Deinosuchus

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Deinosuchus
Stato di conservazione: Fossile
Deinosuchus hatcheri 052913.jpg
Ricostruzione di Deinosuchus
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Reptilia
Sottoclasse Diapsida
Superordine Archosauria
Ordine Crocodylia
Genere Deinosuchus
Nomenclatura binomiale
Deinosuchus rugosus
Ebenezer Emmons, 1858
Sinonimi
Specie

Il deinosuco (Deinosuchus hatcheri, pronuncia / ˌ daɪnəsju ː kəs / dy-no-sew-kəs - Emmons, 1858) noto anche come fobosuco (Phobosuchus) o coccodrillo gigante, è un parente estinto del coccodrillo che visse tra gli 80 e i 65 milioni di anni fa, durante il tardo periodo Cretaceo. Il nome si traduce come "coccodrillo terribile" e deriva dal greco δεινός / deinos ("terribile") e σουχος / soukhos ("coccodrillo").

I primi resti fossili sono stati scoperti in North Carolina (Stati Uniti) intorno al 1850, ma il genere non venne classificato e descritto fino al 1909. Ulteriori frammenti furono scoperti nel 1940 e vennero successivamente inseriti in una famosa, anche se imprecisa, ricostruzione del cranio presso l'American Museum of Natural History. La conoscenza del Deinosuchus rimane incompleta, ma più completi resti del cranio ritrovati negli ultimi anni hanno ampliato notevolmente la comprensione scientifica di questo antico predatore.

Anche se Deinosuchus era molto più grande di qualsiasi coccodrillo moderno o alligatore, il suo aspetto generale era abbastanza simile a quello dei suoi piccoli parenti contemporanei[1]. Uno studio indica che esemplari di Deinosuchus potevano vivere fino ad un massimo di 50 anni, crescendo ad un tasso simile a quello dei coccodrilli moderni, ma mantenendo questa crescita per un periodo di tempo molto più lungo.

Deinosuchus fossili sono stati trovati in dieci stati americani, così come nel Messico settentrionale. Visse su entrambi i lati del mare interno occidentale e nelle regioni costiere del Nord America orientale. Deinosuchus raggiunse le sue dimensioni maggiori nelle regioni occidentali, ma le popolazioni orientali erano molto più abbondanti. Gli scienziati mantengono opinioni controverse sulla questione se queste due popolazioni rappresentino specie separate. Deinosuchus era probabilmente in grado di uccidere e mangiare dinosauri di medie e grandi dimensioni, ma la sua dieta comprendeva anche tartarughe marine, uccelli primitivi, pesci e altre prede acquatiche e terrestri.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Resti fossili di Deinosuchus, illustrati da W.J. Holland.

Le proporzioni del cranio di Deinosuco sono simili a quelle del coccodrillo del Nilo. Il cranio del Deinosuco (che è circa 1/7 dell'animale intero) misura più di 170 centimetri.

Il Deinosuchus aveva un muso con una punta leggermente arrotondata[1]. Ogni premascella aveva quattro denti, con il paio vicino alla punta del muso notevolmente più piccoli degli altri. Ogni mascella portava 21 o 22 denti, mentre la mandibola aveva almeno 22 denti[2] [3]. Tutti i denti erano spessi e robusti, quelli prossimi alla parte posteriore della mascella erano corti, arrotondati e spuntati; probabilmente erano adattati allo schiacciare piuttosto che al forare[4]. Quando la bocca era chiusa, solamente i quattro denti della mascella inferiore dovevano essere visibili[2].

Il morso del Deinosuchus era probabilmente molto poderoso: il coccodrillo d'acqua salato moderno, il Crocodylus porosus, ha il morso più forte registrato in natura, con una forza massima di 16414 N[5]. Si stima che la forza nel morso del Deinosuchus potesse essere compresa fra 18000 N e 102 803 N; si tratterebbe di una potenza che neanche il più grosso dinosauro teropode, come il Tyrannosaurus, potesse superare la forza del morso del Deinosuchus[1][5] .

Il Deinosuchus aveva un secondo palato ossoso, che gli avrebbe permesso di respirare attraverso le narici mentre il corpo rimaneva sommerso in acqua. Le vertebre erano articolate e proceli, cioè concave anteriormente e convesse posteriormente[6][7]. Il palato secondario e le vertebre proceli sono caratteristiche che si trovano anche nei moderni coccodrilli[8][9].

