Delitto di Garlasco

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Il delitto di Garlasco è un caso di omicidio avvenuto a Garlasco, in provincia di Pavia, il mattino del 13 agosto 2007 ai danni di Chiara Poggi, impiegata ventiseienne laureata in Economia. Il caso ha avuto una grande rilevanza mediatica in Italia, con un susseguirsi di interviste e programmi televisivi dedicati.

Il 12 dicembre 2015 la Corte di Cassazione riconobbe definitivamente come colpevole del delitto il fidanzato della vittima, Alberto Stasi[1], ex studente di economia e poi commercialista, il quale il giorno stesso si costituisce nel carcere di Bollate.

Il delitto[modifica | modifica wikitesto]

Chiara Poggi fu assassinata a colpi di un oggetto contundente mai identificato (forse un martello[2]), nella villetta di famiglia a Garlasco, il 13 agosto del 2007. Secondo gli inquirenti conosceva l'assassino, avendo aperto in pigiama e in maniera spontanea, non furono rilevati infatti all'interno dell'abitazione segni di effrazione. La ragazza era sola in casa, mentre i genitori e il fratello erano in vacanza. Il fidanzato Alberto Stasi, studente della Bocconi e in seguito impiegato commercialista, trovò il corpo e diede l'allarme, ma i sospetti si concentrarono subito su di lui a causa dell'eccessiva pulizia delle scarpe, come se le avesse ripulite o cambiate dopo essere passato sul pavimento sporco di sangue (su cui avrebbe dovuto perlomeno minimamente sporcarsi mentre vi camminava in cerca della fidanzata, o dopo), oltre che sull'assenza di sangue dai vestiti (anche qui, come se fossero stati cambiati) e su alcune incongruenze del suo racconto. Fu arrestato il 24 settembre 2007- con un'ordinanza della Procura di Vigevano- ma scarcerato il 28 settembre 2007 dal giudice per le indagini preliminari Giulia Pravon per insufficienza di prove.

I processi[modifica | modifica wikitesto]

L'unico indagato per l'omicidio è il fidanzato Alberto Stasi, che viene assolto dall'accusa di omicidio con rito abbreviato, sia in primo che in secondo grado, mentre la Corte di cassazione, il 18 aprile 2013, annulla la sentenza di assoluzione.

Secondo i legali, Stasi non si sarebbe sporcato poiché il sangue era già secco; la perizia medico-legale indicò un'ora della morte congruente con questa ipotesi e quella informatica diede un alibi al giovane, che sarebbe stato al lavoro sul computer preparando la tesi di laurea. Sempre secondo la difesa, il delitto, dopo aver suggerito di indagare in ambito famigliare e lavorativo, potrebbe attribuirsi a una rapina violenta, in cui il ladro si sarebbe fatto inizialmente aprire dalla vittima con l'inganno. Questa ipotesi fu respinta anche dalle sentenze assolutorie.[3]

In primo grado il 17 dicembre (2009) al tribunale di Vigevano, il GUP Stefano Vitelli, in funzione di giudice monocratico, assolse Stasi, per insufficienza di prove.[4]

In appello il 7 dicembre 2011, davanti alla Corte d'Assise d'appello con giudici popolari e col processo spostato a Milano, una nuova perizia (non accettata però dal collegio giudicante) spostò l'ora della morte, negandogli così l'alibi e la plausibilità del fatto che non si sarebbe sporcato, senza per questo ottenere una condanna. La sentenza fu di assoluzione "per non aver commesso il fatto".[5]

La Cassazione, tra le motivazioni dell'annullamento, ordinò esami del DNA su un capello trovato tra le mani della vittima (non noto durante il primo giudizio) e su residui di DNA sotto le unghie, repertati e mai analizzati. Nonostante l'annullamento con rinvio delle due assoluzioni, la Suprema corte ribadì che fosse, a proprio giudizio, difficile «pervenire a un risultato, di assoluzione o di condanna, contrassegnato da coerenza, credibilità e ragionevolezza» e quindi «impossibile condannare o assolvere Alberto Stasi», preferendo però non confermare il proscioglimento, in attesa dei nuovi esami scientifici.[6]

Si accerta che la bicicletta "Luxury" nera da donna della famiglia Stasi, compatibile con la bici vista da una testimone e confusa all'epoca con una della famiglia Poggi, monta pedali "Union", che sono montati di serie sulla bicicletta "Umberto Dei" da uomo bordeaux della famiglia Stasi. Viceversa, tale bicicletta, sequestrata ai tempi dell'inchiesta, monta pedali non originali Wellgo, sui quali sono state trovate tracce dei DNA della vittima. Si suppone pertanto uno scambio di pedali tra le due biciclette della famiglia Stasi.[7][8].

