Eccidio di Schio

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Eccidio di Schio
Strage
Data6 luglio 1945, 7 luglio 1945
LuogoCarcere cittadino
StatoItalia Italia
RegioneVeneto Veneto
ProvinciaVicenza Vicenza
ComuneSchio-Stemma.png Schio
Coordinate45°42′54.36″N 11°21′36.72″E / 45.7151°N 11.3602°E45.7151; 11.3602Coordinate: 45°42′54.36″N 11°21′36.72″E / 45.7151°N 11.3602°E45.7151; 11.3602
ObiettivoPrigionieri civili e militari
ResponsabiliPartigiani Brigate Garibaldi e agenti della polizia ausiliaria partigiana
MotivazioneRappresaglia per l'uccisione di Giacomo Bogotto e per la strage di Pedescala.
Conseguenze
Morti54
Feriti17

L'eccidio di Schio è il massacro compiuto nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945 (due mesi dopo la fine della guerra) a Schio (Vicenza) da un gruppo formato da ex partigiani della Divisione garibaldina "Ateo Garemi" ed agenti della Polizia ausiliaria partigiana (istituita alla fine della guerra e composta da ex partigiani).

Il contesto[modifica | modifica wikitesto]

Schio, nella provincia di Vicenza, aveva pagato cara l'opposizione al fascismo da parte di molti suoi abitanti durante la Seconda guerra mondiale. In quella zona, gli occupanti nazisti e i loro alleati fedeli a Mussolini repressero l'antifascismo in modo particolarmente feroce. Inoltre, la zona divenne un punto di raccolta di truppe tedesche verso la fine del conflitto, provocando fortissime tensioni con la popolazione ed innumerevoli violenze[1].

Il 14 aprile 1945, le Brigate Nere arrestarono il partigiano scledense Giacomo Bogotto, lo torturarono, gli cavarono gli occhi e forse lo seppellirono ancora vivo. La sua salma fu quindi riesumata il giorno dopo la Liberazione di Schio, il 30 aprile, davanti agli occhi di una popolazione sconvolta ed inferocita[1]. A maggio arrivarono le notizie della strage di Pedescala: 82 civili innocenti uccisi dai tedeschi in ritirata, come rappresaglia di un attacco effettuato dai partigiani mentre i tedeschi fuggivano. Gli abitanti della zona tentarono di farsi giustizia da soli e solo l'intervento del comando alleato limitò le vittime fasciste a pochi individui.

Il 27 giugno William Pierdicchi, unico sopravvissuto dei 14 antifascisti di Schio deportati a Mauthausen-Gusen e Dachau a causa delle delazioni degli aderenti scledensi alla Repubblica Sociale Italiana, rientrò in città in uno stato miserabile, ridotto al peso di 38 chili, suscitando un forte moto di rabbia popolare: il giorno dopo un'enorme folla si radunò nella piazza principale del paese chiedendo giustizia[2].

Vi erano nel carcere mandamentale di Schio persone fermate per indagini su eventuali loro corresponsabilità col regime fascista e con la RSI o per testimoniare nelle indagini in corso. Il capitano Chambers, responsabile alleato dell'ordine cittadino, accese ulteriormente gli animi annunciando che, se non fossero state presentate denunce circostanziate entro cinque giorni, le persone arrestate senza denuncia sarebbero state liberate. In questo clima maturò l'eccidio del 6 luglio.

La situazione politico-militare[modifica | modifica wikitesto]

Nella zona di Schio durante la Resistenza era stata attiva la Divisione Garibaldi "Ateo Garemi", di orientamento prevalentemente comunista. Alla fine della guerra le formazioni partigiane ebbero l'ordine di consegnare le armi e di smobilitare: la maggior parte dei partigiani eseguirono l'ordine ma alcuni di essi, che avevano lottato non solo per cacciare lo straniero ma anche per arrivare ad un nuovo ordine sociale, mostrarono molta reticenza. A Schio nel maggio del 1945 il potere civile era tenuto dal locale CLN e dal nuovo consiglio comunale da esso nominato: sindaco era il comunista Domenico Baron. Il potere militare era detenuto dall'esercito alleato, da reparti dell'esercito Italiano, da pochi Carabinieri della locale stazione e da uomini delle ex-Brigate Garibaldi ingaggiati nella Polizia ausiliaria partigiana per il mantenimento dell'ordine pubblico.