L'osteoderma che costituisce la corazza ossea sul dorso del Deinosuchus era particolarmente ampio, con profonde scanalature; alcuni ritrovamenti indicano una struttura vagamente emisferica[10][11]. Le scanalature nell'osteoderma erano punti di ancoraggio dei tessuti connettivi; il tutto formava una struttura rafforzata che permetteva di supportare il peso del corpo del Deinosuchus fuori dall'acqua[3][11]. I deinosuchi si spostavano infatti fuori dall'acqua, come molti dei moderni coccodrilli[3][8].

Dimensioni[modifica | modifica wikitesto]

La massima lunghezza raggiungibile da un esemplare di Deinosuchus è stimata tra i 10 metri e i 15 metri. Invece, il moderno coccodrillo del Nilo non supera i 7 metri in lunghezza.

Le proporzioni dei resti fossili indicano che il deinosuco era più grande del coccodrillo marino, il più grande rettile oggi vivente, e ciò ne fa uno dei più grandi coccodrilli mai esistiti, insieme a Mourasuchus, Rhamphosuchus, Gryposuchus e Purussaurus. Vi furono altri giganteschi animali, generalmente indicati come "coccodrilli", ad esempio Sarcosuchus, ma non sono considerati veri coccodrilli, bensì crocodilomorfi più basali.

Va detto che anche se le dimensioni del deinosuco sono sempre state considerate enormi, la stima su di esse è variata notevolmente nel corso degli anni. La stima originale degli anni cinquanta, per l'esemplare tipo allora chiamato Phobosuchus riograndensis, si basavano su un cranio lungo 1,5 m e rifacendosi per le proporzioni al coccodrillo cubano, con una lunghezza totale stimata a 15 m[6]. Questa ricostruzione è oggi considerata imprecisa[3]; usando resti più completi, nel 1999 è stato stimato che le dimensioni degli esemplari di Deinosuchus potessero variare da 8 a 10 m ed un peso dalle 2,5 alle 5 tonnellate[12]. In ogni modo, i più grandi resti di  D. riograndensis misurano una volta e mezzo le dimensioni del D. rugosus medio ed è stato stabilito che gli individui più grandi di queste specie potessero raggiungere i 12 m di lunghezza e pesare 8,5 t[3].

Paleobiologia[modifica | modifica wikitesto]

Habitat[modifica | modifica wikitesto]

Un frammento di mandibola di Deinosuchus, esposto al North Carolina Museum of Natural Sciences. I fossili di questo grande alligatore sono stati rinvenuti in dieci stati americani e nel Messico settentrionale.

I fossili di Deinosuco sono stati rinvenuti in Nordamerica, principalmente nella vasta pianura che un tempo era il Mare interno occidentale e che attraversa Texas, Alabama, Mississippi, Utha[13], Wyoming, Georgia, e in New Jersey, North Carolina, Nuovo Messico e in Messico[14][15]. Tutti gli esemplari ritrovati erano in rocce datate del Campaniano, nel Cretaceo inferiore. Gli esemplari più antichi, datano di 80 Ma, mentre i più recenti sono vissuti circa 73 Ma.[16].

La distribuzione dei rinvenimenti indicano che questi coccodrilli giganti vivessero in zone di estuario[15]. Nella formazione Aguja in Texas, dove alcuni fra gli esemplari più grandi sono stati ritrovati, vi era probabilmente una baia di acque salmastre[17]. Anche se alcuni esemplari sono stati trovati in depositi marini, non è chiaro se i deinosuchi si avventuravano al largo, come i moderni coccodrilli marini e i resti possono essere stati trasportati dalle correnti a morte avvenuta[15] .

Dieta[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1954, Edwin H. Colbert e Roland T. Bird ipotizzarono che il Deinosuchus "poteva benissimo avere cacciato e divorato alcuni dei dinosauri dei quali è stato contemporaneo". Colbert ha ribadito questa ipotesi con più forza nel 1961: "Certamente questo coccodrillo deve essere stato un predatore di dinosauri; altrimenti perché avrebbe dovuto avere una mole così gigantesca? Inoltre cacciava in acqua, dove i teropodi giganti non potevano andare ".[18][19] R. David Schwimmer ha notato nel 2002 che le vertebre della coda di molti adrosauridi rinvenuti nei pressi del Big Bend National Park mostravano i segni dei denti di un Deinosuchus, rafforzando l'ipotesi che tale rettile si nutrisse in almeno alcuni casi di dinosauri. Nel 2003, Christopher A. Brochu ha ritenuto che le prove dei segni lasciati dai denti non fossero sufficienti perché le si potessero considerare incontestabili, ha comunque convenuto che il Deinosuchus "probabilmente si sia nutrito di ornitopodi di tanto in tanto."[20] Si è generalmente ritenuto che il Deinosuchus utilizzasse tattiche di caccia simili a quelle dei coccodrilli moderni, con imboscate tese a dinosauri e altri animali terrestri sulle rive che poi venivano sommersi fino all’ annegamento.[21]

