Distruzione creativa

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Folla alla American Union Bank di New York durante una corsa agli sportelli all'inizio della Grande depressione. Marx sosteneva che la svalutazione della ricchezza durante le periodiche crisi finanziarie del capitalismo fosse un risultato inevitabile dei processi di creazione della ricchezza.

La distruzione creativa (in tedesco schöpferische Zerstörung), anche nota come burrasca di Schumpeter, è un concetto delle scienze economiche associato dagli anni cinquanta all'economista austriaco Joseph Schumpeter,[1] che l'ha derivato dal lavoro di Karl Marx rendendola popolare come teoria dell'economia dell'innovazione e del ciclo economico.

Secondo Schumpeter, la "burrasca di distruzione creativa" descrive il "processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall'interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova".[2] Nella teoria economica marxista, il concetto si riferisce più in generale ai processi collegati di accumulazione e distruzione della ricchezza sotto il capitalismo.[3][4][5]

Il sociologo marxista tedesco Werner Sombart è stato accreditato[1] per il primo uso di questi termini nella sua opera Krieg und Kapitalismus (Guerra e capitalismo) del 1913.[6] Nel precedente lavoro di Marx, tuttavia, il concetto di distruzione o annichilamento creativo (in tedesco Vernichtung) implica non solo il fatto che il capitalismo distrugge e riconfigura gli ordini economici precedenti, ma che deve anche svalutare incessantemente la ricchezza esistente (sia attraverso la guerra, l'abbandono o crisi economiche regolari e periodiche) al fine di spianare il terreno per la creazione di nuova ricchezza.[3][4][5]

In Capitalismo, socialismo e democrazia (1942), Joseph Schumpeter sviluppò questo concetto basandosi su un'attenta lettura del pensiero di Marx (a cui è dedicata l'intera prima parte del libro), sostenendo (nella seconda parte) che le forze creativo-distruttive scatenate dal capitalismo porterebbero alla fine alla sua scomparsa come sistema.[7] Nonostante ciò, il termine ha successivamente ottenuto una maggiore popolarità nell'ambito dell'economia neoliberista o del libero mercato, divenendo una descrizione di processi come il ridimensionamento della forza lavoro al fine di aumentare l'efficienza e il dinamismo di un'azienda. La definizione marxista è stata tuttavia mantenuta e ulteriormente sviluppata nel lavoro di scienziati sociali come David Harvey,[8] Marshall Berman,[9] Manuel Castells[10] e Daniele Archibugi.[11]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel pensiero di Marx[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene la definizione moderna di "distruzione creativa" non venga usata in maniera esplicita da Marx, deriva in gran parte dalle sue analisi, in particolare dal lavoro di Werner Sombart (che Engels descrisse come l'unico professore tedesco ad aver compreso Il Capitale di Marx),[12] e di Joseph Schumpeter.

Nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, Karl Marx e Friedrich Engels descrissero le tendenze del capitalismo verso la crisi in termini di "distruzione forzata di una massa di forze produttive":

«La società borghese moderna che mise in movimento così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia a quei maghi, che non sapevano più dominare le potenze infernali, ch’essi aveano evocato. [...] Basta menzionare le crisi commerciali che, per il ritmo periodico, mettono ognor più in questione l’esistenza della società borghese. Ogni crisi distrugge regolarmente, non soltanto una massa di prodotti già creati, ma ancora una grande parte delle stesse forze produttrici. Una epidemia colpisce l’umanità, che nelle epoche precedenti sarebbe sembrata un paradosso: è l’epidemia della sopra-produzione. La società si trova subitamente rigettata in uno stato di momentanea barbarie: si direbbe che una guerra d’esterminio le porta via tutti i mezzi di vita: l’industria ed il commercio sembrano paralizzati. – E perché? – perché la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttrici di cui essa dispone non assicurano più le condizioni della proprietà borghese; al contrario, esse divennero troppo potenti per queste condizioni che mutansi in ostacoli [...]. Come fa la borghesia per superare queste crisi? Da una parte con la distruzione forzata d’una massa di forze produttrici, dall’altra con la conquista dei nuovi mercati e lo sfruttamento più perfetto degli antichi. Cioè essa prepara delle crisi più generali e più terribili, e riduce i mezzi per prevenirle.»

(Karl Marx e Friederich Engels, Il Manifesto del Partito Comunista)

Qualche anno dopo, nelle Grundrisse, Marx scrisse riguardo alla "violenta distruzione del capitale non per via di relazioni esterne ad essa, ma piuttosto come una condizione per la sua autoconservazione".[4] In altre parole, Marx stabilì un legame necessario tra le forze generative o creative della produzione nel capitalismo e la distruzione del valore del capitale come uno dei modi chiave in cui il capitalismo tenta di superare le sue contraddizioni interne:

«Queste contraddizioni portano a esplosioni, cataclismi, crisi, in cui la sospensione [...] momentanea del lavoro e l'annientamento di una grande porzione [...] di capitale la riportano violentemente al punto in cui è abilitata [continua] impiegando pienamente i suoi poteri produttivi senza suicidarsi.[4][13]»

