Editoria femminista italiana

L'editoria femminista italiana comprende l’insieme delle pratiche di produzione e circolazione di pubblicazioni dedicate alla riflessione critica sulla condizione delle donne e sulle relazioni di genere, sviluppatesi in diversi contesti storici.[1][2]
Le sue origini vengono generalmente collocate nella stampa emancipazionista della seconda metà dell’Ottocento, mentre una configurazione autonoma e riconoscibile si afferma a partire dagli anni Settanta, in relazione all'emergere del movimento delle donne e alle trasformazioni del panorama culturale ed editoriale italiano.[3][4]
Oggetto e ambito
[modifica | modifica wikitesto]Lo studio dell’editoria femminista italiana pone questioni definitorie analoghe a quelle che attraversano la storiografia del femminismo e degli studi di genere. Sia il concetto di editoria sia quello di femminismo rinviano infatti a campi storicamente situati, caratterizzati da pratiche, soggetti e forme organizzative mutevoli, non riconducibili a un’unica definizione stabile.

In ambito storiografico, l’analisi delle pratiche editoriali si colloca all’incrocio tra storia economica, storia delle idee, storia culturale e storia sociale, richiedendo attenzione ai contesti politici, ai pubblici di riferimento e alle reti di produzione e circolazione del sapere.[5][6]
Analogamente, il femminismo non costituisce un fenomeno unitario né omogeneo, ma un insieme di movimenti, pratiche discorsive, elaborazioni teoriche e forme di azione collettiva che si sviluppano in fasi storiche diverse, con orientamenti plurali e talvolta divergenti.[7][8]
In questo senso, la categoria di “editoria femminista” è adottata per ricomprendere pratiche editoriali differenti per forme, soggetti e finalità, considerate nel loro sviluppo storico e nel rapporto con i contesti politici e culturali di riferimento, includendo anche realtà non riconducibili all’editoria in senso stretto – come le librerie delle donne, i centri di documentazione e gli archivi – che, a partire dagli anni Settanta, hanno svolto una funzione rilevante nella produzione, diffusione e conservazione del pensiero femminista in Italia.[9][10]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Nel contesto italiano le pratiche editoriali riconducibili al femminismo si sviluppano lungo un arco temporale ampio e non lineare. Le loro origini vengono generalmente collocate nella seconda metà del secolo XIX, quando periodici, opuscoli e iniziative editoriali promosse da singole autrici o da associazioni emancipazioniste accompagnano il dibattito sull’istruzione, sul lavoro e sui diritti civili delle donne, senza tuttavia costituire ancora un ambito editoriale distinto.[3][4]
Nel corso del Novecento la stampa delle donne assume forme differenti in relazione ai contesti politici e sociali: inserita nei circuiti associativi e partitici nei primi decenni del secolo, silenziata e riorientata durante il fascismo, riemerge nel periodo resistenziale e nel dopoguerra, per poi anticipare, nella seconda metà degli anni sessanta, alcune istanze del neofemminismo attraverso giornali e manifesti a diffusione militante.[11]
Negli anni settanta si afferma un’editoria femminista strutturata e riconoscibile, strettamente intrecciata al movimento delle donne e alla fase militante, con la nascita di case editrici, periodici, librerie autonome.[12]
A partire dagli anni ottanta il settore conosce una fase di riorganizzazione e specializzazione: si consolidano progetti editoriali con profili teorici più definiti, si rafforzano i centri di documentazione e si sviluppano riviste legate alla differenza sessuale e alla riflessione filosofica. Negli anni novanta si avviano processi di ridefinizione che investono modelli organizzativi, reti di produzione e forme di diffusione: alcune realtà storiche si trasformano o cessano, mentre altre si orientano verso la ricerca, la saggistica specialistica e il dialogo con l’accademia, in un contesto in cui temi e autrici femministe entrano più stabilmente nell’editoria generalista.[13][14]
Con l’inizio del XXI secolo l’editoria femminista assume forme più policentriche e si intreccia con la diffusione del digitale e della multimedialità, con l’emergere di nuovi filoni teorici – tra cui femminismo intersezionale, queer e postcoloniale – e con iniziative promosse da associazioni culturali, gruppi di ricerca e piattaforme online. Il panorama contemporaneo è caratterizzato da una pluralità di soggetti, linguaggi e strumenti, che riflettono la diversificazione delle pratiche editoriali e dei luoghi di produzione e conservazione dei saperi femministi.
La stampa dell'emancipazionismo
[modifica | modifica wikitesto]Diversi studi hanno collocato le origini della stampa "femminista" in senso storico nella seconda metà del XIX secolo - una stampa “scritta da donne per difendere i diritti delle donne” - legata al fiorire di scritti e periodici nati in contesti diversi (patriottico, associativo, politico), ma accomunati dall’uso del giornale come strumento di presa di parola autonoma e di rivendicazione di diritti civili, educativi e politici per le donne.[10][15][16]

Già nel 1848, nel pieno dei moti risorgimentali, compaiono i primi giornali esplicitamente rivolti alle donne e fondati da donne. A Roma esce La donna italiana, cui collabora Amelia Calami, a Venezia viene pubblicato Il circolo delle donne italiane, mentre a Palermo, testate come La tribuna delle donne chiedono l’organizzazione di club femminili, la creazione di giornali propri e rivendicano la creazione di una “terza Camera”, affermando il diritto delle donne a partecipare alla vita politica e a giudicare le scelte istituzionali.[17][18][19]
Dopo l'Unità d'Italia un ruolo centrale è svolto dal periodico La Donna, fondato a Padova nel 1868 da Gualberta Alaide Beccari e pubblicato fino ai primi anni novanta dell’Ottocento, considerato dalla storiografia il principale organo dell’emancipazionismo italiano per continuità, diffusione e capacità di creare una rete nazionale di collaboratrici. La Donna combina formazione morale, istruzione laica e rivendicazioni civili, offrendo uno spazio di confronto su temi quali il lavoro femminile, l’accesso all’istruzione e, progressivamente, i diritti politici.[20][21]
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento la stampa femminile si articola ulteriormente, dando luogo a un panorama che comprende testate di orientamento laico, socialista e cattolico, spesso legate ad associazioni e comitati e in seguito ai primi partiti di massa. In questo contesto si afferma la figura della giornalista-attivista, di cui sono esempio Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff, che intreccia l’attività editoriale con l’impegno politico e associativo.[22] La stampa diventa uno spazio di elaborazione e di confronto interno al movimento delle donne, attraversato da posizioni divergenti su suffragio, lavoro, famiglia ed educazione.
La Grande Guerra e il primo dopoguerra segnano una fase di forte tensione e trasformazione. L’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro extradomestico e il dibattito sul suffragio producono una temporanea espansione editoriale, ma contribuiscono anche alla frammentazione del fronte emancipazionista, indebolito dalle diverse posizioni assunte in merito alla partecipazione italiana al conflitto, dalla crisi economica e dall’involuzione autoritaria dello Stato liberale.[23]
Stampa femminile e organizzazioni di massa
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Durante il ventennio fascista le testate femminili di area socialista e comunista vengono soppresse e allontanate giornaliste e redattrici critiche del nuovo corso e non disposte ad operare entro i limiti imposti dal regime.[24] La stampa femminile viene progressivamente inquadrata nel sistema di controllo e propaganda, chiamata a sostenere la battaglia demografica e a diffondere il modello della “donna fascista” come madre e custode della famiglia. Tuttavia, il panorama resta articolato: accanto agli organi ufficiali del Partito Nazionale Fascista e delle organizzazioni femminili del regime, continuano a esistere riviste cattoliche, commerciali e culturali, e nascono le prime riviste femminili di massa, che veicolano rappresentazioni plurali e talvolta in tensione con l’ideologia ufficiale di domesticità.[25][26]
Con la caduta del fascismo e l'avvio della ricostruzione democratica, le istanze di emancipazione riemergono soprattutto nell’ambito della sinistra politica e sindacale. La fondazione dell’Unione Donne Italiane (UDI) nel 1944 e della rivista Noi Donne, nata nell'emigrazione antifascista in Francia, segnano una nuova fase della stampa femminile, inserita nel quadro delle grandi organizzazioni politiche e associative del secondo dopoguerra, senza tuttavia dar luogo a un ambito editoriale autonomo.[27][28]
Anni sessanta
[modifica | modifica wikitesto]Negli anni sessanta la società italiana è attraversata da profondi mutamenti sociali e culturali che incidono in modo significativo sulla condizione femminile. Il boom economico, gli intensi flussi migratori, l’accesso di massa all’istruzione superiore e la progressiva messa in discussione dei modelli familiari tradizionali contribuiscono a ridefinire ruoli, aspettative e forme di partecipazione delle donne alla vita pubblica.[29]
Sul piano legislativo e civile, alcune riforme segnano tappe rilevanti nel riconoscimento dei diritti femminili, come la parità salariale e l’accesso delle donne alla magistratura nei primi anni del decennio, mentre la successiva approvazione della legge sul divorzio nel 1970 testimonia un mutamento dei costumi ormai avviato.

