Dai-Nippon Teikoku Rikugun

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大日本帝國陸軍
Dai-Nippon Teikoku Rikugun
Esercito Imperiale Giapponese
War flag of the Imperial Japanese Army.svg
Descrizione generale
Attiva Dal 1867 al 1945
Nazione Impero del Giappone
Servizio Disciolto nel 1945 dopo la fine della
seconda guerra mondiale
Tipo Esercito
Ruolo Forza militare
Dimensione circa 6,095,000 soldati
(nel periodo della sua massima potenza)
Battaglie/guerre Prima guerra sino-giapponese,
Guerra russo-giapponese,
Prima guerra mondiale,
Seconda guerra sino-giapponese,
Seconda guerra mondiale
Comandanti
Comandanti degni di nota Kotohito Kan'in, Hajime Sugiyama,
Hideki Tojo, Yasuji Okamura, Shunroku Hata,
Tadamichi Kuribayashi, Tomoyuki Yamashita,
Masaharu Homma

[senza fonte]

Voci su unità militari presenti su Wikipedia

L'Esercito Imperiale Giapponese, (Kyūjitai: 大日本帝國陸軍, Shinjitai: 大日本帝国陸軍, Romaji: Dai-Nippon Teikoku Rikugun), letteralmente Esercito dell'Impero del Grande Giappone, ha costituito la forza di terra del Giappone imperiale dal 1867 fino al 1945, anno della sconfitta nella seconda guerra mondiale. Incorporò anche le forze aeree terrestri nipponiche, in quanto non esisteva una aviazione come forza armata indipendente. L'Esercito Imperiale era controllato dall'Ufficio generale dello Stato maggiore dell'Esercito Imperiale e dal Ministero della Guerra giapponese, entrambi i quali erano subordinati all'Imperatore del Giappone come Comandante Supremo dell'Esercito e della Marina. In seguito un ispettorato generale dell'Aviazione (dell'Esercito) divenne la terza agenzia di sorveglianza dell'esercito. In tempo di guerra o emergenze nazionali, veniva nominato un comando facente funzione dell'imperatore, il Quartier Generale imperiale, un corpo consistente nel Capo e vice Capo dello Staff dell'Esercito, nel ministro della guerra, nel Capo e vice Capo dello Staff della Marina, nell'ispettore generale dell'Aviazione militare e nell'ispettore generale dell'addestramento militare.

Storia fino alla seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Fondazione[modifica | modifica sorgente]

Addestramento delle truppe Shogunate della prima missione militare francese in Giappone nel 1867, appena prima della guerra Boshin (18681869), poco prima del rinnovamento Meiji.

Durante il Rinnovamento Meiji, le forze militari leali all'Imperatore Mutsuhito erano samurai provenienti dai domini feudali di Satsuma e di Chōshū. Dopo il successo del rovesciamento dello shogunato Tokugawa (bakufu) e dell'instaurazione del governo di Meiji, modellato sulle linee europee, un esercito più formale, leale a governo centrale più che ai singoli domini, divenne una necessità per preservare l'indipendenza del Giappone dall'imperialismo occidentale.

Questo esercito centralizzato, l'Esercito Imperiale giapponese, divenne ancora più importante dopo l'abolizione del sistema feudale nel 1871. A riforma dell'esercito, il governo istituì la coscrizione su scala nazionale, nel 1873, il quale prevedeva che ogni maschio dai 17 ai 40 anni doveva svolgere un periodo di tre anni di servizio, seguiti da altri due anni nelle prime riserve (attive) e altri due nelle seconde riserve (non attive).[1] Una delle differenze fondamentale tra i samurai e la classe contadina era il diritto a portare armi; questo antico privilegio fu esteso ad ogni uomo della nazione.[2]

Assistenza straniera[modifica | modifica sorgente]

1leftarrow.pngVoce principale: Guerra Boshin.

Il nuovo Esercito Imperiale fu essenzialmente sviluppato con l'assistenza di consiglieri francesi,[3] con la seconda missione militare francese in Giappone (1884-1889). Tuttavia, data la vittoria tedesca nella guerra franco-prussiana, il governo giapponese prese anche i prussiani come modello per il loro esercito e assunsero due consiglieri tedeschi (il maggiore Jackob Meckel, sostituito nel 1888 da von Wildenbrück, e il capitano von Blankenbourg) per addestrare lo Staff Generale giapponese dal 1886 all'aprile 1890: l'Ufficio Generale dello Staff dell'Esercito Imperiale, basato sul Generalstab prussiano, venne costituito direttamente dall'Imperatore nel 1878 e gli venne dato un ampio potere sulla pianificazione e la strategia militare.

Soldati dell'Esercito Imperiale giapponese nel 1875.

