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Domenico Morone

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Il busto di Domenico Morone presso la protomoteca della biblioteca civica di Verona

Domenico Morone (Verona, 1442 circa – Verona, 1518) è stato un pittore e miniatore italiano.

Tra i primi esponenti rinascimentali della scuola veronese di pittura, nacque in una famiglia di Morbegno giunta in riva all'Adige intorno al 1425. Probabilmente fu allievo di Francesco Benaglio, ma venne profondamente influenzato anche da altri artisti dell'epoca, come Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, anche se poco si conosce della sua formazione e dei primi anni di attività.

Si ritiene che iniziò come miniatore per poi passare alla produzione di dipinti e affreschi. Le sue prime opere conosciute risalgono al 1470, come le quattro tavolette in cui raffigurò San Francesco, san Bernardino, san Bartolomeo e san Rocco, originariamente parte di un polittico, e alcuni affreschi oggi staccati e conservati al museo di Castelvecchio di Verona. A parte la decorazione delle portelle dell'organo della chiesa di San Bernardino, non si conoscono altre sue opere collocabili negli anni 1480, benché fosse pressoché sicuro che la sua bottega dovesse aver raggiunto una certa popolarità in città. Nel 1493 firmò una delle sue opere più celebri, la tela Cacciata dei Bonacolsi, commissionata dal duca di Mantova Francesco II Gonzaga. A partire dagli anni successivi, gran parte della sua produzione vide la collaborazione del figlio Francesco, e proprio insieme a lui nel 1503 terminò quello che è considerato il suo capolavoro: il ciclo di affreschi per la libreria Sagramoso nel convento di San Bernardino, a Verona.

Celebre per i dettagli delle figure umane, degli sfondi e degli oggetti, utilizzò nei suoi lavori colori vibranti e luminosi, spesso con una gamma cromatica ricca. È stato osservato che i volti dei suoi protagonisti sono tendenzialmente sobri e prosaici a differenza di quelli del figlio, definiti invece "dolciastri". Negli ultimi anni Domenico Morone divenne sempre più opaco e attento alle finezze psicologiche, come ben si nota nella sua Madonna col Bambino dipinta negli anni 1510. Probabile maestro di artisti di rilievo, tra cui Girolamo dai Libri, Paolo Morando e Michele da Verona (oltre al già citato figlio Francesco), la sua ultima menzione risale al 1517 e, verosimilmente, morì da lì a poco.

Origini e famiglia

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Domenico Morone nacque a Verona, dove trascorse gran parte della sua vita. Il padre Agostino, originario di Morbegno (oggi in provincia di Sondrio, in Lombardia), si trasferì nella città scaligera intorno al 1425 ed esercitava la professione di "stropezzator" (lavoratore di pelli) presso la contrada della Braida, come riferisce un estimo del 1433.[1] Nel 1436 sposò Donna Maddalena, figlia di un certo Bertoldo, mugnaio di Illasi, e vedova di Nicolao de Alemanea. I coniugi si stabilirono in contrada San Vitale, dove Agostino è registrato nel 1443 come "Agustinus pelacanus quidam Petri, per soldi 4".[2]

La più antica menzione di Domenico compare in un'anagrafe della medesima contrada, risalente al 1455-1456, nella quale è riportato il seguente testo: «magister Augustinus pelacanuus ann. 50 - Domina Magdalena ejus uxor ann. 56 - Domincis ejus filius ann. 13 - Benvenuta ejus neptis ann. 17 - Libera filia suprascripti magistri Augustini ann. 9». In base a questo documento, Domenico sarebbe nato nel 1442, data tradizionalmente accettata dalla storiografia. Tuttavia, un documento del 1461, nel quale è già qualificato come «pictor», ha indotto alcuni studiosi ad anticiparne la nascita al 1438-1439 circa. Della sorella Libera, di cinque anni più giovane, si conoscono pochissime notizie. Il cognome "Morone" compare nelle fonti soltanto agli inizi del XVI secolo, circostanza che rende difficile ricostruire con maggiore precisione la storia della famiglia.[3][4][5]