Nelle Teorie del plusvalore (volume IV del Capitale), Marx affinò questa teoria per distinguere gli scenari in cui la distruzione dei valori (delle materie prime) influenza i valori d'uso o di scambio oppure di entrambi.[8] La distruzione del valore di scambio unita alla conservazione del valore d'uso offre chiare opportunità per nuovi investimenti di capitale e quindi per la ripetizione del ciclo di produzione-svalutazione:

«La distruzione del capitale attraverso le crisi porta al deprezzamento dei valori che impedisce loro di rinnovare in seguito il loro processo di riproduzione come capitale sulla stessa scala. Questo è l'effetto rovinoso della caduta dei prezzi delle materie prime. Non provoca la distruzione di alcun valore d'uso. Ciò che uno perde, l'altro guadagna. Ai valori usati come capitale viene impedito di essere usati di nuovo come capitale nelle mani della stessa persona. I vecchi capitalisti falliscono. [...] Una grande parte del capitale nominale della società, vale a dire del valore di scambio del capitale esistente, viene distrutta una volta per tutte, sebbene questa stessa distruzione, poiché non influisce sul valore d'uso, può accelerare molto la nuova riproduzione. Questo è anche il periodo durante il quale l'interesse monetario si arricchisce a spese dell'interesse industriale.»

( Karl Marx, Theories of Surplus-Value: "Volume IV" of Capital, vol. 2, 1969 [1863], pp. 495-496.[14])

Il geografo sociale David Harvey riassume le differenze tra l'uso di questi concetti da parte di Marx e di Schumpeter:

(EN)

«Both Karl Marx and Joseph Schumpeter wrote at length on the 'creative-destructive' tendencies inherent in capitalism. While Marx clearly admired capitalism's creativity he [...] strongly emphasised its self-destructiveness. The Schumpeterians have all along gloried in capitalism's endless creativity while treating the destructiveness as mostly a matter of the normal costs of doing business.»

(IT)

«Sia Karl Marx che Joseph Schumpeter hanno scritto a lungo sulle tendenze 'creative-distruttive' inerenti al capitalismo. Mentre Marx ammirava chiaramente la creatività del capitalismo, egli [... ] ne aveva fortemente enfatizzato l'autodistruttività. Gli schumpeteriani hanno sempre applaudito nella creatività infinita del capitalismo, trattando la distruttività principalmente come una questione dei normali costi per fare affari.»

(Harvey, 2010, p. 46)

Altre applicazioni precedenti[modifica | modifica wikitesto]

Nell'induismo, Siva è contemporaneamente distruttore e creatore, ritratto come Nataraja (Signore della danza), che viene proposto come la fonte della nozione occidentale di "distruzione creativa".[1]

Nell'opera L'origine delle specie, pubblicato nel 1859, Charles Darwin scrisse che "La estinzione di forme antiche è la conseguenza inevitabile della produzione di nuove forme."[15] Un'eccezione importante a tale regola riguarda il modo in cui l'estinzione dei dinosauri ha facilitato la radiazione adattativa dei mammiferi. In questo caso la creazione fu la conseguenza, piuttosto che la causa, della distruzione.

In termini filosofici, il concetto di "distruzione creativa" è vicino al concetto hegeliano dell'Aufheben. Nel discorso economico tedesco, Werner Sombart riprese gli scritti di Marx e nel suo testo del 1913 Krieg und Kapitalismus:[16]

«Ancora una volta, tuttavia, dalla distruzione sorge un nuovo spirito di creazione; la scarsità di legno e le esigenze della vita quotidiana [...] hanno costretto alla scoperta o l'invenzione di sostituti del legno, hanno costretto all'uso del carbone per il riscaldamento, hanno costretto all'invenzione del coke per la produzione di ferro.»

Hugo Reinert sostiene che la formulazione del concetto di Sombart è stata influenzata dal misticismo orientale, in particolare dall'immagine della divinità indù Siva, presentato nell'aspetto paradossale del simultaneo distruttore e creatore.[1] Probabilmente questa influenza derivò da Johann Gottfried Herder, che introdusse il pensiero induista nella filosofia tedesca tramite la sua Filosofia della storia umana (Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit) (Herder 1790-1792), in particolare nel volume III,[1] nonché tramite Arthur Schopenhauer e l'orientalista Friedrich Maier attraverso gli scritti di Friedrich Nietzsche. Nietzsche rappresentava la distruzione creativa della modernità attraverso la mitica figura di Dioniso, una figura che vedeva "distruttivamente creativa" e "creativamente distruttiva" contemporaneamente.[17] Nel seguente passaggio di Genealogia della morale (1887), Nietzsche sostiene il principio universale di un ciclo di creazione e distruzione, in modo tale che ogni atto creativo abbia le sue conseguenze distruttive:

«Ma vi siete mai chiesti a sufficienza quanto è costata l'erezione di ogni ideale sulla terra? Quanta realtà ha dovuto essere fraintesa e calunniata, quante menzogne hanno dovuto essere santificate, quante coscienze disturbate, quanto "Dio" sacrificato ogni volta? Se un tempio deve essere eretto, un tempio deve essere distrutto: questa è la legge - lasciate che chiunque possa mostrarmi un caso in cui non ciò non è successo!»