L'eccidio[modifica | modifica wikitesto]

I locali che ospitavano tribunale e carceri nel 1945, teatro dell'eccidio.

Un reparto di partigiani della brigata garibaldina, comandato da Igino Piva e Valentino Bortoloso (nomi di battaglia "Romero" e "Teppa"), irruppe nella notte del 6 luglio nel carcere mandamentale della città: non disponendo di elenchi di fascisti, li cercarono ma, non avendoli trovati, le vittime furono scelte tra i 99 detenuti del carcere. Tra questi, solo 8 erano stati indicati al momento dell'arresto come detenuti comuni, mentre 91 erano stati incarcerati come "politici" di possibile parte fascista, sebbene non tutti fossero ugualmente compromessi con il fascismo e in molti casi forse fossero stati arrestati per errore.

Erano infatti ancora in corso gli accertamenti delle posizioni individuali: per alcuni era già stata accertata l'estraneità alle accuse ed era altresì programmata la scarcerazione, non avvenuta per lentezze burocratiche. Gli 8 detenuti comuni vennero subito esclusi dalla lista, insieme a 2 detenute politiche non riconosciute come tali.

Dopo un'approssimativa cernita, che suscitò contrasti tra gli stessi fucilatori, alcuni proposero che fossero risparmiate almeno le donne, che in genere non erano state arrestate per responsabilità personale ma solo fermate per legami personali con fascisti o per indurle a testimoniare nell'inchiesta in corso. "Teppa" si oppose dicendo: «Gli ordini sono ordini e vanno eseguiti», ma non disse da chi provenivano gli ordini (e non fu mai accertato, nonostante un processo apposito nel 1956).

Dopo un'ora di incertezza, mentre alcuni partigiani non convinti si allontanarono, vennero uccise a colpi di mitraglia 54 persone, tra cui 14 donne (la più giovane di 16 anni), e ne vennero ferite numerose altre. Alcuni detenuti, coperti dai corpi dei caduti, si salvarono indenni. Quando giunsero, i soccorritori trovarono il sangue che colava sulla scala e sul cortile, arrivando fin sulla strada.[senza fonte]

Dopo l'eccidio[modifica | modifica wikitesto]

L'evento ebbe grande risonanza non solo nazionale ma anche internazionale, perché venne utilizzato per dimostrare il pericolo costituito dal persistere di formazioni solo nominalmente dipendenti dal CLN. Su pressione delle autorità di occupazione alleate venne aperta un'inchiesta e nel processo postumo del 1952 risultò che, tra le persone colpite, 27 erano componenti del Partito Fascista[senza fonte].

Tuttavia l'azione degli ex-partigiani riscosse un certo sostegno nel paese in quanto molti temevano, dopo il discorso di Chambers, che senza l'esecuzione sommaria quelli tra loro che avessero avuto responsabilità fasciste avrebbero facilmente guadagnato l'impunità[3].

«Si può dire che la causa antifascista era più giusta perché si opponeva a un regime fascista che si era affermato con la violenza, l'oppressione e la soppressione dei diritti dell'individuo [...] Ma l'episodio di Schio è avvenuto al di fuori del periodo di guerra, quando uccidere era diventato inaccettabile. Questo era un atto fuori legge e fuori dalle regole, portato a termine dai partigiani in aperta sfida anche ai loro stessi superiori.»

(Sarah Morgan Rappresaglie dopo la Resistenza. L'eccidio di Schio tra guerra civile e guerra fredda)

Resta da notare, peraltro, che all'indomani dell'evento le organizzazioni partigiane, la Camera del Lavoro e il Partito Comunista Italiano condannarono l'accaduto in quanto la guerra era già finita da nove settimane e si sarebbe dovuto attendere l'inchiesta sulle responsabilità individuali delle persone arrestate.

