezza femminile, che si distingue come un atleta graziosa e affascinante linguista". Elena si innamorò del principe Alberto Vittorio, duca di Clarence e Avondale, figlio maggiore del futuro Edoardo VII del Regno Unito, e nipote dell'allora regnante regina Vittoria, ma furono costretti a porre fine alla loro relazione a causa della disapprovazione di varie parti coinvolte [2].
In un primo momento la regina Vittoria si oppose al fidanzamento, perché Elena era cattolica; scrisse anche al nipote suggerendogli, come valida alternativa, un'altra delle sue nipoti: Margherita di Prussia, ma Alberto Vittorio non si lasciò convincere. Infine, dopo che la coppia le ebbe confessato il proprio amore, la sovrana cedette e appoggiò il matrimonio. Elena offrì di convertirsi alla chiesa anglicana e Alberto Vittorio offrì di rinunciare ai suoi diritti di successione per sposarla. La madre del principe, Alessandra, simpatizzava per la loro difficile situazione e approvò il loro rapporto. Il padre di Elena però rifiutò di dare il suo consenso. Egli fu irremovibile sul fatto che la figlia non potesse abbandonare la religione cattolica [2].
Elena si recò personalmente per intercedere presso il papa Leone XIII, ma questi dichiarò che in caso di conversione all'anglicanesimo da parte di Elena ci sarebbe stata una scomunica. Alberto Vittorio in seguito si fidanzò con la principessa Maria di Teck, ma morì prima che il matrimonio potesse aver luogo. Successivamente fu lo zar Alessandro III di Russia a interessarsi a Elena come possibile moglie per suo figlio Nicola, ma quest'ultimo era già innamorato della principessa Alice d'Assia e del Reno e rifiutò [2].

In seguito vi furono grandi speranze che Elena sposasse il figlio ed erede di Umberto I d'Italia, Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli. Elena si recò a Napoli nella speranza di attirare l'attenzione del re e della regina. Nessun seguito ebbe però questa visita, e Vittorio Emanuele si fidanzò con la principessa Elena del Montenegro nel 1896. Alla fine Elena sposò il cugino dell'erede al trono sabaudo, il principe Emanuele Filiberto, duca d'Aosta, il 25 giugno 1895, a Kingston upon Thames, nei pressi di Londra, figlio del duca Amedeo di Savoia-Aosta e di Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna. La coppia ebbe due figli: Amedeo (1898 - 1942) ed Aimone (1900 - 1948), entrambi duchi d'Aosta [2][3][4].
Duchessa d'Aosta
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Trasferitasi in Italia e nella corte sabauda, i rapporti con i parenti di casa Savoia non furono amichevoli. Elena mostrò scarsa stima sia verso Vittorio Emanuele III, salito al trono nel 1900 a seguito dell'assassinio del padre Umberto I, sia verso sua moglie, la regina Elena, di origini montenegrine che reputava poco raffinate. Descriveva la monarchia italiana indebolita politicamente dal contrasto risorgimentale con la Chiesa cattolica. Altezzosa e glaciale, anche a corte la duchessa d'Aosta riscuoteva poche simpatie. Dopo aver partorito due figli maschi, mentre la regina Elena aveva messo al mondo due bambine, Iolanda Margherita e Mafalda, cominciava a mostrare ambizioni di successione al trono ma la nascita nel 1904 del principe di Piemonte, Umberto di Savoia, erede alla corona italiana, pose fine alle sue mire [2][3][4].

Visse con il marito prima a Torino, poi dal 1905 a Napoli, città che sembrava giovare alla sua salute, soffrendo di una malattia ai polmoni amava visitare luoghi dal clima caldo e secco. Di mentalità avventurosa e anticonvenzionale, dal 1907 fino al 1933 intraprese sei grandi viaggi in Africa e attorno al mondo, il più lungo dei quali durò circa nove mesi; compilò per ogni esplorazione vari resoconti arricchiti da serie fotografiche da lei stessa scattate, trasmettendo ai figli la passione per i grandi spazi e la natura selvaggia. A Napoli gli Aosta soggiornarono nella Reggia di Capodimonte, cercando di rinnovare i passati splendori e di influire sulla vita intellettuale della città partenopea. Come voleva la tradizione, Elena si occupò di beneficenza, prestando aiuto alla popolazione in occasione dell’eruzione del Vesuvio del 1906 e del terremoto di Messina del 1908. Tra il 1909 ed il 1911 a Napoli frequentò la Scuola per Allieve Infermiere Volontarie della Croce Rossa diretta da Graziana Baxter (nata a Firenze e diplomata all’Ospedale Johns Hopkins di Baltimora), rinomata per la serietà e la disciplina con le allieve [2][3][4].