In questo contesto iniziano a circolare in Italia testi sulla condizione femminile, come le testimonianze raccolte da Gabriella Parca ne Le italiane si confessano (1961) e la traduzione di icone del femminismo internazionale, tra cui Il secondo sesso di Simone de Beauvoir (inserito dalla Chiesa nel 1956 nell'Indice dei libri proibiti[30] e tradotto nel 1961 per le edizioni Il Saggiatore) e La mistica della femminilità di Betty Friedan (Edizioni di Comunità, 1964), pubblicati da editori generalisti e destinati a un pubblico colto e militante.[31][32] Queste opere offrono strumenti teorici che alimentano il dibattito sulla condizione femminile e contribuiscono a mettere in discussione l’autorità delle istituzioni e della morale sessuale dominante.[33]
Pur in assenza di un’editoria femminista autonoma in senso organizzato e riconoscibile, il decennio è segnato da una crescente attenzione pubblica per i temi della sessualità, del corpo e dei ruoli di genere, di cui sono un esempio inchieste come Che cosa pensano le ragazze d’oggi? pubblicata sul giornalino del Liceo Parini di Milano La zanzara, casi di cronaca - il rifiuto del matrimonio riparatore da parte di Franca Viola, giovane siciliana vittima di stupro - e produzioni cinematografiche che suscitano un ampio dibattito (Le italiane e l'amore, 1962, tratto dal libro di Gabriella Parca, Comizi d’amore di Pierpaolo Pasolini, 1965).[34][35]
Le mobilitazioni del 1968 e l' autunno caldo del 1969 rappresentano un momento di accelerazione, coinvolgendo direttamente molte giovani donne e creando le condizioni politiche e culturali che, all’inizio degli anni settanta, porteranno alla nascita dei primi collettivi femministi e delle prime esperienze editoriali autonome.[36]

Tra le prime elaborazioni teoriche del femminismo italiano contemporaneo si colloca il manifesto Demistificazione dell’autoritarismo patriarcale, diffuso nel 1966 dal gruppo milanese Demau, un gruppo misto di uomini e donne, influenzato dai pensatori della scuola di Francoforte come Theodor Adorno e Herbert Marcuse, dalla psicoanalisi e dagli scritti giovanili di Marx, che pone al centro della riflessione l'analisi critica dell' "autoritarismo patriarcale".[37][38]
Nel 1968 Daniela Pellegrini, Elena Rasi e Lia Cigarini redigono il testo Il maschile come valore dominante, parte del manifesto Demau, che viene pubblicato l’anno successivo nella rivista Il manifesto e che individua nell'egemonia del modello maschile il nodo da cui discendono le diverse forme di oppressione (nella famiglia, nel lavoro, nella sessualità), ponendo le basi per le successive elaborazioni sul separatismo, sull’autocoscienza e sulla differenza sessuale nel femminismo italiano.[11]

Sempre nel 1968 viene pubblicata la prima rivista femminista: il trimestrale La Via femminile (1968-1969),[39] legato al gruppo libertario e radicale dello psicologo Luigi De Marchi (tra i membri della redazione vi sono Adele Faccio e Guido Tassinari), che promuove un femminismo radicale, anticipando temi della rivoluzione sessuale. La rivista definisce i rotocalchi femminili anestetici e allucinogeni offerti alle lettrici per rendere loro tollerabile la propria condizione.[40][41]
Accanto a queste esperienze autonome e ai giornali femminili prodotti dalle grande case editrici - tra le principali novità si registrano la nascita del periodico Amica (1962), settimanale del Corriere della sera, e l'istituzione della "pagina della donna" nei principali quotidiani (1963)[42] - continuano a operare periodici legati ai partiti politici e alle organizzazioni femminili di massa, come Noi Donne, fondata nel 1944 nell'ambito dell'antifascismo, Donne e politica (1969–1986), diretta da Adriana Seroni e pubblicata da Editori Riuniti per la sezione femminile del Partito comunista italiano e Donna e società (1967–1973) diretta da Franca Falcucci, in precedenza Donne d'Italia (1948-1966), del movimento femminile democristiano.[43][44][45]
Anni settanta
[modifica | modifica wikitesto]Negli anni settanta l’editoria femminista italiana si sviluppa in stretta relazione con il movimento delle donne e con le trasformazioni introdotte dalle riforme civili del decennio (legge sul divorzio, riforma del diritto di famiglia, legge sull’interruzione volontaria di gravidanza). La produzione editoriale si afferma come dimensione centrale dell’azione politica e diventa uno degli strumenti principali attraverso cui il femminismo elabora nuove pratiche, linguaggi e forme di organizzazione.[46] Si caratterizza per l'innovazione linguistica e grafica e per il rifiuto dei circuiti editoriali tradizionali, percepiti come parte integrante delle strutture di potere contestate dal movimento.