I tre processi[modifica | modifica wikitesto]

Il processo militare alleato[modifica | modifica wikitesto]

Il governo militare alleato, nella persona del generale Dunlop governatore militare del Veneto, affidò le indagini agli investigatori John Valentino e Therton Snyder. Lo stesso generale così condannò con parole dure l'eccidio l’8 luglio 1945 al Municipio di Schio:

«“Sono qui venuto per una incresciosa missione, per un anno e mezzo ho lavorato per il bene dell’Italia, la mia opera e la mia amicizia sono state, io lo so, riconosciute e apprezzate, è mio dovere dirvi che mai prima d’ora il nome dell’Italia è caduto tanto in basso nella mia stima, non è libertà, non è civiltà che delle donne vengano allineate contro un muro e colpite al ventre con raffiche di armi automatiche e a bruciapelo. Io prometto severa e rapida giustizia verso i delinquenti, confido che il rimorso di questo turpe delitto li tormenterà in eterno e che in giorni migliori la città di Schio ricorderà con vergogna e orrore questa spaventosa notte e con ciò ho detto tutto”»

([4])

In due mesi di indagini Valentino e Snyder identificarono quindici dei presunti autori della strage, di cui otto ripararono in Jugoslavia prima dell'arresto e sette vennero arrestati. Il processo istituito dalle autorità militari alleate si svolse nell'autunno del 1945. La Corte militare alleata, presieduta dal colonnello statunitense Beherens, assolse due degli imputati presenti e condannò gli altri cinque, tre di essi furono condannati a morte, due furono condannati all'ergastolo, altri tre imputati furono condannati in contumacia a ventiquattro e a dodici anni di reclusione (le condanne a morte verranno commutate nel carcere a vita dal capo del governo militare alleato, il contrammiraglio Ellery Stone).

Furono emesse condanne:

La pena effettivamente scontata dai cinque condannati presenti al processo fu tra i 10 e i 12 anni.

Il processo penale italiano[modifica | modifica wikitesto]

Altri autori dell'eccidio furono individuati successivamente e fu istruito un secondo processo, condotto da una corte italiana. Il secondo processo si tenne a Milano e la sentenza fu emessa dalla Corte d'Assise di Milano, il 13 novembre del 1952, con otto condanne all'ergastolo. Tuttavia uno solo sarà presente, gli altri sette erano fuggiti nei paesi dell'est dove trovarono protezione (come molti altri autori di stragi[senza fonte]):

  • Ruggero Maltauro, estradato dalla Jugoslavia dopo la rottura con il Comintern, condannato all'ergastolo, ma che in seguito godrà di uno sconto della pena.

Il terzo processo[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1956, undici anni dopo l'eccidio, si tenne a Vicenza un terzo processo. Erano da accertare due fatti, le eventuali responsabilità del ritardo a dare esecuzione all'ordine di scarcerazione di una parte dei detenuti, emesso a Vicenza e trasmesso per competenza a Schio ma non eseguito, e l'individuazione della catena gerarchica da cui era partito l'ordine di eseguire la strage. Si trattava di individuare eventuali responsabilità nel ritardo dell'esecuzione dell'ordine di scarcerazione, ritardo costato la vita a varie persone, e individuare i mandanti della strage, indicati dal Maltauro, alla corte d'Assise di Vicenza. Erano imputati Pietro Bolognesi, segretario comunale e Gastone Sterchele, ex vicecomandante della Brigata Garibaldi Martiri della Val Leogra. Sterchele fu assolto con formula piena, Bolognesi per insufficienza di prove; in appello fu anch'egli assolto per non aver commesso il fatto.

L'atteggiamento del PCI[modifica | modifica wikitesto]

L'Unità aveva definito i responsabili dell'eccidio "provocatori trotskisti": in realtà, i partigiani che avevano condotto l'eccidio al carcere di Schio erano legati al Partito Comunista e alle ex-Brigate Garibaldi.[senza fonte] Tre di loro, sfuggiti alle indagini, si recarono a Roma al Ministero di Grazia e Giustizia per conferire con Palmiro Togliatti, che all'epoca guidava il dicastero dal quale dipendeva il carcere di Schio, che inoltre era nello stesso tempo segretario del PCI.

Li ricevette in via Arenula, allora sede del Ministero, il segretario del Ministro, Massimo Caprara. Il Ministro della Giustizia incaricò la Direzione del partito di provvedere e su richiesta della direzione del partito i tre partigiani, coautori dell'eccidio, vennero aiutati dall'organizzazione del PCI a rifugiarsi a Praga. Durante una visita nella capitale cecoslovacca di Togliatti e Caprara, essi ebbero un incontro casuale e ringraziarono per averli aiutati. Di questo episodio Caprara, che materialmente accolse e trattò con gli omicidi per conto del ministro Togliatti, fece una dettagliata descrizione in un suo famoso libro.[senza fonte]

Nel 1946 fu approvata la cosiddetta amnistia Togliatti, di cui beneficiarono migliaia di fascisti e collaborazionisti, ma anche partigiani autori di eccidi e di moltissimi altri casi simili di giustizia sommaria.