Intorno al 1469 Domenico sposò Donna Cecilia, dalla quale ebbe sette figli: Chiara (nata nel 1469 circa), Francesca e Francesco (1471 circa), Gabriello (1472 circa), Antonio (1474 circa), Lodovico (1476 circa) e Maria (1478 circa). Tra questi, soltanto Francesco e Antonio seguirono le orme del padre, diventando pittori: il primo raggiunse una discreta notorietà, mentre del secondo non è nota alcuna opera.[6]

La prima attestazione documentaria di Domenico Morone come pittore risale al 28 marzo 1461, quando fu chiamato a testimoniare, insieme a Francesco Benaglio, in merito a un contratto. La qualifica di «pictor» ricompare inoltre il 20 giugno 1466 nel testamento del lapicida Domenico di Bono. Il 28 gennaio 1469, davanti ai notai Agostino Pindemonte e Cristoforo Avogaro, si emancipò dal padre.[7]

Anni 1470 e 1480

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San Francesco, parte di un polittico del 1470, museo di Castelvecchio

La formazione e la prima attività pittorica di Domenico Morone sono scarsamente documentate. Secondo quanto riferito da Giorgio Vasari nelle Le Vite, egli avrebbe appreso l’arte della pittura da alcuni discepoli di Stefano da Verona.[5][8][N 1] Si tratta tuttavia di una testimonianza indiretta e cronologicamente distante, che la storiografia moderna considera solo indicativa. È plausibile che, come molti artisti del tempo, abbia iniziato la propria attività come miniatore, forma di apprendistato diffusa nell’area veneta. In questo periodo, infatti, la pittura monumentale a Verona attraversava una fase di relativa rarefazione tra la stagione di Pisanello e la ripresa successiva, rendendo la miniatura uno dei principali ambiti formativi per i giovani artisti.[9][10]

Tra le ipotesi avanzate dalla critica, la più consistente è quella di un possibile apprendistato presso Francesco Benaglio, sulla base di affinità stilistiche riscontrate in alcune opere giovanili: l’impostazione rigida delle figure, le proporzioni ancora incerte, il trattamento del Bambino e l’uso di elementi simbolici di derivazione padovano-squarcionesca.[5] In questo contesto si colloca anche la questione attributiva di alcune Madonne,[N 2] oggi generalmente riferite a Benaglio ma in passato attribuite anche a Morone, a testimonianza della stretta vicinanza tra i due linguaggi.[4][5][11] Altre ipotesi, meno solide sul piano documentario, propongono un possibile soggiorno a Mantova in età giovanile, oppure una formazione veneziana in ambiente belliniano. In particolare Giuseppe Fiocco ha ipotizzato una frequentazione della scuola di Gentile Bellini a Venezia, forse insieme a Giovanni Mansueti, ma si tratta di ricostruzioni prive di conferme documentarie dirette.[12]

Le prime opere attribuite con una certa sicurezza a Morone sono datate al 1470, anno in cui la critica colloca tre interventi distinti, ricostruiti sulla base di analisi stilistiche e confronti interni al corpus dell’artista.[4][13] Il primo è un polittico destinato alla ex chiesa di San Clemente, dal quale derivano quattro tavole raffiguranti San Francesco, san Bernardino, san Bartolomeo e san Rocco, oggi conservate al museo di Castelvecchio di Verona. In queste opere si osserva un linguaggio ancora vicino a Benaglio, ma già caratterizzato da una maggiore raffinatezza formale, considerata dalla critica un passaggio significativo nell’evoluzione stilistica dell’artista.[4][14][15][16]

A questo stesso orizzonte cronologico vengono ricondotti anche gli affreschi con la Madonna col Bambino e i santi Sebastiano e Rocco, provenienti dal palazzo del Capitanio, e il San Giacomo Maggiore tra san Girolamo e un santo diacono, originariamente eseguito per l’ospedale del Corpus Domini e successivamente trasferito nel convento di Santa Maria dopo la demolizione dell’edificio nel 1508 per esigenze militari. Le due opere furono staccate nel 1875 da Pietro Nanin e trasferite a Castelvecchio.[4][16]