Dall’inizio del decennio si affermano i primi collettivi femministi e una produzione autogestita e sperimentale, fondata sul lavoro volontario, che comprende manifesti, ciclostilati, opuscoli, riviste e libri, diffusi attraverso circuiti informali.[47] Temi fino ad allora confinati nella sfera privata – sessualità, maternità, lavoro domestico, violenza – diventano elaborazione politica collettiva e generano una vasta produzione di materiali e una forte domanda di comunicazione indipendente.[32]
Nascono le prime case editrici e un consistente numero di periodici femministi, i primi centri di documentazione e le Librerie delle donne che raccolgono e rendono accessibili i materiali prodotti. Con il procedere del decennio l’editoria femminista si diversifica e si struttura. Si sviluppano le prime esperienza di editoria alternativa per l’infanzia e il fumetto e la prima produzione storiografica elaborata al di fuori dei circuiti accademici, mentre il movimento progressivamente si articola in orientamenti teorici e politici differenti, dall’emancipazionismo ai femminismi radicali e marxisti, dal lesbismo alle prime elaborazioni sulla differenza sessuale - spesso in tensione tra loro e accomunati dal rifiuto delle forme tradizionali di rappresentanza politica.[48]
Case editrici
[modifica | modifica wikitesto]Negli anni settanta nascono numerose case editrici legate al movimento delle donne, con progetti che intrecciano elaborazione teorica, pratica politica e sperimentazione editoriale.
La prima casa editrice femminista, Scritti di Rivolta Femminile, viene costituita a Roma nel 1970 da Carla Accardi e Carla Lonzi, tra le fondatrici del collettivo Rivolta femminile, uno dei primi ad introdurre la pratica del separatismo e dell'autocoscienza.[47][49] La collana dei “Libretti verdi” si distingue per la sobrietà grafica e per la radicalità teorica dei contenuti.[47][50] Carla Lonzi, teorica e critica d’arte, propone una rottura netta con il pensiero marxista e con le forme tradizionali della militanza politica, affermando la differenza sessuale come fondamento dell’identità femminile. Dal punto di vista editoriale rifiuta di venire a patti con le logiche commerciali, ritenendo che esse possano snaturare le istanze femministe. Per questo evita consapevolmente recensioni, promozione e mediazioni sul testo, come nel caso di Sputiamo su Hegel (1974), successivamente divenuto uno dei testi fondativi del femminismo della differenza, con ampia circolazione anche internazionale.[51][52][53]

Nel 1972 vengono fondate Edizioni delle donne a Roma e Anabasi a Milano.[54] Le prime, affini all’esperienza francese di Éditions des femmes, propongono un catalogo che affianca testi teorici, inchieste e traduzioni di autrici straniere allora poco note in Italia, come Gertrude Stein, Marguerite Duras, Ingeborg Bachmann, Julia Kristeva, Marina Cvetaeva.[53] Tra le pubblicazioni più significative figurano Donne povere matte, la traduzione di Scum di Valerie Solanas e Il corpo lesbico di Monique Wittig.[55]
Anabasi, fondata da un gruppo di autocoscienza e attiva fino al 1974, pubblica la prima antologia di testi del femminismo internazionale (Donne è bello, 1972) e il numero unico della rivista Al femminile (1972),[56] che documentano le prime forme di riflessione collettiva sulla soggettività femminile.[57][58][59]
Nel 1975 nasce a Milano, fondata da Laura Lepetit, la casa editrice La Tartaruga, destinata a diventare una delle realtà più durature e riconosciute dell’editoria femminista italiana.[60]
Nel Sud Italia, a Napoli, il collettivo Le Nemesiache, guidato da Lina Mangiacapre, dà vita a una casa editrice (Le Nemesiache/cooperativa Le tre ghinee) che pubblica libri, cataloghi - come la Rassegna annuale del cinema femminista di Sorrento - e periodici legati alle attività artistiche e politiche del gruppo.[61]
Nel campo dell’editoria per l’infanzia un ruolo pionieristico è svolto dall'editrice romana Dalla parte delle bambine, fondata da Adela Turin e attiva dal 1976 al 1984. Prima casa editrice femminista rivolta a bambine e bambini, propone libri illustrati volti a decostruire gli stereotipi sessuali, come Alice e Lucia: sul nostro sangue (1979), primo testo divulgativo sulle mestruazioni rivolto alle adolescenti.[62][63][53]

Accanto a queste esperienze nascono progetti editoriali legati a specifiche aree del movimento, come Limenetimena, foglio periodico e casa editrice legata al movimento per il salario al lavoro domestico, che tra il 1976 e il 1977 pubblica la traduzione del libro di Diana E.H. Russell La politica dello stupro (1976) e Grida piano che i vicini ti sentono (1977) di Erin Pizzey, donne impegnate nei primi centri antiviolenza negli USA e a Londra.[64]
Alcune esperienze della produzione femminista degli anni settanta si sviluppano al di fuori del circuito delle case editrici femministe, pur mantenendo un forte legame con il movimento delle donne. Ne sono esempi, sul versante saggistico, la collana Il vaso di Pandora (1974–1987) dell’editrice universitaria La Salamandra, diretta da Manuela Cartasio e Luciana Percovich, dedicata a temi come salute, aborto e critica alla cultura patriarcale e, sul versante storiografico, le prime opere elaborate al di fuori dei circuiti accademici, come La signora del gioco di Luisa Muraro (Feltrinelli, 1976) e La Resistenza taciuta di Rachele Farina e Annamaria Bruzzone (Bollati Boringhieri, 1976).[53][32]
Periodici
[modifica | modifica wikitesto]Negli anni settanta la stampa femminista conosce una straordinaria proliferazione di testate femministe autogestite, di durata breve, spesso legate ai collettivi locali, che riflettono la pluralità di posizioni politiche e teoriche del movimento, documentando analisi, pratiche e orientamenti differenti.

Nel suo studio sulla stampa femminile, Laura Lilli indica Quarto mondo, pubblicata a Roma nel 1971 dal Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) e attiva per pochi numeri, la seconda rivista femminista italiana, dopo la radicale La Via femminile uscita alla fine degli anni sessanta.[65][65] Tra le esperienze di maggior rilievo e durata negli anni settanta vengono comunemente collocate Effe, Sottosopra, DWF.
Effe (1973–1982), edizioni Dedalo, è primo mensile femminista di attualità e cultura autogestito a diffusione nazionale. Nato a Roma da femministe fuoriuscite dal Movimento di liberazione delle donne, con la collaborazione della giornalista Gabriella Parca, da poco licenziata da Amica, e altre giornaliste, studiose e scrittrici, tra cui Franca Pieroni Bortolotti, Germaine Greer, Mariella Gramaglia, Dacia Maraini, Rossana Rossanda, Natalia Aspesi,[66] il periodico dà voce ai dibattiti dei collettivi femministi italiani, registrando tensioni e differenze.[67][68][69]
Nel 1972, un anno prima di Effe, sempre per le edizioni Dedalo, vede la luce Compagna diretto da Laura Lilli, che affronta la questione femminile da una prospettiva marxista. Parte del collettivo di Compagna collaborerà al numero zero di Effe.[70]
A Milano nel 1974 nasce Sottosopra, rivista di movimento che diventerà uno dei luoghi teorici centrali del femminismo della differenza[71] e un anno dopo viene fondato a Roma DWF – Donna Woman Femme, trimestrale diretto da Tilde Capomazza e Annarita Buttafuoco, che si distingue per l'attenzione alla ricerca storica e teorica e per la traduzione di testi teorici femministi internazionali, soprattutto angloamericani.[72][73][74]

