Diocesi di Miseno

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Miseno
Sede vescovile titolare
Dioecesis Misenensis
Chiesa latina
Sede titolare di Miseno
Veduta da Monte di Procida con la spiaggia di Miliscola, Capo Miseno e il bacino interno dell'antico porto di Miseno
Vescovo titolare Gerhard Pieschl
Istituita 1970
Stato Italia
Regione Campania
Diocesi soppressa di Miseno
Eretta circa IV secolo
Soppressa dopo il VII secolo
Dati dall'annuario pontificio
Sedi titolari cattoliche
Morte di san Gennaro e dei martiri puteolani, tra cui Sossio di Miseno, nel menologio di Basilio.
Mappa dell'antica Miseno.

La diocesi di Miseno (in latino: Dioecesis Misenensis) è una sede soppressa e sede titolare della Chiesa cattolica.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Miseno è un'antica sede episcopale della Campania, sorta attorno al culto del martire san Sossio.

Secondo la testimonianza di Quodvultdeus di Cartagine, all'epoca di papa Leone I, tra il 444 e il 449, Floro, ex vescovo di Miseno, cercò di rioccupare la propria sede episcopale, spacciandosi come successore di San Sossio, dotato del potere di fare miracoli; fu arrestato dal prete Eterio e, su ordine del vescovo napolitano Nostriano, bandito dalla regione. Questo Floro viene identificato con l'omonimo vescovo, menzionato senza indicazione della sede di appartenenza, che nel 418 venne deposto da papa Zosimo, assieme ad altri vescovi italiani, per aver aderito all'eresia pelagiana.[1] Floro è il primo vescovo documentato di Miseno e, se l'identificazione proposta è corretta, documenterebbe l'esistenza della diocesi fin dall'inizio del V secolo.

Il successivo vescovo noto è Concordio, episcopus ecclesiae Misenatium, che figura tra i vescovi che presero parte ai concili celebrati a Roma nei primi anni di pontificato di papa Simmaco. Il suo nome appare negli atti dei concili del 23 ottobre e del 6 novembre, che lo storico tedesco Theodor Mommsen assegna rispettivamente agli anni 501 e 502.[2] Nel concilio del 23 ottobre, convocato dal re Teodorico e che riabilitò definitivamente papa Simmaco, Concordio sottoscrisse al 18º posto gli atti tra Innocenzo di Ferentino e Vitale di Fondi.[3] Nel concilio del 6 novembre, convocato da Simmaco e durante il quale furono prese misure per salvaguardare i beni della Chiesa e proibire la loro alienazione, Concordio figura al 44º posto nella lista delle sottoscrizioni, tra Felice di Nepi e Amando di Potenza[4].[5]

Probabile successore di Concordio è Peregrino, che nell'estate del 517 fece parte, assieme a Ennodio di Pavia, della delegazione inviata a Costantinopoli da papa Ormisda nel contesto dello scisma acaciano; la delegazione non ebbe successo e fu costretta a fuggire dalla capitale imperiale. Durante il viaggio d'andata, la delegazione fu latrice di lettere per Doroteo di Tessalonica e Giovanni di Nicopoli.[6]

A metà del VI secolo è noto il vescovo Costanzo, che fu destinatario di una lettera di papa Pelagio I datata tra settembre 558 e febbraio 559. Assieme a Vincenzo di Napoli e Gemino di Pozzuoli, ebbe l'incarico di risolvere la disputa sorta tra l'ecclesia Vulturnina e l'ecclesia Pariensis (presso Liternum ?), studiando la questione e mettendo per iscritto le decisioni prese, facendole applicare dal defensor Costantino.[7]

Alla fine del VI secolo, la sede di Miseno era occupata dal vescovo Bennato, noto grazie all'epistolario di Gregorio Magno. Nel mese di marzo del 592 fu incaricato dal papa di visitare la Chiesa di Cuma, resasi vacante per la morte del vescovo, e di procedere all'elezione del nuovo vescovo, facendo attenzione che non venisse eletto un laico o un chierico non originario della città. Tuttavia il papa cambiò idea, e nel mese di luglio dello stesso anno affidò a Bennato la cura della diocesi di Cuma, unita a quella di Miseno, con il potere di gestire il patrimonio della Chiesa cumana e di ordinare i chierici, e con la facoltà di risiedere nell'una o nell'altra sede. Prima di marzo del 595 Bennato fece richiesta al papa di poter riavere Cicerio, ex schiavo della sua Chiesa, che si era fatto monaco e abitava in Sicilia; il papa, nel mese di marzo, scrisse al diacono Cipriano, rettore del patrimonio romano in Sicilia, con l'incarico di studiare la questione e, dopo attenta indagine, procedere a rinviare Cicerio a Miseno. Nel 598 Bennato si autoaccusò di gravi colpe, di cui si ignorano i contenuti; per questo motivo, prima di dicembre di quell'anno, fu deposto da Gregorio Magno, che nominò Fortunato di Napoli visitatore della Chiesa di Miseno per procedere alla nomina di un nuovo vescovo.[8]