Le commemorazioni[modifica | modifica wikitesto]

Recentemente il fatto di sangue è stato riportato alla ribalta dai libri di Giampaolo Pansa sulla Resistenza e di Massimo Caprara, nonché dell'antropologa Sarah Morgan e dagli storici locali, Simini, Valente e De Grandis. Questo fatto di sangue è stato commemorato per decenni quasi esclusivamente dalle famiglie delle vittime finché, dopo un percorso complesso di riavvicinamento, nel 2006 (recte: 2005) è stata firmata una "Dichiarazione sui valori della concordia civica" tra il sindaco di Schio, Luigi Dalla Via, i rappresentanti del "Comitato familiari delle vittime dell'Eccidio di Schio" e i rappresentanti dell'ANPI e dell'AVL[5]. A parte i familiari delle vittime, costituiti dapprima in comitato ed ora in associazione, sono stati già da tempo presenti con proprie manifestazioni gruppi della destra neofascista che ricordano l'eccidio con un corteo nella cittadina, fatto che suscita sempre notevoli polemiche da parte dell'ANPI[6] e di numerosi cittadini, partiti e movimenti democratici e della sinistra, nonché, dopo il 2005, in modo espresso più o meno marcato, da parte del Comune di Schio.

Nel 2016 l'ANPI ha incluso Valentino Bortoloso (peraltro già decorato in precedenza dal Presidente della Repubblica Pertini) nella lista dei partigiani meritevoli della Medaglia della Liberazione [6], assegnatagli quindi in prima istanza[7] e successivamente revocatagli dal Ministero della Difesa, su impulso dell'associazione parenti e richiesta dell'attuale sindaco[8]. Uno dei parenti, Anna Vescovi, figlia del Commissario prefettizio Giulio assassinato nell'Eccidio, ha tuttavia meditatamente provveduto a ricostruire un percorso di avvicinamento personale e famigliare che si è poi concluso col suo perdono del partigiano e la sottoscrizione da parte di entrambi di una lettera aperta di riconciliazione nella e per la pace: il documento è stato solennemente firmato davanti al vescovo di Vicenza il 3 febbraio 2017, nel consapevole e dichiarato solco tracciato dalla fondamentale "Dichiarazione" del 2005, meglio nota come "Patto di Concordia civica".

Condannati come autori dell'eccidio[modifica | modifica wikitesto]

  • Valentino Bortoloso, condannato a morte.
  • Renzo Franceschini, condannato a morte.
  • Antonio Fochesato, condannato a morte.
  • Gaetano Canova, condannato all'ergastolo.
  • Aldo Santacaterina, condannato all'ergastolo.
  • Ruggero Maltauro, condannato all'ergastolo.

Due altre persone furono condannate a 24 anni e una terza fu condannata a 12 anni.

Le vittime dell'eccidio[modifica | modifica wikitesto]

Morti sul posto[modifica | modifica wikitesto]

