Demetrio il Cinico

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Demetrio il Cinico (in greco Δημήτριος, Demètrios; Corinto, 7/10Grecia, 90 circa[1]) è stato un filosofo cinico greco antico, che visse a Roma sotto Caligola, Claudio, Nerone e Vespasiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fu amico intimo di Seneca, che scrisse spesso di lui, descrivendolo come « filosofo di grande importanza, a mio giudizio, anche se paragonato ai sommi [2]» e come «...uomo di saggezza completa (anche se egli sia il primo a negarlo) e di incrollabile costanza nei suoi propositi, di un'eloquenza quale si addice ai tempi più seri, cioè non preoccupata della ricerca degli ornamenti e della sceltezza dell'eloquio, ma tutta protesa all'esposizione dei concetti con vigorosa passione, secondo l'ispirazione [3]

Per la sua amicizia con Publio Clodio Trasea Peto, che assisté fino all'ultimo quando questi fu condannato a suicidarsi per volontà di Nerone [4], probabilmente nel 67 d.C. andò via da Roma che dovette definitivamente lasciare quando, per la sua ostilità politica, fu espulso nel 71 d.C. dall'imperatore Vespasiano che lo condannò alla relegatio in insulam. Probabilmente non tornò più a Roma.

Pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Demetrio sosteneva la necessità di ridurre la filosofia a pochi precetti essenziali semplici da capire perché la natura stessa li aveva elaborati per la condotta umana. Queste essenziali regole, a cui tenere rigorosamente fede, le scopriremo

« Se il nostro animo ha imparato a disprezzare tutto ciò che è dovuto al caso, se ha saputo dominare il timore, se non aspira con avide speranze a cose impossibili, ma ha imparato a chiedere a se stesso ogni ricchezza, se si è liberato dal timore degli dei e da quello degli uomini e sa che dagli uomini non c’è molto da temere, dagli dei nulla; se l’uomo disprezzando tutto ciò che adorna ma contemporaneamente tormenta la nostra vita è arrivato a capire chiaramente che la morte, di mali, non ne origina nessuno ma ne elimina molti; se si è dei tutto dedicato alla virtù e trova agevole qualunque strada essa gli indica; se, creatura destinata alla vita associata e generata per la collettività, considera il mondo come la casa comune di tutti e ha aperto la sua coscienza agli dei e in ogni circostanza, si comporta come se fosse esposto al controllo di tutti temendo più il suo stesso giudizio che quello di altri - allora quegli, sottrattosi alle tempeste, si è fermato sulla terra ferma, sotto un cielo sicuro ed è arrivato alla perfetta conoscenza di ciò che è utile e necessario. Tutte le altre cose servono a dilettare il nostro tempo libero: si può anche ricorrere ad esse quando l’animo è già al sicuro, ma esse lo affinano solamente, non lo temprano. [5] »

È temprandosi con la sofferenza (πόνος), la fatica, l'esercizio travagliato dalla sorte, che l'uomo acquista il senso della sua vita che sarebbe sbagliato ritenere felice se non si è dovuto combattere contro le avversità:

« Nulla mi sembra più infelice di un uomo a cui non è accaduta mai nessuna avversità [6] »

C'è infine da augurarsi che gli dei ci facciano capire cosa vogliono da noi «0 dei immortali, per una sola cosa posso lamentarmi di voi: perché non mi rendeste nota in anticipo la vostra volontà. Infatti, sarei venuto io per primo a sostenere quelle prove che sono qui a sostenere ora chiamato da voi...Avrei preferito offrire anziché consegnare queste cose» [i miei figli, la vita che voi stessi mi avete dato]. «Che necessità c'era di togliermele? Potevate riceverle. Ma neppure ora voi me le toglierete veramente, perché nulla si rapisce se non a chi vuoi trattenere [7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ José Antonio Martín García, Los filósofos cínicos y la literatura moral serioburlesca, Volumen 2, pp. 701-707, Madrid:Akal, 2008, ISBN 978-84-460-3011-9.
  2. ^ Seneca, De beneficiis, VII, 1, 3
  3. ^ Seneca, De beneficiis, VII, 8, 2
  4. ^ Tacito, Annales, XVI, 35
  5. ^ Seneca, De beneficiis, VII, 1, 7
  6. ^ Seneca, De providentia, VII, 3
  7. ^ Seneca, De providentia, V, 5
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