Per il VII secolo sono documentati due vescovi di Miseno. Massimo, Mesinati episcopo, figura tra i vescovi che presero parte al concilio lateranense del 649 indetto da papa Martino I per condannare l'eresia monotelita; il suo nome appare all'85º posto nella lista dei vescovi che parteciparono al concilio, tra Sapienzio di Nomento e Grazioso di Nepi. A questo concilio si trova anche Barbato di Cuma, chiaro indizio che a quest'epoca la sede cumana aveva riottenuto la sua autonomia.[9] Il 27 marzo 680 papa Agatone convocò un altro concilio dove fu nuovamente condannata la teologia monotelita; Agnello di Miseno figura al 6º posto nella lista dei vescovi presenti al concilio, tra Pietro di Cuma e Gaudioso di Pozzuoli.[10]

L'ultimo vescovo noto di Miseno è Felice, la cui epigrafe sepolcrale fu scoperta nel 1817 in località Torre di Cappella. Il testo tuttavia non riporta indicazione cronologiche precise, che possano aiutare a stabilire l'epoca del suo episcopato: si sa solamente che morì un 7 dicembre dopo 18 anni e 2 mesi di episcopato.[11] Di certo questo vescovo visse prima della metà del IX secolo, epoca in cui la città di Miseno fu abbandonata dopo l'ennesima incursione dei Saraceni; anche la diocesi fu probabilmente soppressa nella stessa epoca e il suo territorio annesso a quello dell'arcidiocesi di Napoli.

Dal 1970 Miseno è annoverata tra le sedi vescovili titolari della Chiesa cattolica; l'attuale vescovo titolare è Gerhard Pieschl, già vescovo ausiliare di Limburg.

Cronotassi dei vescovi[modifica | modifica wikitesto]

  • Floro ? † (? - 418 deposto)
  • Concordio † (prima del 501 - dopo il 502)
  • Peregrino † (menzionato nel 517)
  • Costanzo † (menzionato tra settembre 558 e febbraio 559)
  • Bennato † (prima del 592 - prima di dicembre 598 deposto)
  • Anonimo † (circa 599 - ?)
  • Massimo † (menzionato nel 649)
  • Agnello † (menzionato nel 680)
  • Felice †

Cronotassi dei vescovi titolari[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne (313-604), vol. I, pp. 850-852.
  2. ^ Theodor Mommsen, Acta synhodorum habitarum Romae. A. CCCCXCVIIII DI DII, in Monumenta Germaniae Historica, Auctorum antiquissimorum, XII, Berlino 1894, pp. 393-455.
    A causa di una intrinseca contraddizione delle fonti storiche, resta a tutt'oggi irrisolta la questione della datazione corretta di questi due concili. Infatti, la diversa interpretazione delle fonti ha portato gli storici a datare in modo diverso i concili del 23 ottobre e del 6 novembre. A titolo di esempio si segnalano le seguenti interpretazioni: Etienne Amann ha assegnato entrambi i concili al 501 (v. Symmaque, in «Dictionnaire de Théologie Catholique», XIV/1, Parigi 1939, coll. 2984-2990); Giovanni Battista Picotti invece li ritiene celebrati nel 502 (I sinodi romani nello scisma laurenziano, in «Studi Storici in onore di Gioacchino Volpe», Firenze 1958, pp. 743-786); della stessa opinione di Picotti i Pietri nella loro Prosopographie de l'Italie chrétienne; l'ultimo studio in merito inverte invece gli anni dei due concili, assegnando il concilio del 6 novembre al 501 e quello del 23 ottobre, chiamato sinodo palmare, al 502 (Eckhard Wirbelauer, Zwei Päpste in Rom. Der Konflikt zwischen Laurentius und Symmachus (498–514), Quellen und Forschungen zur antiken Welt; 16, München 1993. Teresa Sardella, Società, chiesa e stato nell'età di Teoderico: papa Simmaco e lo scisma laurenziano, Soveria Mannelli-Messina 1996).
    Altri concili sono assegnati all'epoca di papa Simmaco, specialmente nel 503 e nel 504 (Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, vol. VIII, Firenze 1762, coll. 295-316), entrambi comunemente ritenuti dei falsi (Pier V. Aimone, Le falsificazioni simmachiane, in Apollinaris 68 (1995), pp. 205-220).
  3. ^ Mommsen, Acta synhodorum habitarum Romae, p. 433.
  4. ^ Incerta è la sede di appartenenza di questo vescovo, che potrebbe essere vescovo di Potenza Picena o di Potenza Lucana
  5. ^ Mommsen, Acta synhodorum habitarum Romae, p. 453.
  6. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne (313-604), vol. II, pp. 1719-1720.
  7. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne (313-604), vol. I, p. 481.
  8. ^ Pietri, Prosopographie de l'Italie chrétienne (313-604), vol. I, pp. 293-294.
  9. ^ Concilium Lateranense a. 649 celebratum, ed. Rudolf Riedinger, Acta conciliorum oecumenicorum. Series Secunda. Volumen primum, Berlino 1984, p. 7.
  10. ^ Giovanni Domenico Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, vol. XI, Florentiae 1765, coll. 298-299.
  11. ^ Parascandolo, Memorie storiche-critiche-diplomatiche della Chiesa di Napoli, tomo II, p. 266.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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