Domenico Giannace

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« La lotta paga sempre »

(Domenico Giannace)

Domenico Giannace, detto Mingo (Pisticci, 21 settembre 1924), è un sindacalista, politico e antifascista italiano.

Domenico Giannace
DomenicoGiannace.jpg

Consigliere della Regione Basilicata
Durata mandato aprile 1980 –
maggio 1985
Presidente Vincenzo Verrastro

Carmelo Azzarà


7° Sindaco di Pisticci
Durata mandato 6 aprile 1963 –
14 marzo 1965
Predecessore Nicola Cataldo
Successore Rocco Grieco

Dati generali
Partito politico Partito Comunista Italiano
Professione Sindacalista
Firma Firma di Domenico Giannace

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La formazione[modifica | modifica wikitesto]

Proveniente da una modesta famiglia contadina, da Michele Arcangelo e Domenica Maria D'alessandro, ancora giovanissimo rimase orfano di madre, ha cominciato a lavorare come garzone, bracciante, operaio. Dal 1936 fino a tutto il 1940 ha prestato servizio quale carrettiere nella Colonia Confinaria di Pisticci-Bosco Salice[senza fonte], dove cominciò a prendere coscienza delle problematiche collegate al mondo del lavoro e della politica frequentando i confinati politici antifascisti.

L'antifascismo[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 1936, epoca in cui il governo fascista decretava di costruire una colonia confinaria nel Metapontino (Bosco Salice direzione Centro Agricolo), Domenico Giannace, a meno di dodici anni, era dipendente dell'impresa Pastore come piccolo carrettiere, e come tale curava il trasporto da Pisticci al Centro Agricolo dell'incaricato per la progettazione e la costruzione della Colonia, l'Ing. Manlio Rossi, che nel novembre 1936 alloggiava presso l'albergo "Motta" (unico albergo a Pisticci) collegandosi alla locale impresa di cui Domenico era dipendente[senza fonte].

Per la sua giovanissima età, Domenico non poteva ancora trasportare sacchi e materiale pesante, e per questo motivo gli fu assegnato come aiutante l'internato polacco Joseph Salaris[senza fonte], catturato in Francia e inviato a Pisticci. Mentre si procedeva al disboscamento e le prime strutture, i primi confinati arrivavano presso la stazione di Bernalda accompagnati da due militi e due poliziotti. Tra i tanti che arrivavano ogni giorno, Domenico conobbe i primi confinati guadagnandosi la loro fiducia e diventando la loro "mascotte". I colloqui e le lunghe discussioni con i confinati contribuirono notevolmente alla formazione politica, con Carlo Porta, Vito Sardella, Renato Bitossi ed Odoardo Voccoli [senza fonte]: significativo per attestare questa grande solidarietà che si era instaurata nel campo di confino, fu l'episodio del marzo 1938, quando, appena giunto con il traino al Centro Agricolo, per ricevere le direttive del lavoro da svolgere durante la giornata, Domenico fu preso a calci e a schiaffi da un milite di guardia al cancello e quindi subito rinchiuso in carcere per due notti e tre giorni, tenuto a digiuno, malmenato ed umiliato perché considerato confidente ed amico dei confinati. Fu pure privato del suo traino e dei due muli, che il Comando della Milizia affidò all'operaio Michele Lapadula, che doveva restituire al titolare dell'impresa Donato Pastore. Questi si adoperò molto per la liberazione di Giannace, reclamando la sua innocenza presso le autorità fasciste di Pisticci, ma il Comando della Milizia fu irremovibile. Il reato era molto grave che al momento il giovane era stato sorpreso mentre prelevava dal suo tascapane un fiasco di due litri di olio d'oliva che aveva acquistato dal vicino frantoio di Antonio Laviola per conto di Renato Bitossi, già deputato con la scorta e rieletto dopo la liberazione, fu anche segretario generale dei sindacati mondiali e presidente dell'INCA.[senza fonte]

Provvidenziale si rivelò l'intervento di Vittorio Ricchiuti, fornitore dello "spaccio" per militi e confinati, che riferì al console della Milizia che era stato lui, e non altri, a incaricare Giannace di prelevare l'olio. Il Milite fu così rimproverato e l'olio poté giungere a destinazione, e il giovane Giannace fu rimesso in libertà, ma sempre controllato a vista in ogni suo movimento. Subito dopo la caduta del regime, Giannace lasciò la ditta Pastore per fare il salariato a Casinello e San Teodoro, fino al 31 agosto 1947. [senza fonte]

Fu poi nominato capolega e quindi si iscrisse nell'ottobre 1944 al PCI, partito in cui ha rivestito importanti responsabilità e cariche istituzionali e politiche.[senza fonte]

Gli scioperi e il carcere[modifica | modifica wikitesto]

Nell'immediato dopoguerra, fu più volte denunciato e fermato per le lotte del lavoro e della libertà in occasioni di scioperi e manifestazioni per la democrazia. Il 18 marzo del 1948 venne denunciato in occasione di uno sciopero dei braccianti che richiedevano l'applicazione della normativa che stabiliva l'imponibile di manodopera in agricoltura. Sfuggì all'arresto e dopo ben nove mesi di latitanza, su indicazione del partito si costituì nel carcere di Matera il 18 marzo 1950, [senza fonte], restandovi per 47 giorni, di cui 21 a fianco al compagno Rocco Scotellaro, fino al processo in Corte d'Assise il 3 maggio 1950, dalla quale fu assolto per insufficienza di prove.