Schwimmer e Williams hanno proposto nel 1996 che il Deinosuchus possa aver predato tartarughe marine[22]. Deinosuchus probabilmente avrebbe usato i robusti denti piatti vicino alla parte posteriore della sua mandibola per schiacciare i gusci di tartaruga. La tartaruga marina Bothremys era particolarmente comune nei territori orientali del Deinosuchus, e molti suoi gusci sono stati ritrovati con segni di morsi che erano stati molto probabilmente inflitti dal coccodrillo gigante.

Schwimmer ha concluso nel 2002 che l’alimentazione dei deinosuchi probabilmente variava in base alla località geografica, i più piccoli Deinosuchus del Nord America orientale avrebbero occupato una nicchia ecologica simile a quella del coccodrillo americano moderno. Avrebbe cacciato tartarughe marine, pesci e piccoli dinosauri. I più grandi, ma meno comuni Deinosuchus del Texas e del Montana potrebbero essere stati cacciatori più specializzati, in grado di cacciare anche grandi dinosauri. Schwimmer ha osservato che nessun dinosauro teropode dell’America orientale raggiungeva le dimensioni del Deinosuchus, indicando che il massiccio coccodrillo avrebbe potuto essere il maggior predatore della regione[4].

Crescita e durata di vita[modifica | modifica wikitesto]

Il tasso di crescita del Deinosuchus era comparabile ai moderni coccodrilli, anche se mantenuto su un periodo più lungo[12]. Le stime, basate sugli anelli di crescita negli osteodermi dorsali di alcuni esemplari, indicano che ogni Deinosuchus potesse aver impiegato 35 anni a raggiungere la taglia adulta. Gli esemplari più vecchi potrebbero aver avuto più di 50 anni di età. Questo ritmo di crescita è diametralmente opposto a quello dei grandi dinosauri, che raggiungevano molto presto la taglia adulta, anche se con una durata di vita più breve[12]. Secondo Erickson, un deinosuco adulto avrebbe potuto vedere nascere e morire diverse generazioni di dinosauri[23].

Scoperta[modifica | modifica wikitesto]

Ebenezer Emmons disegnò questi due denti fossili nel 1858. Molto probabilmente, appartenevano al rettile che in seguito sarebbe stato chiamato Deinosuchus.

Nel 1858, il geologo Ebenezer Emmons descrisse due denti fossili di grandi dimensioni ritrovati a Bladen County, North Carolina. Emmons classificò questi denti come appartenenti ad un esemplare di Polyptychodon, salvo poi ricredersi e definirli i resti di "un genere di rettile simile ad un coccodrillo"[24]. I denti descritti da Emmons erano spessi, leggermente incurvati e ricoperti da smalto con solchi verticali; attribuì alla specie il nome di P. rugosus[24]. Anche se non riconosciuti come tali, questi denti erano probabilmente i primi resti di Deinosuchus ad essere scientificamente descritti. Ritrovamenti successivi hanno indicato che il Polyptychodon era un pliosauro, un tipo di rettile marino[11]

Un altro grande dente di deinosuco fu scoperto nella vicina Sampson County ed attribuito a Polydectes biturgidus da Edward Drinker Cope nel 1869[11].

A Willow Creek, nel Montana,  John Bell Hatcher e T.W. Stanton rinvennero nel 1903 alcuni osteodermi fossili, praticamente giacenti sulla superficie del suolo, inizialmente attribuiti all'Euoplocephalus, un anchilosauro. Quando gli scavi portarono alla luce altro materiale, vertebre, costole e un pube, W.H. Utterback concluse che si trattava piuttosto di un grosso Crocodylia piuttosto che un dinosauro, il che fece perdere ad Hatcher ogni interesse nel materiale[10]. Dopo la morte di Hatcher nel 1904, il suo collega W.J. Holland studiò e descrisse i fossili, assegnandoli ad un nuovo genere e specie, Deinosuchus hatcheri, nel 1909[10].

La spedizione del 1940 del American Museum of Natural History portò altri fossili del deinosuco, dal Big Bend National Park in Texas. Questi esemplari vennero descritti da Edwin H. Colbert e Roland T. Bird nel 1954, sotto il nome di Phobosuchus riograndensis[6]. Donald Baird e Jack Horner hanno in seguito assegnato le scoperte di Big Bend al genere Deinosuchus, accettato della maggior parte delle autorità tassonomiche moderne[11][25]. Il nome del genus Phobosuchus, inizialmente creato dal barone Franz Nopcsa nel 1924, è stato ormai scartato poiché includeva diverse specie di coccodrilli, non necessariamente imparentate strettamente.