Tra le altre formulazioni di questo concetto nel corso del XIX secolo vi è quella dell'anarchico russo Michail Bakunin, che nel 1842 scrisse: "La passione per la distruzione è anche una passione creativa!".[18] Da notare, tuttavia, che questa formulazione precedente differisce nettamente dalle formulazioni di Marx e Schumpeter nel suo focalizzarsi sulla distruzione attiva dell'ordine sociale e politico esistente da parte degli esseri umani (al contrario delle forze sistemiche o delle contraddizioni nei casi di Marx e Schumpeter).

Associazione con Joseph Schumpeter[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Ciclo economico § Teoria schumpeteriana.

L'espressione "distruzione creativa" è principalmente associata a Joseph Schumpeter, in particolare nel suo libro Capitalismo, socialismo e democrazia, pubblicato per la prima volta nel 1942. Già nel suo libro Cicli economici del 1939, cercò di affinare le idee innovative di Nikolaj Kondrat'ev e il suo ciclo a onde lunghe che Schumpeter credeva fosse guidato dall'innovazione tecnologica.[19] Tre anni dopo, in Capitalismo, socialismo e democrazia, Schumpeter introdusse il concetto di "distruzione creativa", esplicitamente derivato dal pensiero marxista (analizzato ampiamente nella prima parte del libro) e lo ha usato per descrivere il processo distruttivo di trasformazione che accompagna tale innovazione:

«Il capitalismo [...] è per sua natura una forma o un metodo di cambiamento economico e non solo non lo è mai, ma non può mai essere fermo. [...] L'impulso fondamentale che mette in moto e mantiene acceso il motore capitalista proviene dai nuovi beni di consumo, dai nuovi metodi di produzione o trasporto, dai nuovi mercati, dalle nuove forme di organizzazione industriale che l'impresa capitalista crea.

[...] L'apertura di nuovi mercati, esteri o nazionali, e lo sviluppo organizzativo dalla bottega artigiana e dalla fabbrica a problemi come la U.S. Steel illustrano il processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall'interno, distruggendo incessantemente il vecchio e incessantemente creandone uno nuovo. Questo processo di distruzione creativa è il fatto essenziale del capitalismo. È ciò in cui consiste il capitalismo e dove deve vivere ogni preoccupazione capitalista.

[... Il capitalismo richiede] la tempesta perenne della distruzione creativa.[2]»

Nella visione di Schumpeter del capitalismo, l'ingresso innovativo da parte degli imprenditori era la forza dirompente che sosteneva la crescita economica, anche se distrusse il valore delle aziende e dei lavoratori affermati che godevano di un certo potere monopolistico derivato dai precedenti paradigmi tecnologici, organizzativi, normativi ed economici.[20] Tuttavia, Schumpeter era pessimista riguardo alla sostenibilità di questo processo, visto che alla fine portava a minare le strutture istituzionali proprie del capitalismo:

«Abbattendo la struttura pre-capitalista della società, il capitalismo ha così rotto non solo le barriere che ne impedivano il progresso, ma anche i contrafforti volanti che ne impedivano il collasso. Quel processo, impressionante per la sua implacabile necessità, non era semplicemente una questione di rimozione dei rami secchi istituzionali, ma di rimozione di partner dello strato capitalistico, la simbiosi con cui costituiva un elemento essenziale dello schema capitalista. [...] Il processo capitalista, più o meno allo stesso modo in cui ha distrutto il quadro istituzionale della società feudale, mina anche il suo.[7]»

Esempi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1949, Schumpeter usò come uno dei suoi esempi "la ferrovia del Medio Oriente come era stata iniziata dalla Illinois Central". Scrisse:

«La Illinois Central non significava solamente ottimi affari mentre veniva costruita e mentre nuove città venivano realizzate intorno a essa e alla terra coltivata, ma aveva scritto la condanna a morte per la [vecchia] agricoltura dell'Occidente".»

( J. A. Schumpeter, An economic interpretation of our time: The Lowell Lectures, in The Economics and Sociology of Capitalism, Princeton, N.J., Princeton University Press, 1941, p. 349. Come citato in Esben S. Andersen, Schumpeter and Regional Innovation, in Handbook of Regional Innovation and Growth, P. Cooke, Elgar Publ.)

Le compagnie che una volta avevano rivoluzionato e dominato nuove industrie - come ad esempio la Xerox per le fotocopiatrici[21] o la Polaroid per la fotografia istantanea - hanno visto crollare i loro profitti e svanire il loro dominio quando i concorrenti hanno lanciato progetti migliori o ridotto i costi di produzione. In termini di tecnologia, la musicassetta aveva sostituito la Stereo8, per poi essere rimpiazzata a sua volta dal compact disc, dai download su lettori MP3 e dai servizi di streaming online come Spotify o Deezer.[22] Le aziende che hanno lucrato con una tecnologia che diventa progressivamente obsoleta non sempre riescono ad adattarsi al meglio al contesto economico creato dalle nuove tecnologie.