Venne tratto in arresto, in seguito, per altre quattro volte[senza fonte], sempre per scioperi, quando si ripresero le grandi battaglie per piegare gli "agrari" al rispetto della legge per l'imponibile di manodopera in agricoltura e per la stipula del 1° contratto di lavoro per braccianti e salariati agricoli i quali, nelle grandi aziende latifondiste, venivano trattati come schiavi, per cui venne organizzato un grande concentramento presso l'azienda di Terzo Cavone, all'epoca in agro di Montalbano Jonico, ora Scanzano Jonico. Dopo tre giorni la campagna per organizzare il grande concentramento riprese a Terzo Cavone, il 26 aprile 1951 la Polizia al comando del Commissario Cerracchia e del maresciallo Recchia, impedirono il concentramento caricando più volte i braccianti e salariati presenti. Intorno alle ore 16,00 dello stesso giorno la massa diventò imponente occupando casoni abitati e dormitori, incoraggiati anche dall'arrivo di Giorgio Amendola e Enzo Renzulli (segretario della CGIL di Taranto). Centinaia di Poliziotti in assetto di guerra presidiaronoi casoni ed incominciarono a chiamare fuori ed ammanettare Michele Guanti, Domenico Giannace, Giovanni Delloiacovo, Domenico Costantino, Francesco Turro, Cosimo Vitelli, Luigi Tammone, Mario Masiello, Francesco Franchini, che vennero portati in caserma a Montalbano Jonico, ove rimasero fino alle ore 4,00 della mattina, poi rilasciati e diffidati.

Giannace fu anche arrestato ma senza subire processi nel 1952, per le manifestazioni di protesta pacifiste organizzate in occasione della visita in Italia di Eisenhower. [senza fonte]

Verso la fine del 1951 e gli inizi del 1952, la Federazione Provinciale del PCI di Matera affidò a Domenico Giannace il compito di tenere a Nova Siri un comizio, cui partecipò una grande folla. Il comune era allora retto da Carletto Spanò, agrario e monarcofascista, e che poteva disporre una squadra di mazzieri che spesso picchiavano con estrema violenza gli avversari che parlavano di Comunismo. Alla fine del comizio Giannace si intrattenne con i compagni per poi ripartire a bordo di una motoretta, data in dotazione del patronato di Matera, in compagnia di Mario Cassano. Arrivati verso le curve delle croci, i mazzieri di Spanò, che li avevano seguiti, cominciarono a sparare. Ed ancora una volta Giannace riuscì a salvarsi con il suo compagno ricorrendo allo stratagemma del finto ferimento. Gli agrari sollecitavano spesso gli l'intervento delle forze dell'ordine, formate ed istruite dallo "scelbismo". A Bernalda i Carabinieri erano al comando del Maresciallo Spinelli, che tutti temevano, come il Commissario Cerracchia della Questura di Matera, i due si misero alla ricerca per arrestare il gruppo come "Sobillatori" e per aver tenuto un'assemblea non autorizzata, per cui alcuni furono ospitati e nascosti nelle campagne. A Montalbano Jonico il Maresciallo Recchia, in una occasione diffidò Giannace dal mettere piede nel territorio di sua competenza, che all'epoca comprendeva anche Policoro e Scanzano.

Sui posti di lavoro e nelle aziende era necessario rafforzare la presenza sindacale per cui oltre a Giannace erano sempre presenti Luigi Schiraldi, Antonio Losenno, Mario Cassano, Francesco Barbalinardo, Cosimo D'Onofrio, Michele Strazzella, Angelo Ziccardi, Michele Guanti, Francesco Turro, Domenico Costantino, Francesco Dercole, Nicola Cataldo, Mimì Marrese[senza fonte].

Nei comuni vi erano battaglieri e coraggiosi attivisti come ad esempio a Bernalda: Cosimo Vitelli, Berardino Grieco, Daniele Afferi e un tale Mezzacapa. A Montalbano Jonico; Francesco Turro, Fortunato Giannuzzi, Filippo Cammisa, Antonio Barletta, Salvatore Chiefi.

A Craco: Salvatore Lacicerchia e Nicolino Novella. A Stigliano: Salvatore Calbi. Giannace ricorda spesso come venne revocata l'assegnazione dall'Ente di Riforma a Fortunato Giannuzzi, Antonio Melfi e Berardino D'Onofrio ed altri, solo perché Comunisti[senza fonte].