L'American Museum of Natural History ha incorporato il cranio e frammenti della mascella in una ricostruzione in gesso modellata sul coccodrillo cubano moderno, abbastanza conservatrice dal punto di vista delle dimensioni[6]. Non era noto all'epoca che Deinosuchus avesse un muso largo e quindi Colbert e Bird hanno rappresentato il cranio esagerandone le dimensioni[11]. Malgrado queste inesattezze, questo cranio parzialmente ricostruito è l'esemplare di Deinosuchus più noto al pubblico.

Numerosi esemplari di Deinosuchus sono stati scoperti negli anni successivi, alcuni alquanto frammentari, incrementando la conoscenza sull'habitat e la distribuzione di questo predatore gigante. Resti del cranio più completi sono stati anche ritrovati, il che ha permesso a David R. Schwimmer di ricreare nel 2002 una ricostruzione computerizzata del 90% del cranio del deinosuco[1][15].

Questo cranio parzialmente ricostruito, esposto presso l'American Museum of Natural History, è probabilmente il più famoso tra tutti i fossili di Deinosuchus, e originariamente è stato descritto come Phobosuchus. Le parti più scure in ombra sono ossa fossili, mentre le porzioni più chiare sono in gesso.

Classificazione[modifica | modifica wikitesto]

Deinosuchus venne inizialmente classificato da Colbert e Bird nella famiglia Crocodylidae, principalmente sulla base delle caratteristiche dentali simili a quelle dei coccodrilli moderni[6]. Tuttavia, una rivalutazione filogenetica effettuata nel 1999 da Brochu ha determinato che il Deinosuchus, assieme al Leidyosuchus, era in realtà un membro primitivo della clade Alligatoroidea[26]. Così il Deinosuchus non fu un gigantesco coccodrillo, piuttosto fu uno dei più grandi alligatori.

Tale classificazione è stata riconfermata nel 2005 dalla scoperta di una scatola cranica in buone condizioni nella formazione Blufftown dell'Alabama, che presenta alcune caratteristiche che ricordano quelle del moderno alligatore americano[27]. Anche se è un membro preistorico del loro stesso clade, Deinosuchus non è un antenato diretto degli alligatori moderni[28]. Attualmente a questo genere sono ascritte due specie: Deinosuchus rugosus e D. riograndensis. I suoi parenti più stretti potrebbero essere stati Leidyosuchus e Diplocynodon .