Un esempio è il modo in cui siti di notizie online supportati dalla pubblicità come il The Huffington Post stanno portando alla distruzione creativa del giornale tradizionale. Il The Christian Science Monitor ha annunciato nel gennaio 2009[23] che non avrebbe più continuato a pubblicare un'edizione cartacea quotidiana, ma che sarebbe stato disponibile online tutti i giorni e avrebbe fornito su carta solo un'edizione cartacea. Il Seattle Post-Intelligencer è diventato completamente online solo nel marzo 2009.[24] A livello nazionale negli Stati Uniti, l'occupazione nel settore dei giornali è scesa da 455 700 nel 1990 a 225 100 nel 2013. Nello stesso periodo, l'occupazione nell'editoria e nella trasmissione via Internet è cresciuta da 29 400 a 121 200.[25]

Infatti, l'innovazione di successo è normalmente una fonte temporanea di potere di mercato, che erode i profitti e la posizione delle vecchie imprese ma che alla fine cede alla pressione delle nuove invenzioni commercializzate dai concorrenti in competizione. La distruzione creativa è un importante concetto economico in grado di spiegare molte delle dinamiche o cinetiche del cambiamento industriale: la transizione da un mercato competitivo a un mercato monopolistico e viceversa.[20] È stata l'ispirazione della teoria della crescita endogena e anche dell'economia evolutiva.[26]

David Ames Wells, che era un'autorità importante riguardo agli effetti della tecnologia sull'economia alla fine del XIX secolo, fornì molti esempi di distruzione creativa (senza usare però questo termine) causata dai miglioramenti nell'efficienza del motore a vapore, nelle spedizioni, nella rete telegrafica internazionale e nella meccanizzazione agricola.[27]

Sviluppi successivi[modifica | modifica wikitesto]

Ludwig Lachmann[modifica | modifica wikitesto]

«Questi fatti economici hanno determinate conseguenze sociali. Dato che i critici dell'economia di mercato preferiscono oggigiorno di prendere le difese su questioni "sociali", può non essere appropriato chiarire qui i veri risultati sociali del processo di mercato. Ne abbiamo già parlato come un processo di livellamento. In maniera più giusta, possiamo adesso descrivere questi risultati come in esempio di ciò che Pareto chiamava "la circolazione delle élite". La ricchezza difficilmente resta per molto tempo nelle stesse mani. Passa di mano in mano non appena un cambiamento improvviso conferisce una valore, ora su questo, ora su quella specifica risorsa, generando guadagni e perdite di capitale. I proprietari della ricchezza, potremmo dirlo con Schumpeter, sono come gli ospiti in un hotel o i passeggeri in un treno: sono sempre lì ma non sono mai per molto le stesse persone.»

( Ludwig Lachmann, The Market Economy and the Distribution of Wealth, su oll.libertyfund.org.)

David Harvey[modifica | modifica wikitesto]

Il geografo e storico David Harvey in una serie di opere pubblicate dagli anni settanta in poi ( Social Justice and the City, 1973;[28] The Limits to Capital, 1982;[29] The Urbanization of Capital, 1985;[30] Spaces of Hope, 2000;[31] Spaces of Capital, 2001;[32] Spaces of Neoliberalization, 2005;[33] The Enigma of Capital and the Crises of Capitalism, 2010[34]), ha elaborato il pensiero di Marx sulle contraddizioni sistemiche del capitalismo, in particolare in relazione alla produzione dell'ambiente urbano (e alla produzione dello spazio in senso lato). Secondo Harvey, il capitalismo trova un aggiustamento spaziale ("spatial fix")[35] per le sue periodiche crisi di accumulo eccessivo attraverso investimenti in immobilizzazioni come infrastrutture, edifici, eccetera:

(EN)

«The built environment that constitutes a vast field of collective means of production and consumption absorbs huge amounts of capital in both its construction and its maintenance. Urbanization is one way to absorb the capital surplus.»

(IT)

«L'ambiente costruito, che costituisce un vasto campo di mezzi collettivi di produzione e di consumo assorbe enormi quantità di capitale sia nella sua costruzione che nella sua manutenzione. L'urbanizzazione è un modo per assorbire il surplus di capitale.»

(Harvey, 2010, p. 85)

Mentre la creazione dell'ambiente costruito può agire come una forma di spostamento della crisi, può anche costituire un limite a sé stante poiché tende a congelare le forze produttive in una forma spaziale fissa. Poiché il capitale non può rispettare un limite alla redditività, ne derivano forme sempre più frenetiche di "compressione spazio-temporale"[36] (maggiore velocità di turnover, innovazione di infrastrutture di trasporto e comunicazione sempre più veloci, "accumulazione flessibile"[37]), accelerando l'innovazione tecnologica. Quest'ultima costituisce tuttavia un'arma a doppio taglio:

(EN)

«The effect of continuous innovation [...] is to devalue, if not destroy, past investments and labour skills. Creative destruction is embedded within the circulation of capital itself. Innovation exacerbates instability, insecurity, and in the end, becomes the prime force pushing capitalism into periodic paroxysms of crisis. [...] The struggle to maintain profitability sends capitalists racing off to explore all kinds of other possibilities. New product lines are opened up, and that means the creation of new wants and needs. Capitalists are forced to redouble their efforts to create new needs in others [...]. The result is to exacerbate insecurity and instability, as masses of capital and workers shift from one line of production to another, leaving whole sectors devastated [...]. The drive to relocate to more advantageous places (the geographical movement of both capital and labour) periodically revolutionizes the international and territorial division of labour, adding a vital geographical dimension to the insecurity. The resultant transformation in the experience of space and place is matched by revolutions in the time dimension, as capitalists strive to reduce the turnover time of their capital to "the twinkling of an eye".»