Prima della riforma agraria, la sua presenza veniva richiesta in tutti posti di lavoro ed i lavoratori dicevano: "Amma fa venì a Mingo Giannace". Lo scontro con il patronato e la lotta erano ormai diventati strumenti indispensabili per cancellare le forme di schiavitù e di sfruttamento imposte ai lavoratori e alle lavoratrici. La lotta era per l'orario di lavoro, per creare le condizioni di civiltà e rispetto della dignità dei lavoratori.

All'epoca la segreteria della Camera Confederale del Lavoro era composta da Michele Guanti, Domenico Giannace, Giovanni Campanella, e Angelo Ziccardi. Mentre il direttivo oltre alla segreteria era composta da: Luigi Tammone, Giovanni Distefano, Vincenzo Lafiosca, Salvatore Calbi, Cosimo Vitelli, Dilena, Latorre, Favale, Franco Calviello e Cosimo Antezza.[senza fonte]

L'impegno per la costruzione dell'ospedale[modifica | modifica wikitesto]

Su iniziativa dell'amministrazione comunale, fu redatta nel 1952 la prima pratica per a costruzione di un Ospedale Civile nel territorio di Pisticci. Il consiglio comunale, con la delibera del 29 novembre 1952[senza fonte], affidò una progettazione di un Ospedale dalle capacità di novanta posti letto, successivamente elevati a novantanove, all'Ing. Francesco Vinciguerra, per un importo complessivo di lire 200 milioni, inviata poi al Genio Civile per l'approvazione e conseguente concessione al relativo contributo statale.

Dopo 12 anni, Giannace, sensibile alla soluzione del problema ospedale, partecipò il 23 aprile 1964, in veste di sindaco di Pisticci al Convegno di Studi indetto dal C.N.E.T.N. per gli ospedali incompiuti[senza fonte] ed in quella sede illustrò nei dettagli la delicata e particolare situazione dell'Ospedale di Pisticci. Nel suo articolato intervento parò anche della inadeguatezza della legislazione ospedaliera e della necessità di una ristrutturazione generale di tutta la rete e della istituzione di un piano regionale sanitario[senza fonte].

Membro attivo del Gruppo Comunista alla Regione Basilicata nella Terza Legislatura (1980-1985) il consigliere regionale Giannace presentò un'importante proposta di legge del 20 luglio 1984, dopo ripetute istanze di Giannace e del suo gruppo fu autorizzato l'ampliamento della pianta organica all'Ospedale di Tinchi.

Cariche sindacali e politiche[modifica | modifica wikitesto]

Nel marzo 1953 frequentò la Scuola Sindacale dell'INCA-CGIL a Grottaferrata dove conobbe Giuseppe Di Vittorio. Dal 1946 al 1960 è stato segretario della Camera del Lavoro di Pisticci e componente della segreteria provinciale di Matera del medesimo organismo.

Dal 1958 al 1959 fu segretario provinciale della Federbraccianti di Matera e, dal 1961 al 1990 [senza fonte], dirigente della ConfColtivatori di Pisticci, già Alleanza Contadini, nonché componente degli organismi provinciali e regionali della stessa organizzazione. Iscritto al PCI dal novembre 1944, aderisce subito a Rifondazione Comunista allo scioglimento del PCI in PDS. Dal 1947 al 1986 è stato componente della segreteria e del direttivo della sezione del PCI di Pisticci e dal 1987 al 1990 della sezione di Marconia del PCI. Dal 1950 al 1988, poi, componente del Comitato Federale e Regionale del PCI.

Cariche istituzionali[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1952 viene eletto consigliere comunale, con maggioranza assoluta del PCI ed entrò in giunta come assessore fino al 1956, anno in cui viene eletto anche consigliere provinciale. Quattro anni dopo è riconfermato consigliere comunale e provinciale.

Nell'aprile del 1963 è sindaco di Pisticci, al posto di Nicola Cataldo, eletto al Parlamento. L'anno seguente, ancora consigliere comunale e provinciale, primo tra gli eletti.

Nel 1970 è rieletto consigliere comunale ed è il primo dei non eletti al Consiglio Regionale di Basilicata per tre voti, ma a poco subentrò comunque, ma rifiutò avendo in corso un processo penale. Nelle elezioni politiche del 1979 è candidato alla Camera. Dal 1979 al 1980 ha rappresentato il PCI nel Consiglio di amministrazione dell'ESAB e dal 1980 al 1985 è stato Consigliere Regionale di Basilicata. Consigliere comunale di Pisticci fino al 1990, incaricato dal PCI più volte per studiare i problemi dei lavoratori emigrati: per questo è stato in Canada, Stati Uniti, Germania e Francia. Inoltre è stato componente della Commissione Agraria provinciale e regionale del PCI. Nel 1992 è stato candidato alla Camera per il Partito della Rifondazione Comunista. Nel 1994 è stato candidato al Parlamento Europeo sempre nella lista di Rifondazione Comunista. Nel maggio 2003 è stato insignito del titolo di' Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi[senza fonte].

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio 2003 è stato insignito del titolo di Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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