Ebraismo e schiavitù

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« "Sia maledetto Canaan! Sia schiavo infimo dei fratelli suoi »

(- Libro della Genesi 9:25".)

Le opinioni ebraiche nei riguardi della schiavitù sono variate sia religiosamente che storicamente. I testi religiosi dell'ebraismo contengono numerose leggi che regolano la proprietà e il trattamento da concedere agli schiavi; le argomentazioni che contengono tali regolamenti includono la Tanakh (Bibbia ebraica), il Talmud, la Mishneh Torah di Mosè Maimonide (XII secolo) e il Shulchan Aruch di Joseph ben Ephraim Karo (XVI secolo). Le leggi originarie sulla schiavitù israelitiche trovate nella Bibbia ebraica assomigliano a quella fatte promulgare nel XVIII secolo a.C. da Hammurabi[1].

I vari regolamenti sono mutati anche sensibilmente nel corso del tempo. La Bibbia ebraica contiene due serie di leggi, una per gli schiavi di Canaan ed una più legittimista per gli schiavi ebrei; dall'epoca del Pentateuco le legislazioni designate per i cananei furono applicate a tutti gli schiavi non ebrei.

Le leggi talmudiche sulla schiavitù, stabilite tra il II e il V secolo[2], contengono un insieme di regole valide per tutti gli schiavi, anche se vi sono alcune eccezioni in cui gli schiavi ebrei vengono trattati in modo diverso dagli altri. Tali leggi includono anche una pena da assegnare a quei padroni che maltrattano i propri schiavi. Nell'epoca della storia contemporanea, quando il movimento sorto a favore dell'abolizionismo cercò di mettere fuorilegge la schiavitù, i sostenitori dello schiavismo non hanno mancato di utilizzare i passi biblici inerenti per fornire una giustificazione religiosa per il mantenimento della pratica.

Storicamente gli ebrei possedevano e commerciavano schiavi[3]. Sono state pubblicate numerose opere di ricerca storica[4] per controbattere ad uno dei temi propagandistici dell'antisemitismo, quello che vuole un dominazione ebraica nel commercio degli schiavi durante il Medioevo nel continente europeo, in quello africano e nelle americhe[5][6][7][8], in quanto gli ebrei non ebbero un impatto né significativo né continuo sulla storia della schiavitù nel Nuovo Mondo (vedi Schiavismo nelle colonie spagnole del Nuovo Mondo)[7][8][9][10]. Possedettero in termini generali molti meno schiavi dei non ebrei in tutti i territori del Vicereame della Nuova Spagna ed in nessun periodo svolsero un ruolo di primo piano come finanziatori, armatori o agenti negli scambi durante la tratta atlantica degli schiavi africani[11].

Gli ebrei coloniali continentali americani importarono schiavi africani ad un tasso del tutto proporzionale a quello della popolazione generale. Come venditori il loro ruolo risultò ancora più marginale, anche se il coinvolgimento nel commercio brasiliano (vedi schiavitù in Brasile) e nei Caraibi sembra essere stato notevolmente più significativo[12]. Jason H. Silverman, storico della schiavitù, descrive la parte svolta dagli ebrei nel commercio degli schiavi negli Stati Uniti meridionali come "minuscolo" facendo notare che l'aumento storico prima e la caduta della pratica schiavista poi nel profondo Sud non avrebbe mai influenzato gli ebrei in quanto essi non vivevano allora nel Sud americano se non in numeri minimali[13].

Gli ebrei rappresentarono l'1,25% di tutti i proprietari di schiavi meridionali e non furono significativamente differenti dagli altri proprietari di ceppo cristiano nel trattamento dei loro servitori forzati[13].

Esodo[modifica | modifica wikitesto]

La storia dell'Esodo (evento) dall'antico Egitto, così come essa viene descritta nella Torah, ha modellato il popolo nel corso di tutta la storia degli ebrei. La vicenda narra dell'esperienza occorsa agli israeliti sottomessi alla dominazione egizia, delle punizioni inflitte da Adonai agli egizi per tale motivo ed infine il riscatto e l'uscita dal paese oppressore. La storia narrata dal Libro dell'Esodo è stata interpretata e reinterpretata in ogni epoca e in ogni luogo per adattarsi o sfidare le norme culturali vigenti[14].

Il risultato nel corso del tempo è stato un aumento costante dell'insieme dei principi, delle regole e delle procedure che riguardano la gestione e il governo degli schiavi da parte dei loro padroni, prima a favore dei diritti elementari dei servitori coatti ed infine a favore del totale divieto della schiavitù[15].

Epoca biblica[modifica | modifica wikitesto]

L'antica società israelita permise la schiavitù; tuttavia non fu mai consentito il dominio totale di un essere umano da parte di un altro, quello che invece subirono essi stessi sotto la legge egizia[16][17]. Piuttosto la schiavitù nell'antichità presso gli israeliti fu più vicina a quella che in seguito venne chiamata servitù debitoria[15]. Gli schiavi vennero considerati come una parte essenziale della famiglia ebraica[18]; vi furono infatti casi in cui - dal punto di vista dello schiavo - la stabilità della servitù sotto una famiglia in cui uno schiavo veniva ben curato, sarebbe stata preferbile alla stessa libertà economica[19].

Risulta del tutto impossibile per gli studiosi quantificare il numero di schiavi posseduti dagli ebrei nella società antica israelita, o quale percetuale di famiglie possedesse effettivamente degli schiavi, ma è invero possibile determinare gl'impatti sociali, legali ed economici della schiavitù[20].

La Bibbia ebraica contiene due serie di regole che disciplinano l'istituto della schiavitù; una prima serie riferita agli schiavi ebrei (Libro del Levitico 25: 39-43) ed una seconda serie per gli schiavi cananei (Levitico 25:45-46)[1][21]. La fonte principale di schiavi non ebrei fu, come per tutti gli altri popoli antichi, costituita dai prigionieri di guerra[18]; gli schiavi ebrei invece, a differenza degli altri, lo poterono diventare sia per la povertà estrema (nel qual caso essi si poteroo vendere ad un proprietario ebreo) o per l'impossibilità di ripagare un debito[16] contratto.

Secondo la Bibbia ebraica gli schiavi non ebrei furono tratti principalmente dalle vicine nazioni cananee[22] e venne prevista una giustificazione religiosa per la loro schiavitù; le regole che governavano i cananei si sarebbero infatti basate su una maledizione rivolta a Canaan, figlio di Cam (Bibbia)[23], ma nelle epoche successive le legislazioni sulla schiavitù dei cananei vennero ampliate per potersi applicare anche a tutti gli schiavi non ebrei[24].

Le leggi che disciplinarono gli schiavi non ebrei risultarono essere più dure di quelle che governavano gli schiavi ebrei; i primi poterono per esempio essere posseduti in modo permanente e lasciati in eredità ai figli del proprietario[25], mentre gli schiavi ebrei vennero trattati principalmente come servitori e dovettero obbligatoriamente venir liberati dopo sei anni di servizio o nel verificarsi di un giubileo ebraico[26][27]. Uno studioso suggerisce che la distinzione fosse dovuta al fatto che gli schiavi non ebrei rimasero soggetti alla maledizione di Canaan, mentre il Signore non volle che gli ebrei fossero mai più schiavi in quanto li liberò definitivamente dalla schiavitù egiziana[28].

Le leggi che disciplinarono gli schiavi ebrei furono più indulgenti rispetto a quelle che governavano tutti gli altri, ma una sola parola, "ebed" (che significa per l'appunto schiavo o servitore, connessa all'araba "abd"), venne utilizzata per descrivere entrambe le situazioni. Soprattutto nelle traduzioni in lingua inglese della Bibbia la distinzione viene talvolta sottolineata interpretandola come "schiavo" all'interno del contesto degli schiavi non ebrei e come "servitore" o "servo della gleba" quando essa vuole indicare gli schiavi ebrei[29].

La maggior parte degli schiavi di proprietà degli ebrei furono "pagani" e gli studiosi non sono certi a quale percentuale ammontasse il numero di schiavi ebrei; è stato anche affermato che gli israeliti raramente possedettero schiavi dopo l'epoca degli Asmonei (140-37 a.C.), anche se è certo che ebbero schiavi ebrei durante il periodo dell'esilio babilonese (VII-VI secolo a.C.)[16].

Un altro ricercatore suggerisce invece che gli israeliti continuarono a possedere schiavi ebrei fino al Medioevo, ma che le regole bibliche vennero ignorate e che pertanto tutti gli schiavi furono trattati allo stesso modo[30]. La Torah vieta il ritorno in patria per quegli schiavi fuggiaschi da una terra straniera che cercarono asilo in Terra di Israele; inoltre richiede che tali ex schiavi siano trattati come un qualsiasi altro straniero residente. Questa regola è unica nel suo genere in tutto il Vicino Oriente antico[31].

