Edgar Kupfer-Koberwitz

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Edgar Kupfer-Koberwitz (Kobierzyce, 24 aprile 1906Stoccarda, 7 luglio 1991) è stato uno scrittore, memorialista e pacifista tedesco.

Dopo l'ascesa del nazionalsocialismo fuggì in Francia e fu esule in Italia. La Gestapo lo arrestò a Ischia nel 1940. Deportato nel campo di concentramento di Dachau, venne liberato nel 1945.

Durante la liberazione da parte degli americani, vennero ritrovati i manoscritti del libro cronologico sulla vita quotidiana al campo di concentramento dal successivo titolo di: "I diari di Dachau", pubblicato negli anni '50.

Dal 1960 E.K.K. visse quasi ininterrottamente fino al 1986 in Sardegna, tra cui 16 anni a San Teodoro, ove egli inizio' a scrivere un libro sulla Sardegna e i vari aspetti della sua cultura, dal titolo originale successivamente ripreso poi da un altro autore: "Sardegna quasi un continente".

Si dedicava anche e particolarmente alla protezione degli animali tutti, in particolare pero' dei cani randagi da cui lui trasse un primo aiuto economico dal suo divenuto buon conoscente: il Principe Karim Aga Kahn.

Nel 1986, segnato dalla vecchiaia e dalle malattie rientro' definitivamente in Germania ove mori' in un ospizio antroposofico nel 1991 nella città di Öschelbronn.

Altri libri di rilevante importanza:

"Ischia l' isola dimenticata".

"Gli animali miei fratelli" .

da cui il saggio qui' sotto riportato:


«Non mangio animali perché non voglio vivere sulla sofferenza e sulla morte di altre creature [...]. Io stesso ho sofferto così tanto che riesco a sentire la sofferenza delle altre creature grazie a questa.[1]»

Koberwitz si soffermò, nelle sue memorie, sulla correlazione fra le violenze inflitte agli esseri umani e quelle subite dagli animali:

«Penso che finché l'uomo torturerà e ucciderà gli animali, torturerà e ucciderà anche gli esseri umani – e vi saranno le guerre – perché uccidere viene praticato e appreso poco a poco. Dovremmo cercare di superare le nostre piccole insensibili crudeltà, cercare di evitarle e cercare di bandirle. Ma siamo ancora troppo osservanti delle nostre tradizioni. E le tradizioni sono come una salsa grassa e saporita, che ci fa ingoiare la nostra insensibilità egoista senza farci accorgere di quanto questa sia amara.[2]»

La testimonianza di Koberwitz è raccolta inoltre nel saggio Un'eterna Treblinka di Charles Patterson.

Fra i libri di Koberwitz, è stato pubblicato in lingua italiana Ischia: l'isola dimenticata (Imagaenaria, 2003).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Citato in Guadagnucci, p. 222.
  2. ^ Citato in Guadagnucci, pp. 222-223.

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