Sostenne l’esame nell’ottobre 1911 in tempo per partire volontaria sulla nave ospedale Menfi, incaricata dell’assistenza e del trasporto dei feriti dalle coste libiche durante la Guerra italo-turca. Questa sua prima missione, che durò dall’ottobre 1911 al marzo 1912, fu osteggiata dal re, dal presidente del Consiglio Giovanni Giolitti e dal marito Emanuele Filiberto, preoccupati per l’incolumità sua e delle altre volontarie. Ciononostante, la duchessa Elena riuscì a salpare per una guerra che riteneva giusta e considerava una missione civilizzatrice per la grandezza dell’Italia, secondo i canoni del nazionalismo del tempo da lei accesamente professato ed esaltato da Gabriele D’Annunzio, che le dedicò la sesta delle dieci Canzoni delle gesta d’oltremare pubblicate sul Corriere della sera nel 1911 e poi in volume nel 1912 [5]. Stimata dalla Chiesa per la sua devozione e carità e popolare fra i napoletani, visitava i bassi, fra la miseria, muovendosi con naturalezza tanto che anche Matilde Serao le dimostrò sincera stima [2][3][4].
Grande Guerra
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Allo scoppio della Grande Guerra, la duchessa Elena ottenne la nomina a ispettrice generale delle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, incarico che ricoprì dall’aprile 1915 al marzo 1921, mentre, il marito, Emanuele Filiberto fu posto a capo della 3ª armata schierata sul Carso orientale. Molto amata dalle «sue infermiere», come usava chiamarle, Elena d’Aosta fu aiutata da un gruppo di crocerossine a lei vicine, in particolare da Emilia Anselmi Malatesta, con la quale visitò gli ospedali sia nelle retrovie sia nelle vicinanze della linea del fuoco e valutò la disciplina e la preparazione delle 10.000 volontarie addette all’assistenza, lamentando, all’occorrenza, la scarsa formazione dovuta ai corsi accelerati indetti in gran numero per far fronte alle necessità del conflitto, o allontanando le infermiere il cui comportamento reputava dannoso per il buon nome dell’istituzione. Non risparmiò critiche alla Sanità militare, lottò contro i pregiudizi sulle infermiere considerate inutili e d’impaccio e diresse il Corpo delle volontarie dando un’impronta severa ed elitaria che rimase a lungo come cifra dell’organizzazione. Con la ritirata di Caporetto, emanò l’ordine di rientrare a chi era troppo vicina al pericolo e si recò negli ospedali più esposti per assicurarsi che le infermiere fossero in salvo [2][3][4].

Per l’intera durata del conflitto, le crocerossine dirette dalla duchessa d'Aosta svolsero un ruolo importante nell’assistenza morale e materiale al milione e più di feriti che la guerra costò all’Italia, mentre per alcune di loro il servizio proseguì con la cura di parte dei 450.000 mutilati. Dell’attività svolta in quegli anni Elena redasse un diario costituito di annotazioni telegrafiche, testimonianza di un impegno che non lasciava spazio a riflessioni e che per migliaia di donne rappresentò una forma di rottura nei costumi e nella mentalità dell’epoca, ovvero, la manifestazione di un nuovo protagonismo femminile nato dall’esperienza di guerra che Elena seppe in qualche modo interpretare. La duchessa documentò altresì fotograficamente la sua azione umanitaria, promuovendo una campagna di istantanee sulle ustioni provocate dall’uso delle armi chimiche e sulle ricerche scientifiche per la cura dei mali da esse causati. Per il suo servizio di guerra, ottenne varie decorazioni, tra cui nel 1920 la prestigiosa medaglia Florence Nightingale [2][3][4].

Tornata la pace, nel marzo 1921 diede le dimissioni da ispettrice generale del Corpo delle infermiere della Croce rossa e fu nominata ispettrice onoraria, carica che mantenne fino al 1939 quando, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, l’incarico di ispettrice generale venne affidato a Maria José, moglie di Umberto, l’erede al trono [2][3][4]. La Croce Rossa Italiana, nella sede del Comitato Centrale, in Via Toscana, fece incidere nel marmo questa epigrafe che sintetizza lo spirito che animava questa donna: “Sua Altezza Reale Elena di Francia Duchessa d’Aosta – nella guerra di redenzione 1915-18- Ispettrice Generale delle Infermiere della Croce Rossa Italiana – consapevole come un condottiero- valorosa come un soldato – consolatrice come una madre – suscitò e guidò la pia coorte – di donne vigilanti sui feriti e sugli infermi – dagli ospedali territoriali alle linee di combattimento –La Croce Rossa ricorda – Roma, 1926” [2][3][4].