Epoca talmudica[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio dell'Era volgare le norme sulla proprietà degli schiavi da parte degli ebrei apparentemente divennero oggetto di una certa confusione, ci si sforò pertanto di rivedere le leggi sulla schiavitù[32]. Le questioni precise che richiesero una revisione non sono certe, ma potrebbero aver incluso fattori quali la proprietà di schiavi non cananei, la continuazione della pratica di possedere schiavi ebrei od infine essere state inerenti a conflitti sorti con il diritto romano (vedi schiavitù nell'antica Roma)[32]. Il Talmud contiene una serie completa di leggi che regolano la schiavitù, più dettagliata e differente dalla norme originali presenti nella Bibbia ebraica.

Il grande cambiamento riscontrato fu che un unico insieme di regole, tranne poche eccezioni, governava sia gli schiavi ebrei sia quelli non ebrei[22][33]. Un'altra modifica fu quella concernente il rilascio automatico degli schiavi ebrei dopo sei anni la quale venne sostituita da una schiavitù indefinita, in combinazione con un processo in cui il proprietario avrebbe potuto, in determinate situazioni, liberare lo schiavo tramite un documento scritto (la manomissione)[22][33][34][35]. Tuttavia lo storico Flavio Giuseppe scrisse che la liberazione automatica rimase ancora in vigore, se la schiavitù fosse stata la punizione per un crimine commesso (a differenza della schiavitù volontaria dovuta a povertà)[36]. Infine la nozione biblica di schiavi cananei venne ampliata a tutti gli schiavi non ebrei[37].

Una delle poche regole che continuarono a distinguera gli schiavi ebrei dai non ebrei fu quella che considerò le proprietà rinvenute; gli oggetti trovati dagli schiavi ebrei rimasero di loro proprietà, mentre quelli trovati da uno schiavo non ebreo appartennero di diritto automaticamente al proprietario[38]. Un'altra modifica è data dal fatto che il Talmud esprime esplicitamente la liberazione di uno schiavo non ebreo e questo in una maniera assai più rigorosa rispetto a quanto faccia la stessa legge biblica la quale rimase in silenzio sulla questione[39], permettendo pertanto agli schiavi di rimanere sotto proprietà a tempo indeterminato[40]. In alcuni casi quindi gli schiavi non ebrei poterono essere liberati, se solo si fossero completamente convertiti all'ebraismo.

Risulta evidente che gli ebrei possedesero ancora schiavi ebrei nel corso dell'era talmudica, poiché le autorità rabbiniche cercarono di denunciare il permesso biblico[41] che gli ebrei potessero vendersi in schiavitù se fossero stati colpiti da una condizione di estrema indigenza; in particolare il Talmud dice che gli ebrei non avrebbero mai dovuto vendersi di loro spontanea volontà ai non ebrei ma, se lo avessero fatto, l'intera comunità venne invitata a riscattare o comunque a liberare lo schiavo[34].

Maledizione di Cam come giustificazione della schiavitù[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni studiosi hanno affermato che la maledizione di Cam (Bibbia) così come viene riferita dalla Bibbia prima e descritta in seguito nei testi religiosi dell'ebraismo sia stata una giustidicazione per la pratica della schiavitù[42], citando a questo proposito i versetti del Libro della Genesi 9: 20-27 e lo stesso Talmud[43]. Alcuni come David M. Goldenberg hanno analizzato i testi religiosi giungendo alla conclusione che tale giustificazione basata sulle interpretazioni delle fonti rabbiniche sia difettosa: egli conclude che i testi non contengono mai un esplicito precetto anti-"negro", ma che invece sono state applicate in un periodo più tardo quelle interpretazioni basate sulla razza (categorizzazione umana) le quali sono analisi fatte da non ebrei[44].

Schiavitù femminile[modifica | modifica wikitesto]

I rabbini classici non mancarono di istruire sul fatto che i maestri/rabbini del Talmud non avrebbero mai potuto sposare delle schiave, ma avrebbero dovuto in primo luogo ottenere la manomissione[45]; allo stesso modo agli schiavi maschi venne probito di sposare donne ebree[46]. A differenza dell'istruzione biblica sulla vendita dei ladri come schiavi (se fossero stati catturati alla luce del giorno e non avessero potuto rimborsare il furto) i rabbini ordinarono che le donne ebree non avrebbero mai potute essere vendute per questo motivo[47]. Le relazioni sessuali tra un proprietario e una schiava già fidanzata vennero proibite già nel Levitico 19:20-22[48][49].

Purtuttavia la Torah permette le relazione sessuali con le schiave non impegnate, precisando però che se ella è fidanzata quando il padrone giace con lei "non devono essere messi a morte, poiché non è stata liberata"; il che implica che lo status di una donna schiava ebbe anche un effetto diretto sul fatto che potesse venire utilizzata a scopi sessuali[48][50].

Liberazione dello schiavo[modifica | modifica wikitesto]

La Tanakh contiene la regola che gli schiavi ebei avrebbeo dvuto essere liberati alla scadenza del settimo anno di servizio, ma ciò venne sostituito nel Talmud con una schiavitù potenzialmente indefinita; il tutto accompagnato però anche da un processo in cui gli schiavi avrebbero potuto essere liberati denominato manomissione[51]. Liberare uno schiavo non ebreo venne inteso essere una prova di conversione religiosa, il che coinvolgeva l'immersione in un bagno rituale (il Mikveh). Le autorità medievali argomentarono contro la regola biblica la quale forniva la libertà agli schiavi gravemente feriti[52].

Trattamento dello schiavo[modifica | modifica wikitesto]

Sia la Torah sia il Talmud contengono varie regole su come trattare gli schiavi; le regole bibliche per il trattamento degli schiavi ebrei si dimostrarono essere maggiormente indulgenti (Levitico 25:43"; Levitico 25:53; Levitico 25:39), mentre il Talmud da par suo insistette perché gli schiavi ebrei avrebbero dovuto ricevere cibo, bevande, alloggio e biancheria del tutto similmente a quello he il padrone avrebbe potuto concedere a se stesso[53]. Esistette anche una punizione specifica per il proprietario che avesse ucciso il proprio schiavo[54][55].

Gli schiavi ebrei vennero spesso trattati come un bene di proprietà; non fu permesso loro per esempio di essere contati per il quorum dei 10 uomini (il Minian) necessario per il culto pubblico[56]. Mosè Maimonide e altre autorità dell'Halakhah vietarono o comunque scoraggiarono qualsiasi tipo di trattamento non moralmente corretto degli schiavi, fossero stati essi ebrei o meno[57][58]. Alcuni documenti paiono indicare che gli ebrei proprietari di schiavi fossero magnamini e non avrebbeo mai rivenduto i propri schiavi ad un padrone violento[59], mentre gli schiavi ebrei vennero trattati come membri della grande famiglia allargata dei servitori[60].

Gli studiosi non sono sicuri sul fatto di quanto siano state seguite nei fatti le regolamentazioni che incoraggiarono il trattamento umano degli schiavi. Nel corso del XIX secolo lo statunitense Moses Mielziner (rabbino dell'ebraismo riformato) e il britannico Samuel Krauss studiarono approfonditamente la pratica della schiavitù presso gli antichi ebrei e generalmente giunsero alla conclusione che gli schiavi ebrei vennero trattati come "legame temporaneo" e che i proprietari li trattarono con una particolare compassione e benevolenza[61].

Tuttavia altri studiosi del XX secolo come Solomon Zeitlin ed Ephraim Urbach hanno esaminato in una maniera più critica tutta la situazione; i loro risultati storici concludono in linea di principio che gli ebrei si occuparono in modo permanente di schiavi ebrei e che non furono granché più compassionevoli degli altri proprietari di schiavi dell'antichità[62]. La storica Catherine Hezser spiega le differenti conclusioni suggerendo che gli studiosi del XIX secolo sottolinearono l'umanità dell'ebraismo per facilitare l'emancipazione ebraica e l'assimilazione nella società occidentale[61].

Conversione e circoncisione degli schiavi non ebrei[modifica | modifica wikitesto]

Le leggi talmudiche richiesero ai proprietari di cercare di promuovere la conversione dei propri schiavi[34][63]. Altre leggi obbligarono gli schiavi, anche se non convertiti, alla circoncisione e a sottoporsi ad immersione rituale[64][65]. Una legge romana del IV secolo impedì la circoncisione degli schiavi, per cui la pratica può essere diminuita attorno a quel periodo[66], mentre aumentò nuovamente a partire dal X secolo[67]. I proprietari ebrei non furono autorizzati a bere vino che fosse stato toccato da una persona non circoncisa e quindi vi fu sempre una necesità pratica, oltre l'obbligo legale, per favorire la circoncisione degli schiavi[68].

Sebbene la conversione rimanesse sempre una possibilità per gli schiavi sia Mosè Maimonide che Joseph ben Ephraim Karo la scoraggiarono sulla base del fatto che agli ebrei non fosse permesso (a quel tempo) di fare proselitismo[47]; vi furono casi in cui ai proprietari vennero fatti stipulare contratti speciali che prevedevano la non conversione degli schiavi[47]. Inoltre la conversione di uno schiavo senza il permesso del proprietario venne intesa come causa di un danno, sulla base che avrebbe spogliato il proprietario della capacità delo schiavo di lavorare durante lo Shabbat oltre ad impedirgli di rivenderlo ai non ebrei[47].

