Daria Halprin

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Daria Schuman Halprin (San Francisco, 30 dicembre 1948) è una ex attrice, danzatrice e insegnante statunitense.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlia dell'architetto paesaggista Lawrence Halprin e della coreografa Anna Halprin, è cresciuta nella Bay Area. Dopo aver incominciato a studiare danza seguendo le orme di sua madre, alla fine degli anni 60 si iscrisse alla facoltà di Antropologia dell'Università della California a Berkley[1][2]; in quel periodo entrò a far parte della scena hippie di Haight-Ashbury a San Francisco e comparve nel documentario Revolution del 1968 di Jack O'Connell, ripresa mentre, nuda, leggeva una poesia. Il regista italiano Michelangelo Antonioni, che stava cercando due giovani attori non professionisti per il suo secondo film in lingua inglese, Zabriskie Point, prodotto dalla Metro-Goldwyn-Mayer, notò la performance della Halprin nel documentario e la scritturò per il film[1], trovando che esprimesse perfettamente lo spirito della controcultura che stava cercando.

Il film, uscito nel febbraio 1970 dopo due anni di lavorazione[1], esplorava, attraverso una sensibilità europea, le tensioni in atto tra controcultura ed establishment nella società americana in quel momento; la Halprin vi interpretava un personaggio con il suo stesso nome (Daria), una studentessa di antropologia di Los Angeles coinvolta nel movimento studentesco. Benché all'epoca il film abbia diviso la critica e sia stato un flop al botteghino, nel corso degli anni la pellicola è stata rivalutata fino a raggiungere lo status di cult movie[3][4], per la forza poetica delle sue immagini, per l'uso innovativo della musica rock in un film d'autore e per la rappresentazione dell'atmosfera utopica degli anni sessanta. La scena finale in cui la Halprin immagina di far esplodere al rallentatore una villa razionalista, col sottofondo della musica dei Pink Floyd, è diventata una delle scene più iconiche della storia del cinema[5][4][6].

Dopo l'uscita del film la Halprin e il suo partner di Zabriskie Point Mark Frechette, che avevano incominciato una relazione durante le riprese, andarono a vivere in una comunità di Boston che contava un centinaio di membri[2]; i due ebbero il loro momento di popolarità come prima "coppia della controcultura", ed in questa veste comparvero su numerose riviste e copertine; apparvero come coppia anche in televisione al The Dick Cavett Show nel 1971[1]. Poco dopo però la Halprin abbandonò la comune a causa dei suoi metodi rigidi[4] e pose fine alla relazione con Frechette facendo ritorno a San Francisco[1]; nel 1972 girò quello che sarebbe stato il suo ultimo film, il triller The Jerusalem File di John Flynn. Nello stesso anno sposò Dennis Hopper, con cui andò a vivere in New Mexico e da cui ha avuto la figlia Ruthanna Hopper, anch'essa attrice; la coppia divorziò poi nel 1976 e l'attrice fece ritorno in California.

Dopo queste esperienze cinematografiche la Halprin lasciò definitivamente il cinema per dedicarsi alla danzaterapia. Nel 1978 ha fondato in California, insieme con sua madre Anne, il Tamalpa Institute, una struttura dedicata all'utilizzo di pratiche artistiche (arte, danza, movimento, performance) a scopo terapeutico; ha scritto anche diversi libri sul tema. È apparsa in una intervista nel cortometraggio When the Fall Comes del 2014.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e The Pop Culture Addict presents... Movies, su web.archive.org, 27 luglio 2008. URL consultato il 12 febbraio 2019 (archiviato dall'url originale il 27 luglio 2008).
  2. ^ a b Daria Halprin, su IMDb. URL consultato l'11 febbraio 2019.
  3. ^ Zabriskie Point • Rivista Studio, su Rivista Studio, 12 luglio 2011. URL consultato l'11 febbraio 2019.
  4. ^ a b c (EN) Dazed, Three things you didn’t know about Zabriskie Point, su Dazed, 20 giugno 2015. URL consultato l'11 febbraio 2019.
  5. ^ Zabriskie Point :: Film Culte Zabriskie Point :: FilmDeCulte, su www.filmdeculte.com. URL consultato l'11 febbraio 2019.
  6. ^ (EN) CULT - Zabriskie Point (15) | Aberystwyth Arts Centre, su www.aberystwythartscentre.co.uk. URL consultato l'11 febbraio 2019.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN63629652 · ISNI (EN0000 0001 1446 1180 · LCCN (ENno98092803 · BNF (FRcb16210250n (data) · WorldCat Identities (ENno98-092803