Il capello castano chiaro risulta invece privo di bulbo e quindi di DNA, mentre i residui sotto le unghie presentano marcatori maschili compatibili, ma non attribuibili con certezza con l'indagato e, secondo indiscrezioni dei mass media, anche con almeno due profili maschili sconosciuti e non identificabili o confrontabili a causa del deterioramento del materiale.[9]

Una fotografia con un presunto graffio sul braccio del giovane, risulta però non probatoria perché sgranata.[10] Le scarpe di Stasi, secondo la perizia dei RIS del 2014, avrebbero dovuto "captare particelle ematiche", perlomeno in maniera minima (all'epoca si sostenne che fossero state pulite dai residui, bassi a causa del sangue ormai secco, dal contatto con l'erba bagnata del prato) e non potevano essere completamente pulite, come risultarono nella perizia del 2007 effettuata dalla stessa scientifica. Lo stesso viene affermato del tappetino dell'auto.[11] In effetti, particelle di DNA della vittima furono trovate già nel 2007 sulla bicicletta di Stasi e sul tappeto dell'automobile da lui usata, ma ci fu incertezza sul fatto che fossero sangue (non furono però trovate sulle scarpe, e secondo l'accusa era la prova che Stasi mentì, e che si sarebbe cambiato le scarpe usate nel delitto) e furono scartati dal GUP. Secondo le nuove analisi invece almeno le tracce del tappetino sono ematiche e l'assenza sulle scarpe indicherebbe il cambio delle calzature "incriminato".[12]

Al processo d'appello bis il 17 dicembre 2014, in seguito alla nuova perizia computerizzata sulla camminata e ad alcune incongruenze nel racconto, e pur in assenza di riscontri nei nuovi test del DNA (come quello sul capello)[13], Stasi viene ritenuto colpevole e condannato a ventiquattro anni di reclusione (pena poi ridotta a 16 anni grazie al rito abbreviato) per omicidio volontario, con l'esclusione però delle aggravanti della crudeltà e della premeditazione.[14] Presentando poi ricorso in Cassazione, il pm chiede la conferma della condanna e l'aggravante della crudeltà (per inasprire la pena), mentre la difesa (composta dagli avvocati Angelo e Fabio Giarda e Giuseppe Colli) chiede l'annullamento senza rinvio o un nuovo processo, ricollegandosi ai dubbi espressi in precedenza dalla stessa Cassazione sull'impossibilità di determinare la colpevolezza o l'innocenza con certezza.

Il procuratore della Cassazione chiese a sorpresa l'annullamento della condanna, con preferenza per il rinvio. Tuttavia, il 12 dicembre 2015 la Corte di Cassazione conferma la sentenza-bis della Corte d'Appello di Milano condannando in via definitiva Alberto Stasi a 16 anni di reclusione[15], anche senza delineare un movente, parlando di un momento di rabbia di Stasi.

Motivazioni[modifica | modifica wikitesto]