Post-Talmud fino al XIX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Schiavi e padroni ebrei[modifica | modifica wikitesto]

Lungo tutto il corso del Medioevo gli ebrei rimasero minimamente coinvolti nel commercio degli schiavi[3]. Papa Gregorio I (590-604) proibì espressamente agli ebrei di possedere schiavi cristiani, a causa delle preoccupazioni sulla conversione all'ebraismo e del mandato talmudico prescrivente la circoncisione[69].

Il primo divieto di questo genere risalì a Costantino I nel IV secolo e venne ribatito da successive riunioni conciliari; il IV concilio d'Orleans (541); a Parigi e il IV concilio di Toledo (633); il sinodo di Szabolcs (1082) il quale estese il divieto a tutto il territorio ungherese; a Gand (1122); a Narbonne (1227) e a Béziers (1246). Fu infine parte della regola benedettina che gli schiavi cristiani non dovessero servire gli ebrei[70].

Nonostante la proibizione gli ebrei parteciparono in una certa misura alla compravendita di schiavi durante l'epoca medievale[34]; in alcuni periodi pare che divennero i principali commercianti di schiavi cristiani ed in alcune regioni svolsero un ruolo significativo nel suddetto commercio[71].

Secondo altre fonti però i cristiani medievali esagerarono fortemente il presunto controllo ebraico sul commercio e la finanza derivante e divennero ossessionati nei riguardi di fantomatici complotti ebraici atti a schavizzare, convertire o vendere i non ebrei. La maggior parte degli ebrei europei visse in comunità per lo più povere ai margini della società cristiana e continuarono a soffrire la maggior parte delle disabilità legali associate alla schiavitù[72].

Gli ebrei parteciparono a volte alla tratta nelle rotte già create da cristiani e musulmani, ma assai raramente produsero nuove rotte commerciali[71].

Durante il Medioevo gli ebrei agiroo come mercanti di schiavi in Slavonia[73], nel Nordafrica[34], negli Stati baltici[74], nell'Europa centrale e nell'Europa orientale[71], nella penisola iberica[34][71] e a Maiorca[75]. Il più significativo coinvolgimento ebraico nella schiavitù fu negli attuali Portogallo e Spagna dominati dai musulmani tra il X e il XV secolo[34][71].

La partecipazione ebraica al commercio schiavista venne registrata a partire dal V secolo, quando Papa Gelasio I permise agli ebrei d'introdurre schiavi dalla Gallia nella penisola italiana, a patto però che non fossero cristiani[76]. Nell'VIII secolo Carlo Magno (768-814) permise espliciamente agli ebrei di poter agire come intermediari nel commercio degli schiavi[77].

Un commerciante di schiavi ebreo viene presentato a Boleslao I di Boemia.

Nel X secolo gli ebrei spagnoli commerciarono gli schiavi slavi, che i califfi di al-Andalus acquistarono per formare le loro personali guardie del corpo[77]; acquistati per lo più in Boemia questi schiavi furono espressamente rivolti all'esportazione in terra spagnola e nell'ovest europeo[77]. Guglielmo I d'Inghilterra condusse con sé molti di questi schiavisti ebrei da Rouen fino all'Inghilterra nel 1066[67]. A Marsiglia nel XIII secolo vi furono due mercati ebrei di schiavi contro i sette dei cristiani[78].

Le registrazioni storiche medievali del IX secolo descrivono due percorsi attraverso i quali i rivenditori ebrei portarono schiavi da ovest verso est e viceversa[76]. Secondo Ibrahim ibn Ya'qub i mercanti bizantini ebrei acquistarono slavi a Praga per poi essere rivenduti; alla stessa meniera gli ebrei di Verdun intorno all'anno 949 acquistarono schiavi nelle campagne per poi rivenderli in terra spagnola musulmana[79].

Gli ebrei continuarono a possedere schiavi tra il XVI e il XVIII secolo e le pratiche di proprietà rimasero ancora governate dalle leggi bibliche e talmudiche[22]. Alcune fonti stanno ad indicare che il possesso di schiavi - in particolare donne di orgine slava - fu prevalente il questo periodo tra le famiglie ebraiche dei centri urbani dell'Impero ottomano[80].

Sviluppi Halachici[modifica | modifica wikitesto]

Trattamento degli schiavi[modifica | modifica wikitesto]

Le leggi ebraiche che disciplinarono in trattamento degli schiavi vennero aggiornate nel XII secolo da Mosè Maimonide nel suo codice intitolato Mishneh Torah e successivamente nel XVI seclo da Joseph ben Ephraim Karo nel Shulchan Aruch[81].

Il divieto giuridico di possedere schiavi ebrei fu enfatizzato nel corso del periodo medievale[82], ma nella prassi dei fatti gli ebrei continuarono a possedere schiavi ebrei e i proprietari furono in grado di lasciarli in eredità ai figli; ma tali schiavi vennero trattati nella maggior parte dei casi come membri della famiglia allargata del proprietario[83].

Riscatto degli schiavi ebrei[modifica | modifica wikitesto]

La Tanakh contiene chiare istruzioni per il riscatto di schiavi ebrei di proprietà di non ebrei (Libro del Levitico 25: 47-51). Molti ebrei vennero condotti a Roma in qualità di prigionieri di guerra[47][84][85]; come risposta il Talmud istituì delle linee guida per emancipare i correligionari, dando l'avvertimento però di non pagare prezzi eccesivi in quanto ciò avrebbe potuto incoraggiare i pagani a schiavizzare altri ebrei[86]. Giuseppe Flavio, lui stesso un ex schiavo, osserva che la fedeltà degli schiavi ebrei non mancò di venire apprezzata dai proprietari[87]; questa potrebbe essere stata una delle ragioni principali della loro liberazione[47].

In epoca medievale riscattare gli schiavi ebrei acquisì sempre più importanza e fino al XIX secolo le congregazioni ebraiche affacciate attorno al Mar Mediterraneo formarono delle associazioni propriamente a questo scopo[88]. Le comunità ebraiche riscattarono normalmente i prigionieri ebrei seguendo una Mitzvah riguardante la redenzione dei prigionieri (la "Pidyon Shvuyim")[89].

Nella sua Storia degli Ebrei Paul Johnson (storico) ha scritto; "gli ebrei sono stati particolarmente apprezzati come prigionieri, in quanto si credeva, di solito correttamente, che anche se essi stessi fossero poveri, una comunità ebraica da qualche parte potesse sempre essere persuasa a riscattarli... A Venezia Le congregazioni levantine e portoghesi ebraiche hanno istituito un'organizzazione speciale per il riscatto dei prigionieri ebraici presi dai cristiani dalle navi turche, i mercanti ebraici hanno pagato una tassa speciale su tutti i beni per sostenerla, il che ha agito probabilmente come una forma di assicurazione in quanto vittime""[90].

Era moderna[modifica | modifica wikitesto]

America Latina e Caraibi[modifica | modifica wikitesto]

Gli ebrei partecparono attivamente alla colonizzazione europea delle Americhe e possedettero schiavi sia in America Latina sia nei Caraibi, soprattutto in Brasile e Suriname ma anche a Barbados e in Giamaica[91][92][93]; in special modo nel Suriname gli ebrei possedettero molte piantagioni di grandi dimensioni[94]. Molti degli ebrei etnici nel Nuovo Mondo, particolarmente nei territori portoghesi brasiliani, furono "nuovi cristiani" o conversi, alcuni dei quali continuarono a praticare l'ebraismo; pertanto la distinzione tra possessori di schiavi ebrei e non ebrei risulta a volte difficoltosa da fare.

Commercio degli schiavi mediterranei[modifica | modifica wikitesto]

Gli ebrei di Algeri furono frequenti acquirenti di schiavi cristiani provenienti dalla tratta barbaresca degli schiavi[95]. Nel frattempo i mediatori ebrei di Livorno furono di valido aiuto nell'organizzare il riscatto degli schiavi cristiani dal mondo musulmano verso i loro paesi d'origine in stato di libertà. Anche se uno schiavo accusò i mediatori ebrei di mantenere il riscatto fino a quando i prigionieri non fossero morti, tale asserzione non è corroborata dalle prove fattuali le quali indicano invece gli ebrei come molto attivi nell'assistere al rilascio dei prigionieri inglesi caduti nelle mani dei musulmani[96]. Nel 1637 i pochi schiavi che riuscirono ad essere liberati vennero riscattati da membri della comunità ebraica algerina[97].

Il percorso triangolare della tratta atlantica degli schiavi africani.