Altri consulenti militari stranieri furono il maggiore italiano Pompeo Grillo, che lavorò alla fonderia di Osaka dal 1884 al 1888 seguito dal maggiore Quaratezi dal 1889 al 1890, e il capitano olandese Schermbeck, che lavorò per incrementare le difese costiere dal 1883 al 1886. I giapponesi non ebbero invece consiglieri stranieri tra il 1890 e il 1918, fino alla quarta missione militare francese in Giappone (1918-1919), guidata dal comandante Jacques-Paul Faure, che fu richiesta per assistere allo sviluppo del Servizio Aeronautico.[4]

Spedizione di Taiwan[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Incidente di Mudan.

La spedizione di Taiwan del 1874 fu una spedizione punitiva delle forze militari giapponesi in risposta all'assassinio di 54 membri dell'equipaggio di un vascello mercantile affondato nelle isole Ryūkyū, da parte degli indigeni di Paiwan sulla punta meridionale di Taiwan nel dicembre 1871. Questo fu il primo impiego oltremare dell'Esercito e della Marina Imperiali.[5]

Rivolta di Satsuma[modifica | modifica sorgente]

Non sorprendentemente, il nuovo ordine portò ad una serie di rivolte da parte dei samurai scontenti. Una delle maggiori ribellioni, la Ribellione di Satsuma, fu guidata da Saigō Takamori, che di divenne ben presto una guerra civile. Questa ribellione fu soppressa velocemente dai coscritti dell'appena nato Esercito Imperiale, i quali usavano armi e tattiche occidentali, sebbene il cuore di questo nuovo esercito era la Forza di Polizia di Tokyo, formata per lo più da ex-samurai.[6]

Soldati dell'Esercito Imperiale giapponese durante la ribellione di Satsuma (guarnigione di Kumamoto, 1877).

Un Rescritto Imperiale ai Soldati e Marinai (direttamente dall'Imperatore) del 1882 affermò l'indubbia lealtà all'Imperatore di tutte le forze armate e asserì che ogni comando dei propri ufficiali superiori era l'equivalente di un comando diretto dell'Imperatore stesso. Da allora, i militari servivano il Giappone in un'intima e privilegiata relazione con l'istituzione imperiale.

I leader militari ricevettero l'onore del diretto accesso all'Imperatore e l'autorità di trasmettere i suoi pronunciamenti direttamente alle truppe. La relazione amichevole tra i coscritti e gli ufficiali, in particolare gli ufficiali minori che provenivano maggiormente dalla classe contadina, tendeva ad avvicinare i militari alla gente comune. Nel tempo, la maggior parte della gente cercò nei militari la guida agli accadimenti nazionali più che nei politici.

Un'unità d'artiglieria giapponese, nell'arsenale di Koishikawa, Tokyo, nel 1882. Fotografata da Hugues Krafft.
Il fucile Murata fu sviluppato in Giappone nel 1880.

Negli anni novanta dell'XIX secolo, l'Esercito Imperiale giapponese era diventato il più moderno esercito in Asia, ben addestrato, ben equipaggiato e con un buon morale. Tuttavia, esso era semplicemente una forza di fanteria, mancante di cavalleria e artiglieria, entrambi presenti nei contemporanei europei. I pezzi d'artiglieria, che erano prodotti in America e in altre nazioni europee, presentavano due problemi: erano scarsi e il ridotto numero che era accessibile aveva differenti calibri, causando dei problemi con i rifornimenti di munizioni.

Prima guerra sino-giapponese[modifica | modifica sorgente]

1leftarrow.pngVoce principale: Prima guerra sino-giapponese.

La prima guerra sino-giapponese fu un conflitto combattuto tra l'Impero Cinese della dinastia Qing e l'Impero del Giappone per il controllo della Corea. La guerra mostrò la debolezza dell'esercito dei Qing e i giapponesi giunsero ad una sicura vittoria. Essa fu dovuta al nuovo stile occidentale dell'esercito di coscritti giapponesi che era ben equipaggiata e ben addestrata in confronto con la controparte cinese. Il risultato principale fu il passaggio della figura dominante in Asia, dalla Cina al Giappone, e una fatale caduta per la dinastia Qing. I giapponesi misero in campo una forza di 120 000 uomini in due armate e cinque divisioni.

Ribellione dei Boxer[modifica | modifica sorgente]

1leftarrow.pngVoce principale: Ribellione dei Boxer.

Soldati dell'Esercito Imperiale giapponese nel 1900.

