Diocesi di Vallo della Lucania

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Diocesi di Vallo della Lucania
Dioecesis Vallensis in Lucania
Chiesa latina
Facciata chiesa di san pantaleone.jpg
Suffraganea dell' arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno
Regione ecclesiastica Campania
Mappa della diocesi
Collocazione geografica
Collocazione geografica della diocesi
Vescovo Ciro Miniero
Vicario generale Francesco Pecoraro
Sacerdoti 98 di cui 83 secolari e 15 regolari
1.612 battezzati per sacerdote
Religiosi 15 uomini, 72 donne
Diaconi 9 permanenti
Abitanti 163.800
Battezzati 158.000 (96,5% del totale)
Superficie 1.562 km² in Italia
Parrocchie 139 (5 vicariati)
Erezione V secolo
Rito romano
Cattedrale San Pantaleone
Santi patroni San Pantaleone
San Costabile
Indirizzo Piazza dei Martiri, 84078 Vallo della Lucania [Salerno], Italia
Sito web www.diocesivallodellalucania.it
Dati dall'Annuario pontificio 2015 (ch · gc)
Chiesa cattolica in Italia
L'antica cattedrale di Capaccio, oggi santuario diocesano, dedicata alla Madonna del Granato.
L'antica cattedrale di Paestum, dedicata a Maria Santissima Annunziata.

La diocesi di Vallo della Lucania (in latino: Dioecesis Vallensis in Lucania) è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell'arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, appartenente alla regione ecclesiastica Campania. Nel 2014 contava 158.000 battezzati su 163.800 abitanti. È retta dal vescovo Ciro Miniero.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

La diocesi comprende 54 comuni della provincia di Salerno: Agropoli, Albanella, Alfano, Altavilla Silentina, Ascea, Campora, Cannalonga, Capaccio Paestum, Casal Velino, Castellabate, Castelnuovo Cilento, Castel San Lorenzo, Centola, Ceraso, Cicerale, Cuccaro Vetere, Felitto, Futani, Gioi, Giungano, Laureana Cilento, Laurino, Laurito, Lustra, Magliano Vetere, Moio della Civitella, Montano Antilia, Montecorice, Monteforte Cilento, Novi Velia, Ogliastro Cilento, Omignano, Orria, Perdifumo, Perito, Piaggine, Pisciotta, Pollica, Prignano Cilento, Roccadaspide, Rofrano, Rutino, Sacco, Salento, San Mauro Cilento, San Mauro la Bruca, Sessa Cilento, Serramezzana, Stella Cilento, Stio, Torchiara, Trentinara, Valle dell'Angelo, Vallo della Lucania.

Sede vescovile è la città di Vallo della Lucania, dove si trova la cattedrale di San Pantaleone. A Capaccio e a Paestum sorgono le ex cattedrali, dedicate rispettivamente alla Madonna del Granato e a Maria Santissima Annunziata. A Castellabate si trova la basilica minore di Santa Maria Assunta, nota come basilica pontificia di Santa Maria de Gulia.

Il territorio si estende su 1.562 km² ed è suddiviso in 139 parrocchie, raggruppate in cinque vicariati: Cervati-Calore, Paestum-Tresino, Castellabate-Cilento, Gelbison-Alento, Velia-Mingardo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'odierna diocesi trae la sua origine dall'antica diocesi di Paestum; i primi riscontri storici dell'esistenza di un vescovo per questa sede risalgono ai sinodi romani indetti da papa Simmaco nel 499 e nel 501, dove prese parte il vescovo Fiorenzo.[1] Alcuni autori, tra cui Lanzoni, Duchesne e Kehr, ritengono che il vescovo Felice di Agropoli, al quale nel 592 Gregorio Magno comanda la visita apostolica delle vicine diocesi di Velia, Blanda e Bussento, rimaste senza pastore, sia un vescovo pestano che, a causa dell'invasione dei Longobardi, si rifugiò nel castrum di Agropoli, presidio militare greco. Tra i vescovi presenti al concilio romano indetto nel 649 da papa Martino I, ci fu anche il vescovo pestano Giovanni. Alla sede di Paestum furono probabilmente unite, dopo l'VIII secolo, la diocesi di Marcelliano (o Consilino), di cui sono noti tre vescovi,[2] e la diocesi di Velia, menzionata nelle lettere di Gregorio Magno.

Dell'antica diocesi rimane la cattedrale, oggi sconsacrata e recentemente restaurata, dedicata a Maria Annunziata, già esistente all'epoca di papa Gregorio Magno, ma in seguito abbandonata.[3] Infatti la città di Paestum, a causa prima dell'insalubrità dell'ambiente e poi delle incursioni dei saraceni nel IX secolo, fu progressivamente abbandonata e i suoi abitanti si rifugiarono sui monti vicini, dando origine alla città di Caput Aquae, dal quale probabilmente deriva il toponimo Capaccio.