In particolare, la colpevolezza di Alberto Stasi risiede: a) nel fatto che Chiara Poggi è stata uccisa da una persona conosciuta, arrivata da sola in bicicletta, che ella stessa ha fatto entrare in casa. Chi ha fatto ingresso nell'abitazione la conosceva bene, come desumibile anche dal percorso effettuato all'interno delle stanze al piano terra; b) nel fatto che Alberto Stasi- fidanzato della vittima, in rapporto di confidenza con lei, conoscitore della sua casa e delle sue abitudini- possessore di più di una bicicletta da donna, compatibile con la "macrodescrizione" fattane dalle testimoni Bermani e Travain, ha fornito un alibi che non lo elimina dalla scena del crimine nella "finestra temporale" compatibile con la commissione dell'omicidio; c) nel fatto che Alberto Stasi ha reso un racconto incongruo, illogico e falso, quanto al ritrovamento del corpo senza vita della fidanzata, sostenendo di avere attraversato di corsa i diversi locali della villetta per cercare Chiara; sulle sue scarpe, tuttavia, non è stata rinvenuta traccia di residui ematici, né le macchie di sangue sul pavimento sono risultate modificate dal suo passaggio; neppure sui tappetini dell'auto, sulla quale egli stesso ha sostenuto di essere risalito immediatamente dopo la scoperta di Chiara, sono state rinvenute tracce di sangue per trasferimento dalle scarpe; il racconto dell'imputato, anche con il riferimento all'indicazione delle modalità di rinvenimento del corpo di Chiara (con la parte visibile del volto bianca, invece che completamente ricoperta di sangue), è assimilabile a quello dell'aggressore, non dello scopritore; d) nel fatto che Alberto Stasi non ha mai menzionato, tra le biciclette in suo possesso, proprio la bicicletta nera da donna collegata sin dal primo momento al delitto e corrispondente alla "macrodescrizione" fattane dalle testimoni Bermani e Travain, fatto questo che evidenzia come l'imputato ne conoscesse l'importanza e la possibilità di collegarla all'omicidio; e) nel fatto che sul dispenser del sapone liquido, utilizzato dall'aggressore per lavarsi le mani dopo il delitto, sono state trovate soltanto le impronte dell'anulare destro di Alberto Stasi, che lo individuano come l'ultimo soggetto a maneggiare quel dispenser considerate, peraltro, la posizione delle due impronte e la non commistione con DNA della vittima, circostanze dimostrative del fatto che l' imputato maneggiò il dispenser per pulirlo accuratamente, dopo essersi lavato le mani ed avere ripulito il lavandino; f) nel fatto che sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, la "Umberto Dei", Milano, è stata rinvenuta una copiosa quantità di DNA di Chiara Poggi, riconducibile a materiale "altamente cellulato"; tali pedali non sono risultati quelli propri di quella tipologia di bicicletta - venduta, invece, alla famiglia Stasi con pedali diversi e di serie - e risultano apposti sull'unico velocipede appartenente alla famiglia Stasi, che non poteva venire confuso con quello individuato dai testi oculari davanti a casa Poggi; g) nel fatto che l'assassino era un uomo che calzava scarpe n. 42 ed Alberto Stasi possedeva e indossava anche scarpe della marca di quelle dell'aggressore, nonché anche di taglia 42[16]. Tali molteplici elementi, di sicura valenza indiziaria e valutati globalmente sono stati ritenuti convergenti verso la responsabilità dell'imputato per l'omicidio della fidanzata. Ciascun indizio, secondo la Suprema Corte, risulta integrarsi perfettamente con gli altri come tessere di un mosaico che hanno contribuito a creare un quadro d'insieme convergente verso la colpevolezza di Alberto Stasi, oltre ogni ragionevole dubbio.

Richiesta di revisione processuale[modifica | modifica wikitesto]

I suoi avvocati in seguito presentano ricorso presso la Corte europea dei diritti dell'uomo onde ottenere la revisione del processo.[17]

Il 19 dicembre 2016 la difesa presenta una perizia genetica che indica che il DNA ritrovato sotto le unghie di Chiara Poggi apparterrebbe ad un conoscente della vittima e non a Stasi.[18] Il 22 dicembre la procura di Pavia ha aperto una nuova indagine[19] riguardante un amico del fratello di Chiara Poggi, Andrea Sempio, il quale era solito spostarsi in bicicletta per Garlasco e avrebbe il numero di scarpe simile a quello di Stasi, oltre a un alibi non completamente solido.[20][21] Il giorno seguente il Procuratore generale di Milano, Roberto Alfonso, ha accolto l'istanza di richiesta della revisione del processo, ritenuta "fondata", e trasmettendola alla competente Corte d'Appello di Brescia.[20]

Procedimenti correlati[modifica | modifica wikitesto]

Alberto Stasi è stato condannato, a latere della sentenza di condanna in appello, a risarcire un milione di euro in sede civile alla famiglia Poggi.[22]

Stasi fu imputato anche di possesso di materiale pedopornografico, e, come possibile movente del delitto, venne indicato dall'accusa del processo per omicidio in primo e secondo grado il fatto che Chiara potesse averlo scoperto. Egli venne inizialmente condannato in primo grado e in appello, in un processo separato, ad una pena di 30 giorni di reclusione convertiti poi in 2.540 euro di multa più l'interdizione perpetua a lavorare a contatto con minorenni; venne invece assolto con annullamento senza rinvio dalla Cassazione nel 2014, per insussistenza del fatto in quanto tali presunti file visivi erano solo "tracce", mai scaricate, recuperate parzialmente dalla polizia scientifica ma che non furono mai visibili all'imputato. Nel computer venne trovata solo pornografia legale, che Stasi ammise di guardare, anche in compagnia della fidanzata assassinata.[23]