Accanto a queste esperienze si sviluppano forme editoriali che riflettono la varietà del movimento. Differenze (1976–1982), trimestrale romano, affida ogni numero a un collettivo diverso, mentre i gruppi legati al filone del salario al lavoro domestico, di ispirazione marxista e socialista, come Lotta Femminista, fondato da Mariarosa Dalla Costa a Padova nel 1971, producono fogli e pubblicazioni periodiche che analizzano il lavoro domestico come forma di sfruttamento economico.[75][76][77]
Nel 1978 nasce a Roma Quotidiano donna (1978–1982), settimanale di politica, attualità e cultura, inizialmente supplemento del Quotidiano dei lavoratori e successivamente autogestito.[78] Nel Sud Italia si distingue Mille e una donna (1978–1981), periodico napoletano attento al rapporto tra femminismo e contesto territoriale.[79]
La vivacità del decennio è testimoniata anche da numerose riviste di breve durata o numeri unici, come Rosa[80], Le operaie della casa[81], Da donna a donna, Rompere lo specchio, Chi brucia?, Zizzania, Malafemmena, Bilitis.
Tra il 1978 e il 1979 escono a Milano tre numeri della prima rivista di fumetti Strix, diretta da Antonella Barina e Lydia Sansoni, interamente realizzata da una cooperativa di femministe.[82][83][84]
Librerie delle donne
[modifica | modifica wikitesto]La prima libreria femminista viene fondata a Roma nel 1973 dall'associazione La Maddalena, di cui fanno parte Dacia Maraini e Adele Cambria, ispirata al modello parigino. Nel 1975 nasce la Libreria delle donne di Milano, la prima strutturata anche per la vendita di libri, promossa da femministe come Luisa Muraro e Lia Cigarini,[85] cui fanno seguito la Libreria delle donne di Bologna Librellula (1977-1996), quella di Cagliari della cooperativa La tarantola (1978-1986),[86] la Libreria delle donne di Firenze (1979- 2018), la Libreria Lilith a Genova, ed altre esperienze simili a Torino e Padova.[87][88]
Anni ottanta
[modifica | modifica wikitesto]Contestualmente alla nuova fase caratterizzata, per il femminismo italiano, dal passaggio dalla mobilitazione e dall'attivismo di massa a una dimensione istituzionale, culturale e teorica, spesso definita "femminismo diffuso" o "femminismo culturale", negli anni ottanta l’editoria femminista attraversa un periodo di riorganizzazione strutturale e di ridefinizione dei propri ambiti di intervento, superando progressivamente la rigida separatezza praticata nel decennio precedente.[89][90] Alla crisi delle forme editoriali più direttamente legate alla militanza degli anni settanta si accompagnano processi di selezione, consolidamento e specializzazione.[91]
Nel corso del decennio chiudono alcune esperienze editoriali storiche, mentre altre si rafforzano o si riorientano; emergono nuovi soggetti, tra cui un’editoria lesbica esplicitamente autonoma, e si amplia il ruolo di riviste, collane e iniziative editoriali legate alla ricerca storica, filosofica e culturale delle donne. Il crescente interesse per la conservazione e la trasmissione della memoria del movimento favorisce la nascita e il consolidamento di centri di documentazione, archivi e librerie delle donne, che diventano nodi centrali di produzione e circolazione dei saperi femministi, ponendo le basi per le reti documentarie sviluppate a partire dalla fine del decennio.[92][93][94]
Trasformazioni dell’editoria femminista
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Dopo l’intensa stagione di mobilitazione e sperimentazione degli anni settanta, molte esperienze editoriali nate in un contesto di forte militanza politica si confrontano con difficoltà economiche, problemi di distribuzione e con la necessità di una maggiore professionalizzazione del lavoro editoriale. Alcune case editrici, tra cui Edizioni delle donne (1972-1984) e Dalla parte delle bambine (1976-1983), escono dal mercato, mentre altre, come La Tartaruga (1975-1997) o Rivolta femminile (1970-1998), si consolidano, modificando assetti organizzativi e strategie produttive o rafforzando la propria specificità.[95][53]
Nascono alcune nuove case editrici, come Eidos, fondata nel 1987 a Mirano, vicino Venezia, da Vittoria Surian, specializzata nella valorizzazione di autrici lasciate ai margini dalla storiografia letteraria ufficiale e di artiste contemporanee; tra le prime pubblicazioni, Il merito delle donne di Moderata Fonte e i libri d'arte della collana Artemisia.[96]
In Sicilia la palermitana La Luna, ideata da Valeria Ajovalasit e da un collettivo di donne che comprende Letizia Battaglia, Giovanna Fiume e Giuliana Saladino, in pochi anni realizza un catalogo di oltre cinquanta titoli di narrativa, politica, saggistica e storia locale, pubblica la rivista Tuttestorie e promuove il premio letterario Arcidonna-La luna per un inedito femminile.[97] Nel 1988 viene fondata dai Angela Barbagallo e Agata Ruscica la siracusana Ombra, con testi di narrativa e saggistica, tra cui Conversazioni in Sicilia sulla differenza sessuale.[98]
Editoria lesbica
[modifica | modifica wikitesto]Negli anni '80 la presenza delle donne lesbiche - anticipata negli anni settanta da un numero speciale di Fuori! dedicato alla tematica di lesbismo e femminismo, da alcuni testi pubblicati da Edizioni delle donne e dalla pagina lesbica in Quotidiano donna - acquisisce visibilità con la nascita di una vera e propria editoria, forte del nascente movimento lesbico.[99]

Nel 1980 viene pubblicato il primo titolo della casa editrice romana Felina, fondata da Giovanna Tatò e diretta da sole donne, una ricerca sulle lesbiche italiane.[100] Attiva fino al 1987, tra i titoli del suo catalogo, limitato ma fortemente caratterizzato, Felina annovera Le donne prima del patriarcato (1981) di Françoise d’Eaubonne e L’economia politica della differenza sessuale (1987) di Lidia Menapace.[101] Alla cultura lesbica - narrativa, poesia, teoria - si rivolge anche la casa editrice Estro, fondata a Firenze nel 1985 da Liana Borghi e Rosanna Fiocchetto, che pubblica come primo volume una traduzione di Jolanda Insana delle poesie di Saffo.[102]
Nel 1981 nasce la prima rivista lesbica femminista e separatista, Il Bollettino del CLI - Collegamento fra le Lesbiche Italiane - poi Bollettina. Oltre al periodico, il CLI produce pubblicazioni di piccola editoria, come opuscoli, cataloghi, atti di convegni, la collana Squaderno e traduzioni di materiali provenienti dall'estero, facendo conoscere pensatrici come Adrienne Rich, Monique Wittig, Nicole Brossard, Teresa de Lauretis.[103][104] Nel 1986 promuove la fondazione degli Archivi Lesbici Italiani (ALI), con l’intento di raccogliere e conservare la documentazione prodotta dal movimento lesbico.[105]
Ricerca storica, femminismo e produzione editoriale
[modifica | modifica wikitesto]Negli anni ottanta la crescita della ricerca sulla storia delle donne, e, progressivamente, della storia di genere, incide in modo significativo sulla configurazione dell’editoria femminista.[48]