San Giacomo Maggiore tra san Girolamo e un santo diacono, 1470, museo di Castelvecchio

Nel 1471 Morone realizzò un affresco con la Madonna coi santi Cristoforo e Maddalena, oggi quasi interamente perduto, sulla facciata della casa di Manfredo Giusti in via Nicola Mazza 51. In quest’opera egli si firmò per la prima volta come «Dominici de Morocini», variante onomastica attestata in ambito documentario.[4][14][17] L’anno successivo è attestato in un’anagrafe cittadina in cui risulta sposato con Cecilia e padre di due figli, Clara e Francesca, rispettivamente di tre e un anno.[17][18]

Nel 1481 Morone fu impegnato nella realizzazione delle ante d’organo con San Francesco e San Bernardino per la chiesa di San Bernardino a Verona, su commissione della famiglia Rossi. Lo strumento, tra i più antichi conservati nell’area, era caratterizzato da una struttura monumentale e da una forte presenza decorativa.[N 3][17][19] Nel 1483 firmò e datò (29 aprile) la Madonna col Bambino oggi conservata alla Gemäldegalerie di Berlino, opera che mostra un progressivo allontanamento dal contesto veronese in direzione di soluzioni padovano-veneziane.[4][14][17][20]

Madonna col Bambino e San Francesco, Ca' d'Oro, Venezia

Alla stessa fase cronologica è generalmente assegnata anche l’olio su tela con la Madonna col Bambino e san Francesco, oggi alla Ca' d'Oro di Venezia, nella quale la resa del Bambino è stata letta dalla critica come anticipazione delle soluzioni tipiche della maturità dell’artista. Per gli stessi anni 1480 sono inoltre attribuite alcune opere minori o di bottega, tra cui gli affreschi con gli Episodi della vita di San Valentino nella chiesa di San Valentino a Bussolengo e la decorazione del pulpito del convento di San Bernardino, dove Morone aveva già lavorato alle ante d’organo.[4]

Per quanto riguarda la vita privata, le fonti anagrafiche indicano che Morone rimase vedovo tra il 1481 e il 1491, intervallo ricostruito indirettamente sulla base della documentazione disponibile. In seguito risulta sposato in seconde nozze con Donna Caterina, di circa 36 anni, con la quale abitò nella casa paterna in contrada San Vitale, dopo un periodo trascorso a San Quirico con la prima moglie. Dal secondo matrimonio non ebbe figli.[4][21] Il 18 agosto 1489 è inoltre menzionato nei testamenti di Valerio Tarundi e della moglie Maria Ormaneti, entrambi legati al convento francescano di San Fermo Maggiore, dato che ha suggerito un possibile avvicinamento dell’artista all’ordine francescano, senza tuttavia elementi probanti in senso stretto.[22]

Anni 1490: la maturità artistica

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Cacciata dei Bonacolsi, Palazzo Ducale, Mantova

Agli inizi degli anni 1490 Domenico Morone aveva oramai raggiunto una certa fama presso la città natale, nonostante non si conosca alcuna sua opera dopo le portelle di san Bernardino del 1483. Nel 1491 lo si trova a stimare, insieme ai pittori Antonio Badile e Pietro Antonio di Paolo, i dipinti eseguiti da Jacopo di Antonio della Beverara sulla facciata della casa di Lionello Sagramoso,[N 4] mentre l'anno successivo, per conto della comunità veronese, redasse una perizia insieme a Liberale e Nicola Giolfino riguardante le statue di Alberto da Milano destinate a porsi sulla loggia del palazzo del Consiglio.[4][17][20][23] Ciò attestava la stima che Domenico era riuscito a guadagnarsi nella sua città; la sua bottega era diventata una delle più importanti della Verona di fine Quattrocento: si può ritenere che da qui uscirono diversi pittori di talento, come Girolamo dai Libri, Michele da Verona, Paolo Morando e, ovviamente, il figlio Francesco.[20]