Tra il 1899 e il 1900, gli attacchi dei Boxer contro gli stranieri in Cina si intensificarono e in seguito sfociarono nell'assedio alle legazioni diplomatiche a Pechino. Un'alleanza internaziomale formata da truppe britanniche, francesi, russe, tedesche, italiane, austro-ungheresi, statunitensi e giapponesi furono inviate a liberare i diplomatici. I giapponesi provvedettero ad inviare il contingente più numeroso; 20 840 uomini con 18 navi da guerra. Rispetto al numero totale, 20 300 uomini erano truppe dell'Esercito Imperiale della 5ª Divisione di Fanteria sotto il generale Yamaguchi Motoomi mentre i rimanenti 540 uomini erano marinai della Marina Imperiale giapponese. I ribelli usarono le tradizionali arti marziali cinesi per opporsi alle tattiche e armi degli eserciti moderni. Questo li portò ad essere chiamati "Boxer" dagli occidentali. Anche se ufficialmente condannavano il movimento, i Boxer erano ufficiosamente supportati da Cixi, l'imperatrice vedova. Alla fine i boxer furono catturati e giustiziati. L'imperatrice fu costretta a fuggire quando gli eserciti stranieri entrarono nella Città Proibita.

Guerra russo-giapponese[modifica | modifica sorgente]

1leftarrow.pngVoce principale: Guerra russo-giapponese.

La guerra russo-giapponese fu il risultato della tensione tra l'Impero russo e l'Impero del Giappone, soprattutto per le rivali ambizioni sulla Manciuria e la Corea. I giapponesi inflissero pesanti perdite ai russi; tuttavia, non furono in grado di infliggere una sconfitta decisiva all'armata russa. La grande dipendenza dalla fanteria, portò i giapponesi a subire pesanti perdite tra le proprie fila, specialmente durante l'assedio di Port Arthur.

Prima guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Uniforme dell'Esercito Imperiale giapponese usata nella spedizione a Kiaochow.

L'Impero del Giappone entrò in guerra nella Triplice Intesa. Anche se furono fatti dei piani per inviare una forza di spedizione di 100 000 - 500 000 uomini in Francia,[7] alla fine l'unica azione in cui il Giappone fu coinvolto fu l'attentamente pianificato e ben eseguito assedio di Tsingtao, una concessione tedesca in Asia, nel 1914.[8]

Periodo tra le due guerre[modifica | modifica sorgente]

Tra il 1917-1918, il Giappone continuò ad estendere la sua influenza e i suoi privilegi in Cina attraverso dei prestiti. In seguito al collasso dell'Impero russo nella rivoluzione d'ottobre, durante l'intervento in Siberia, l'Esercito Imperiale inizialmente pianificò di inviare più di 70 000 uomini ad occupare la Siberia a ovest del lago Bajkal. Lo staff generale dell'esercito vide il collasso zarista come un'opportunità di liberare il Giappone da ogni minaccia russa in futuro, impossessandosi della Siberia e formando uno Stato cuscinetto indipendente.[9] Il piano però fu annullato soprattutto per la forte opposizione degli Stati Uniti.

Nel luglio 1918, il Presidente Wilson chiese al governo giapponese di inviare 7 000 uomini come parte di una coalizione di 24 000 soldati come supporto della Forza di Spedizione Americana in Siberia.[10] Dopo un dibattito animato nella Dieta Nazionale del Giappone, il governo del Primo Ministro Masatake Terauchi accettò di inviare 12 000 uomini ma sotto il comando giapponese, anziché come parte di una coalizione internazionale. Giappone e Stati Uniti inviarono le loro forze in Siberia per appoggiare gli uomini dell'Armata Bianca, guidata da Aleksandr Vasil'evič Kolčak contro i Bolscevichi dell'Armata Rossa.

Una volta che la decisione politica è stata raggiunte, l'Esercito Imperiale prese il pieno controllo sotto il Capo dello Staff Generale Mitsue Yui e, per novembre del 1918, più di 70 000[10] soldati giapponesi occuparono tutti i porti e le maggiori cittadine del Territorio del Litorale e dell'est della Siberia.

Nel giugno 1920, l'America e i suoi alleati della coalizione si ritirarono da Vladivostok dopo la cattura e l'esecuzione di Aleksandr Kolčak da parte dei Bolscevichi. Tuttavia, i giapponesi decisero di rimanere, primariamente per paura di una diffusione del Comunismo così vicina al Giappone e alle sue colonie, Manciuria e Corea. L'esercito giapponese diede supporto militare al governo provvisorio del Priamurye, con sede a Vladivostok, contro la Repubblica dell'Estremo Oriente, sotto controllo di Mosca.

La presenza continuativa del Giappone interessò gli Stati Uniti, che sospettavano che i giapponesi avessero dei piani territoriale sulla Siberia e l'estremo oriente della Russia. Soggetta ad un'intensa pressione diplomatica da parte di Stati Uniti e Regno Unito, e affrontando un'opposizione interna, dovuta al costo economico e umano, l'amministrazione del Primo Ministro Tomosaburo Kato fece ritirare le forze giapponesi nell'ottobre 1922.[11]

Il principe Kanin Kotohito, Capo dello Staff dell'Esercito dal 1931 fino al 1940.