In assenza di un riconoscimento e di una istituzionalizzazione dei Women’s studies nel sistema universitario, la produzione e la circolazione dei saperi avvengono in larga misura attraverso periodici, dispense, collane editoriali, numeri monografici di riviste femministe, pubblicazioni diffuse tramite librerie delle donne, che svolgono una funzione di mediazione tra produzione scientifica, ricerca, pratica politica e pubblico non accademico.[106] Questi materiali contribuiscono alla circolazione di nuove categorie interpretative e alla costruzione di un sapere femminista autonomo, pur nel persistente dibattito sull’opportunità di una piena istituzionalizzazione accademica.[107][108]
Un ruolo centrale è assunto dalle riviste, spesso luogo di discussione, rielaborazione di saperi disciplinari e diffusione della ricerca. Nel 1981 nasce Memoria, prima rivista italiana esplicitamente dedicata alla storia delle donne e alle relazioni di genere, che si propone come spazio di ricerca e di confronto, collocandosi come ponte tra la dimensione militante del movimento delle donne e quella della ricerca storica e scientifica. In dialogo con DWF Donna Woman Femme e, in alcune occasioni, con Quaderni storici, Memoria diventa uno dei principali luoghi di elaborazione metodologica, ospitando il dibattito sul rapporto tra femminismo e storia delle donne, sull’uso delle fonti orali, sul ruolo della soggettività nella ricerca e, nella seconda metà del decennio, sulla categoria di gender.[109]
DWF, attiva dal 1976, mantiene un forte orientamento teorico e internazionale, contribuendo alla diffusione in Italia del dibattito sui Women’s studies e sulla storia sociale e culturale, mentre riviste come Via Dogana (1983-2014) e Lapis (1987-1996) operano come laboratori interdisciplinari, intrecciando riflessione filosofica, psicoanalisi, letteratura e analisi delle trasformazioni simboliche e sociali prodotte dal femminismo.[110]
Stampa periodica
[modifica | modifica wikitesto]Negli anni ottanta il panorama dei periodici femministi si riconfigura attorno ad alcuni poli di continuità e a nuove riviste che riflettono la fase di consolidamento, specializzazione e pluralizzazione del movimento. Alla chiusura di diverse testate nate nella stagione militante degli anni settanta – tra cui Effe (1973–1982), Differenze (1976–1982) e Quotidiano donna (1978–1981) – si affianca l’emergere di riviste caratterizzate da una maggiore cura editoriale e da una più netta definizione dei propri ambiti tematici.[111]
Una prima linea riguarda i periodici dedicati alla critica letteraria e all’editoria delle donne. Leggere Donna, fondata nel 1980 a Ferrara in relazione al Centro documentazione donna, inaugura in Italia un’attenzione sistematica alla critica culturale femminista, contribuendo alla costruzione di un linguaggio e di un canone autonomi. Su un versante affine si collocano Legendaria, nata alla fine del decennio come supplemento di Noi Donne, e Tuttestorie, fondata nel 1990 da Maria Rosa Cutrufelli, già ideatrice di Legendaria, entrambe orientate alla riflessione sull’editoria, la narrativa e la cultura delle donne.[112][113]

Accanto a queste esperienze e a riviste centrali del decennio, come Memoria e DWF, riferibili ad un ambito di produzione di ricerca, si consolidano periodici legati ai luoghi e alle reti del femminismo della differenza. Via Dogana, avviata nel 1983 dalla Libreria delle donne di Milano, si definisce come rivista “di politica” ed è uno dei principali laboratori di elaborazione teorica sul simbolico, sulla differenza sessuale e sulle pratiche di affidamento, in dialogo con il percorso di Sottosopra, ripreso nello stesso anno con il foglio verde Più donne che uomini.[114] Nella seconda metà del decennio nasce Lapis. Percorsi di riflessione femminile (1987–1996), che intreccia filosofia, psicoanalisi, critica letteraria e analisi delle trasformazioni sociali, coinvolgendo gruppi di autrici diversi a ogni numero.[115]
Altri periodici riflettono l'articolazione delle posizioni e dei linguaggi femministi. Fluttuaria (1986-1994), fondata a Milano, si propone di superare rigide appartenenze ideologiche, ospitando contributi su cinema, scienza, politica e lavoro.[116][117] Aspirina (1987-2018) introduce la satira e il fumetto come strumenti di critica sociale, mentre Un’Ala (1984–1987) apre uno spazio specifico alla fantascienza femminile.[118][119] Nuovi soggetti femminili acquistano visibilità: Lucciola (1983-1984) nasce su iniziativa dell'attivista e scrittrice Roberta Tatafiore per dare voce al Comitato per i diritti civili delle prostitute, sostenere l'autodeterminazione sessuale, la lotta alla tratta e dare visibilità e dignità a un mondo spesso emarginato, trasformando un termine negativo in uno di lotta e identità.[120]
Rimane significativo anche il ruolo delle riviste legate all’attualità politica e alle istituzioni. Il Paese delle donne, attiva dal 1985 come inserto del quotidiano romano Paese sera e poi resosi autonoma nel 1987, diffonde informazione politica e sociale dal punto di vista delle donne;[121] Reti (1987–1992), diretta da Maria Luisa Boccia, raccoglie il dibattito delle studiose femministe dell’area comunista, in continuità con l’esperienza di Donne e politica;[122][123] Iride (1985-1992), rivista bimestrale edita dal Coordinamento nazionale Donne in lotta per la pace, presenta notizie d’attualità sugli scenari di guerra mondiali.[124]
Si muove su una prospettiva geografica e politica più ampia anche Aidos news dell’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo (1984-2009), che promuove la cooperazione internazionale tra le donne del mondo, mentre D/d. Il diritto delle donne (dal 1988) affronta in chiave giuridica temi quali cittadinanza, lavoro e violenza, segnando - con altre riviste afferenti a centri di documentazione, associazioni e movimenti specifici - un’interazione crescente tra femminismo, diritto, politiche pubbliche e produzione di saperi femministi.[125]
Centri di documentazione, centri di studi e università femministe
[modifica | modifica wikitesto]Tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta, accanto alla produzione scientifica si sviluppano centri di ricerca, di documentazione, e archivi femministi, che oltre al fine della raccolta, conservazione e trasmissione, assumono la funzione di radicare nello spazio pubblico una memoria autonoma delle donne e di far circolare nuovi saperi di genere.[126]
In molti casi questi centri non si limitano alla conservazione documentaria, ma svolgono una funzione attiva di produzione culturale, formazione e pubblicazione, intrecciando lavoro d’archivio, ricerca e iniziativa editoriale.
Il Centro studi storici sul movimento di liberazione delle donne in Italia (CSSMLDI, dal 1995 Fondazione Badaracco), fondato nel 1979 da Elvira Badaracco e Pierrette Coppa, inizia la propria attività nel 1980 presso la Fondazione Feltrinelli a Milano, raccogliendo, organizzando e rendendo fruibile il patrimonio del movimento.[127][128] Il Centro, nato in un contesto di parziale “crisi” delle forme tradizionali di militanza, si configura come uno dei primi luoghi in cui il lavoro d’archivio diventa pratica femminista, intrecciando conservazione, ricerca storica e produzione editoriale.[91]
Nel 1980 anche a Ferrara nasce il Centro documentazione donna (CDD) con il progetto di una biblioteca di conservazione della memoria storica delle donne e luogo di aggregazione e di riflessione; nello stesso anno, inizialmente come Bollettino del Centro, esce Leggere Donna, primo periodico italiano dedicato alla recensione di prodotti culturali di e sulle donne. [129]