L'ex maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto, nel 2015, è stato invece accusato di falsa testimonianza poiché avrebbe mentito sulla bicicletta nera da donna vista sul luogo del delitto, dicendo che non assomigliava a quella in possesso della famiglia Stasi.[24]

Il 23 settembre 2016 il giudice monocratico del Tribunale di Pavia Daniela Garlaschelli ha condannato per falsa testimonianza il Marchetto comminandogli una pena pari a due anni e mezzo di reclusione e ad una provvisionale di 10 mila euro per risarcimento danni da pagarsi ai familiari di Chiara Poggi [25]

Trasmissioni tv dedicate al delitto di Garlasco[modifica | modifica wikitesto]

Influenze nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Alberto Stasi viene citato nel singolo Killer Star di Immanuel Casto[26].

Alberto Stasi viene citato anche dal rapper italiano Fabri Fibra nella canzone omonima del suo album Controcultura.

Secondo lo scrittore noir Massimo Carlotto, questo caso di processo mediatico ha segnato negativamente il culmine e la svolta di quelle che ha chiamato "attrazioni criminali nella fabbrica del consenso", che distrarrebbero il telespettatore medio dai grandi crimini di stampo mafioso e contribuirebbero a diminuire il garantismo e lo stato di diritto.[27]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Delitto di Garlasco, depositate le motivazioni della Corte di Cassazione, su Giurisprudenza penale, 22 giugno 2016. URL consultato il 19 luglio 2016.
  2. ^ Sentenza 25799/16 pagina 2 primo paragrafo
  3. ^ La Cassazione: «Riesaminare indizi su Stasi»
  4. ^ Il giudice di primo grado: Vi spiego perché ho assolto Alberto Stasi
  5. ^ Garlasco, Alberto Stasi assolto anche in appello La mamma di Chiara: «Non mi arrendo»
  6. ^ Garlasco, giallo infinito. "Impossibile condannare o assolvere Alberto Stasi"
  7. ^ Alberto Stasi e il mistero della bici
  8. ^ Garlasco, dopo 7 anni la scoperta «Scambiati i pedali delle bici di Stasi»
  9. ^ Garlasco, media: sotto le unghie di Chiara Poggi il Dna di due uomini
  10. ^ Garlasco, 'Quarto grado': mostrate le foto di Alberto Stasi con i graffi sul braccio
  11. ^ Omicidio Garlasco, nei nuovi test le scarpe di Stasi sempre sporche di sangue
  12. ^ Garlasco. Alberto Stasi incastrato da 5 indizi: pigiama, pedale bici…
  13. ^ Alberto Stasi condannato a 16 anni. Ai giudici aveva detto: "Non cercate a tutti costi un colpevole condannando un innocente"
  14. ^ Stasi condannato a 16 anni
  15. ^ Stasi condannato in via definitiva
  16. ^ Cassazione penale, sez. V, sentenza n. 25799/2016
  17. ^ Delitto di Garlasco, Stasi ricorre alla Corte europea
  18. ^ Caso Stasi, il dna sulla scena del delitto Poggi torna alla ribalta: sei anni di battaglie tra genetisti
  19. ^ Garlasco, colpo di scena. C'è una nuova inchiesta sul delitto di Chiara
  20. ^ a b Garlasco, aperta una "seconda" inchiesta: indagato il "ragazzo del Dna"
  21. ^ Omicidio di Chiara Poggi, svolta dopo nove anni. I pm indagano sull’amico del fratello
  22. ^ Garlasco, Stasi condannato a 16 anni e a un risarcimento da un milione di euro
  23. ^ Garlasco: Cassazione assolve Alberto Stasi dall’accusa di pedopornografia
  24. ^ Delitto di Garlasco, l’ex maresciallo accusato di falsa testimonianza
  25. ^ N.P., Falsa testimonianza: due anni e mezzo al maresciallo che indagò sul delitto di Garlasco - Il Giorno, ilgiorno.it, 23 settembre 2016. URL consultato il 23 settembre 2016.
  26. ^ IMMANUEL CASTO: guarda il video di "Killer Star" il nuovo singolo!, Rock Rebel Magazine, 19 settembre 2011. URL consultato il 5 gennaio 2015.
  27. ^ Massimo Carlotto, Attrazioni criminali nella fabbrica del consenso, il manifesto, 2007

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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