Ditta

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La ditta è il segno distintivo con il quale l'imprenditore esercita la sua impresa, compie gli atti di impresa, assume obbligazioni, acquista diritti e più in generale diventa punto di riferimento soggettivo dei rapporti giuridici relativi all' impresa.[1]

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

A norma dell'articolo 2563 del codice civile italiano il nome prescelto per questo segno distintivo può coincidere con il nome civile dell'imprenditore o può essere liberamente scelto da quest'ultimo.

La ditta si può distinguere in oggettiva e soggettiva, quella oggettiva si ha nel momento in cui la ditta attraverso un processo di "spersonalizzazione" da indicare l'imprenditore inizia ad identificarsi con l'impresa stessa. E' discusso se l'ordinamento italiano disciplini l'una o l'altra. Sembra comunque che la legge disciplini l'una e l'altra in maniera unitaria.

REQUISITI

La ditta sorge con l'adozione effettiva e pubblica e deve rispettare il principio di verità e il principio di novità. Per verità si intende che la ditta debba corrispondere al nome dell'imprenditore o contenerne almeno il cognome o al limite le iniziali. Ovviamente la ditta oltre che al nome patronimico dell'imprenditore può contenere altri elementi di fantasia (ad esempio "La casa del detersivo di M. Rossi") che non contrastano con il principio di verità ma lo vanno a specificare. Per novità invece si deve intendere il fatto che la ditta deve essere idonea a differenziare in maniera inconfondibile l'imprenditore che la usa da qualsiasi altro. Tra l'altro l'imprenditore ha il diritto all'uso esclusivo della ditta da lui prescelta.

Trascrizione[modifica | modifica wikitesto]

Per le imprese commerciali trova applicazione il principio della priorità della trascrizione nel registro delle imprese.

Circolazione[modifica | modifica wikitesto]

Nel sistema delineato dall'ormai abrogato codice di commercio del 1884 era incerto se il trasferimento della ditta fosse possibile. L'attuale codice civile del 1942 sembra invece aver superato il problema sancendo la trasferibilità della ditta contemporaneamente al trasferimento dell'azienda. Vi è però una differenza tra trasferimento per atto inter vivos e mortis causa, infatti nel primo caso sarà necessario il consenso dell'alienante, nel secondo caso invece la ditta si trasferirà salvo disposizioni testamentarie diverse. Nel caso invece di usufrutto od affitto la ditta si trasferirà necessariamente. In ogni caso il trasferimento deve essere iscritto nel registro delle imprese. Con il trasferimento della ditta il legislatore ne ha salvaguardato il valore economico. I terzi continuano ad essere tutelati in quanto possono conoscere il trasferimento attraverso il registro.[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Manuale di diritto commerciale 2020, Minervini-Graziani.
  2. ^ Graziani, Alessandro, 1900-1953., Manuale diritto commerciale, Wolters Kluwer, 2020, ISBN 978-88-13-37372-6, OCLC 1241188370. URL consultato il 10 maggio 2021.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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