Ratto delle Sabine, National Gallery, Londra

Nel 1494 ricevette una prestigiosa commissione da parte del marchese di Mantova Francesco II Gonzaga: la realizzazione della tela Cacciata dei Bonacolsi, che si ipotizzò facesse parte di un ciclo pittorico riguardante i fasti della famiglia Gonzaga. Il soggetto dell'opera era la vittoriosa battaglia che Luigi I Gonzaga ottenne il 16 agosto 1328 contro Rinaldo dei Bonacolsi per il possesso di Mantova. È stato osservato come, con questo lavoro, Domenico Morone superi l'influenza del grafismo di Andrea Mantegna per aprirsi, da questo momento fino alle sue opere più tarde, alle correnti veneziane di Carpaccio e di Cima da Conegliano.[4][20][24] Il quadro, dal 1913 in esposizione a Mantova presso il Palazzo Ducale, fu utilizzato anche come modello per il ripristino della facciata cinquecentesca del palazzo del Capitano.[25][26] Circa dello stesso periodo della Cacciata, o forse di pochi anni prima, erano anche due piccoli pannelli in cassone raffiguranti il Ratto delle Sabine, dal 1886 parte delle collezioni della National Gallery di Londra.[4][20]

Vergine in trono col Bambino e quattro Santi, Princeton University Art Museum, Princeton

Nel 1496, insieme al figlio Francesco, dipinse una Vergine in trono col Bambino e quattro Santi per il santuario della Madonna delle Grazie ad Arco, oggi perduta anche se parte della critica l'avrebbe identificata con la pala omonima conservata al Princeton University Art Museum di Princeton.[4][17][27] L'anno successivo iniziò ad affrescare la cappella di San Biagio presso la chiesa dei Santi Nazaro e Celso a Verona, sempre insieme al figlio e dividendo il lavoro con Giovanni Maria Falconetto. Ai Morone furono attribuiti parte dei profeti raffigurati nella cupola e alcuni santi nel tamburo sottostante, nonché l'affresco di una porzione della cappellina laterale sinistra (detta "Britti"); secondo una nota di pagamento, il suo impegno terminò nel 1498. In questo lavoro si ispirò in parte alla prospettiva mantegnesca ammirata nella camera picta a Mantova.[4][28][29][30]

Gli ultimi anni del secolo furono ricchi di commissioni: Domenico lavorò su degli affreschi per la chiesa di Santa Maria in Organo e, probabilmente, anche per la chiesa della Madonna dei Miracoli di Lonigo (entrambe officiate dagli olivetani), come accennato anche da Giorgio Vasari nelle sue Vite. Vasari dedicò qualche parola di lode anche per un'affrescata, Storie di Sant'Antonio, realizzata per la cappella Medici nella chiesa di San Bernardino[N 5] e per una Crocefissione coi santissimi Francesco e Girolamo, oggi perduta, per il refettorio del monastero.[4][29][31][32] Vasari raccontò che Morone fu autore, ancora per Santa Maria in Organo, di un Sant'Antonio battuto dai demoni, non sopravvissuto al tempo.[30]

Al museo di Castelvecchio fu invece conservato un affresco staccato raffigurante la Trinità tra i santi Giovanni Battista e Alberto carmelitano, dipinta probabilmente tra il 1498 e il 1502 sulla facciata di una casa non ben identificata nell'attuale via Carducci a Verona e gravemente compromessa dagli agenti atmosferici, tanto che l'attribuzione a Domenico Morone fu data con sufficiente sicurezza solo dopo un restauro effettuato nel 2004.[4][33]

Il capolavoro della libreria Sagramoso e gli ultimi anni

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Il ciclo di affreschi del Paladon, museo di Castelvecchio, Verona

Nel 1501 Domenico comparve per la prima volta in un documento anagrafico con il cognome Morone, anche se era già stato utilizzato in alcune note di pagamento risalenti alla fine del secolo precedente. La scrittura aggiungeva che aveva 54 anni, viveva con la moglie Caterina e con il figlio Francesco, che risultava sposato con Lucia.[17][18]