Tratta atlantica degli schiavi[modifica | modifica wikitesto]

La tratta atlantica degli schiavi africani fu un commercio avviato esclusivamente da cristiani atto a trasferire gli africani nelle colonie d'oltreoceano. Molti degli scambi seguirono un percorso triangolare: gli schiavi vennero trasportati prima nei Caraibi (dove produssero zucchero) e da lì in America del Nord o nella stessa Europa, ove vennero impegnati nella fabbricazione di prodotti commerciali. Ebrei e discendenti di ebrei parteciparono al commercio da entrambi i lati dell'Oceano Atlantico, sia nei Paesi Bassi sia nella penisola iberica e in Brasile, ma anche nei Caraibi e negli Stati Uniti d'America orientali[98].

A seguito del Decreto dell'Alhambra (1492) il quale fece espellere da Spagna e Portogallo i loro residenti ebrei, molti di questi migrarono nelle Americhe e negli attuali Paesi Bassi[99]. La partecipazione ebraica al commercio schiavista atlantico crebbe proporzionalmente nel corso del tardo XVII secolo, in quanto spagnoli e portoghesi cattolici mantennero fino ad allora un ruolo dominante nel commercio atlantico, raggiungendo il suo picco nei primi decenni del XVIII secolo. Esso cominciò a diminuire progressivamente dopo il Trattato di Utrecht (1713), quando gli inglesi ottennero il diritto di vendere i propri schiavi nelle colonie spagnole del Vicereame della Nuova Spagna. Da quel momento in poi inglesi e francesi cominciarono a competere accanitamente con spagnoli e portoghesi[100].

Nel momento in cui il commercio mondiale degli schiavi e la crescita delle importazioni dello zucchero in terra europea raggiunse la sua vetta nel XVIII secolo, la partecipazione ebraica venne di fatto scoraggiata dalle imprese dei piantatori britannici e francesi i quali non permisero agli ebrei di essere annoverati nelle loro società commerciali. Durante il XIX secolo alcuni rari ebrei comunque possedettero piantagioni di cotone negli Stati Uniti meridionali[99].

La punizione inflitta ad uno schiavo brasiliano in un'illustrazione di Jacques Arago (1839).

Brasile[modifica | modifica wikitesto]

Il ruolo assunto dai convertiti al cristianesimo e dai commercianti ebrei fu per un certo periodo significativo in Brasile[101]; gli abitanti cristiani si ritrovarono ad invidiare gli ebrei i quali avevano alcune delle migliori piantagioni della valle del fiume Pernambuco; alcuni di questi ebrei risultarono essere tra i principali commercianti di schiavi della colonia[102].

Quando un certo numero di ebrei brasiliani migrarono nel Rhode Island cominciarono a svolgere un ruolo significatvo, ma non certo dominante, nelle colonie nordamericane attraverso il commercio di schiavi (XVIII secolo); questo settore rappresentò in ogni caso una parte molto minima delle esportazioni totali umane provenienti dall'Africa[103].

Caraibi e Suriname[modifica | modifica wikitesto]

I territori in cui gli ebrei svolsero il ruolo più importante nella tratta degli schiavi fu nelle isole caraibiche e nel Suriname, in particolare nei possedimenti olandesi serviti dalla Compagnia olandese delle Indie occidentali[101]. Il commercio degli schiavi divenne una delle occupazioni di maggior spessore per gli ebrei residenti in queste zone[104]; addirittura nel Suriname risultarono essere i maggiori detentori di schiavi della regione[105].

Secondo lo storico statunitense Ralph A. Austen "gli unici luoghi in cui gli ebrei si avvicinavano a dominare i sistemi di piantagione del Nuovo Mondo erano l'isola di Curaçao e il Suriname"[106]. Le aste degli schiavi nelle colonie olandesi risultavano rinviate se cadevano nei pressi di una qualche festività ebraica[107]. Qui i mercanti ebrei agirono come intermediari, acquistando schiavi dalla "Compagnia olandese" e rivendendoli poi ai proprietari delle piantagioni[108]; la maggioranza degli acquirenti nelle aste schiaviste brasiliane e nelle colonie olandesi risultarono essere ebrei[109].

Presumibilmente essi svolsero un ruolo importante negli scambi anche a Barbados[107][110] e in Giamaica[107], mentre i proprietari ebrei delle piantagioni nel Suriname contribuirono a sopprimere diverse rivolte scoppiate tra il 1690 e il 1772[105]. A Curaçao invece gli ebrei rimasero coinvolti nello scambio di schiavi in una misura molto inferiore rispetto ai protestanti olandesi[111]; sembra che abbiano importato meno di 1.000 schiavi nel periodo compreso tra il 1686 e il 1710, dopo di che la cifra diminuì ulteriormente[107][112]. Tra il 1630 e il 1770 i mercanti ebrei stabilirono o gestirono "almeno 15.000 schiavi" tra quelli fatti sbarcare nell'isola di Curaçao, al'incirca un sesto del totale di tutti gli schiavi nelle mani degli olandesi[113][114].

Pubblicità per l'asta degli schiavi del commerciante Jacob Levin, inserita nel libro del 1853 A key to Uncle Tom's cabin[115][116].

Colonie nordamericane[modifica | modifica wikitesto]

L'apporto ebraico nel commercio degli schiavi nelle colonie britanniche del nordamerica si mantenne sempre ad un livello minimale[117]. Secondo lo storico Bertram Korn esistettero dei proprietari ebrei di piantagioni, ma complessivamente costituirono solo una piccola parte dell'industria totale[118]. Nel 1830 vennero segnalati solo 4 ebrei tra gli 11.000 bianchi americani del profondo Sud i quali possedevano 50 o più schiavi[119].

Di tutti i porti di spedizione dell'america coloniale solamente a Newport (Rhode Island) i mercanti ebrei ebbero una parte significativa nel mercato degli schiavi[120].

Una tabella delle commissioni degli intermediari a Charleston (Carolina del Sud) mostra che il "brokeraggio" ebraico rappresentò solo il 4% del totale. Sempre secondo Korn gli ebrei rappresentarono 4 dei 44 intermediari a Charleston, 3 dei 70 presenti a Richmond (Virginia) ed 1 su 12 a Memphis nel Tennessee[121]. Tuttavia la percentuale di residenti ebrei a Charleston che detennero schiavi risultò essere del tutto simile a quella della popolazione bianca generale (83% contro l'87% nel 1830)[122].

Valutazione della portata del coinvolgimento ebraico nel commercio atlantico degli schiavi[modifica | modifica wikitesto]

Lo storico Seymour Drescher ha sottolineato il problema di determinazione se gli schiavisti fossero anche ebrei. Egli conclude che i nuovi commercianti cristiani riuscirono a ottenere il controllo di una quota consistente di tutti i segmenti del commercio degli schiavi atlantici, soprattutto grazie ai portoghesi, durante tutta la fase iberica dominata dal sistema della tratta atlantica degli schiavi africani[123].

A causa del forte numero di conversioni degli ebrei verso il cristianesimo molti nuovi cristiani continuarono a praticare in segreto l'ebraismo (vedi Cripto-giudaismo), il che significa che è impossibile per gli storici determinare quale parte di questi commercianti di schiavi fossero effettivamente ebrei, perché per farlo ciò richiederebbe allo storico di scegliere una tra più definizioni di "ebraicità"[124].

The Secret Relationship Between Blacks and Jews[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1991 Nation of Islam (NOI) ha fatto pubblicare The Secret Relationship Between Blacks and Jews secondo cui gli ebrei avrebbero dominato il commercio della tratta atlantica degli schiavi africani[125]; la prima parte del testo afferma che gli ebrei svolsero uo ruolo importante nel commercio degli schiavi atlantici e che trassero cospicui profitti dalla pratica schiavista[126].

Il libro è stato fortemente criticato per essere impregnato di antisemitismo di fondo oltre al non aver fornito la benché minima analisi oggettiva dell'eventuale ruolo ebraico nel commercio schiavista. Le critiche più comuni comprendevano il fatto che il testo utilizzava citazioni selettive facendo un uso del tutto grezzo delle statistiche[99] e che stava intenzionalmente tentando di esagerare il ruolo ebraico svolto[127].

L'Anti-Defamation League ha criticato sia il NOI sia il libro[10]. Henry Louis Gates Jr. ha condannato le intenzioni degli autori del libro[128].

Lo storico Ralph A. Austen critica pesantemente il libro dicendo che, anche se può apparentemente sembrare abbastanza preciso, è viziato da un palese antisemitismo; ha aggiunto tuttavia che prima della sua pubblicazione alcuni studiosi eano riuttanti a discutere della partecipazione ebraica alla schiavitù a causa della paura di danneggiare "l'agenda condivisa liberale" di ebrei ed afroamericani[129]. In questo senso Austen ha trovato tra gli scopi del libro quello di sfidare il mito della benevolenza ebraica universale nel corso dell'intera storia, come forma di autolegittimazione, anche se i mezzi che hanno condotto a questo fine hanno portato ad un libro antisemita[130].