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d David R. Schwimmer, The Life and Times of a Giant Crocodylian in King of the Crocodylians: The Paleobiology of Deinosuchus, Indiana University Press, 2002, pp. 1–16, ISBN 0-253-34087-X.
  2. ^ a b David R. Schwimmer, How Many Deinosuchus Species Existed? in King of the Crocodylians: The Paleobiology of Deinosuchus, Indiana University Press, 2002, pp. 107–135, ISBN 0-253-34087-X.
  3. ^ a b c d e David R. Schwimmer, The Size of Deinosuchus in King of the Crocodylians: The Paleobiology of Deinosuchus, Indiana University Press, 2002, pp. 42–63, ISBN 0-253-34087-X.
  4. ^ a b David R. Schwimmer, The Prey of Giants in King of the Crocodylians: The Paleobiology of Deinosuchus, Indiana University Press, 2002, pp. 167–192, ISBN 0-253-34087-X.
  5. ^ a b Erickson, G.M., Gignac, P.M., Steppan, S.J., Lappin, A.K., Vliet, K.A., Brueggen, J.D., Inouye, B.D., Kledzik, D., Webb, G.J.W., Insights into the Ecology and Evolutionary Success of Crocodilians Revealed through Bite-Force and Tooth-Pressure Experimentation in PLOS One, vol. 7, nº 3, 2012.
  6. ^ a b c d e Colbert, Edwin H; Bird, Roland T., A gigantic crocodile from the Upper Cretaceous beds of Texas (PDF) in American Museum Novitates, vol. 1688, American Museum of Natural History, 1954, pp. 1–22. URL consultato il 22 febbraio 2009.
  7. ^ John Foster, Jurassic West: The Dinosaurs of the Morrison Formation and Their World, Indiana University Press, 2007, p. 150, ISBN 978-0-253-34870-8.
  8. ^ a b Cloudsley-Thompson J.L., Ecology and Behaviour of Mesozoic Reptiles, Springer Science, 2005, pp. 40–41, ISBN 3-540-22421-1.
  9. ^ Rolleston, George; Jackson, William Hatchett, Forms of Animal Life, Oxford at the Clarendon Press, 1870, p. 392.
  10. ^ a b c Holland, W.J., Deinosuchus hatcheri, a new genus and species of crocodile from the Judith River beds of Montana in Annals of the Carnegie Museum, vol. 6, 1909, pp. 281–294.
  11. ^ a b c d e f David R. Schwimmer, The Early Paleontology ofDeinosuchus in King of the Crocodylians: The Paleobiology of Deinosuchus, Indiana University Press, 2002, pp. 17–41, ISBN 0-253-34087-X.
  12. ^ a b c Erickson, Gregory M., Brochu, Christopher A., How the 'terror crocodile' grew so big in Nature, vol. 398, marzo 1999, pp. 205–206, DOI:10.1038/18343, ISSN 6724.
  13. ^ Titus, Alan L.; Knell, Michael J.; Wiersma, Jelle P.; Getty, Mike A., First report of the hyper-giant Cretaceous crocodylian Deinosuchus from Utah in Geological Society of America Abstracts with Programs, vol. 40, nº 1, 2008, p. 58.
  14. ^ Westgate, James; Brown, R.; Pittman, Jeffrey; Cope, Dana; Calb, Jon, First occurrences of Deinosuchus in Mexico in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 26, Supplement to 3, 2006, p. 138A.
  15. ^ a b c d David R. Schwimmer, Deinosuchus Localities and Their Ancient Environments in King of the Crocodylians: The Paleobiology of Deinosuchus, Indiana University Press, 2002, pp. 81–106, ISBN 0-253-34087-X.
  16. ^ Lucas, Spencer G.; Sullivan, Robert M.; Spielmann, Justin A., The giant crocodylian Deinosuchus from the Upper Cretaceous of the San Juan Basin, New Mexico in Late Cretaceous Vertebrates, New Mexico Museum of Natural History and Science Bulletin, vol. 35, 2006, pp. 245-248. URL consultato il 28 marzo 2015.
  17. ^ Anglen, John J.; Lehman, Thomas M., Habitat of the giant crocodilian Deinosuchus, Aguja Formation (Upper Cretaceous), Big Bend National Park, Texas in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 20, Supplemento 3, 2000, p. 26A.
  18. ^ Edwin H. Colbert, Dinosaurs: Their Discovery and Their World, E. P. Dutton, 1961, p. 243.
  19. ^ Allen Debus, Dinosaur Memories, Authors Choice Press, 2002, p. 265, ISBN 0-595-22988-3.
  20. ^ Christopher A. Brochu, Review of King of the Crocodylians: The Paleobiology of Deinosuchus in Palaios, vol. 18, nº 1, 2003, pp. 79–82, DOI:10.1669/0883-1351(2003)018<0080:BR>2.0.CO;2.
  21. ^ Richard Cowen, History of Life, 3rd, Blackwell Publishing, 2000, p. 263, ISBN 0-632-04501-9.
  22. ^ Schwimmer, David R.; Williams, G. Dent, New specimens of Deinosuchus rugosus, and further evidence of chelonivory by Late Cretaceous eusuchian crocodiles in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 16, Supplement to 3, 1996, p. 64.
  23. ^ Connor, Steve, Solved: Mystery of crocodile that feasted on dinosaurs in The Independent, 18 marzo 1999.
  24. ^ a b Ebenezer Emmons, Report of the North Carolina Geological Survey, Henry D. Turner, 1858, pp. 219–22, ISBN 1-4366-0488-5.
  25. ^ Baird, D. e Horner, J., Cretaceous dinosaurs of North Carolina in Brimleyana, vol. 2, 1979, pp. 1–28.
  26. ^ Brochu, Christopher A., Phylogenetics, Taxonomy, and Historical Biogeography of Alligatoroidea in Society of Vertebrate Paleontology Memoir, vol. 6, giugno 1999, DOI:10.2307/3889340.
  27. ^ Knight, Terrell K.; Schwimmer, David R., Anatomy of the skull and braincase of a new Deinosuchus rugosus specimen from the Blufftown Formation, Russell County, Alabama in Geological Society of America Abstracts with Programs, vol. 37, nº 2, 2005, p. 12.
  28. ^ David R. Schwimmer, A Genealogy of Deinosuchus in King of the Crocodylians: The Paleobiology of Deinosuchus, Indiana University Press, 2002, pp. 136–166, ISBN 0-253-34087-X.

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