Dopoguerra
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1919, Elena e il duca Emanuele Filiberto appoggiarono apertamente l’occupazione di Fiume; contro il parere del presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, nel novembre di quell’anno la duchessa si recò nella città istriana facendosi ricevere da D’Annunzio, per il quale nutriva, contraccambiata, una grande ammirazione. Al suo ritorno, Nitti minacciò duri provvedimenti contro di lei per quella che fu considerata un’azione sconsiderata, capace di compromettere casa Savoia e il governo italiano alle prese con una delicata crisi internazionale, e impose alla coppia ducale di allontanarsi per un periodo dall’Italia e di recarsi in Belgio [2][3][4].

Nel settembre 1919, coerente con il suo impegno nel mondo della beneficenza, e prima del coinvolgimento diretto nell’affare di Fiume, Elena aveva promosso ed era diventata presidente dell’Opera nazionale di assistenza all’Italia redenta. L’istituzione con sede centrale a Roma agiva attraverso comitati regionali e locali che organizzarono asili infantili, dispensari, orfanotrofi e laboratori femminili nelle terre annesse al Regno d’Italia dopo la Grande Guerra. Nel 1924, l’Opera venne eretta in ente morale, nel 1960 cambiò denominazione in "Opera nazionale di assistenza all’infanzia delle regioni di confine" per essere poi sciolta nel 1977. In continuità con il sostengo a D’Annunzio e all'impresa di Fiume, la duchessa condivise con il marito anche le simpatie per il fascismo e, nel 1922, per l’ascesa al potere di Benito Mussolini, verso il quale in più occasioni gli Aosta mostrarono apprezzamento personale e politico. Fino agli anni 30, Elena continuò a viaggiare in Africa, Asia e Australia [2][3][4].
Il 4 luglio 1931 a Torino morì il marito Emanuele Filiberto d'Aosta, mentre, nel corso della Seconda guerra mondiale, nel 1942, Elena vide la morte del primogenito Amedeo, fatto prigioniero dai britannici sull’Amba Alagi nell’Etiopia settentrionale; qualche anno dopo, nel 1948, morì a Buenos Aires anche il secondo figlio Aimone. Nel 1936 sposa a Napoli morganaticamente il colonnello di cavalleria Otto Campini [2][3][4]; pare che la loro relazione risalisse a parecchio tempo addietro. Lui ha esattamente vent'anni meno di lei, ma ciò non impedì che la loro fosse una unione felice. Campini era la personificazione del riserbo e mai compare al suo fianco, quando era necessaria che Elena si presentasse da membro della famiglia reale: viveva accanto alla gran dama e le teneva compagnia con discrezione. Elena muore a Napoli nel 1951 e Otto Campini la assiste fino all'ultimo. Rimane accanto a lei fino al momento della morte [6].
Ultimi anni e morte
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Rimasta sola, avendo deciso di non abbandonare l’Italia anche dopo la proclamazione della Repubblica, Elena visse ritirata nella Reggia di Capodimonte fino al 1948, quando la residenza divenne museo, e poi a Castellammare di Stabia. Elena d’Orleans morì a Castellammare il 20 gennaio 1951 alle ore 23.15, assistita dalle nuore Irene di Grecia ed Anna d'Orléans. La sera precedente era stata colpita da un violento attacco di trombosi cerebrale, malgrado fosse stata prontamente assistita dal medico curante dottor Bartolo Quartuccio le condizioni cliniche erano gravi tanto da ricorrere ad uno dei frati minimi della Basilica di Pozzano. Elena aveva disposto per un funerale semplice, senza fiori, ma chiese che sulla sua bara fosse steso il Tricolore con lo scudo Sabaudo.
Le cronache del gennaio 1951 testimoniano che in migliaia parteciparono alle esequie e che pescatori di Mergellina si precipitarono con gran deferenza a sorreggere la sua bara all’uscita dal Duomo. Tuttora riposa nella cappella di famiglia della Basilica dell'Incoronata Madre del Buon Consiglio a Capodimonte. Non lasciando il Paese anche quando re Umberto II impose alla famiglia di lasciare l’Italia, Elena rispose: “Sire, sono diventata italiana e resto in Italia”. Fu la sola persona che dopo la nascita della Repubblica ottenne dal governo italiano l’autorizzazione a risiedere in Italia [2][3][4].