Valutazioni successive[modifica | modifica wikitesto]

La pubblicazione di The Secret Relationship ha avuto almeno il merito di spingere ad una ricerca dettagliata sulla partecipazione degli ebrei al commercio degli schiavi atlantici, con conseguente realizzazione di varie opere, la maggior parte delle quali pibblicate specificamente per confutare la tesi di The Secret Relationship:

  • 1992 - Harold Brackman, Jew on the brain: A public refutation of the Nation of Islam's The Secret relationship between Blacks and Jews.
  • 1992 - David Brion Davis, Jews in the Slave Trade, in Culturefront (Autunno 1 992) pp 42–45.
  • 1993 - Seymour Drescher, The Role of Jews in the Atlantic Slave Trade, in Immigrants and Minorities 12 (1993), pp 113–25.
  • 1993 - Marc Caplan, Jew-Hatred As History: An Analysis of the Nation of Islam's "The Secret Relationship" (fatto pubblicare a cura dell'Anti-Defamation League)
  • 1998 - Eli Faber, Jews, Slaves, and the Slave Trade: Setting the Record Straight, New York University Press.
  • 1999 - Saul S. Friedman, 'Jews and the American Slave Trade.

La maggior parte degli studiosi post-1991 che hanno analizzato il ruolo ebraico hanno individuato soltanto determinate regioni (come il Brasile e i Caraibi) dove la partecipazione può essere considerata significativa[131].

Wim Klooster ha scritto: "in nessuno dei periodi presi in considerazione gli ebrei svolgevano un ruolo di primo piano come finanziatori, armatori o fattori nei commerci degli schiavi transatlantici o caraibici; essi disponevano di molto meno schiavi dei non-ebrei in tutti i territori britannici dell'America settentrionale e dei Caraibi. Quando gli ebrei in una manciata di luoghi possedevano schiavi in proporzioni leggermente al di sopra della loro rappresentazione tra le famiglie della città, tali casi non si avvicinano in ogni modo a confermare le affermazioni fatte in The Secret Relationship"[11].

David Brion Davis ha scritto che "gli ebrei non hanno avuto un impatto importante o continuo sulla storia della schiavitù nel Nuovo Mondo"[132]; mentre Jacob R. Marcus ha affermato che la partecipazione ebraica allo schiavismo presente nelle colonie americane fu minima e del tutto inconsistente[133].

Bertram Korn ha scritto: "tutti gli schiavisti ebrei presenti nelle città del profondo Sud non hanno acquistato e venduto tanti schiavi quanti la ditta "Franklin and Armfield Office" di Alexandria (Virginia), la più grande sede di commercianti di schiavi negri presente negli Stati Uniti meridionali""[134].

Secondo un riesame compiuto da The Journal of American History ed intitolato Jews, Slaves, and the Slave Trade: Setting the Record Straight and Jews and the American Slave Trade: "Eli Faber riconosce solo pochi commercianti di origine ebraica localmente prominenti nell'ambito dello schiavismo durante la seconda metà del XVIII secolo, altrimenti conferma le davvero piccole e minuscole dimensioni concernenti le comunità ebraiche coloniali di qualsiasi sorta e li mostra impegnati nella schiavitù e nel commercio schiavista solo a livelli indistinguibili da quelli dei loro concorrenti inglesi"[135].

Secondo Seymour Drescher gli ebrei hanno partecipato al commercio della tratta atlantica degli schiavi african soltanto nei territori brasiliani coloniali portoghesi e nel Suriname[136], tuttavia in nessuno dei periodi presi in esame hanno svolto un ruolo di primo piano in qualità di finanziatori, armatori o fattori negli scambi e nella compravendita di schiavi transatlantici o caraibici[11]. Afferma inoltre che gli ebrei assai raramente stabilirono nuovi percorsi commerciali, ma che invero lavorarono in stretta collaborazione con partner cristiani sulle vie commerciali che erano state stabilite e approvate dai leader nazionali europei[137][138].

Nel 1995 l'American Historical Association (AHA) ha rilasciato una dichiarazione, insieme a Drescher, in cui condanna "qualsiasi affermazione secondo cui gli ebrei avrebbero avuto un ruolo sproporzionato nel commercio degli schiavi atlantici"[139].

Secondo la rivista The Journal of American History (Jews, Slaves, and the Slave Trade: Setting the Record Straight di Faber e Jews and the American Slave Trade di Friedman: "Eli Faber prende un approccio quantitativo tra gli ebrei e gli schiavi nel commercio atlantico dell'impero britannico, a cominciare dall'arrivo degli ebrei Sefarditi nell'insediamento di Londra del 1650, calcolando la loro partecipazione alle società commerciali della fine del XVII secolo e quindi utilizzando una solida gamma di fonti quantitative standard (liste di spedizioni degli uffici navali, censimenti, registrazioni fiscali e così via) per valutare la prominenza nell'ambito dello schiavismo, nel possesso di schiavi da parte dei mercanti e nelle piantagioni identificabili come ebraiche situate a Barbados, Giamaica, New York, Newport (Rodhe Island), Filadelfia, Charleston (Carolina del Sud) e in tutti gli altri porti coloniali inglesi minori"[140].

Lo storico Ralph Austen riconosce tuttavia che "gli ebrei Sefarditi nel Nuovo Mondo rimasero stati fortemente coinvolti nel commercio degli schiavi africani"[141].

Proprietari di schiavi ebrei negli Stati Uniti meridionali[modifica | modifica wikitesto]

Lo storico della schiavitù Jason H. Silverman descrive minuziosamente le parte avuta dagli ebrei nel commercio schiavista negli Stati Uniti meridionali descrivendola come "minuscola", scrivendo inoltre che prima l'aumento stoico e successivamente l'abolizionismo negli Stati Uniti d'America non avrebbero praticamente avuto nessun effetto nei confronti degli ebrei che vissero a Sud[13] in quanto rappresentarono solo l'1,25% di tutti i proprietari di schiavi meridionali[13].

Le pratiche di proprietà degli schiavi da parte degli ebrei negli stati meridionali furono essenzialmente governate dalla prassi regionale piuttosto che dalla Legge mosaica[13][142][143]. Molti ebrei meridionali sostennero all'epoca che il "negro" fosse un "sottouomo" e che pertanto era intrinsecamente adatto alla schiavitù; opinione questa che rappresentò la visione predominante di molti dei loro vicini non ebrei[144].

Il proprietario di schiavi Aaron Lopez di Newport (Rhode Island).

Gli ebrei pertanto non fecero altro che conformarsi ai modelli prevalenti di giustificazione dello schiavismo sudista e non furono con ciò significativamente differenti dagli altri proprietari nel loro trattamento degli schiavi[13]. Le ricche famiglie ebraiche del Sud americano in prevalenza preferirono impiegare domestici bianchi piuttosto che possedere degli schiavi[143]. I possessori ebrei di schiavi storicamente accertati includono Aaron Lopez (portoghese), Francis Salvador (inglese), Judah Touro (statunitense) e Haym Salomon (lituano-polacco)[145].

I possessori di schiavi ebrei si rinvennero innanzitutto negli ambienti aziendali e domestici piuttosto che nelle piantagioni, per cui la maggior parte degli schiavi si trovarono inseriti in un contesto urbano, nella gestione dell'azienda o come domestici tuttofare[142][143]. I proprietari ebrei liberarono i loro schiavi neri nella stessa percentuale dei non ebrei[13]; talvolta invece - secondo le loro ultime volontà - diedero i propri schiavi in eredità ai figli[13].

Dibattito sull'abolizionismo[modifica | modifica wikitesto]

Un numero significativo di ebrei spese le proprie energie nell'American Anti-Slavery Society[146]. Molti ebrei del XIX secolo, come ad esempio il francese Adolphe Crémieux, parteciparono alla protesta morale contro la schiavitù; nel 1849 Crémieux annunciò l'abolizionismo in tutti i possedimenti francesi[147].

In terra inglese vi furono movimenti e gruppi abolizionisti ebrei. Granville Sharp e William Wilberforce nella loro A Letter on the Abolition of the Slave Trade addussero gli insegnamenti ebraici come argomenti contro la schiavitù. Il rabbino G. Gottheil di Manchester e il dottor L. Philippson di Bonn combatterono con forza la visione, annunciata dai simpatizzanti meridionali, che i testi biblici supportassero la schiavitù. L'opera antischiavista di rabbi M. Mielziner intitolata Die Verhältnisse der Sklaverei bei den Alten Hebräern e fatta pubblicare nel 1859 venne tradotta oltreoceano[147].

Allo stesso modo in terra tedesca il poeta Berthold Auerbach in Das Landhausam Rhein fece crescere l'opinione pubblica contro il commercio schiavista ed anche Heinrich Heine ebbe modo di parlare contro la schiavitù[147].

Gli ebrei immigrati parteciparono alle bande abolizioniste guidate da John Brown (attivista) ed operarono in Kansas con tecniche di vera e propria guerriglia (il Bleeding Kansas); tra di essi vi furono Theodore Wiener (polacco), Jacob Benjamin (boemo) e August Bondi (viennese)[148]. Nathan Mayer Rothschild venne riconosciuto per il ruolo avuto nell'abolizione del commercio schiavista attraverso il suo cofinanziamento della compensazione del governo britannico (20 milioni di sterline) da pagare agli ex proprietari degli schiavi liberati in aiuto all'industria delle piantagioni[149].