  1. Teresa Alcaro, anni 45, segretaria del Fascio Repubblicano Femminile di Torrebelvicino, operaia tessile
  2. Dr. Michele Arlotta, anni 62, membro del Direttorio del Fascio Repubblicano di Schio, primario dell'ospedale di Schio
  3. Irma Baldi, anni 20, iscritta al Fascio Repubblicano di Schio, casalinga
  4. Quinta Bernardi, anni 28, operaia tessile
  5. Umberto Bettini, anni 40, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, impiegato
  6. Giuseppe Bicci, anni 20, della Milizia stradale della G.N.R., impiegato
  7. Ettore Calvi, anni 46, legionario fiumano, commissario del Fascio di Torrebelvicino e di Valli del Pasubio, tipografo
  8. Livio Ceccato, anni 37, fondatore del Fascio Repubblicano di Schio, brigadiere della G.N.R., impiegato
  9. Maria Teresa Dal Collo, anni 56, casalinga
  10. Irma Dal Cucco, anni 19, casalinga, di Valli del Pasubio
  11. Anna Dal Dosso, anni 19, operaia
  12. Antonio Dal Santo, anni 37, iscritto al Fascio Repubblicano, caporalmaggiore della G.N.R., operaio
  13. Francesco De Lai, anni 42, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, operaio tessile
  14. Settimio Fadin, anni 49, squadrista antemarcia, comandante la squadra fascista La Disperata, fondatore del Fascio Repubblicano di Schio, commerciante
  15. Mario Faggion, anni 27, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, milite della G.N.R., autista
  16. Severino Fasson, anni 20, milite della G.N.R., calzolaio
  17. Fernanda Franchini, anni 39, iscritta al Fascio Repubblicano di Schio, casalinga
  18. Silvio Govoni, anni 55, membro del Comando della Brigata Nera di Schio, impiegato
  19. Adone Lovise, anni 40, impiegato
  20. Angela Irma Lovise, anni 44, iscritta al Fascio Repubblicano di Schio, casalinga
  21. Blandina Lovise, anni 33, ausiliaria della R.S.I., impiegata
  22. Lidia Magnabosco, anni 18, prestò servizio presso i tedeschi, casalinga
  23. Roberto Mantovani, anni 44, commissario prefettizio di Tretto
  24. Isidoro Dorino Marchioro, anni 35, segretario del Fascio di Schio e di San Vito di Leguzzano, commerciante
  25. Alfredo Menegardi, anni 37, milite della Brigata Nera di Thiene, capostazione
  26. Egidio Miazzon, anni 44, fondatore del Fascio Repubblicano di Schio, membro del Direttorio, impiegato
  27. Giambattista Mignani, anni 25, milite della G.N.R
  28. Luigi Nardello, anni 35, brigadiere della G.N.R., cuoco
  29. Teresa Omedio Ciscato, anni 41, operaia tessile
  30. Giovanna Pangrazio, anni 31, ausiliaria della R.S.I., impiegata al Fascio Repubblicano di Torrebelvicino
  31. Alfredo Perazzolo, anni 29, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, meccanico
  32. Vito Ponzo, anni 57, commerciante
  33. Giuseppe Pozzolo, anni 45, impiegato
  34. Giselda Rinacchia, anni 24, iscritta al Fascio Repubblicano di Schio, operaia
  35. Ruggero Rizzoli, anni 51, maggiore, della segreteria del Duce, diresse l'Ufficio Dispersi della RSI a Gargnano
  36. Leonetto Rossi, anni 20, studente, della Milizia stradale della G.N.R
  37. Antonio Sella, anni 60, ex podestà di Valli del Pasubio, del Direttorio del Fascio Repubblicano di Schio, farmacista
  38. Antonio Slivar, anni 65, commissario prefettizio e segretario del Fascio Repubblicano di Malo, pensionato
  39. Luigi Spinato, anni 36, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, portiere
  40. Giuseppe Stefani, anni 63, Podestà di Valdastico, impresario
  41. Elisa Stella, anni 68, casalinga
  42. Carlo Tadiello, anni 22, studente, ufficiale G.N.R
  43. Sante Tommasi, anni 53, fiduciario del commissario del Fascio di Schio ,capitano alpini collaborazionisti, impiegato
  44. Luigi Tonti, anni 48, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, commerciante
  45. Francesco Trentin, anni 56, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, delatore, invalido, operaio tessile
  46. Ultimo Zigliotto, anni 38, Iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, commissario comunale dell'Opera Nazionale Balilla, impiegato
  47. Oddone Zinzolini, anni 40, squadrista antemarcia, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, rappresentante

Deceduti nei giorni successivi per le ferite riportate[modifica | modifica wikitesto]

  1. Giovanni Baù, anni 44, commerciante
  2. Settima Bernardi, anni 21, operaia
  3. Arturo De Munari, anni 43, tessitore
  4. Giuseppe Fistarol, anni 47, maggiore genio
  5. Mario Plebani, anni 49, squadrista antemarcia comandante di coorte, reggente del Fascio Repubblicano di Schio, commerciante
  6. Carlo Sandonà, anni 74, membro della Milizia, pensionato ex-barbiere
  7. Dott. Giulio Vescovi, anni 35, commissario prefettizio (capitano della divisione corazzata ARIETE, pluridecorato al valor militare)