Nel 1982 si costituisce a Firenze il Centro di Documentazione FILI[130] e a Bologna il Centro di documentazione delle donne, come progetto dell'Associazione Orlando, attiva dalla fine degli anni settanta, in convenzione con il Comune di Bologna. Comprende la Biblioteca italiana delle donne e l’Archivio di storia delle donne e si pone come nodo nazionale per la promozione della cultura di genere, delle ricerche sulle differenze e delle politiche pubbliche correlate.[131][132]
Dal 1986 al 1998 ha sede presso il Centro di Bologna il Coordinamento Donne di Scienza formatosi dopo il disastro di Chernobyl per promuovere la partecipazione femminile nelle discipline scientifiche e combattere gli stereotipi di genere nelle discipline STEM, che nel 1988 pubblica Donne di scienza: esperienze e riflessioni, una raccolta che esplora la presenza e il ruolo delle donne nel mondo scientifico.[133]
A partire dagli anni ottanta, al ruolo documentario si affianca una forte progettualità formativa e teorica: il Centro culturale Virginia Woolf di Roma, fondato nel 1979 da Annarita Buttafuoco, Michi Staderini, Roberta Tatafiore, Alessandra Bocchetti, si configura come “università femminista” che offre corsi per sole donne, seminari e pubblicazioni (Programmi, Quaderni) su discipline e ambiti diversi, contribuendo a istituzionalizzare saperi femministi in forma di offerta culturale stabile. [134]
Analogamente, la Libera Università delle Donne, attiva a Milano dal 1987, propone corsi, seminari e attività editoriali su corpo, scienza, tecnologia, relazioni e politica, esplorando il rapporto tra identità femminile e produzione di conoscenza.[135]
Nel 1983 all’Università di Verona nasce per iniziativa di donne interne ed esterne all´università la comunità filosofica Diotima, che intende rompere con la tradizione filosofica androcentrica proponendo un pensiero fondato sulla differenza sessuale, ispirato al pensiero di Luce Irigaray e al femminismo della differenza. Organizza seminari, laboratori di tesi, producendo anche numerose pubblicazioni, tra cui Diotima. Il pensiero della differenza sessuale (1987) edito da La Tartaruga, e diventando nel tempo un modello di riferimento per gli studi di genere e filosofia al femminile a livello internazionale.[136]
Librerie delle donne
[modifica | modifica wikitesto]Le librerie delle donne diventano sempre più attive nel territorio. La Libreria delle donne di Milano pubblica periodici come Sottosopra, Via Dogana e la rivista umoristica Aspirina; nel 1986 cura Non credere di avere dei diritti, un saggio di pratica politica e teorica che diventa un classico della letteratura femminista, ristampato e tradotto in varie lingue.[137] La Libreria delle donne di Cagliari, fondata dalla cooperativa La Tarantola, chiude nel 1985, lasciando il posto al Centro di documentazione e studi delle donne che svolge anche attività editoriale.[138] A Bologna apre nel 1980 la libreria La Libellula,[139] mentre a Firenze la Libreria delle donne, fondata nel 1979, avvia la pubblicazione di testi, come la traduzione di Elizabeth Barrett Browning e gli atti di un Convegno sull'immaginario erotico femminile.[140][141]
Anni novanta
[modifica | modifica wikitesto]Negli anni Novanta il panorama editoriale femminista italiano si riconfigura progressivamente, in risposta alle trasformazioni politiche e sociali, alla cessazione di alcune storiche attività collettive e all'emergere di nuovi progetti focalizzati sulla saggistica specialistica, la critica letteraria e l'esplorazione di soggettività non eteronormative.[142]
Il periodo è caratterizzato dal consolidamento di infrastrutture documentarie e dallo sviluppo di reti telematiche per la conservazione della memoria storica. Contestualmente, la produzione teorica legata agli studi di genere e agli approcci postmoderni trova collocazione sia in ambito accademico sia all'interno di collane dedicate della media e grande editoria.
Riconfigurazione dell’editoria femminista e nuovi spazi editoriali
[modifica | modifica wikitesto]Nel corso del decennio concludono l'attività alcune esperienze editoriali storiche, tra cui Rivolta femminile, Estro, La Tartaruga, mentre altre realtà mantengono una continuità produttiva e nascono nuovi case editrici orientate verso specifici ambiti della saggistica e della critica letteraria, tra cui Luciana Tufani editrice, Melusine e Il dito e la luna, attente anche al lesbismo e alle soggettività non eteronormative.[143]
Nel settore delle pubblicazioni periodiche chiudono testate come Memoria e Lapis - che negli anni ottanta avevano rappresentato luoghi centrali di elaborazione teorica, storica e interdisciplinare - Reti e Fluttuaria, mentre si rafforzano altre riviste, come DWF – Donna Woman Femme e Leggendaria, ed emergono nuove riviste che offrono spazi di riflessione su politica, letteratura, filosofia, ricerca.[144]
Anna Maria Crispino, giornalista e consulente editoriale, in un articolo del 1990 su Legendaria, commentando la presenza di "11 case editrici di donne, 6 collane specifiche e oltre 12 riviste che escono regolarmente", oltre a una vasta e varia produzione informale e a cinque librerie delle donne, definisce questo circuito "una piccola fetta di mercato in crescita e totalmente autonomo" che vive in mancanza di finanziamenti, influenzando tuttavia l'intero mercato. [145]
Saggistica, ricerca e società scientifiche
[modifica | modifica wikitesto]Tra le caratteristiche più rilevanti degli anni novanta vi è il consolidamento della saggistica specialistica, della narrativa e della ricerca storiografica prodotte da donne e in dialogo con il femminismo. In questo contesto assumono un ruolo centrale la Società italiana delle storiche (SIS) e la Società italiana delle letterate (SIL) che contribuiscono a strutturare ambiti di ricerca disciplinare e interdisciplinare attraverso convegni, scuole di formazione e la produzione di materiali di studio, favorendo l'integrazione di questi saperi nei circuiti accademici.[146][147]
Sotto il profilo dei contenuti, la ricezione delle teorie post-strutturaliste e postmoderniste introducono nel dibattito italiano una riflessione sulla pluralità delle soggettività e sulla messa in discussione delle categorie identitarie fisse, mentre il fiorire dei centri antiviolenza accompagna una produzione editoriale rivolta al tema della violenza di genere.[148]
Archivi, reti e nuovi supporti dell’editoria femminista
[modifica | modifica wikitesto]Una parte significativa della produzione editoriale del decennio riguarda la dimensione documentaria. Biblioteche e centri di documentazione delle donne avviano progetti di sistematizzazione e valorizzazione del patrimonio archivistico prodotto nei decenni precedenti. In questo ambito si colloca la nascita della Rete Lilith, base dati collettiva finalizzata al collegamento e alla visibilità di archivi, librerie e centri specializzati.[149][150] Nel 1996 la Rete Lilith partecipa al Salone del Libro di Torino, condividendo uno stand con la casa editrice Leggere donna e presenta al pubblico il libro Reti della memoria. Censimento di fonti per la storia delle donne in Italia, sul tema degli archivi femministi.[88]