Anche i vescovi si trasferirono a Capaccio, benché non si conosca il periodo esatto del trasferimento della sede vescovile, che sembra comunque collocarsi nel corso del X secolo.[4] Tuttavia continuarono ad intitolarsi "vescovi di Paestum" fino alla metà circa del XII secolo; i primi ad intitolarsi episcopi Caputaquensis furono Alfano nel 1126, Celso nel 1156 e Leonardo nel 1159.[5]

La diocesi era molto vasta e comprendeva quasi tutto il Cilento e il Vallo di Diano. Questo rendeva difficile, se non impossibile, una efficiente organizzazione ecclesiastica del territorio, e la presenza cristiana fu garantita soprattutto grazie all'opera dei monasteri greco-bizantini prima e dei benedettini poi. La diocesi faceva parte della provincia ecclesiastica dell'arcidiocesi di Salerno.

«Nella prima metà del Cinquecento la diocesi occupava un territorio di circa 2500 km², aspro e impervio, abitato da una popolazione di circa 50.000 anime, distribuite in 116 piccoli centri, quasi tutti monoparrocchiali».[6]

Dopo il concilio di Trento, il 17 luglio 1586 la residenza vescovile fu trasferita a Diano, dove fu eretta in cattedrale la chiesa di Santa Maria Maggiore; la diocesi tuttavia mantenne l'antico titolo di Capaccio. In seguito i vescovi mossero ancora la propria residenza a Sala Consilina (1627), poi a Pisciotta, quindi a Capaccio Nuova e infine a Novi Velia (1845): questi continui trasferimenti sono un chiaro indizio che la diocesi non aveva una sede stabile né un'unica cattedrale. A Sala Consilina e a Novi Velia si trovavano inoltre due diverse curie.

Al concilio tridentino prese parte il vescovo Enrico Loffredo (1531-1547), che si distinse per la sua ferma presa di posizione a favore delle riforme; fu tra le vittime del tifo che si diffuse a Trento nel corso del 1547. Il primo seminario vescovile fu istituito il 22 dicembre 1564 a Teggiano dal vescovo Paolo Emilio Verallo (1553-1574) e fu uno dei primi seminari istituiti dopo le disposizioni tridentine; un secondo seminario fu eretto in Novi nel 1804 da Filippo Speranza. Allo stesso vescovo Verallo si deve la convocazione del primo sinodo diocesano, celebrato a Padula nel 1567.

A causa della vastità del territorio e per porre rimedio alle difficoltà incontrate dai vescovi "senza fissa dimora", il 21 settembre 1850 papa Pio IX decretò l'erezione della diocesi di Diano (oggi diocesi di Teggiano-Policastro), assegnando alla nuova diocesi tutta la parte orientale della diocesi di Capaccio. Contestualmente fu soppressa l'abbazia nullius di Bosco, e i territori di Eremiti[7], San Nicola e San Nazario[8] furono annessi alla diocesi di Capaccio.

L'anno seguente, il 16 luglio 1851 con la bolla Cum propter iustitiae dilectionem[9] il medesimo papa stabilì definitivamente la residenza vescovile dei vescovi di Capaccio a Vallo, dove la chiesa di San Pantaleone divenne la nuova cattedrale, che sarà consacrata il 5 maggio 1878; contestualmente la sede assunse il nome di diocesi di Capaccio e Vallo (Caputaquensis et Vallensis).[10]

Un momento difficile per la diocesi coincise con l'episcopato di Giovanni Francesco Siciliani (1859-1876), costretto all'esilio per circa dieci anni, mentre la diocesi doveva subire l'incameramento dei beni ecclesiastici previsto dalle leggi eversive del 1866 e 1867.

Il seminario vescovile di Teggiano si trovava allora fuori dai confini diocesani e il 15 maggio 1870 il vescovo Siciliani pose la prima pietra di un nuovo seminario a Novi Velia. Nel 1930 fu inaugurato dal vescovo Francesco Cammarota un nuovo seminario a Vallo; lo stesso vescovo celebrò un sinodo diocesano nel 1921. Il vescovo Paolo Jacuzio (1900-1917) fondò nel 1913 la Cassa rurale depositi e prestiti San Pantaleone, e diede un impulso decisivo alla diffusione dell'Azione cattolica in diocesi.

Il 24 novembre 1945 la diocesi cambiò nuovamente nome a favore di diocesi di Vallo di Lucania (in latino: Vallensis in Lucania). Il 30 settembre 1986 ha assunto il nome italiano attuale.

L'8 dicembre 1978 il vescovo Giuseppe Casale istituisce il Museo e la Pinacoteca diocesana, per salvaguardare e incrementare il patrimonio storico e artistico della diocesi, collocandolo al primo piano del seminario.[11] Nello stesso edificio hanno trovato la loro sede l'Istituto Superiore di Scienze Religiose "San Massimiliano Maria Kolbe", per la formazione teologica, biblica e spirituale dei laici; e gli archivi diocesani.