Il XVI secolo si aprì per Domenico con la realizzazione insieme al figlio di due affreschi, datati 12 settembre e 17 ottobre 1502, per la chiesa di San Nicola da Tolentino al Paladon di San Pietro in Cariano, nei possedimenti dei Verità Poeta, raffiguranti quattro santi ciascuno e facenti parte di un ciclo decorativo più vasto. In cattivo stato di conservazione per gli anni passati esposti alle intemperie, dopo essere stati staccati fanno ora parte delle collezioni del museo di Castelvecchio. In questi affreschi, «dipinti frettolosamente», si possono ben distinguere gli apporti di Domenico, riscontrabili nei volti sobri e prosaici dei protagonisti, da quelli di Francesco, in cui sono riconoscibili «tratti dolciastri».[17][34][35] Zamperini aveva osservato che «le pitture si pongono in sintonia con i lavori precedenti e, nonostante la distanza temporale, il san Rocco non pare soffrire eccessivamente un raffronto con la Madonna di Berlino: le forme sono divenute meno legnose, ma il disegno complessivo palesa alcuni tratti morelliani, in specie nel contorno del naso e della bocca, che inducono a non negare tout court la familiarità».[36]

Libreria Sagramoso (detta anche "Sala Morone"), vista verso la cattedra, chiesa di San Bernardino, Verona

Ma è nel 1503 che portò a termine, dopo diversi anni di lavoro, quello che è considerato probabilmente il suo capolavoro: l'affresco della libreria Sagramoso presso il convento di San Bernardino, dove già aveva più volte prestato la sua arte.[17] Alcuni autori avanzarono dubbi sull'attribuzione a Domenico dell'opera, tuttavia la maggioranza ritenne che fosse lui l'autore principale, anche se sicuramente dovette avvalersi di aiuti, tra cui certamente quello del figlio Francesco, ma anche, secondo quanto sostenuto dallo storico dell'arte Giuseppe Fiocco, degli allievi Girolamo dai Libri, Paolo Morando e Michele da Verona. La realizzazione di una così imponente opera si dovette al progetto di fra Ludovico della Torre da Verona e al lascito dei coniugi Donato Sagramoso e Anna di Niccolò Tramarino, che furono riportati in fondo al cospetto della Vergine in trono col Bambino e presentati da san Francesco e santa Chiara. Ai lati e sulla parete di ingresso, sono presenti 28 figure intere di santi francescani raffigurati a due a due sopra piedistalli e divisi da pilastri dipinti. In alto un ornato con 18 medaglioni in cui si trovavano le raffigurazioni di beati francescani e santi mentre, sulla porta d'entrata, furono raffigurati i papi francescani.[35][37][38][39] È stato osservato, inoltre, che l'impianto iconografico della libreria richiama l'arte miniatoria veronese, in particolare nel fregio, dimostrando ulteriormente come Domenico padroneggiasse anche tale tecnica.[10]

Madonna col Bambino, museo di Castelvecchio, Verona

Negli stessi anni della libreria, sempre coadiuvato dal figlio, probabilmente dipinse una Madonna col Bambino che a lungo fu attribuita a Girolamo dai Libri per via della dolcezza dei tratti della vergine. Nell'opera l'influsso del Mantegna appare oramai parzialmente abbandonato a favore delle nuove correnti artistiche. Le sue dimensioni particolari fecero supporre che fosse in realtà un frammento di un'opera più grande.[40][41]

I lavori degli anni 1500 potrebbero essere gli ultimi realizzati da Morone, poiché del decennio successivo si ritrovano nei documenti anagrafici solo scarne notizie. Nel 1514 fu registrato settantenne e residente in contrada San Vitale con la famiglia, mentre tre anni più tardi fu trascritto con l'età di 78 anni circa. Quella del 1517 fu l'ultima menzione di Domenico, che probabilmente morì da lì a poco. Vasari raccontò che «fu sepolto in San Bernardino, dove sono le dette opere di sua mano, lasciando erede delle facultà e della virtù sua Francesco Morone, suo figliuolo».[17][18][42]