(IT)

«L'effetto dell'innovazione continua [...] è la svalutazione, se non la distruzione, degli investimenti e delle abilità lavorative del passato. La "distruzione creativa" è inserita nel circolo del capitale stesso. L'innovazione esacerba l'instabilità, l'insicurezza, e infine, diventa la forza primaria che spinge il capitalismo verso i periodici parossismi della crisi. [...] Lo sforzo di mantenere la redditività porta i capitalisti a correre per esplorare tutti le tipologie delle altre possibilità. Vengono aperte nuove linee di prodotti, e ciò comporta la creazione di nuove esigenze e bisogni. I capitalisti sono costretti a raddoppiare i loro sforzi per creare nuovi bisogni in altri [...]. Il risultato è l'esacerbazione dell'insicurezza e dell'instabilità, dato che masse di capitale e lavoratori si spostano da una linea di produzione all'altra, lasciando interi settori devastati [...]. La spinta a ricollocare verso luoghi più vantaggiosi (lo spostamento geografico del capitale e del lavoro) rivoluziona periodicamente la divisione internazionale e territoriale del lavoro, aggiungendo una dimensione geografica vitale all'insicurezza. La trasformazione risultante nell'esperienza dello spazio e del luogo è abbinata dalle rivoluzioni nella dimensione temporale, dato che i capitalisti lottano per ridurre il periodo di turnover del loro capitale a "un battito di ciglia".»

(Harvey, 1995, pp. 105–106)

La globalizzazione può essere vista come una forma finale di compressione spazio-temporale, che consente agli investimenti di capitale di muoversi quasi istantaneamente da un punto all'altro del globo, svalutando le immobilizzazioni, licenziando i lavoratori di un agglomerato urbano e aprendo così nuovi centri di produzione in siti più redditizi. Di conseguenza, in questo continuo processo di distruzione creativa, il capitalismo non risolve né le sue contraddizioni né le crisi, ma semplicemente "le sposta geograficamente".[38]

Marshall Berman[modifica | modifica wikitesto]

Nel suo libro del 1987 All That is Solid Melts into Air: The Experience of Modernity,[9] in particolare nel capitolo Innovative Self-Destruction, Marshall Berman fornisce una lettura della "distruzione creativa" marxista per spiegare i processi chiave in atto nella modernità. Il titolo del libro è tratto da un noto passaggio del Manifesto del Partito Comunista che Berman elabora in una specie di Zeitgeist dalle profonde conseguenze sociali e culturali:

(EN)

«The truth of the matter, as Marx sees, is that everything that bourgeois society builds is built to be torn down. "All that is solid"—from the clothes on our backs to the looms and mills that weave them, to the men and women who work the machines, to the houses and neighborhoods the workers live in, to the firms and corporations that exploit the workers, to the towns and cities and whole regions and even nations that embrace them all—all these are made to be broken tomorrow, smashed or shredded or pulverized or dissolved, so they can be recycled or replaced next week, and the whole process can go on again and again, hopefully forever, in ever more profitable forms. The pathos of all bourgeois monuments is that their material strength and solidity actually count for nothing and carry no weight at all, that they are blown away like frail reeds by the very forces of capitalist development that they celebrate. Even the most beautiful and impressive bourgeois buildings and public works are disposable, capitalized for fast depreciation and planned to be obsolete, closer in their social functions to tents and encampments than to "Egyptian pyramids, Roman aqueducts, Gothic cathedrals".»

(IT)

«La verità della materia, come constatato da Marx, è quella secondo cui qualsiasi cosa che le società borghese costruisce è realizzata per essere abbattuta. "Tutto ciò che è solido" - dai vestiti sulle nostre schiene ai telai e ai mulini che li tessono, agli uomini e alle donne che azionano le macchine, alle case e ai quartieri dove vivono gli operai, alle aziende e corporazioni che sfruttano i lavoratori, ai paesi e alle città e a intere regioni e persino nazioni che racchiudono tutto - tutto questo è fatto per essere rotto in futuro, distrutto o triturato o polverizzato o dissolto, così può essere riciclato e sostituito la settimana successiva, e l'intero processo può continuare ancora e ancora, si spera per sempre, in forme sempre più redditizie. Il pathos di tutti i monumenti borghesi è che la loro forza e solidità materiale in verità non conta niente e non porta alcun peso, che loro sono spazzati via come canne fragili dalle molte forze dello sviluppo capitalista che celebrano. Anche gli edifici e le opere pubbliche borghesi più belle e maestose sono monouso, capitalizzate per il veloce deterioramento e pianificate per essere obsolete, più vicine nelle loro funzioni sociali alle tende o agli accampamenti piuttosto che a "piramidi egizie, acquedotti romani, cattedrali gotiche".»

