Dolce vita (periodo)

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Dolce vita di Josef Hirthammer

Con il termine dolce vita ci si riferisce al periodo storico dell'Italia repubblicana compreso tra la fine degli anni cinquanta e l'inizio degli anni sessanta, e, in modo particolare, alle tendenze emerse in quel periodo nella città di Roma, vera e propria capitale della "dolce vita".

Contesto[modifica | modifica wikitesto]

Nei tardi anni cinquanta, Roma è una città viva, ripresasi ormai del tutto dalle sofferenze della Seconda guerra mondiale. Sono gli anni del boom economico, esplode la voglia di vivere e di godersi la bellezza, il clima e i divertimenti di una delle città più belle del mondo. A Cinecittà si girano film italiani ma anche produzioni cinematografiche americane, dato che i costi sono assai più contenuti che a Hollywood. Ma a Roma confluiscono non solo attori e registi, produttori e maestranze del cinema, ma anche avventurieri e intellettuali, artisti e sovrani in esilio.

Spesso si fa coincidere l'inizio della Dolce vita, in modo simbolico, con una particolare evento, una festa privata tenutasi nel ristorante Rugantino di Trastevere[1]. Era il 5 novembre del 1958 e nel ristorante si festeggiava il ventiquattresimo compleanno della contessina Olghina di Robilant. Al termine della festa, la ballerina turco-armena Aïché Nana diede vita a uno spogliarello le cui foto, apparse sul settimanale l'Espresso, scandalizzarono la capitale, documentando un evento che ebbe persino uno strascico giudiziario.

Lo spogliarello di Aïché Nana nella foto di Tazio Secchiaroli del '58 che ispirò una celebre scena della Dolce vita di Fellini

A quella festa erano presenti tutte le tipologie di personaggi che poi emergeranno come tipiche della Dolce vita romana: giornalisti (come il futuro regista e produttore Sergio Pastore), fotografi (come Tazio Secchiaroli, autore delle immagini che ritraevano Aiché Nanà seminuda), press-agent (come Enrico Lucherini, che riuscì a trafugare dal locale, dove era accorsa la polizia, il rullino delle foto di Secchiaroli), esponenti dell'alta società (come il marchese Carlo Durazzo e i principi Pier Francesco Borghese e Andrea Hercolani) e divi del cinema (erano presenti le attrici Anita Ekberg e Laura Betti, che reciteranno entrambe, meno di due anni dopo, nel film-capolavoro felliniano La dolce vita)[1].

Icone di quella Roma, poi esportate nel resto del mondo, furono soprattutto giornalisti e fotografi scandalistici, da allora chiamati paparazzi (termine coniato da due testimoni di quella stagione: Federico Fellini ed Ennio Flaiano, rispettivamente regista e sceneggiatore del film La dolce vita), tra i quali, oltre al già citato Tazio Secchiaroli, vanno ricordati almeno Rino Barillari e Marcello Geppetti, nonché, naturalmente, quelli che oggi chiameremmo i v.i.p.: attori del cinema, "stelline" aspiranti attrici e playboy italiani e stranieri, ma anche personalità come l'ex re egiziano in esilio Farouk (che morirà proprio a Roma nel 1965 alla fine di una cena pantagruelica consumata nel suo ristorante preferito) e altri aristocratici viveur e giocatori d'azzardo.

Non mancava neppure un notevole fermento culturale: ai tavolini dei bar di Piazza del Popolo discutevano intellettuali come Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Alberto Arbasino, Goffredo Parise, i Poeti Novissimi che presentavano gli artisti con le loro poesie, gli scrittori di "neoavanguardia" del Gruppo 63 come Nanni Balestrini e Umberto Eco, giornalisti come Ennio Flaiano, Vittorio Veltroni e Lello Bersani, mentre nelle vicine gallerie d'arte esponevano artisti come Mario Schifano (la pop art americana arriva in Italia nel 1964, alla Biennale di Venezia)[2]. L'ambiente intellettuale non disdegnava il côté mondano: alle feste e alle mostre, nei salotti e nelle terrazze così come in locali come il Piper (dove si esibiranno ed esporranno artisti importanti) i diversi mondi si incontrano e si mescolano.

Fulcro della Dolce vita fu via Veneto, celebre strada della capitale, dove si tenevano le feste più esclusive e chiacchierate. Locali storici di quegli anni sono, nella stessa via Veneto, il Grand Hotel (oggi Westin) Excelsior e i caffè-ristoranti Doney e Café de Paris, ma anche, poco distanti, la discoteca Piper (inaugurata nel 1965 e situata, allora come oggi, nel quartiere Trieste) e il ristorante-club Valle (oggi Valle Club). In genere si fa convenzionalmente terminare il periodo della "dolce vita" con la contestazione studentesca del 1968 e l'autunno caldo del 1969. Tuttavia, anche dopo gli anni sessanta si è spesso tornato a parlare di Dolce vita ogni qual volta Roma è tornata ad essere uno dei centri della vita sociale europea e mondiale: e questo è accaduto, in particolare, all'inizio e verso la metà degli anni novanta[3].

La parola "dolce vita" ha poi continuato a evocare uno stile di vita spensierato e dedito ai piaceri mondani. E due derivati sono attestati: dolcevitaiolo[4] e dolcevitoso[5].

La Roma della Dolce vita è per certi versi speculare alla Milano da bere degli anni ottanta.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Addio Aichè Nanà, con il suo spogliarello nacque la Dolce vita, La Repubblica, Archivio Storico del 23 gennaio 2002, aggiornato il 29 gennaio 2014. URL consultato il 05-02-2014.
  2. ^ http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/08/10/news/c_era_una_volta_roma_da_pascali_a_schifano_l_arte_d_oro_degli_anni_60-93488222/
  3. ^ Millardet, schiaffi da saloon, Corriere della Sera, Archivio dell' 8 ottobre 1994. URL consultato il 05-02-2014 (archiviato dall'url originale il pre 1/1/2016).
  4. ^ Il neologismo dolcevitaiolo, Enciclopedia Treccani. URL consultato il 05-02-2014.
  5. ^ Il neologismo dolcevitoso, Enciclopedia Treccani. URL consultato il 05-02-2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Tullio Kezic, Noi che abbiamo fatto «La dolce vita», Palermo, Sellerio, 2009.
  • Oscar Iarussi, C'era una volta il futuro. L'Italia della Dolce Vita, Bologna, Il Mulino, 2011.
  • Antonio Costa, Federico Fellini. La dolce vita, Torino, Lindau, 2010.
  • Marcella Leone De Andreis, Capri 1959. Vita dolce vita, personaggi, scandali e imprese sull'isola negli anni cinquanta, Capri, Edizioni La Conchiglia, 2014.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]