Ascesa del militarismo nel periodo Shōwa[modifica | modifica sorgente]

Negli anni 20, l'Esercito Imperiale del Giappone si espanse rapidamente e entro il 1937 poteva contare su una forza di 300 000 uomini. Diversamente dai paesi occidentali godeva di un'ampia indipendenza dal governo. Sotto i dettami della Costituzione di Meiji, il Ministro della Guerra era tenuto a rendere conto solo all'Imperatore Hirohito e non al governo eletto dal popolo. Infatti, l'amministrazione civile giapponese necessitava del supporto dell'esercito per governare. L'esercito controllava le candidature al Ministero della Guerra e nel 1936 una legge stabilì che solo un generale in servizio attivo poteva ottenere quel posto.[12] Come risultato di ciò, si ebbe che la spesa militare, in proporzione al budget nazionale, crebbe sproporzionatamente tra gli anni venti e trenta, e diverse fazioni vicine ai militari influenzarono la politica estera giapponese.

L'Esercito Imperiale giapponese era originariamente conosciuto come "Esercito" ("rikogun") ma dopo il 1928, come conseguenza dello spostamento dell'esercito verso un nazionalismo romantico e per conseguire le sue ambizioni politiche, si cominciò a riferirsi ad esso come all'"Esercito Imperiale" ("kōgun").

Conflitto con la Cina[modifica | modifica sorgente]

1leftarrow.pngVoce principale: Seconda guerra sino-giapponese.

Nel 1931, l'Esercito Imperiale giapponese aveva una potenza di 198 880 ufficiali e soldati, divisi in 17 divisioni.[13] L'incidente di Mukden fu il presunto attacco alla ferrovia giapponese da parte di banditi cinesi. Le azioni dei militari, largamente indipendenti dalla leadership civile, portò all'invasione della Manciuria, nel 1931 e in seguito alla seconda guerra sino-giapponese nel 1937. Con l'approssimarsi della guerra, l'influenza dell'Esercito Imperiale su l'Imperatore scemò mentre crebbe l'influenza della Marina Imperiale.[14] Nonostante ciò, nel 1938, l'esercito si era espanso fino ad avere 34 divisioni.[15]

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Nel 1941, l'Esercito Imperiale possedeva 51 divisioni[15] e varie unità, tra cui artiglieria, cavalleria, contraeree e corazzate, per un totale di 1 700 000 uomini. All'inizio della seconda guerra mondiale la maggior parte dell'esercito giapponese si trovava in Cina, dove erano stanziate 27 divisioni. Altre 13 divisioni avevano come obiettivo proteggere il confine mongolo, per respingere un eventuale attacco sovietico.[15] Tuttavia, dal 1942, diversi soldati furono inviata ad Hong Kong (23ª Armata), nelle Filippine (14ª Armata) e nella Malesia britannica (25ª Armata).[16] Entro il 1945 vi erano 5 milioni e mezzo di soldati nell'Esercito Imperiale.

Dal 1943, le truppe giapponesi soffrirono di una scarsità di rifornimenti; in special modo cibo, medicine, munizione e armamenti per colpa dell'interdizioni dei sottomarini alleati nelle rotte giapponesi del Pacifico, che portò ad una temuta rivalità con la Marina Imperiale. La mancanza di rifornimenti impedì ad un gran numero di caccia di continuare il servizio aeronautico per mancanza di parti di ricambio[17] e "due terzi dei soldati giapponesi morì di malattie o fame."[18]

Il generale Arthur Percival, guidato da un ufficiale giapponese (al centro), marcia sotto una bandiera di cessate il fuoco per negoziare la capitolazione delle forze alleate durante la battaglia di Singapore, il 15 febbraio 1942.

Fanatismo e crimini di guerra[modifica | modifica sorgente]

Per tutta la seconda guerra sino-giapponese e la seconda guerra mondiale, l'Esercito Imperiale si guadagnò una reputazione per il suo fanatismo e per la sua brutalità contro i prigionieri di guerra e i civili - come per esempio nel Massacro di Nanchino.[19] Dopo la resa del Giappone nell'estate del 1945, molti ufficiali e uomini arruolati dell'Esercito Imperiale furono processati e puniti per numerose atrocità e crimini di guerra. Nel 1949, i processi furono conclusi con un totale di 5 700 casi indagati.[20]

Il generale Tomitaro Horii emise, nel 1941, una "Guida per i soldati nei Mari del Sud", la quale ordinava alle truppe di non saccheggiare o uccidere i civili. L'intento di ciò era prevenire le atrocità che l'Esercito commise in Cina, che tuttavia solo gli uomini sotto il suo comando seguirono.[21]

