Eccidio di Decima

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Eccidio di Decima
strage
Data5 aprile 1920
LuogoSan Matteo della Decima
StatoItalia Italia
ResponsabiliReali Carabinieri
Conseguenze
Morti8
Feriti45

L'eccidio di Decima fu una strage avvenuta a San Matteo della Decima, frazione del comune di San Giovanni in Persiceto, il 5 aprile 1920 durante una manifestazione di contadini e braccianti promossa dalla Camera del Lavoro.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Biennio rosso in Italia.

Nel primo dopoguerra nella Pianura Padana alcune drammatiche situazioni sociali croniche, come quella dei mezzadri e dei braccianti, riemersero aggravate da un quadro economico nel suo complesso disastroso. Da questa situazione ne stavano uscendo fortemente rafforzate le organizzazioni sindacali e le leghe contadine che, dopo decenni di lotte, si stavano espandendo e rafforzando sempre più grazie all'adesione di migliaia di nuovi iscritti. Nella pianura bolognese, area attraversata da profonde lotte sociali, si tennero i comizi di alcuni dei più celebri e popolari sindacalisti e politici dell'epoca come Armando Borghi, Errico Malatesta, Nicola Bombacci, Clodoveo Bonazzi e Francesco Zanardi[1].

Sul versante opposto le varie associazioni agrarie, ormai messe all'angolo, esortarono il governo di Francesco Saverio Nitti ad intervenire con una sistematica repressione contro i sindacati e leghe. Nello specifico, a San Matteo della Decima, remota frazione della provincia di Bologna, nei primi mesi del 1920 i mezzadri avevano ricusato il vecchio capitolato e proposto agli agrari un nuovo contratto scritto insieme alle associazioni sindacali[2].

Per il 5 aprile 1920 la Camera del Lavoro, d'ispirazione anarchica e aderente all'Unione Sindacale Italiana, organizzò un comizio a Decima sulla situazione della trattativa locale con oratori i sindacalisti Sigismondo Campagnoli e Pietro Comastri.

I fatti[modifica | modifica wikitesto]

Nel pomeriggio del 5 aprile, lunedì di Pasqua, circa 1 500 persone confluirono nel cortile antistante le scuole di Decima dove si sarebbe dovuto tenere il comizio. A presidiare l'area vi era un plotone di Reali Carabinieri, comandato dal brigadiere Folletig, ed il vicecommissario di Pubblica Sicurezza De Carolis. Il primo oratore a parlare fu Campagnoli. Durante il suo intervento il sindacalista si scagliò duramente contro il Governo e le autorità di polizia causando le proteste sia di De Carolis che di Folletig, i quali più volte interruppero il discorso per invitare alla moderazione.

Dopo Campagnoli prese la parola Comastri il quale a sua volta rivolse pesanti accuse contro le istituzioni governative. Le parole dell'oratore fecero infuriare il brigadiere Folletig il quale, dopo aver intimato a Comastri di tacere, sparò un colpo di moschetto in aria[3]. Pochi istanti dopo lo stesso militare si avvicinò al tavolo adibito a palco e iniziò a scuoterlo; così facendo gli oratori e chi stava loro vicino caddero a terra[4]. La caduta dei presenti causò anche l'esplosione di sifone pieno di gassosa. Una delle schegge di vetro ferì leggermente al volto il vicecommissario De Carolis. Alla vista del collega ferito il brigadiere Folletig colpì con la baionetta Campagnoli il quale, pur essendo ferito, esortò la folla alla calma. Pochi istanti dopo il graduato diede ordine ai suoi sottoposti di aprire il fuoco e di disperdere i manifestanti[3][1][5]. Una scarica di proiettili investì indistintamente gli oratori e la folla che, presa dal panico, iniziò a fuggire. Nella foga i Carabinieri caricarono i manifestanti terrorizzati a colpi di baionetta causando una strage. Restarono sul terreno cinque morti e una quarantina di feriti. A presidiare Decima vennero chiamati in fretta e furia i soldati del 35º Reggimento fanteria "Pistoia", mentre nelle successive 48 ore morirono in ospedale altri tre feriti.

Le vittime[modifica | modifica wikitesto]

Furono uccisi il 5 aprile davanti alle scuole di Decima[1]:

  • Adalcisa Galletti, di 21 anni, colona;
  • Sigismondo Campagnoli di 43 anni, muratore;
  • Vincenzo Ramponi di 45 anni, colono;
  • Rodolfo Tarozzi, di 18 anni, agricoltore;
  • Giovanni Terzi, di 56 anni, cordaro;

Morti il 6 aprile all'ospedale di Persiceto:

  • Ivo Pancaldi, di 32 anni;
  • Danio Vaccari, di 31 anni, operaio;

Morto il 7 aprile all'ospedale di Persiceto:

  • Danio Serrazanetti, di 51 anni, operaio.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

L'eco della strage raggiunse presto Bologna dove il comune decise di esporre il gonfalone e di pagare le spese del funerale di Sigismondo Campagnoli. Il 6 aprile la Camera del Lavoro, la Camera Confederale del Lavoro e la Federterra proclamano lo sciopero generale[3]. A dar loro man forte incrociano le braccia anche i dipendenti comunali, quelli provinciali, i postini, i vetturini e anche i ferrovieri. Nella città felsinea la maggioranza dei negozi chiude e lo sciopero continua anche per tutto il giorno successivo sino alle ore 20:00.

L'8 aprile si svolgono a Bologna i funerali di Campagnoli e a Decima quelli delle altre sette vittime. A entrambi gli eventi partecipano migliaia di persone. Alle esequie nella frazione persicetana convengono tra gli altri gli onorevoli Leonello Grossi, Antonio Graziadei, Costantino Lazzari e Anselmo Marabini, il dirigente socialista Casimiro Casucci e il sindacalista Armando Borghi[3]. Il giorno stesso gli ambienti della borghesia bolognese si riuniscono presso la Camera di Commercio e danno vita all'Associazione di difesa sociale[6].

A Modena la mattina del 7 aprile le due Camere del Lavoro proclamano lo sciopero generale per protestare contro l'eccidio. In mattinata venne indetto un comizio che si svolge senza incidenti. Nel pomeriggio una seconda manifestazione venne convocata in piazza Grande davanti al Municipio. Nel giro di pochi minuti la tensione degenera e i Carabinieri aprono il fuoco sulla folla causando 4 morti[7]. Una quinta vittima morirà alcuni mesi dopo per le ferite riportate.

Monumenti[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º maggio 1957 il comune di San Giovanni fece apporre sulla facciata delle scuole di Decima una lapide a ricordo delle vittime dell'eccidio di Decima[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • William Pedrini, L'eccidio di Decima (5 aprile 1920). «Niuna esitanza, niuna debolezza», San Matteo della Decima, Marefosca, 2017.
  • Luigi Arbizzani, L'eccidio di Decima: 5 aprile 1920, Bologna, Forni Editore, 1970.
  • Nazario Sauro Onofri, La strage di palazzo d'Accursio. Origine e nascita del fascismo bolognese. 1919-1920, Milano, Feltrinelli, 1980.