Stile e critica

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Domenico Morone, insieme a Liberale da Verona e Francesco Benaglio, fu considerato come colui che, dopo gli anni di crisi successivi alla scomparsa del Pisanello, traghettò la scuola veronese di pittura dall'arte gotica verso il Rinascimento. Mentre le opere veronesi del Liberale mantengono intatti i canoni stilistici di Andrea Mantegna, secondo lo storico Giuseppe Fiocco l'arte di Domenico Morone contemplò maggiormente le voci delle correnti veneziane, pur mantenendo alcune reminiscenze del gotico.[12]

Giorgio Vasari, ne Le Vite, pose a confronto Domenico e il figlio Francesco concludendo a favore di quest'ultimo che «in poco tempo riuscì molto miglior maestro che il padre stato non era».[42] Nei secoli successivi, tuttavia, la critica poté riscoprire le opere di Domenico.[4][43]

Nonostante lo stesso Vasari non ne parli, Domenico Morone fu anche miniaturista, come d'altronde lo fu la maggior parte degli artisti veronesi coevi; almeno quattro sue miniature sono oggi note, inoltre in alcuni suoi lavori, come la libreria Sagramoso, si notano influenze provenienti da questa tecnica.[10]

Madonna col Bambino, Gemäldegalerie, Berlino
Cristo portacroce con le Marie, Pinacoteca Egidio Martini, Ca' Rezzonico, Venezia

Di seguito un elenco non esaustivo delle principali opere attribuite a Domenico Morone:[44]