Diversi motivi sono stati teorizzati per spiegare il comportamento brutale e senza pietà dimostrato da molti membri dell'Esercito Imperiale verso i loro avversari o civili non giapponesi. Uno di questi motivi è probabilmente il comportamento che essi stessi subirono. L'Esercito Imperiale era conosciuto per il severo trattamento che i soldati ricevevano già all'inizio dell'addestramento,[22] tra cui percosse, attività non necessarie estremamente dure, mancanza di cibo e altre violenze o dure tattiche di disciplina. Ciò andava contro allo Scritto Imperiale ai Soldati e Marinai del 1882 che ordinava agli ufficiali di trattare con rispetto i subordinati.[23] Solo dopo nel 1943, i comandanti generali si resero conto che queste brutalità avevano effetti sul morale e ne ordinarono la fine, un ordine che fu aggirato o ignorato.[24] Lo spirito del gyokusai ("morte gloriosa") ordinava ai soldati attacchi suicidi con le baionette, quando il tiro di preparazione dell'artiglieria da campagna non'èra ancora finito.

La reputazione dell'Esercito Imperiale durante la Guerra del Pacifico di rifiutarsi di arrendersi fu dovuta al basso numero di giapponesi sopravvissuti nelle numerose battaglie in tutto il Pacifico; 921 catturati su una guarnigione di 31 000 uomini nella battaglia di Saipan, 17 di 3 000 uomini nella battaglia di Tarawa, 7 400-10 755 di 117 000 uomini nella battaglia di Okinawa, con un gran numero di suicidi sul campo di battaglia. Nell'area sud-ovest del Pacifico ben più di 1 000 uomini si suicidarono sia nel 1942 che nel 1943, circa 5 100 nel 1944 e più di 12 000 nel 1945,[25] e avrebbero potuto essere di più se non fosse stato per le malattie che colpirono i militari.[26] La propaganda dei volantini lanciati dagli aerei americani parlavano del 20% dei membri delle guarnigioni fatti prigionieri,[27] con circa un prigioniero ogni 6 000 volantini sganciati;[28] i giapponesi invece distribuivano volantini "senza scrupoli",[29] che avvertivano sulla mancanza di volontà da parte degli americani di fare prigionieri.[30] L'Esercito Imperiale era solito dipingere le truppe americane come crudeli e senza pietà, definendole come 鬼畜米英 (Kichiku Beihei, letteralmente Bestie Demoniache Americane e Inglesi), e informare le sue truppe che gli americani avrebbero violentato tutte le donne catturate e torturato gli uomini, portando così a trattamenti brutali dei prigionieri di guerra, come nella marcia della morte di Bataan, e a suicidi di massa di soldati e civili giapponesi durante la battaglia di Saipan e di Okinawa.

Quartier Generale Imperiale e potere dell'Imperatore nell'epoca Shōwa[modifica | modifica sorgente]

Durante la prima parte del periodo Shōwa, secondo la Costituzione Meiji, l'Imperatore aveva il "comando supremo dell'Esercito e della Marina" (articolo 11). Hirohito era dunque legalmente il comandante supremo del Quartier Generale Imperiale, fondato nel 1937, nel quale venivano prese le principali decisioni militari.

L'Imperatore Hirohito vestito come comandante del Quartier Generale Imperiale.

La fonti principali, come le memorie di Hajime Sugiyama e i diari di Fumimaro Konoe e Kōichi Kido, descrivono in dettaglio i molti incontri non formali che l'Imperatore ebbe con il suoi capo dello staff e ministri. Questi documenti mostrano che egli si teneva informato su tutte le operazioni militari e frequentemente interrogava i suoi generali e chiedeva dei cambiamenti.

Secondo gli storici Yoshiaki Yoshimi e Seiya Matsuno, Hirohito autorizzò, con un ordine specifico trasmesso dai Capi dello Staff dell'Esercito, come Kan'in Kotohito o Hajime Sugiyama, l'uso di armi chimiche contro i civili e i soldati cinesi. Egli autorizzò l'uso, per esempio, di gas tossico in 375 casi separati durante la battaglia di Wuhan nel 1938.[31] Alcune armi furono autorizzate anche durante la battaglia di Changde.