Sopravvissuti[modifica | modifica wikitesto]

Feriti ma non uccisi[modifica | modifica wikitesto]

  1. Luigi Bigon, anni 42, rappresentante
  2. Antonio Borghesan, anni 19, iscritto al Fascio Repubblicano, della Brigata Nera di Schio, elettricista
  3. Giuseppe Cortiana, anni 53, ex podestà di Torrebelvicino
  4. Maria Dall'Alba, anni 23, casalinga
  5. Anselmo Dal Zotto, anni 25, milite della Polizia Ausiliaria Repubblicana
  6. Guido Facchini, anni 25, milite della Brigata Nera di Schio
  7. Giuseppe Faggion, anni 36, fondatore del Fascio Repubblicano di Schio, gestore della mensa della G.N.R.
  8. Mario Fantini, anni 24, milite della G.N.R.
  9. Anna Maria Franco, anni 16
  10. Emilia Gavasso, anni 49
  11. Carlo Gentilini, anni 38, ingegnere
  12. Emilio Ghezzo, anni 47, meccanico
  13. Olga Pavesi (Clamer), anni 41, segretaria del Fascio Repubblicano Femminile di Schio, casalinga
  14. Calcedonio Pillitteri, anni 30, reduce dalla Russia, interprete per i tedeschi all'officina ILMA
  15. Dr. Arturo Perin, anni 34, ufficiale istruttore della Milizia Stradale della G.N.R. di Piovene Rocchette
  16. Rino Tadiello, anni 55, fondatore e commissario del Fascio Repubblicano di Schio
  17. Rosa Tisato, anni 35

Illesi[modifica | modifica wikitesto]

Non colpiti:

  1. Giovanni Alcaro, segretario del Fascio Repubblicano di Torrebelvicino
  2. Bruno Busato, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio.
  3. Giuseppe Bastianello
  4. Pietro Calgaro, squadrista antemarcia, fondatore del Fascio Repubblicano di Schio.
  5. Rosa Canale
  6. Diego Capozzo, ex vicecommissario prefettizio fascista
  7. Augusto Cecchin, fondatore del Fascio Repubblicano di Schio, sergente della Milizia.
  8. Alessandro Federle, membro della Milizia della R.S.I.
  9. Vittorio Federle
  10. Agostino Micheletti, maggiore della G.N.R.
  11. Umberto Perazzolo, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio, Istruttore premilitare della G.I.L.
  12. Caterina Sartori
  13. Ferry Slivar, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio
  14. Alfredo Tommasi, iscritto al Fascio Repubblicano di Schio.
  15. Basilio Trombetta, fondatore del Fascio Repubblicano di Schio.

Salvati dai partigiani:

  1. Carlo Albrizio
  2. Antonio Antoniazzi
  3. Massimo Carozzi
  4. Bruno Maron
  5. Irma Dechino
  6. Lucia Santacaterina

In totale 21 illesi, come da relazione del Capitano Chambers.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b L'eccidio di schio illustrato Pubblicato sul Giornale di Vicenza del 20 settembre 2004, su lucavalente.it. URL consultato il 22 maggio 2009 (archiviato dall'url originale il 15 maggio 2006).
  2. ^ Dai lager una sola voce, su lucavalente.it. URL consultato il 22 maggio 2009 (archiviato dall'url originale il 15 maggio 2006).
  3. ^ Luca Valente, su lucavalente.it. URL consultato il 19 settembre 2006 (archiviato dall'url originale il 6 maggio 2006).
  4. ^ Eccidio di Schio, su groups.google.com. URL consultato il 27 marzo 2018.
  5. ^ http://www.anpi-vicenza.it/patto-concordia-civica/
  6. ^ a b Documento del Comitato Provinciale del 2 luglio 2016 – A.N.P.I. Vicenza, su anpi-vicenza.it, 13 luglio 2016. URL consultato il 18 agosto 2016.
  7. ^ Eccidio di Schio, uno dei responsabili riceve la medaglia della Resistenza. Il sindaco: "Inopportuno", su Il Fatto Quotidiano, 18 giugno 2016. URL consultato il 18 agosto 2016.
  8. ^ Vicenza, medaglia a partigiano dell'eccidio di Schio. E il ministero della Difesa la revoca, su Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2016. URL consultato il 18 agosto 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]