(Berman, p. 99)

Berman enfatizza quindi la percezione di Marx della fragilità e dell'evanescenza delle immense forze creative del capitalismo, e trasforma questa apparente contraddizione in una delle figure chiave esplicative della modernità.

Manuel Castells[modifica | modifica wikitesto]

Il sociologo Manuel Castells, nella sua trilogia su The Information Age: Economy, Society and Culture (il cui primo volume, The Rise of the Network Society, è apparso nel 1996),[10] ha reinterpretato i processi attraverso i quali il capitalismo investe in alcune regioni del globo mentre disinveste in altri, utilizzando il nuovo paradigma di "reti informative". Nell'era della globalizzazione, il capitalismo è caratterizzato da un flusso quasi istantaneo che crea una nuova dimensione spaziale, "lo spazio dei flussi".[39] Mentre l'innovazione tecnologica ha permesso questa fluidità senza precedenti, proprio questo processo rende ridondanti intere aree e popolazioni che sono escluse dalle reti informative. Infatti, secondo Castells la nuova forma spaziale della megalopoli possiede la qualità contraddittoria di essere "collegata globalmente e scollegata localmente, fisicamente e socialmente".[40] Castells unisce questi argomenti alla nozione di distruzione creativa:

(EN)

«The "spirit of informationalism" is the culture of "creative destruction" accelerated to the speed of the optoelectronic circuits that process its signals. Schumpeter meets Weber in the cyberspace of the network enterprise.»

(IT)

«Lo "spirito dell'interazionalismo" è la cultura della "distruzione creativa" accelerata alla velocità dei circuiti optoelettronici che elaborano i suoi segnali. Schumpeter incontra Weber nello cyberspazio dell'impresa di rete.»

(Castells, p. 199[41])

Daniele Archibugi[modifica | modifica wikitesto]

Sviluppando l'eredità schumpeteriana, il Science Policy Research Unit dell'Università del Sussex ha ulteriormente analizzato l'importanza della distruzione creativa esplorando, in particolare, come le nuove tecnologie sono spesso idiosincratiche con i regimi produttivi esistenti e portano ad aziende fallimentari e persino industrie che non riescono a sostenere il cambiamento. Queste intuizioni sono state sviluppate da Christopher Freeman[42] e Carlota Perez,[43] mentre Daniele Archibugi e Andrea Filippetti hanno associato la crisi del 2008 al rallentamento dello sviluppo delle nuove opportunità offerte dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT).[11] Usando come metafora il film Blade Runner, Archibugi ha sostenuto che delle innovazioni descritte nel film del 1982, tutte quelle associate alle ICT sono diventate parte della vita quotidiana negli anni successivi. Al contrario, nessuna di quelle nel campo della biotecnologia è stato completamente commercializzata. Una nuova ripresa economica avverrà quando saranno identificate e sostenute alcune opportunità tecnologiche chiave.[44]

(EN)

«Technological opportunities do not enter into economic and social life without deliberate efforts and choices. We should be able to envisage new forms of organization associated with emerging technology. ICTs have already changed our lifestyle even more than our economic life: they have generated jobs and profits, but above all they have transformed the way we use our time and interact with the world. Biotech could bring about even more radical social transformations at the core of our life. Why have these not yet been delivered? What can be done to unleash their potential? There are a few basic questions that need to be addressed.»

(IT)

«Le opportunità tecnologiche non entrano nella vita economica e sociale senza deliberare sforzi e scelte. Dobbiamo essere in grado di prevedere nuove forme di organizzazione associate con la tecnologia emergente. Le ICT hanno già cambiato il nostro stile di vita anche più della nostra vita economica: hanno generato lavori e profitti, ma hanno trasformato innanzitutto il modo in cui usiamo il nostro tempo e interagiamo con il mondo. Le biotecnologie possono portare a trasformazioni sociali ancora più radicali al nucleo della nostra vita. Perché non sono state ancora consegnate? Cosa si può fare per scatenare il loro potenziale? Ci sono alcune questione di base che devono essere affrontate.»

(Daniele Archibugi, Blade Runner Economics.)

Altri[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1992, l'idea della distruzione creativa fu posta in termini matematici formali da Philippe Aghion e Peter Howitt,[45] dando un modello alternativo della crescita endogena rispetto al modello della varietà in espansione di Paul Romer.

L'idea della "distruzione creativa" è stata utilizzata da Max Page nel suo libro del 1999 The Creative Destruction of Manhattan, 1900-1940, dove ripercorre la costante reinvenzione di Manhattan, spesso avvenuta al costo di preservare un passato concreto. Descrivendo questo processo come una forma di "distruzione creativa", Page descrive le complesse circostanze storiche, le condizioni economiche e sociali e le personalità che hanno portato a cambiamenti cruciali nel paesaggio urbano di Manhattan.[46]