Secondo gli storici Akira Fujiwara e Akira Yamada, l'Imperatore Hirohito fece anche interventi importanti in alcune operazioni militari. Per esempio, fece pressione sul maresciallo Hajime Sugiyama quattro volte tra gennaio e febbraio del 1942 per incrementare le forze delle sue truppe e attaccare Bataan.[32] Nell'agosto 1943, l'Imperatore accusò Sugiyama di non essere stato in grado di fermare l'avanzata americana nelle isole Solomone e chiese ai generali di considerare altri luoghi dove cominciare un attacco.[33]

Solo in casi rari o di speciale importanza, le decisioni venivano prese dal consiglio imperiale. Il governo imperiale usò questa speciale istituzione per sancire l'invasione della Cina, sulla guerra nel Pacifico e sulla resa del Giappone stesso. Nel 1945, eseguendo la decisione presa nella conferenza imperiale, l'Imperatore Shōwa per la prima nella storia volta informò in persona, via radio, tutti i giapponesi della resa agli Stati Uniti, come ultimo compito come Comandante in Capo delle forze giapponesi.

Storia post seconda guerra mondiale[modifica | modifica sorgente]

Forza di autodifesa giapponese terrestre[modifica | modifica sorgente]

1leftarrow.pngVoce principale: Jieitai.

L'Articolo 9 della Costituzione giapponese rinuncia al diritto di usare la forza come mezzo per risolvere dispute.[34] Ciò fu stabilito in Giappone per prevenire il militarismo, che portò alla guerra. Tuttavia, nel 1947 fu formata la Forza di Sicurezza Pubblica; in seguito, nel 1954, con le prime fasi della Guerra Fredda, la Forza di Sicurezza fu la base per la creazione della nuova Forza di autodifesa giapponese terrestre.[35] Anche se significativamente più ridotto dell'ex-Esercito Imperiale giapponese e formalmente con compito strettamente difensivo, essa costituisce l'odierno esercito del Giappone.

Resistenza continuata[modifica | modifica sorgente]

1leftarrow.pngVoce principale: Soldati fantasma giapponesi.

Indipendentemente, alcuni soldati dell'Esercito Imperiale continuarono a combattere nelle isole sperdute del Pacifico fino agli anni settanta, con l'ultimo soldato giapponese ad arrendersi nel 1974.[36][37][38][39] L'ufficiale dell'Intelligence Hiroo Onoda, che si arrese sull'isola di Lubang nelle Filippine nel marzo 1974, e Teruo Nakamura, che si arrese nell'isola di Morotai in Indonesia nel dicembre 1974, sembrano essere stati gli ultimi due soldati fantasma giapponesi.[38][39]

Ideologia[modifica | modifica sorgente]

Il nazionalismo giapponese permise ai militari di ascendere attorno ad un concetto dell'epoca: un Paese ricco ha un Esercito forte. I nazionalisti affermarono che il Giappone, come territorio, era sacro e la sua gente era speciale, motivando ciò attraverso una combinazione tra Zen e diverse forme di Buddhismo giapponese con lo Shintoismo. Il servizio nell'esercito giapponese era visto come il servizio all'Imperatore del Giappone. Ogni soldato credeva che fosse un grande onore morire per l'Imperatore, per via del credo samurai del "servire" che era profondamente radicato nella cultura dei soldati.

Il concetto dello Yamato-damashii ("Spirito Giapponese") diede ad ogni militare un codice di condotta molto semplice: mai essere catturato, mai fermarsi e mai arrendersi. Essere un codardo o essere catturato era un disonore per la propria famiglia, comunità e paese. Ad ogni soldato era stato insegnato a combattere fino alla morte e ci si aspettava egli morisse invece di disonorarsi. Spesso in battaglia, i soldati imperiali urlavano "banzai" prima di attaccare, confidando che il grido esuberante potesse indicare la loro volontà di morire con onore.

Ogni soldato accettava di dover servire stoicamente come parte del proprio Bushidō, rappresentato con l'idea della "morte prima del disonore". Sadao Araki, un teorico dell'Esercito, strumentalizzò l'adattamento contemporaneo del Bushidō come una dottrina "Seishin Kyoiku" ("addestramento spirituale") per l'esercito stesso. In quanto tale, ogni soldato doveva lasciarsi alle spalle ogni cosa quando cominciavano il servizio, necessitando, così, solo dell'onore. In realtà, l'onore, rappresentato con un nome ed una faccia, rappresentavano tutto per un soldato. Lo Yamato-damashii è uno spirito del Giappone antico rappresentante il proprio orgoglio e la persistenza di fronte ad un grave pericolo, una sorta di coraggio.

Unito a ciò il Bushidō divenne un immenso, religioso rispetto verso l'Imperatore. Anche se durante le epoche Meiji e Taishō, l'Imperatore era praticamente soltanto una facciata, con il vero potere nelle mani dei suoi burocrati, egli era ancora considerato una figura divina. In teoria come comandante in capo, l'Imperatore era solito adeguarsi a ciò che il governo gli "chiedeva" di fare. L'Imperatore infatti vestiva l'uniforme da comandante supremo ed era salutato come tale ad ogni cerimonia delle Forze Imperiali.