Nel 1990 viene pubblicato il primo thesaurus di genere, Linguaggiodonna, a cura del Centro studi storici sul movimento di liberazione della donna in Italia di Milano. Il thesaurus rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di elaborare un linguaggio documentario attento alla dimensione di genere e diventa uno strumento di riferimento per la catalogazione dei materiali prodotti dal femminismo e dalla ricerca delle donne.[151][152]
Queste iniziative segnano un ampliamento dei supporti e delle modalità di circolazione della produzione femminista, che affianca ai libri e alle riviste tradizionali, banche dati, repertori, strumenti di indicizzazione e pubblicazioni autoprodotte, e rafforza la riflessione sulle problematiche delle fonti d’archivio e sul loro trattamento.[88]
Si registrano inoltre le prime sperimentazioni nell'editoria elettronica e nella comunicazione telematica con la nascita dell'agenzia di stampa DwPress e di progetti quali info@perla, che analizzano il rapporto tra donne e tecnologie.[153][142] Le librerie delle donne e i centri di documentazione rimangono i principali nodi per la circolazione di materiali autoprodotti e dispense di convegni.
Presenza nella grande editoria
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A partire dagli anni ottanta, e con maggiore continuità nel corso degli anni novanta, case editrici generaliste e semigeneraliste strutturano collane dedicate al pensiero femminista e agli studi di genere, spesso dirette da intellettuali e studiose provenienti dai movimenti. Tra le principali serie si annoverano Astrea (Giunti), Soggetto donna (Rosenberg & Sellier), Il pensiero della differenza (Editori Riuniti), Rosa (e/o) e Gender (Feltrinelli). [154]
L'editoria generalista intraprende anche la pubblicazione di opere destinate a diventare punti di riferimento nel dibattito culturale italiano. Un caso emblematico è Storia delle donne in Occidente, diretta da Georges Duby e Michelle Perrot e pubblicata da Laterza, che contribuisce a legittimare la storia delle donne come ambito storiografico riconosciuto anche al di fuori dei circuiti femministi, avviando nel contempo tra le storiche una riflessione sui modelli di conoscenza e produzione della ricerca.[155][156]
Un ruolo rilevante è svolto anche dalla pubblicazione e dalla riedizione da parte di editori come Il Saggiatore, Feltrinelli, Laterza e Rosenberg & Sellier di opere scritte da donne che diventano testi di riferimento per il femminismo italiano e internazionale, come Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, Noi e il nostro corpo e i principali lavori teorici di Luce Irigaray, oltre alle opere di autrici come Angela Carter, Marguerite Duras, Doris Lessing e Virginia Woolf. Alcune grandi scrittrici del Novecento si affermano nel mercato editoriale italiano anche grazie all’interesse suscitato dalla cultura delle donne, fino a diventare figure centrali del successo editoriale.[157]
Questo processo porta alla presenza sistematica di titoli legati ai temi di genere nel mercato librario ordinario, indipendentemente dal legame con le realtà dell'editoria femminista autonoma.
XXI secolo
[modifica | modifica wikitesto]Nel XXI secolo l’editoria femminista italiana si configura come un ambito policentrico e articolato, caratterizzato dalla coesistenza di editori autonomi, collane specializzate presso case editrici indipendenti o generaliste, riviste accademiche, piattaforme digitali e iniziative culturali dedicate.[158] Le trasformazioni che investono produzione e circolazione dei testi si intrecciano con l’emergere di nuovi filoni teorici – intersezionalità, studi queer e transfemministi, prospettive postcoloniali ed ecologiche – e con una riorganizzazione delle infrastrutture documentarie e dei luoghi della memoria femminista.[159]
Produzione editoriale e riconfigurazioni tematiche
[modifica | modifica wikitesto]Accanto ad alcune esperienze consolidate, nel nuovo millennio si affermano nuove realtà editoriali autonome che si collocano esplicitamente in una prospettiva femminista, queer o transfemminista, come VandA (2013), Vita Activa (2014) e Settenove (2013). Quest’ultima, fondata da Monica Martinelli con un’attenzione specifica alla prevenzione della violenza di genere attraverso l’educazione, pubblica anche saggi dedicati alla decostruzione degli stereotipi maschili, come I ragazzi possono essere femministi? di Lorenzo Gasparrini.[160]