Oltre a Max Page, altri hanno usato il concetto di "distruzione creativa" per descrivere il processo di rinnovamento e ammodernamento urbano. T. C. Chang e Shirlena Huang hanno fatto riferimento alla "distruzione creativa" nel loro articolo Recreating place, replacing memory: Creative Destruction at the Singapore River. Gli autori hanno studiato gli sforzi per riqualificare un'area lungo il fiume Singapore che riflettevano una nuova cultura vibrante e allo stesso tempo rendevano omaggio alla storia della regione.[47] Rosemary Wakeman ha raccontato l'evoluzione di un'area nel centro di Parigi, in Francia nota come Les Halles. A partire dal XII secolo, questa zona ospitava un vivace mercato ma nel 1971 le bancarelle furono spostate e i padiglioni abbattuti. Al loro posto, fu costruito un nuovo hub per treni, metropolitane e autobus. Les Halles è anche il sito del più grande centro commerciale in Francia e del Centre Georges Pompidou.[48]

Il termine "distruzione creativa" è stato applicato anche nelle arti. Alan Ackerman e Martin Puncher (2006) hanno curato una raccolta di saggi dal titolo Against Theater: Creative destruction on the modernist stage dove descrivono in dettaglio i cambiamenti e le motivazioni causali avvenuti nel teatro a seguito della modernizzazione sia della produzione di spettacoli che dell'economia sottostante. Nel libro si discute su come il teatro si è reinventato di fronte all'anti-teatralità, estendendo i confini del tradizionale in modo da includere più produzioni fisiche che avrebbero potuto essere considerate come tecniche di messa in scena d'avanguardia.[49]

Nel suo libro del 1999, Still the New World, American Literature in a Culture of Creative Destruction, Philip Fisher analizza i temi della distruzione creativa in atto nelle opere letterarie del XX secolo, comprese le opere di autori statunitensi come Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Herman Melville, Mark Twain e Henry James. Fisher sostiene che la distruzione creativa esiste all'interno di forme letterarie proprio come nel cambiamento della tecnologia.[50]

L'autore neoconservatore Michael Ledeen sostiene nel suo libro del 2002 The War Against the Terror Masters che gli USA rappresentano una nazione rivoluzionaria che annulla le società tradizionali: "La distruzione creativa è il nostro secondo nome, sia all'interno della nostra società che all'estero. Abbattiamo il vecchio ordine ogni giorno, dagli affari alla scienza, dalla letteratura, all'arte, all'architettura e al cinema, alla politica e al diritto". La sua caratterizzazione della distruzione creativa come modello per lo sviluppo sociale ha incontrato una forte opposizione da parte dei paleoconservatori.[51]

La distruzione creativa è stata anche collegata allo sviluppo sostenibile: tale connessione è stata esplicitamente menzionata per la prima volta da Stuart L. Hart e Mark B. Milstein nel loro articolo del 1999 Global Sustainability and the Creative Destruction of Industries,[52] in cui si sostiene che le nuove opportunità di profitto risiedono in un ciclo di distruzione creativa guidata dalla sostenibilità globale. Questa argomentazione sarebbe stata successivamente rafforzato nel loro articolo del 2003 Creating Sustainable Value[53] e nel 2005 con Innovation, Creative Destruction and Sustainability.[54] Andrea L. Larson si è mostrato favorevole a questa visione pubblicando un anno dopo Sustainable Innovation Through an Entrepreneurship Lens,[55] dove afferma che gli imprenditori dovrebbero essere aperti alle opportunità di miglioramento dirompente basato sulla sostenibilità. Nel 2005, James Hartshorn ha sottolineato le opportunità di miglioramento sostenibile e dirompente nel settore delle costruzioni nel suo articolo Creative Destruction: Building Toward Sustainability.[56]

Alcuni economisti sostengono che la componente distruttiva della distruzione creativa è diventata sempre più potente nel corso degli anni, mentre la componente creativa non aggiunge più molto alla crescita come avvenuto nelle generazioni precedenti e l'innovazione è diventata più una ricerca del guadagno che la creazione di valore.[57]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Hugo e Erik Reinert, pp. 55–85.
  2. ^ a b Schumpeter, pp. 82–83.
  3. ^ a b Karl Marx e Friedrich Engels, The Communist Manifesto, a cura di Samuel Moore (trans. 1888), Harmondsworth, Penguin, 2002 [1848], p. 226, ISBN 978-0-14-044757-6.
  4. ^ a b c d Karl Marx, Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy (rough draft), traduzione di Martin Nicolaus (1973), Harmondsworth, UK, Penguin, 1993 [1857], p. 750, ISBN 978-0-14-044575-6.
  5. ^ a b Karl Marx, Theories of Surplus-Value: "Volume IV" of Capital, vol. 2, Londra, Lawrence & Wishart, 1969 [1863], pp. 495–496.
  6. ^ Descrivendo il modo in cui la distruzione delle foreste in Europa abbia posto le fondamenta per il capitalismo del XIX secolo, Sombart scrive:
    (DE)

    «Wiederum aber steigt aus der Zerstörung neuer schöpferischer Geist empor»

    (IT)

    «Di nuovo, tuttavia, dalla distruzione sorge un nuovo spirito della creazione»