All'epoca, il governo imperiale poteva solo mobilitare le forze armate se i ministri del gabinetto giungevano ad un consenso unanime. Il ruolo dell'Imperatore restava nel dare la sua benedizione nell'esecuzione e nel vincolare gli ordini. Dato che l'Imperatore doveva essere presente ad ogni incontro del governo, egli ascoltava in silenzio tutte le argomentazioni fatte dai ministri. Data per scontata la sua benedizione, dopo ogni discussione, le proposte diventavano ordini dell'Imperatore stesso, esecutivi sul popolo del Giappone.

Crescita dell'Esercito Imperiale[modifica | modifica sorgente]

Disposizione delle Forze Armate terrestri in Giappone il giorno della capitolazione, 18 agosto 1945.
  • 1870: 12 000 uomini
  • 1885: 7 divisioni, inclusa la divisione della Guardia Imperiale
  • Nei primi del '900, l'Esercito Imperiale era formato da 12 divisioni, la Guardia Imperiale e altre unita. Quest'ultime contengono le seguenti:
    • 380 000 uomini in servizio attivo e la Riserva di Prima Linea: ex coscritti della Classe A and B(1) dopo due anni di attività con esperienza di almeno 17 anni e mezzo
    • 50 000 uomini nella Riserva di Seconda Linea: come nel precedente ma con ex coscritti della Classe B(2)
    • 220 000 uomini nell'Esercito Nazionale
      • 1º Esercito Nazionale: uomini dai 37 ai 40 anni dalla 1ª Riserva
      • 2º Esercito Nazionale: uomini non addestrati sotto i 20 anni e uomini oltre i 40 anni
    • 4 250 000 uomini in grado di prendere servizio e mobilitarsi
  • 1934: l'esercito si compone di 17 divisioni
  • 1940: 376 000 uomini attivi con 2 milioni di riservisti divisi in 31 divisioni.
    • 2 divisioni in Giappone (la Guardia Imperiale più un'altra)
    • 2 divisioni in Corea
    • 27 divisioni in Cina e Manciuria
  • Nel tardo 1941: 460 000 uomini attivi in 41 divisioni
    • 2 divisioni in Giappone e Corea
    • 12 divisioni in Manciuria
    • 27 divisioni in Cina
    • più 59 brigate equivalenti a:
      • Brigate Indipendenti, Brigate Indipendenti Miste, Brigate di Cavalleria, Brigate Anfibie, Reggimenti Indipendenti Misti e Reggimenti Indipendenti
  • 1945: 5 milioni di uomini attivi in 145 divisioni (incluse tre della Guardia Imperiale), più numerose unità individuali, con un buon numero di uomini nel Corpo d'Aviazione volontario
  • L'Esercito di Difesa giapponese, nel 1945, contava 55 divisioni con 2 milioni di uomini

I militari totali (esclusa la Marina Imperiale) nell'agosto 1945 erano 6 095 000, inclusi i 676 863 del Servizio Aeronautico.

Arsenali[modifica | modifica sorgente]

L'Esercito Imperiale giapponese ebbe diversi arsenali:

  • l'Arsenale di Sagamihara: assieme alla Mitsubishi, sviluppava e costruiva carri armati
  • l'Arsenale di Osaka: con la Mitsubishi e la Hitachi costruiva carri armati e artiglieria
  • l'Arsenale di Sasebo: con la Mitsubishi costruiva carri armati
  • l'Arsenale di Heijo: costruiva, secondo i progetti di Kijirō Nambu, armi per la fanteria
  • l'Arsenale di Mukden: costruiva, secondo i progetti di Kijirō Nambu, armi per la fanteria
  • l'Arsenale di Kokura: costruiva, secondo i progetti di Kijirō Nambu, armi leggere e mitragliatrici per la fanteria
  • l'Arsenale di Tokyo: il centro amministrativo dell'Esercito dove si testavano armi leggere e pesanti
  • l'Arsenale di Tachikawa: dedicato allo sviluppo e la produzione di aerei per il Servizio Aeronautico
  • l'Arsenale di Koishikawa (Tokyo)

Vittime[modifica | modifica sorgente]

Durante l'esistenza dell'Esercito Imperiale giapponese, milioni di soldati morirono, furono feriti o rimasero dispersi.