La riflessione sulle maschilità come costruzione sociale trova spazio anche in progetti editoriali dichiaratamente queer, come Asterisco Edizioni (2019), nata dalla Libreria Antigone, che pubblica autori quali Dennis Altman, così come in riviste accademiche: nel 2003 la rivista Genesis dedica un fascicolo monografico alla storia delle mascolinità, estendendo la ricerca storica di genere oltre l’esperienza femminile.[161][162]
Anche editori indipendenti non esclusivamente femministi dedicano collane specifiche agli studi di genere e LGBTQ+, come la collana Gender/Genere di ETS o LGBTiQ di Mimesis, Culture radicali di Meltemi. In questi casi il femminismo opera come quadro teorico di riferimento trasversale all’interno di cataloghi più ampi.[163][164]
Nuove iniziative editoriali affrontano inoltre temi legati a intersezionalità, razza, migrazioni ed ecofemminismo: Le plurali (2021) pubblica saggistica su razza e genere, mentre Tangerin (già Tamu, 2018) affronta culture ibride e alle questioni ambientali in chiave critica.[165][166]
Editoria periodica e ambienti digitali
[modifica | modifica wikitesto]Il XXI secolo è segnato anche dal consolidamento di un’editoria periodica strettamente connessa agli studi di genere e al mondo universitario. Tra le riviste fondate o attive a partire dai primi anni Duemila si segnalano Genesis (2002), promossa dalla Società italiana delle storiche; DEP. Deportate, esuli, profughe (2004), dedicata ai temi dello sradicamento e della memoria in prospettiva di genere; Storia delle donne (2005); La camera blu (2006); About Gender (2012); De genere (2015). Queste pubblicazioni contribuiscono alla strutturazione degli studi di genere in ambito accademico, anche attraverso reti di ricerca nazionali e internazionali.
Accanto alle riviste scientifiche si sviluppano piattaforme digitali promosse da associazioni e gruppi di studiose e giornaliste, che operano tra divulgazione e produzione culturale. Iniziative come DeA. Donne e altri, inGenere.it, Letterate Magazine, Bossy, Erbacce, Flewid o Il femminismo tradotto affrontano temi quali intersezionalità, diritti LGBTQ+, disuguaglianze economiche e questioni postcoloniali, utilizzando prevalentemente il web come canale di diffusione e ampliando i pubblici di riferimento.[167][168]
Festival e fiere dell’editoria delle donne
[modifica | modifica wikitesto]Dal secondo decennio del secolo la promozione della produzione editoriale femminista si articola anche attorno a festival e fiere dedicate, tra cui Feminism – Fiera dell’editoria delle donne (Roma, dal 2018 presso la Casa internazionale delle donne), Flush – Festival dell’editoria femminista (Bologna, Associazione Orlando, dal 2022) e Inquiete – Festival di scrittrici (Roma, dal 2017).[169][170][171]
Queste manifestazioni riuniscono case editrici storiche, editori indipendenti, collane di genere di editori generalisti, riviste, associazioni e archivi, rendendo visibile - attraverso presentazioni, letture, mostre, spettacoli, dibattiti - la pluralità dei temi e dei soggetti coinvolti nella produzione editoriale femminista contemporanea.[172]
Infrastrutture e archivi della memoria femminista
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Le trasformazioni che interessano la produzione editoriale investono anche le infrastrutture documentarie sviluppatesi tra gli anni ottanta e novanta. La Rete Lilith, che nel 1996 riuniva 23 centri associati con una banca dati bibliografica di circa 33.000 record, sospende le attività nel 2005 e cessa definitivamente nel 2023, dopo un tentativo di rilancio nel 2021, evidenziando le difficoltà strutturali comuni a molte realtà: obsolescenza tecnologica, scarsa sostenibilità economica, mancato ricambio generazionale e complessità della transizione verso il web.[173][174]
Le esperienze degli archivi e dei centri di documentazione seguono traiettorie differenziate: in alcuni casi i patrimoni vengono trasferiti o integrati in istituzioni pubbliche: un caso emblematico è la Libreria delle donne di Firenze, chiusa nel 2018, e il cui archivio viene distribuito tra più sedi.[175][176][177] In altri casi si consolidano forme associative autonome, come la Fondazione Elvira Badaracco di Milano o l’Associazione Orlando di Bologna, che gestisce la Biblioteca italiana delle donne, sostenuta da una convenzione con il Comune e impegnata in progetti di digitalizzazione.[88][178]
La transizione al digitale incide non solo sui formati editoriali, ma anche sulle modalità di conservazione, accesso e trasmissione della memoria femminista.[173]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Pisano, pp. 10-11
- ↑ Codognotto-Moccagatta, pp. 6-7
- 1 2 Annarita Buttafuoco, Cronache femminili : temi e momenti della stampa emancipazionista in Italia dall'Unità al Fascismo, Arezzo, Università degli studi di Siena, 1988.
- 1 2 Liviana Gazzetta, Orizzonti nuovi : storia del primo femminismo in Italia (1865-1925), Roma, Viella, 2018, OCLC 1044872942.
- ↑ (EN) Robert Darnton, What Is the History of Books? (PDF), in Daedalus, vol. 111, n. 3, 1982, pp. 65-83.
- ↑ Roberta Cesana e Irene Piazzoni (a cura di), L'altra metà dell'editoria : le professioniste del libro e della lettura nel Novecento, Dueville, Ronzani, 2022, pp. 10-11, ISBN 9791259970084.
- ↑ (EN) Karen M. Offen, European feminisms, 1700-1950 : a political history, Stanford, Stanford University Press, 2000, OCLC 43167893.
- ↑ (EN) Nancy F. Cott, The grounding of modern feminism, New Haven, Yale University Press, 1997, OCLC 1120863440.
- ↑ Spagnoletti
- 1 2 Pisano, pp. 12-23
- 1 2 Spagnoletti, pp. 37-64
- ↑ Codognotto-Moccagatta, pp. 12-65
- ↑ Codognotto-Moccagatta, p. 6
- ↑ « Un roman de formation collectif ». Les revues féministes en Italie des années 1970 à nos jours, in Laboratoire italien: Politique et société, n. 28, 2022.
- ↑ La piccola fronda. Politica e cultura nella stampa emancipazionista (1861-1924), in Nuova DWF, n. 21, 1982.
- ↑ Buttafuoco 1988
- ↑ Rosanna De Longis, “La donna italiana”. Un giornale del 1848, in Genesis, vol. 1, n. 1, 2002, pp. 261-266.
- ↑ Nadia Maria Filippini, Donne sulla scena pubblica: società e politica in Veneto tra Sette e Ottocento, Milano, F. Angeli, 2012, pp. 121-124.
- ↑ Chiara Natoli, Scritture politiche e spazi letterari nelle riviste femminili italiane del 1848, in A. Pinello (a cura di), Narraciones y representaciones de la mujer en la prensa contemporanea, Padova, Linea, 2024, pp. 15-41.
- ↑ Annarita Buttafuoco, “In servitù regine”. Educazione ed emancipazione nella stampa politica femminile,, in Simonetta Soldani (a cura di), L’educazione delle donne. Scuole e modelli di vita femminile nell’Italia dell'Ottocento, Milano, Angeli, 1989, OCLC 466323667.
- ↑ Beatrice Pisa, Venticinque anni di emancipazionismo femminile in Italia : Gualberta Alaide Beccari e la rivista La donna, 1868-1890, Roma, Elengraf, 1982.
- ↑ Pisano, p. 22
- ↑ Gazzetta, 161-188
- ↑ Pisano, pp. 30-34
- ↑ Elisabetta Mondello, La nuova italiana. La donna nella stampa e nella cultura del Ventennio, Roma, Editori Riuniti, 1987.
- ↑ Buttafuoco 1988
- ↑ Lilli, p. 287
- ↑ Nel 1965 un numero di NoiDonne che riporta l'intestazione "20 anni dal voto, 20 anni con NoiDonne", ripercorre la storia del "movimento femminile" italiano, la partecipazione delle donne alla Resistenza e le lunghe lotte per il diritto di voto. Cfr.: A venti anni dalla Resistenza, su NoiDonne, vol. 6, 1965. URL consultato il 5 gennaio 2026.
- ↑ Bracke, p. 1
- ↑ I settant’anni de "Il secondo sesso", su rivistailmulino.it, 24 maggio 2019. URL consultato il 6 febbraio 2026.
- ↑ Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, traduzione di Roberto Cantini e Mario Andreose, Milano, Il Saggiatore, 1961.
- 1 2 3 Codognotto-Moccagatta, p. 13
- ↑ Bracke, p. 64
- ↑ Franca Viola. Persistenze e mutamenti del diritto di famiglia nell’Italia repubblicana, su novecento.org. URL consultato il 24 dicembre 2025.
- ↑ Cosa pensano le ragazze d'oggi, su archivio.women.it. URL consultato il 24 dicembre 2025.
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- ↑ Bracke, pp. 52-53
- ↑ La via femminile, su bibliorete.infoteca.it. URL consultato il 17 dicembre 2025.
- ↑ Luigi De Marchi, Come rispondiamo noi, in La via femminile, 1968, p. 27.
- ↑ Lilli, pp. 291-292
- ↑ Lilli, p. 291
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- ↑ Donne e politica, su herstory.it. URL consultato il 22 dicembre 2025.
- ↑ noidonne.org, https://www.noidonne.org/articoli/il-genere-della-stampa-05496.php.
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- 1 2 3 4 5 Navarria, Cap. 3: L'editoria femminista in Italia
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- ↑ Lieta Harison, Donne, povere matte : inchiesta nell'Ospedale Psichiatrico di Roma, Roma, Edizioni delle donne, 1976.
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- ↑ Codognotto-Moccagatta, p. 18
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- ↑ Effe, su bibliotecadelledonne.women.it. URL consultato il 5 settembre 2025.
- ↑ Lilli, p. 299
- ↑ Sottosopra, su libreriadelledonne.it. URL consultato il 5 settembre 2025.
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- ↑ Fondo DWF – Donna woman femme, su unionefemminile.it. URL consultato il 5 settembre 2025.
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- ↑ “Archivio di Lotta Femminista per il salario al lavoro domestico. Donazione Mariarosa Dalla Costa” (PDF), su bibliotechecivichepadova.it. URL consultato il 3 settembre 2025.
- ↑ Documenti sul Salario al Lavoro Domestico, su femminismo-ruggente.it. URL consultato il 5 settembre 2025.
- ↑ Differenze, su bibliotecadelledonne.women.it. URL consultato il 5 settembre 2025.
- ↑ Quotidiano donna, su bibliotecadelledonne.women.it. URL consultato il 5 settembre 2025.
- ↑ Olivieri, p. 28
- ↑ Lilli, p- 300
- ↑ Le operaie della casa (PDF), su femminismo-ruggente.it. URL consultato il 5 settembre 2025.
- ↑ Strix: giornale di fumetti e altro fatto da donne, su laadan.it. URL consultato il 5 settembre 2025.
- ↑ Codognotto-Moccagatta, p. 37
- ↑ Archivio carta stampata. Controcultura, editoria anni '70...materiali, percorsi, tracce..., su archiviomaclen.blogspot.com. URL consultato il 27 dicembre 2025.
- ↑ Libreria delle donne di Milano, su libreriadelledonne.it. URL consultato il 2 gennaio 2026.
- ↑ Centro di Documentazione e Studi delle Donne di Cagliari, su cdsdonnecagliari.it. URL consultato il 3 gennaio 2026.
- ↑ Codognotto-Moccagatta, pp. 62-65
- 1 2 3 4 Dalla rete Lilith a oggi, su retelilith.it. URL consultato il 2 gennaio 2026.
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Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Biblioteca digitale delle donne di Bologna, su bibliotecadelledonne.women.it. URL consultato il 12 dicembre 2021.
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