Il 15 ottobre 1979 la diocesi ha ingrandito il proprio territorio con l'annessione di 15 parrocchie, fino a quel momento dipendenti dagli abati della Santissima Trinità di Cava de' Tirreni.[12]

Cronotassi dei vescovi[modifica | modifica wikitesto]

Stemma dell'attuale vescovo Ciro Miniero.

Prelati oriundi della diocesi[modifica | modifica wikitesto]

Statistiche[modifica | modifica wikitesto]

La diocesi al termine dell'anno 2014 su una popolazione di 163.800 persone contava 158.000 battezzati, corrispondenti al 96,5% del totale.

anno popolazione sacerdoti diaconi religiosi parrocchie
battezzati totale % numero secolari regolari battezzati per sacerdote uomini donne
1950 151.000 151.000 100,0 118 90 28 1.279 33 133 107
1969 160.260 160.302 100,0 123 98 25 1.302 30 169 95
1980 153.100 154.772 98,9 126 105 21 1.215 23 167 135
1990 161.000 162.000 99,4 109 80 29 1.477 2 31 155 136
1999 159.112 161.312 98,6 106 81 25 1.501 9 25 111 136
2000 156.520 158.852 98,5 106 82 24 1.476 9 24 113 136
2001 156.520 158.852 98,5 104 82 22 1.505 9 22 92 136
2002 156.520 158.866 98,5 101 81 20 1.549 9 20 109 136
2003 156.534 158.866 98,5 99 80 19 1.581 9 19 101 136
2004 156.520 158.866 98,5 103 83 20 1.519 9 20 112 137
2010 157.000 161.000 97,5 106 87 19 1.481 9 19 87 138
2014 158.000 163.800 96,5 98 83 15 1.612 9 15 72 139

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Questo vescovo, in base all'edizione critica degli atti dei concili di papa Simmaco (Theodor Mommsen, Acta synhodorum habitarum Romae. A. CCCCXCVIIII DI DII, in Monumenta Germaniae Historica, Auctorum antiquissimorum, XII, Berlino 1894, pp. 393-455), è attribuito oggi alla diocesi di Plestia in Umbria. Lanzoni, Le diocesi d'Italia dalle origini al principio del secolo VII, p. 453. Paul Fridolin Kehr, Italia pontificia, vol. VIII, p. 367. Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne, I, pp. 840-841. Andrea Czortek, Una presenza che fa storia. La Chiesa in Umbria dalle origini alla metà del XX secolo, Cittadella Editrice, Assisi 2012, p. 15. Giorgio Otranto, La cristianizzazione e la formazione delle diocesi in Umbria, in «Umbria cristiana. Dalla diffusione del culto al culto dei santi (secc. IV-X). Atti del XV congresso internazionale di studi sull'alto medioevo (Spoleto 2000)», Spoleto 2001, I, pp. 132-133.
  2. ^ Lanzoni, op. cit., p. 324; Cappelletti, vol. XXI, pp. 236-237; Ebner, p. 347. Cfr. Storia della diocesi di Teggiano-Policastro.
  3. ^ la basilica paleocristiana di Paestum.
  4. ^ Sulla questione: Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pp. 347-354.
  5. ^ Ughelli, Italia sacra, VII, 465 e 467. Diocesi storica di Capaccio su BeWeB.
  6. ^ Dal sito BeWeB - Beni ecclesiastici in web
  7. ^ Frazione di Futani.
  8. ^ Frazione di San Mauro La Bruca.
  9. ^ Testo della bolla in: Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, pp. 314-321.
  10. ^ ASS 9 (1876), pp. 518-519.
  11. ^ Dal sito web Archiviato il 4 marzo 2016 in Internet Archive. della diocesi.
  12. ^ Decreto Quo aptius, in AAS 71 (1979), p. 1362
  13. ^ Menzionato in una bolla indirizzata a confratri nostro P(etro), Paestano episcopo, quae Caputaquis dicitur; Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, I, p. 348.
  14. ^ Dopo Landone, Cappelletti (Le Chiese d'Italia..., XX, p. 336) inserisce il vescovo Amato I, ignoto a tutti gli autori più recenti (Ebner, Klewitz, Mattei Cerasoli, Kehr), menzionato nel 1013 e nel 1018. Queste vescovo è tuttavia frutto di evidenti errori nella datazione dei documenti, perché i diplomi che Cappelletti porta a sostegno dell'esistenza di Amato I sono attribuiti, dagli altri autori, al vescovo Amato documentato tra il 1047 ed il 1059.
  15. ^ Secondo Klewitz (Zur geschichte der bistumsorganisation..., p. 54) Giovanni III e Giovanni IV sarebbero lo stesso vescovo.
  16. ^ Così Mattei Cerasoli e Klewitz. Gams lo indica anche all'anno 1173.
  17. ^ a b c d e f g h Kamp, Kirche und Monarchie..., I, pp. 454-459.
  18. ^ Data dell'elezione riportata da Gams; secondo Eubel fu confermato dal papa il 22 maggio 1584.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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