Esplicative
  1. ↑ Vasari scrive: «Imparò l'arte della pittura da alcuni che furono discepoli di Stefano, e dall'opere che egli vide e ritrasse del detto Stefano, di Iacopo Bellini, di Pisano e d'altri». In Vasari, 1568, p. 263.
  2. ↑ Tra queste quelle conservate al museo Jacquemart-André di Parigi, all’Accademia di belle arti Tadini di Lovere, a Rochester, al museo Correr di Venezia, al museo di Castelvecchio di Verona e nella collezione di Harry Elkins Widener oggi a Washington. In Eberhardt, 1974, p. 91.
  3. ↑ Il committente delle ante d’organo, Gaspare Rossi, fu raffigurato sul fastigio della cassa insieme alla moglie. In Viviani, 2004, p. 109.
  4. ↑ In questa occasione conobbe Lionello Sagramoso, che successivamente gli conferì la commissione per l'affrescatura della libreria presso la chiesa di San Bernardino, considerata il capolavoro di Morone. In Zamperini, 2013, p. 14.
  5. ↑ Vasari aggiunse anche che il cavaliere Niccolò de' Medici aveva commissionato l'opera a Domenico poiché in quel momento era «più famoso d'altro pittore in quella città, essendo Liberale a Siena». In Vasari, 1568, p. 263.
Bibliografiche
  1. ↑ Brenzoni, 1956, p. 5.
  2. ↑ Brenzoni, 1956, pp. 5-6.
  3. ↑ Brenzoni, 1956, pp. 3, 5.
  4. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 Domenico Morone, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  5. 1 2 3 4 Eberhardt, 1974, p. 91.
  6. ↑ Brenzoni, 1956, p. 3.
  7. ↑ Zamperini, 2013, pp. 14-15.
  8. ↑ Vasari, 1568, p. 263.
  9. ↑ Marinelli, 1990, pp. 625, 630-631.
  10. 1 2 3 Magagnato, 1991, p. 149.
  11. ↑ Marinelli, 1990, p. 632.
  12. 1 2 Domenico Morone, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  13. ↑ Marinelli, 1990, p. 622.
  14. 1 2 3 Zamperini, 2013, p. 15.
  15. ↑ Marinelli, 1990, pp. 642-643.
  16. 1 2 Catalogo Museo di Castelvecchio, 2018, pp. 257-258.
  17. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Brenzoni, 1956, pp. 13-14.
  18. 1 2 3 Brenzoni, 1956, p. 6.
  19. ↑ Bisognin, 2009, p. 54.
  20. 1 2 3 4 5 Eberhardt, 1974, p. 94.
  21. ↑ Brenzoni, 1956, pp. 3, 6.
  22. ↑ Zamperini, 2013, p. 16.
  23. ↑ Zamperini, 2013, pp. 15-16.
  24. ↑ Marinelli, 1990, p. 642.
  25. ↑ L'Occaso, 2011, pp. 30, 437.
  26. ↑ Zamperini, 2013, p. 17.
  27. ↑ Zamperini, 2013, p. 19.
  28. ↑ Tessari, 1958, p. 45, 50, 54.
  29. 1 2 Marinelli, 1990, p. 644.
  30. 1 2 Zamperini, 2013, p. 18.
  31. ↑ Zamperini, 2013, pp. 17-19.
  32. ↑ Benini, 1995, p. 87.
  33. ↑ Catalogo Museo di Castelvecchio, 2018, p. 265.
  34. ↑ Marinelli, 1983, p. 55.
  35. 1 2 Eberhardt, 1974, p. 96.
  36. ↑ Zamperini, 2013, pp. 19-20.
  37. ↑ Frati Minori Convento San Bernardino, Sala Morone, su sanbernardinoverona.it. URL consultato il 26 ottobre 2023.
  38. ↑ Benini, 1995, p. 92.
  39. ↑ Bisognin, 2009, pp. 64-68.
  40. ↑ Marinelli, 1983, pp. 54-55.
  41. ↑ Catalogo Museo di Castelvecchio, 2018, p. 262.
  42. 1 2 Vasari, 1568, p. 264.
  43. ↑ Rognini, 1974, pp. 133-134.
  44. ↑ Eberhardt, 1974, pp. 97-98.
  45. ↑ Cristo portacroce con le Marie - tempera su tavola, su archiviodellacomunicazione.it. URL consultato il 5 gennaio 2024.
  • Gianfranco Benini, Le chiese di Verona: guida storico-artistica, Rotary Club di Verona Est, 1995, SBN VEA0091995.
  • Davide Bisognin, Giuseppe Guastella, La chiesa di San Bernardino: visita guidata, Verona, Ottaviani, 2009, SBN PUV1304949.
  • Raffaello Brenzoni, Domenico Morone 1438-9 c.-1517 c.: vita ed opere, Firenze, Olschki, 1956, SBN NAP0095239.
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  • Licisco Magagnato, Arte e civiltà a Verona, a cura di Sergio Marinelli e Paola Marini, Vicenza, Neri Pozza, 1191, SBN VIA0053685.
  • Sergio Marinelli, Museo di Castelvecchio, Venezia, Storti, 1983, SBN UBO0275660.
  • Sergio Marinelli, Il Quattrocento, in Mauro Lucco (a cura di), La pittura nel Veneto, Milano, Electa, 1990, SBN CFI0166420.
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  • Luciano Rognini, Francesco Morone, in Pierpaolo Brugnoli (a cura di), Maestri della pittura veronese, Verona, Banca Mutua Popolare, 1974, SBN RAV0052942.
  • Umberto Gaetano Tessari, La chiesa di San Nazaro, Verona, Vita Veronese, 1958, SBN CFI0322695.
  • Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze, 1568.
  • Giuseppe Franco Viviani, Chiese nel Veronese, Verona, Società cattolica di assicurazione, 2004, SBN VIA0121042.
  • Alessandra Zamperini, La Libreria Sagramoso di San Bernardino di Verona e qualche ipotesi per Domenico Morone, in Monica Molteni e Paola Artoni (a cura di), Storia, conservazione e tecniche nella libreria Sagramoso di San Bernardino a Verona, Treviso, ZeL, 2013, ISBN 978-88-96600-33-7, SBN LO11348016.

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