Nel 1947 aveva donato alla Biblioteca nazionale di Napoli oltre 11.000 volumi e opuscoli, parte dei suoi cimeli di viaggio, carte geografiche e una ricca raccolta fotografica; circa 9800 immagini, databili fra il 1890 e il 1930 e inerenti alla vita privata della sua famiglia, la sua attività di ispettrice della Croce rossa, i safari e le battute di caccia grossa compiuti in Africa, oltre a un nucleo di manoscritti che costituiscono il Fondo Aosta. Nel Fondo Aosta è anche conservato un piccolo opuscolo contenente due orazioni di D’Annunzio per la morte dell’amico Giovanni Randaccio caduto durante la Prima guerra mondiale, più volte ferito e soccorso anche dalla duchessa, questa la dedica del Vate: “A S.A.R. Elena di Francia Duchessa di Aosta, alla suora sublime che un giorno si chinò sul capezzale di questo eroe tre volte ferito e lasciò per sempre nell’anima di lui una immagine di luce” [2][3][4].
Discendenza
[modifica | modifica wikitesto]Dal matrimonio tra Elena e Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta nacquero due figli:
Titoli e trattamento
[modifica | modifica wikitesto]- 13 giugno 1871 – 25 giugno 1895: Sua Altezza Reale Elena d'Orléans, principessa di Francia
- 25 giugno 1895 - 4 luglio 1931: Sua Altezza Reale Elena di Savoia, duchessa d'Aosta
- 4 luglio 1931 – 21 gennaio 1951: Sua Altezza Reale la Duchessa vedova d'Aosta
Riconoscimenti
[modifica | modifica wikitesto]Il cognato Luigi Amedeo di Savoia-Aosta battezzò in suo onore una delle cime delle Grandes Jorasses, salita nel 1898. La città di Napoli ha intitolato alla principessa l'asilo infantile "Elena d'Aosta" e l'ospedale "Elena d'Aosta".
Ascendenza
[modifica | modifica wikitesto]Onorificenze
[modifica | modifica wikitesto]Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ ORLÉANS, Elena di - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 31 gennaio 2026.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 ORLÉANS, Elena di - Enciclopedia, su Treccani. URL consultato il 1º febbraio 2026.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 Archivio Plaitano, LA DUCHESSA D'AOSTA ELENA D'ORLEANS, su Archivio Plaitano, 16 maggio 2020. URL consultato il 1º febbraio 2026.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 S.A.R. Elena d’Orleans, duchessa d’Aosta a 70 anni dalla sua scomparsa – Croce Rossa Italiana, su cri.it, 25 gennaio 2021. URL consultato il 1º febbraio 2026.
- ↑ "...E quegli ch'ebbe stritolato il mento/dalla mitraglia e rotta la ganascia,/e su la branda sta sanguinolento/e taciturno, e i neri grumi biascia,/anch'egli ha l'indicibile sorriso/all'orlo della benda che lo fascia,/quando un pio viso di sorella, un viso/d'oro si china verso la sua guancia,/un viso d'oro come il Fiordaliso./Sii benedetta, o Elena di Francia,/nel mar nostro che vide San Luigi/armato della croce e della lancia".
- ↑ Fabrizio Bacolla, Due amanti a palazzo ellena, su www.giornalelavoce.it, 12 febbraio 2016. URL consultato il 1º febbraio 2026.
- ↑ https://rcnarchive.rcn.org.uk/data/VOLUME064-1920/page334-volume64-05thjune1920.pdf
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Edward Hanson, “The Wandering Princess: Princess Hélène of France, Duchess of Aosta”, Fonthill, 2017.
- Camillo Albanese, La principessa beduina, Mursia, Milano, 2007.
- Edoardo Borra, Amedeo di Savoia, Mursia, Milano, 1985.
- Enciclopedia Motta, "Savoia Aosta, Elena di Francia, Duchessa d'Aosta", volume XV, pagina 514. Milano, 1991.
- Giulio Vignoli, Donne di Casa Savoia, ECIG, Genova, 2002.
- Elio Tramontano, Da Sallustro a Maradona 90 anni di storia del Napoli, Napoli, Edizioni Meridionali, 1984. ISBN non esistente
- Stefania Bartoloni, ORLÉANS, Elena di, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 79, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013. URL consultato il 26 dicembre 2017.
Altri progetti
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Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Elena d'Orléans
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Savòia, Elena di, duchessa d'Aosta, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Savòia, Èlena di-, su sapere.it, De Agostini.
- Filmato dei funerali di Elena d'Orléans, su youtube.com.
- Elena di Francia duchessa d'Aosta, Viaggi in Africa, Milano, Treves, 1913 (nella Biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale di Napoli), su digitale.bnnonline.it.
- Il Fondo Aosta della Biblioteca Nazionale di Napoli, su bnnonline.it.
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