Ernestine Rose, ebrea, femminista e abolizionsta.

L'esponente ebrea del femminismo negli Stati Uniti d'America Ernestine Rose venne soprannominata "regina delle tribune" a causa dei suoi accesi discorsi a favore dell'abolizionismo[150]. I suoi comizi incontrarono notevoli controversie, anche in forma violenta; una sua conferenza tenuta a Charleston (Virginia Occidentale), in cui elencò con dovizia i mali della schiavitù, venne accolta con tanta opposizione ed atti ostili che fu costretta ad utilizzare una notevole infuenza per riuscire ad uscire dalla città in sicurezza[151].

Nell'epoca della guerra di secessione americana i principali leader religiosi ebrei statunitensi si occuparono anche di dibattiti pubblici in merito alla schiavitù[152]; generalmente i rabbini degli Stati Confederati d'America sostennero la schiavitù, mentre quelli dell'Unione (guerra di secessione americana) vi si opposero[153].

Il rabbino David Einhorn, un fervente sostenitore dell'abolizionismo negli Stati Uniti d'America.

Uno dei maggiori dibattiti a questo proposito[154] fu quello scaturito da Morris Jacob Raphall, che difendeva la schiavitù così come veniva praticata nel Sud in quanto essa sarebbe stata approvata dalla Bibbia e David Einhorn (dell'ebraismo riformato) il quale si oppose con nettezza alla sua forma vigente[155]. Nell'intero Sud in complesso non vi furono mai molti ebrei, rappresentando solamente l'1,25% di tutti i proprietari di schiavi presenti[13]. Nel 1861 Raphall pubblicò le proprie opinioni in un trattato intitolato The Bible View of Slavery[156]; lui, assieme ad altri rabbini come Isaac Leeser e J. M. Michelbacher (entrambi della Virginia), utilizzarono la Tanakh per sostenere i propri argomenti[157].

Due ragazze ebree protestano contro la schiavitù rappresentata dal lavoro infantile con scritte in inglese e in yiddish (New York, 1909).

I rabbini abolizionisti, tra cui Einhorn e Michael Heilprin, si preoccuparono per il fatto che la posizione di Raphall sarebbe stata considerata come la politica ufficiale degli ebrei americani; pertanto ribadirono vigorosamente contro i suoi argomenti sostendo che la schiavitù, così come veniva praticata al Sud, fosse del tutto immorale e non sostenuta dall'ebraismo[158].

Ken Yellis, scrivendo per The Forward, ha suggerito che "la maggior parte degli ebrei americani erano muti sul tema, forse perché temevano il suo enorme potere corrosivo. Prima del 1861 praticamente non esiste nessun esempio di prediche rabbiniche sulla schiavitù, probabilmente ciò fu dovuto al timore che la controversia avrebbe innescato un conflitto di parti in cui le famiglie ebraiche si sarebbero disposte su posizioni diametralmente opposte... La comunità ebraica più grande d'America, gli ebrei di New York, rimasero in gran parte pro-sudisti, pro-schiavitù e anti-Lincoln nel corso dei primi anni di guerra". Tuttavia, mentre la guerra progrediva "e le vittorie militari del Nord cominciarono a farsi più numerose, i sentimenti iniziarono a spostarsi verso l'Unione e, infine, a favore dell'emancipazione"[159].

Il giovane attivista ebreo per i diritti civili Joseph Rauh marcia assieme con Martin Luther King nel 1963.

Tempi contemporanei[modifica | modifica wikitesto]

In epoca recente gli ebrei e gli afroamericani hanno collaborato al movimento per i diritti civili degli afroamericani, ciò motivato in parte dalle radici comuni nella schiavitù, in particolare per quanto riguarda la storia dell'eredità ebraica nell'antico Egitto, così come viene raccontato nella storia biblica del Libro dell'Esodo, in cui molti neri si sono identificati[160] nel corso del tempo.

Seymour Siegel suggerisce che la lotta storica contro i pregiudizi incontrati dagli ebrei ha portato ad una simpatia naturale per qualsiasi popolo che si confronta con la discriminazione. Joachim Prinz, presidente del "Congresso ebraico americano", ha parlato dal podio al Lincoln Memorial durante la famosa Marcia su Washington per il lavoro e la libertà di Washington nel 1963, dove ha sottolineato come gli ebrei si identificano profondamente con la segregazione razziale negli Stati Uniti d'America e la privazione dei diritti civili afroamericani, ciò essendo "nato dalla nostra dolorosa esperienza storica", inclusa la schiavitù e la segregazione nel Ghetto[161][162].