    ( Werner Sombart, Krieg und Kapitalismus (TXT), Monaco, 1913, p. 207, ISBN 978-0-405-06539-2.)
  7. ^ a b Schumpeter, p. 139.
  8. ^ a b Harvey, 1982, pp. 200–203.
  9. ^ a b Berman.
  10. ^ a b Manuel Castells, The Rise of the Network Society, 2ndª ed., Oxford, Blackwell Publishers, 2000 [1996], ISBN 978-0-631-22140-1.
  11. ^ a b Innovation and Economic Crisis.
  12. ^ Abram L. Harris, Sombart and German (National) Socialism, in Journal of Political Economy, vol. 50, nº 6, 1942, pp. 805–835, DOI:10.1086/255964.
  13. ^ Per un'ulteriore discussione del concetto di dibattito creativo nel Grundrisse, consultare J. E. Elliott, Marx's "Grundrisse": Vision of Capitalism's Creative Destruction, in Journal of Post Keynesian Economics, vol. 1, nº 2, 1978, pp. 148–169, DOI:10.1080/01603477.1978.11489107.
  14. ^ Per un ulteriore spiegazione di queste citazioni, consultare Harvey, 1982, pp. 200–203.
  15. ^ Charles Darwin, Capo XI: Sommario, in Sulla origine delle specie per elezione naturale, ovvero conservazione delle razze perfezionate nella lotta per l'esistenza, traduzione di Giovanni Canestrini, 1864 [1859].
  16. ^ Werner Sombart, Krieg und Kapitalismus, Lipsia, Duncker & Humblot, 1913, p. 207.
  17. ^ Malcolm Bradbury e James McFarlane, Modernism: A Guide to European Literature 1890–1930, Harmondsworth, Penguin, 1976, p. 446, ISBN 978-0-14-013832-0.
  18. ^ (EN) The Reaction in Germany, From the Notebooks of a Frenchman, su marxists.org, ottobre 1842.
  19. ^ Thomas K. McKraw, Business History Review 80 (PDF), Londra, Cambridge Journals Online, 2006, p. 239. URL consultato l'11 agosto 2019 (archiviato dall'url originale il 26 febbraio 2008).
  20. ^ a b J. Gregory Sidak e David J. Teece, Dynamic Competition in Antitrust Law, in Journal of Competition Law & Economics, vol. 5, nº 4, 2009, pp. 581–631, DOI:10.1093/joclec/nhp024.
  21. ^ (EN) John M. de Figueiredo e Margaret K. Kyle, Surviving the Gales of Creative Destruction: The Determinants of Product Turnover (PDF), su faculty.london.edu, 10 maggio 2011 (archiviato dall'url originale il 28 febbraio 2011).
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  31. ^ David Harvey, Spaces of Hope, 2000, ISBN 978-0-520-22578-7.
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  33. ^ David Harvey, Spaces of Neoliberalization: Towards a Theory of Uneven Geographical Development, 2005, ISBN 978-3-515-08746-9.
  34. ^ Harvey, 2010.
  35. ^ Vedere in particolare The Spatial Fix: Hegel, Von Thünen and Marx in Harvey, 2001, pp. 284–311
  36. ^ Harvey, 1995, pp. 240–323.
  37. ^ Harvey, 1995, p. 147.
  38. ^ (EN) RSA Animate – Crisis of Capitalism, su comment.rsablogs.org.uk, 28 giugno 2010 (archiviato dall'url originale il 4 luglio 2010).
  39. ^ Castells, pp. 376–428.
  40. ^ Castells, p. 404.
  41. ^ Per un'ulteriore discussione, vedere anche Robert Harding, Manuel Castells' Technocultural Epoch in "The Information Age", in Science Fiction Studies, vol. 33, nº 1, marzo 2006, pp. 18–29, ISSN 0091-7729 (WC · ACNP), JSTOR 4241406.
  42. ^ Christopher Freeman e Francisco Louça, As Time Goes By: From the Industrial Revolutions to the Information Revolution, Oxford University Press, 2001.
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  44. ^ Blade Runner Economics.
  45. ^ Aghion e Howitt, 1992.
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  51. ^ (EN) John Laughland, Flirting with Fascism. Neocon theorist Michael Ledeen draws more from Italian fascism than from the American Right, in American Conservative, 30 giugno 2003.
  52. ^ Stuart Hart e Mark Milstein, Global Sustainability and the Creative Destruction of Industries, in Sloan Management Review, vol. 41, nº 1, 1999, pp. 23-33.
  53. ^ Stuart L. Hart e Mark B. Milstein, Creating Sustainable Value, in Academy of Management Executive, vol. 17, nº 2, 2003, pp. 56–67, DOI:10.5465/AME.2003.10025194.
  54. ^ Stuart L. Hart, Innovation, Creative Destruction and Sustainability, in Research Technology Management, vol. 48, nº 5, 2005, pp. 21–27, DOI:10.1080/08956308.2005.11657334.
  55. ^ Andrea L. Larson, <304::AID-BSE255>3.0.CO;2-O Sustainable Innovation Through an Entrepreneurship Lens, in Business Strategy and the Environment, vol. 9, nº 5, 2000, pp. 304-317, DOI:10.1002/1099-0836(200009/10)9:5<304::AID-BSE255>3.0.CO;2-O.
  56. ^ James Hartshorn, Michael Maher e Jack Crooks, Creative Destruction: Building Toward Sustainability, in Canadian Journal of Civil Engineering, vol. 32, nº 1, 2005, pp. 170-180, DOI:10.1139/l04-119.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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