De iure belli

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Il diritto della guerra
Titolo originaleDe iure belli
AutoreAlberico Gentili
1ª ed. originale1598
Generesaggistica
Lingua originalelatino

Il De iure belli (Il diritto della guerra) è un'opera di Alberico Gentili, giurista italiano considerato uno dei "padri fondatori del diritto internazionale",[1] composta nel 1598. L'opera è stata fonte d'ispirazione per il De iure belli ac pacis di Ugo Grozio:[2] Thomas Erskine Holland dimostrò che Grozio, per la composizione della sua opera, prese molte delle idee di Alberico e le inserì nel suo scritto.[3]

La struttura si divide in tre libri,[4] ricoprendo un ruolo fondamentale nello sviluppo del diritto moderno e nella genesi della disciplina. Può essere considerata un'opera "classica" del rinascimento italiano.[5]

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Il contenuto dell'opera mostra le posizioni e i pensieri del Gentili sulla guerra, sulla tolleranza religiosa, sulla giustizia, diversità culturale e sulla pace:[4][5]

  • nel primo libro esamina la guerra e le sue cause (divine e naturali), concludendo che una guerra deve nascere per una causa onesta,
  • nel secondo libro tratta della giustizia della guerra, dei protagonisti (truppe, strategie, ostaggi, ecc.) e del rispetto verso le donne, i fanciulli e i cadaveri,
  • nel terzo libro dimostra il fine della guerra, ovvero la pace, trattando delle regole da seguire.

Riguardo ai contenuti espressi da Alberico, Angelo Vardarnini scrive:[6]

«Questo il concetto nobilissimo per cui il nome di Alberico va associato ai nostri tempi e vivrà immortale. [...] Egli ammaestrato dalle discordie e dai gravissimi danni di molte e diverse guerre, dai mali che esse arrecano all'umanità, dal ritardo e dagli ostacoli che ne provengono alla civiltà ed al progresso dell'umana famiglia, invocava, [...] la pace perpetua ed universale.»

Nel quinto capitolo del libro primo libro, Alberico criticherà duramente il pensiero di Erasmo da Rotterdam, definendolo come un modo di ragionare infantile e frutto del pregiudizio nutrito dallo stesso lettore,[7] mentre nel sesto riprenderà quello di Baldo degli Ubaldi, sostenendo però che non è necessario che una delle parti belligeranti sia nel torto per sostenere una guerra.

Riguardo alle guerre ritenute giuste dai fedeli della fede cattolica, il Gentili sostiene il rifiuto dei missionari e della fede cristiana non sarebbero cause giuste per iniziare una guerra, prendendo come esempio (cap. XXV, I libro) la conquista del Nuovo Mondo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Diego Panizza, Alberico Gentili, giurista ideologo nell'Inghilterra Elisabettiana, Padova, La Garangola, 1981, OCLC 9874796.
  2. ^ Davide Suin, Principi supremi e societas hominum: il problema del potere nella riflessione di Alberico Gentili, in SCIENZA & POLITICA per una storia delle dottrine, vol. 24, n. 56, 2017, DOI:10.6092/issn.1825-9618/7106.
  3. ^ Thomas Erskine Holland, The Laws of War on Land, Oxford, The Clarendon Press, 1908.
  4. ^ a b Norberto Mancini, Un genio della stirpe: Alberico Gentili da Sanginesio, Civitanova Marche, Tipografia Ciarrocchi, 1937.
  5. ^ a b Centro Internazionale "Alberico Gentili" – CISG — Università di Macerata: Alberico Gentili, su unimc.it. URL consultato il 29 novembre 2021.
  6. ^ Angelo Vardarnini, Alberico Gentili, fondatore del diritto Internazionale, Firenze, 1875.
  7. ^ V. Lavenia, Alberico Gentili: i processi, le fedi, la guerra, in 'Ius gentium, Ius communicationis, Ius belli'. Alberico Gentili e gli orizzonti della modernità, Padova, Giuffrè, 2009.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]