Attualmente, secondo l'ebraismo ortodosso, con le sue riviste ufficiali The Forward e Jewish Quarterly, la schiavitù (definita come la sottomissione totale di un essere umano su un altro) è assolutamente inaccettabile nell'ebraismo[163][164][165].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Hastings, p 619
  2. ^ The Talmud, su BBC Religion, BBC. URL consultato il 18 dicembre 2014.
  3. ^ a b Oscar Reiss, The Jews in Colonial America, Jefferson, North Carolina, McFarland & Company, January 2004, p. 85, ISBN 978-0-7864-1730-8.
  4. ^ Shofar FTP Archive File: orgs/american/wiesenthal.center//web/historical-facts, su nizkor.org, Nizkor Project. URL consultato il 24 maggio 2015.
  5. ^ Saul Friedman, Jews and the American Slave Trade, pp. 250–254.
  6. ^ Henry Louis Gates Jr., Black Demagogues and Pseudo-Scholars, New York Times. URL consultato il 23 dicembre 2012.
  7. ^ a b Reviewed Work: Jews, Slaves, and the Slave Trade: Setting the Record Straight by Eli Faber by Paul Finkelman. Journal of Law and Religion, Vol 17, No 1/2 (2002), pp 125-28
  8. ^ a b Refutations of charges of Jewish prominence in slave trade:
    • "Nor were Jews prominent in the slave trade." - Marvin Perry, Frederick M. Schweitzer: Antisemitism: Myth and Hate from Antiquity to the Present, p. 245. Palgrave Macmillan, 2002; ISBN 0-312-16561-7
    • "In no period did Jews play a leading role as financiers, shipowners, or factors in the transatlantic or Caribbean slave trades. They possessed far fewer slaves than non-Jews in every British territory in North America and the Caribbean. Even when Jews in a handful of places owned slaves in proportions slightly above their representation among a town's families, such cases do not come close to corroborating the assertions of The Secret Relationship." - Wim Klooster (University of Southern Maine): Review of Jews, Slaves, and the Slave Trade: Setting the Record Straight by Eli Faber[collegamento interrotto] (2000). "Reappraisals in Jewish Social and Intellectual History", William and Mary Quarterly Review of Books. Volume LVII, Number 1. Omohundro Institute of Early American History and CultureTemplate:ISBN missing
    • "Medieval Christians greatly exaggerated the supposed Jewish control over trade and finance and also became obsessed with alleged Jewish plots to enslave, convert, or sell non-Jews... Most European Jews lived in poor communities on the margins of Christian society; they continued to suffer most of the legal disabilities associated with slavery. ... Whatever Jewish refugees from Brazil may have contributed to the northwestward expansion of sugar and slaves, it is clear that Jews had no major or continuing impact on the history of New World slavery." - Professor David Brion Davis of Yale University in Slavery and Human Progress (New York: Oxford University Press, 1984), p. 89 (cited in Shofar FTP Archive File: orgs/american/wiesenthal.center//web/historical-facts)
    • "The Jews of Newport seem not to have pursued the [slave trading] business consistently ... [When] we compare the number of vessels employed in the traffic by all merchants with the number sent to the African coast by Jewish traders ... we can see that the Jewish participation was minimal. It may be safely assumed that over a period of years American Jewish businessmen were accountable for considerably less than two percent of the slave imports into the West Indies" - Professor Jacob R. Marcus of Hebrew Union College in The Colonial American Jew (Detroit: Wayne State University Press, 1970), Vol. 2, pp. 702-703 (cited in Shofar FTP Archive File: orgs/american/wiesenthal.center//web/historical-facts)
    • "None of the major slave-traders was Jewish, nor did Jews constitute a large proportion in any particular community. ... probably all of the Jewish slave-traders in all of the Southern cities and towns combined did not buy and sell as many slaves as did the firm of Franklin and Armfield, the largest Negro traders in the South." - Bertram W. Korn, Jews and Negro Slavery in the Old South, 1789-1865, in The Jewish Experience in America, ed. Abraham J. Karp (Waltham, Massachusetts: American Jewish Historical Society, 1969), Vol 3, pp 197-198 (cited in Shofar FTP Archive File: orgs/american/wiesenthal.center//web/historical-facts)
    • "[There were] Jewish owners of plantations, but altogether they constituted only a tiny proportion of the Southerners whose habits, opinions, and status were to become decisive for the entire section, and eventually for the entire country. ... [Only one Jew] tried his hand as a plantation overseer even if only for a brief time." - Bertram W. Korn, "Jews and Negro Slavery in the Old South, 1789-1865", The Jewish Experience in America, ed. Abraham J. Karp (Waltham, Massachusetts: American Jewish Historical Society, 1969), Vol 3, p. 180 (cited in Shofar FTP Archive File: orgs/american/wiesenthal.center//web/historical-facts)
  9. ^ David Brion Davis, Slavery and Human Progress, New York, Oxford University Press, 1984, p. 89.
  10. ^ a b Anti-Semitism. Farrakhan In His Own Words. On Jewish Involvement in the Slave Trade Archiviato il 21 settembre 2007 in Internet Archive. and Nation of Islam. Jew-Hatred as History Archiviato il 8 agosto 2007 in Internet Archive.. adl.org (December 31, 2001).
  11. ^ a b c Wim Klooster (University of Southern Maine): Review of Jews, Slaves, and the Slave Trade: Setting the Record Straight by Eli Faber[collegamento interrotto]. "Reappraisals in Jewish Social and Intellectual History", William and Mary Quarterly Review of Books. Volume LVII, Number 1, Omohundro Institute of Early American History and Culture (2000)Template:ISBN missing
  12. ^ The Columbia History of Jews and Judaism in America, p. 43, by Rabbi Marc Lee Raphael, (Columbia University Press, February 12, 2008); ISBN 978-0231132220. "During the 1990s, allegations that Jews financed, dominated, and controlled the slave trade captured wide attention and were widely accepted in the African American community (on the latter point, see Henry Louis Gates Jr.'s "Black Demagogues and Pseudo-Scholars", New York Times, July 20, 1992, p A15). Subsequent extensive research demonstrated this was not the case, see David Brion Davis, "Jews in the Slave Trade", Culturefront (Fall 1992): 42-45
    * Seymour Drescher, "The Role of Jews in the Transatlantic Slave Trade", Immigrants and Minorities 12 (1993): 113-25
    Eli Faber, Jews, Slaves, and the Slave Trade: Setting the Record Straight (New York, 1998)
    Saul S. Friedman, Jews and the American Slave Trade (New Brunswick, NJ, 1998).
    For numerical data demonstrating the minute role played by mainland colonial Jews in the importation of slaves from Africa and the Caribbean and their marginal role as slave sellers, see Faber, Jews, Slaves, and the Slave Trade, pp 131-42"; retrieved from Google Books on January 28, 2013.
  13. ^ a b c d e f g h i Rodriguez, p 385
  14. ^ Kushner, 332.
  15. ^ a b Kushner, 457.
  16. ^ a b c Hezser, p 6
  17. ^ Potok, 457-459.
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  19. ^ Tigay, 153.
  20. ^ Hezser p 23
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  22. ^ a b c d Schorsch, p 63
  23. ^ Lewis p 5
  24. ^ Schorsch p 63
  25. ^ Leviticus 25:45-45
  26. ^ Hezser, p 30
  27. ^ Potok, 457
  28. ^ Hezser, pp 10, 30
  29. ^ Jewish Encyclopedia
  30. ^ Schorsch, p. 63
  31. ^ Potok, 1124-1125
  32. ^ a b Blackburn, p 68
  33. ^ a b Hezser, pp 8, 31-33, 39
  34. ^ a b c d e f g Hastings, p 620
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  36. ^ Hezser, p 33
  37. ^ Schorsch, pp 64-65
  38. ^ Hezser, p 46
  39. ^ Lev 25:45-46
  40. ^ Hastings, p 620, citing Gitten 45b
  41. ^ Lev. 25:39
  42. ^
    • Jacob Shavit, History in Black: African-Americans in search of an ancient past, Routledge, 2001, pp. 183–185, ISBN 0-7146-5062-5.
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    • David M. Whitford, The Curse of Ham in the Early Modern Era: The Bible and the Justifications for Slavery, Ashgate Publishing, Ltd.,, 2009, pp. 19–26.
    • Washington, Joseph R. (1985) "Anti-Blackness in English religion", E. Mellen Press, p. 1, 10-11, quoted in The curse of Ham, David M. Goldenberg, 2003.
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  43. ^ Talmud verse: "Three copulated on the ark and they were all punished .... Ham was smitten in his skin". Sanhedrin 108B, as quoted by Robin Blackburn in "The making of New World slavery: from the Baroque to the modern, 1492-1800 ", Verso 1998, p. 68,88-89
  44. ^
    • David M. Goldenberg, The curse of Ham: race and slavery in early Judaism, Christianity, and Islam, Princeton University Press, 2003.
    • Goldenberg, David. "The curse of Ham: a case of Rabbinic racism?", in Struggles in the promised land: toward a history of Black-Jewish relations in the United States, (Jack Salzman, Ed), Oxford University Press, 1997, p. 21-52.
    • Goldenberg (in his book and essay) identifies several sources that — in his opinion — improperly assert that Judaism may be partially responsible for slavery or racism, including:
    - Thomas Gosset: "Race: The History of an Idea in America" 1963, p 5
    - Raphael Patai & Robert Graves: "Hebrew Myths: The Book of Gensis" p 121.
    - J. A. Rogers "Sex and Race" (1940-1944) 3:316-317
    - J. A. Rogers "Nature Knows no Color-Line" (1952) p 9-10.
    - Edith Sanders "The Hamitic Hypothesis" in "Journal of African History" vol 10, num 4 (1969) p. 521-532
    - Joseph Harris "Africans and their History" (1972) p 14-15
    - Leslie Fiedler "Negro and Jew: Encounter in America" in "The collected essays of Lesley Feidler" 1971
    - Raoul Allier "Une Enigme troublante: la race et la maledictiou e Cham" 1930; p 16-19, 32
    - Winthrop Jordan "White over Black" p 18 (1968)
    - Washington post (Sept 14, 1991; p B6)
    - Charles Copher "Blacks and Jews in HIstorical Interaction" in "The Journal of the Interdenominational Theological Center 3" (1975) p 16.
    - Tony Martin "The Jewish Onslaught" (1993) p 33.
    - Nation of Islam publication: "The Secret Relationship between Blacks and Jews" 1991; p. 203
    - St. Claire Drake "Black Folk Here and There" vol 2 (1990) p 17-30, 22-23
    - Joseph R. Washington "Anti-Blackness in English Religion" 1984, p. 1, 10-11
  45. ^ Gittin, 40a
  46. ^ Gittin 4:5
  47. ^ a b c d e f Jewish Encyclopedia (1901), article on Slaves and Slavery
  48. ^ a b Abrahams, p 95
  49. ^ Roth, p 61
  50. ^ Roth, p 71
  51. ^ See Gittin 1:4, 1:6, and 40b.
  52. ^ The Bible said a slave should be freed if they had been harmed to the extent that their injury was covered by the lex talionis - Template:Bibleverse, should actually apply only to slaves who had converted to Judaism; additionally, Maimonides argued that manumission was really punishment of the owner and so that it could only be imposed by a court and required evidence from witnesses. —Jewish Encyclopedia.
  53. ^ Furthermore, the Talmud instructed that servants were not to be unreasonably penalised for being absent from work due to sickness. The biblical seventh-year manumission was still to occur after the slave had been enslaved for six years; extra enslavement could not be tacked on to make up for the absence, unless the slave had been absent for more than a total of four years, and if the illness did not prevent light work (such as needlework), the slave could be ill for all six years without having to repay the time.
  54. ^ The vague ("Avenger of Blood", Jewish Encyclopedia, 1901.) biblical instruction to avenge slaves that had died, from punishment by their masters, Template:Bibleverse became regarded as an instruction to view such events as murder, with masters guilty of such crime being beheaded, see Mekhilta, Mishpatim 7
  55. ^ On the other hand, the protection given to fugitive slaves was lessened by the classical rabbis; fugitive Israelite slaves were now compelled to buy their freedom, and if they were recaptured, then the time they had been absent was added on as extra before the usual 7th-year manumission could take effect.
  56. ^ Berakot 47. Sadducees went as far as to hold slave owners responsible for any damage caused by their slaves; - Yadayim 4:7. By contrast Pharisees acknowledged that slaves had independent thought - Yadayim 4:7
  57. ^ According to the traditional Jewish law, a slave is more like an indentured servant, who has rights and should be treated almost like a member of the owner's family. Maimonides wrote (Yad, Avadim 9:8) that, regardless whether a slave is Jewish or not, "The way of the pious and the wise is to be compassionate and to pursue justice, not to overburden or oppress a slave, and to provide them from every dish and every drink. The early sages would give their slaves from every dish on their table. They would feed their servants before sitting to their own meals.... Slaves may not be maltreated of offended — the law destined them for service, not for humiliation. Do not shout at them or be angry with them, but hear them out". In another context, Maimonides wrote that all the laws of slavery are "mercy, compassion and forbearance" - from Encyclopedia Judaica, 2007, vol. 18, p. 670
  58. ^ Tzvi Freeman, Torah, Slavery and the Jews, Chabad-Lubavitch Media Center. URL consultato il 19 marzo 2015.
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  98. ^ Drescher, p 107: "A small fragment of the Jewish diaspora fled ... westward into the Americas, there becoming entwined with the African slave trade"....they could only prosper by moving into high risk and new areas of economic development. In the expanding Western European economy after the Columbus voyages, this meant getting footholds within the new markets at the fringes of Europe, primarily in overseas enclaves. One of these new 'products' was human beings. It was here that Jews, or descendants of Jews, appeared on the rosters of Europe's slave trade."
  99. ^ a b c Austen, p 134
  100. ^ Drescher: JANCAST (p 451): "Jewish mercantile influence in the politics of the Atlantic slave trade probably reached its peak in the opening years of the eighteenth century....the political and the economic prospects of Dutch Sephardic [Jewish] capitalists rapidly faded, however, when the British emerged with the asiento [permission to sell slaves in Spanish possessions] at the Peace of Utrecht in 1713".
  101. ^ a b Drescher: JANCAST: p 455: "only in the Americas — momentarily in Brazil, more durably in the Caribbean — can the role of Jewish traders be described as significant." p 455.
  102. ^ Herbert I. Bloom. "The Christian inhabitants [of Brazil] were envious because the Jews owned some of the best plantations in the river valley of Pernambuco and were among the leading slave-holders and slave traders in the colony", p 133 of The Economic Activities of the Jews in Amsterdam in the seventeenth and eighteenth centuries
  103. ^ Austen, p 135: "Jews of Portuguese Brazilian origin did play a significant (but by no means dominant) role in the eighteenth-century slave trade of Rhode Island, but this sector accounted for only a very tiny portion of the total human exports from Africa."
  104. ^ "Slave trade [sic] was one of the most important Jewish activities here [in Surinam] as elsewhere in the colonies", p 159, same book 2. The Economic Activities of the Jews of Amsterdam in the Seventeenth and Eighteenth Centuries (Port Washington, New York/London: Kennikat Press, 1937), p. 159Template:ISBN missing
  105. ^ a b Roth, p 292
  106. ^ Austen* p 135: "but the Dutch territories were small, and their importance shortlived."
  107. ^ a b c d Raphael, p 14
  108. ^ Kritzler, p 135: While the [Dutch West India] Company held a monopoly on the slave trade, and made a 240 percent profit per slave, Jewish merchants, as middlemen, also had a lucrative share, buying slaves at the Company auction and selling them to planters on an installment plan — no money down, three years to pay at an interest rate of 40-50 percent. ... With their large profits — slaves were marked up by 300 percent ... - they built stately homes in Recife, and owned ten of the 166 sugar plantations, including "some of the best plantations in the river valley of Pernambuco". [Herbert Bloom quoted in the last sentence]
  109. ^ Wiznitzer, Arnold, Jews in Colonial Brazil, Columbia University Press, 1960, p 70; quoted by Schorsch at p 59: The West India Company, which monopolized imports of slaves from Africa, sold slaves at public auctions against cash payment. "It happened that cash was mostly in the hands of Jews. The buyers who appeared at the auctions were almost always Jews, and because of this lack of competitors they could buy slaves at low prices. On the other hand, there also was no competition in the selling of the slaves to the plantation owners and other buyers, and most of them purchased on credit payable at the next harvest in sugar. Profits up to 300 percent of the purchase value were often realized with high interest rates"
  110. ^ Schorsh, p 60
  111. ^ Jonathan Schorsch. Jews and blacks in the early modern world, p. 61
  112. ^ Schorsch p 62: In Curaçao: "Jews also participated in the local and regional trading of slaves"
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  120. ^ Drescher, EAJH. Vol 1 (p 415), Newport, RI: "Newport [Rhode Island] was the leading African slaving port during the eighteenth century and the only port in which Jewish merchants played a significant part. At the peak period of their participation in slaving expeditions (the generation before the Am. Revolution), Newport's Jewish merchants handled up to 10 percent of the Rhode Island slave trade. Incomplete records for other eighteenth-century ports in which Jews participated in the slave trade in any way show that for a few years they held at least partial shares in up to 8 percent of New York's small number of slaving voyages, usually from African to Caribbean ports.
  121. ^ Drescher, EAJ. Vol 1 (p 415): internal traffic within US (Korn 1973).
  122. ^ Susanna Ashton, Slaves of Charleston, in The Forward, 12 settembre 2014.
  123. ^ Drescher, p 109
  124. ^ Drescher: JANCAST: p 447: "New Christian merchants managed to gain control of a sizeable, perhaps major, share of all segments of the Portuguese Atlantic slave trade during the Iberian-dominated phase of the Atlantic system. I have come across no description of the Portuguese slave trade that estimates the relative shares of the various participants in the slave trade by the racial-religious designation, but New Christian families certainly oversaw the movement of a vast number of slaves from Africa to Brazil during its first-century period [1600-1700]."
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  129. ^ Austen, pp 131-135
  130. ^ Austen, p. 131:

    "John Hope Franklin and I ... were condoning a benign historical myth: that the shared liberal agenda of twentieth-century Blacks and Jews has a pedigree going back through the entire remembered past. ... Jewish students of Jewish history have known it was untrue and ... have produced a significant body of scholarship detailing the involvement of our ancestors in the Atlantic slave trade and Pan-American slavery. [The scholarship] had never been synthesized in a publication for non-scholarly audience. A book of this sort has now appeared, however, written not by Jews but by an anonymous group of African Americans associated with the Reverend Louis Farrakhan's Nation of Islam."

  131. ^ Drescher: JANCAST: p 455: "only in the Americas — momentarily in Brazil, more durably in the Caribbean — can the role of Jewish traders be described as significant." .. but elsewhere involvemnent was modest or minimal p 455.
  132. ^ "Medieval Christians greatly exaggerated the supposed Jewish control over trade and finance and also became obsessed with alleged Jewish plots to enslave, convert, or sell non-Jews ... Most European Jews lived in poor communities on the margins of Christian society; they continued to suffer most of the legal disabilities associated with slavery. ... Whatever Jewish refugees from Brazil may have contributed to the northwestward expansion of sugar and slaves, it is clear that Jews had no major or continuing impact on the history of New World slavery." - Professor David Brion Davis of Yale University in Slavery and Human Progress (New York: Oxford University Press, 1984), p 89 (cited in Shofar FTP Archive File: orgs/american/wiesenthal.center//web/historical-facts)
  133. ^ "The Jews of Newport seem not to have pursued the [slave trading] business consistently ... [When] we compare the number of vessels employed in the traffic by all merchants with the number sent to the African coast by Jewish traders ... we can see that the Jewish participation was minimal. It may be safely assumed that over a period of years American Jewish businessmen were accountable for considerably less than two percent of the slave imports into the West Indies" - Professor Jacob R. Marcus of Hebrew Union College in The Colonial American Jew (Detroit: Wayne State University Press, 1970), Vol. 2, pp. 702-03 (cited in Shofar FTP Archive File: orgs/american/wiesenthal.center//web/historical-facts)
  134. ^ "None of the major slavetraders was Jewish, nor did Jews constitute a large proportion in any particular community. ... probably all of the Jewish slavetraders in all of the Southern cities and towns combined did not buy and sell as many slaves as did the firm of Franklin and Armfield, the largest Negro traders in the South." - Bertram W. Korn. Jews and Negro Slavery in the Old South, 1789–1865, in The Jewish Experience in America, ed. Abraham J. Karp (Waltham, Massachusetts: American Jewish Historical Society, 1969), Vol 3, pp 197-98 (cited in [1] Shofar FTP Archive File at [2][collegamento interrotto])
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  136. ^ Drescher: JANCAST: p 455:
  137. ^ Drescher, EAJH — Vol 1. "The available evidence indicates that the Jewish network probably counted for little in Atlantic slaving. The few cases of long-term Jewish participation in the eighteenth-century slave trades offer evidence of cross-religious networks as keys to their success. In case after case, Jews who participated in multiple slaving voyages ... linked themselves to Christian agents or partners. It was not as Jews, but as merchants, that traders ventured into one of the great enterprises of the early modern world." Drescher, in Ency Am. J. Hist. p 416.
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    "There is little doubt that in terms of the Torah’s value system the exercise of power by one person over another, without their consent, is a fundamental assault against human dignity. ... So slavery is to be abolished. ... [God] wanted slavery abolished but he wanted it to be done by free human beings coming to see of their own accord the evil it is and the evil it does. The God of history, who taught us to study history, had faith that eventually we would learn the lesson of history: that freedom is indivisible. We must grant freedom to others if we truly seek it for ourselves."

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  165. ^

    "God is the source of all creation and the arbiter of justice so it is appropriate to submit to his will. Human power and dominion, on the other hand, is always relative, so there is no justification for slavery; no human has the right to enslave another for none has absolute authority."

    "Tikkun Olam." The Jewish Quarterly. Spring 2008. 18 March 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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