  • Spedizione a Taiwan: 543 (12 uccisi in battaglia e 531 per malattie)
  • Prima guerra sino-giapponese: 13 823 morti e 3 973 feriti
  • Guerra russo-giapponese: Il numero totale di giapponesi morti in combattimento si avvicina ai 47 000 e raggiunge gli 80 000 se si considerano anche le malattie
  • Prima guerra mondiale: 1 455 giapponesi furono uccisi, la maggior parte nell'assedio di Tsingtao
  • Seconda guerra mondiale:
    • Morti
      • 2 566 000 escluse le morti non in combattimento (include gli 1 506 000 di morti in azione)
      • 672 000 civili morti (vittime note)
    • 810 000 dispersi in azione e presumibilmente morti
    • 7 500 prigionieri di guerra

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Harries & Harries, p. 22.
  2. ^ Harries & Harries, p. 29.
  3. ^ Harries & Harries, pp. 20–24.
  4. ^ Harries & Harries, p. 363.
  5. ^ Harries & Harries, p. 28.
  6. ^ Harries & Harries, pp. 29–31.
  7. ^ Harries & Harries, p. 109.
  8. ^ Harries & Harries, pp. 110–111.
  9. ^ Humphreys, The Way of the Heavenly Sword: The Japanese Army in the 1920's, page 25
  10. ^ a b Harries & Harries, p. 123.
  11. ^ Harries & Harries, p. 124.
  12. ^ Harries & Harris, p. 193.
  13. ^ Kelman, p.41
  14. ^ Harries & Harries, p. 197.
  15. ^ a b c Jowlett, p. 7.
  16. ^ Jowlett, pp. 15–16, 21.
  17. ^ Bergerund, Eric. Fire in the Sky (Boulder, CO: Westview Press, 2000).
  18. ^ Gilmore, p.150.
  19. ^ Harries & Harries, pp. 475–476.
  20. ^ Harries & Harries, p. 463.
  21. ^ Chen, World War II Database
  22. ^ Gilmore, p.87.
  23. ^ Gilmore, p.45.
  24. ^ Gilmore, p.89.
  25. ^ Essi furono sostanzialmente più dei 2 000 che si arresero nella guerra russo-giapponese. Gilmore, p.155.
  26. ^ Dower, John W., Prof. War Without Mercy: Race and Power in the Pacific War (New York: Pantheon, 1986).
  27. ^ Gilmore, p.155.
  28. ^ Gilmore, p.154.
  29. ^ Citato in Gilmore, p.163.
  30. ^ Gilmore, pp.63, 68. & 101.
  31. ^ Yoshimi and Matsuno, Dokugasusen Kankei Shiryo II, Kaisetsu, 1997, p.25–29.
  32. ^ Fujiwara, Shōwa tenno no ju-go nen senso, 1991, pp.135–138; Yamada, Daigensui Showa tenno, 1994, pp.180, 181, and 185.
  33. ^ Bix, Herbert. Hirohito and the Making of Modern Japan (New York: HarperCollinsPublishers, 2000), p.466, citing the Sugiyama memo, p.24.
  34. ^ Harries & Harries, p. 471.
  35. ^ Harries & Harries, p. 487.
  36. ^ Kristof, Nicholas D. "Shoichi Yokoi, 82, Is Dead; Japan Soldier Hid 27 Years," New York Times. September 26, 1997.
  37. ^ "The Last PCS for Lieutenant Onoda," Pacific Stars and Stripes, March 13, 1974, p6
  38. ^ a b "Onoda Home; 'It Was 30 Years on Duty'," Pacific Stars and Stripes, March 14, 1974, p7
  39. ^ a b "The Last Last Soldier?," TIME, January 13, 1975

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Herbert Bix, Hirohito and the Making of Modern Japan, New York, HarperCollinsPublishers, 2000.
  • (EN) Edward J. Drea, In the Service of the Emperor: Essays on the Imperial Japanese Army, Nebraska, University of Nebraska Press, 1998. ISBN 0-8032-1708-0.
  • (EN) Edward J. Drea, Japan's Imperial Army: Its Rise and Fall, 1853-1945, Lawrence, Kansas, University Press of Kansas, 2009. ISBN 0-8032-1708-0.
  • (EN) Allison B. Gilmore, You Can't Fight Tanks with Bayonets: Psychological Warfare against the Japanese Army in the South West Pacific, Lincoln, Nebraska, University of Nebraska Press, 1998.
  • (EN) Meirion Harries, Susie Harries, Soldiers of the Sun: The Rise and Fall of the Imperial Japanese Army, New York, Random House, 1994. ISBN 0-679-75303-6.
  • (EN) Saburo Hayashi, Alvin D. Cox, Kogun: The Japanese Army in the Pacific War, Quantico, VA, The Marine Corps Association, 1959.
  • (EN) Leonard A. Humphreys, The Way of the Heavenly Sword: The Japanese Army in the 1920's, Stanford University Press, 1996. ISBN 0-8047-2375-3.
  • (EN) Philip Jowett, The Japanese Army 1931–45 (1), Botley, Oxford, Osprey Publishing, 2002. ISBN 1-84176-353-5.
  • (EN) Richard Kelman, Leo J. Daugherty, Fighting Techniques of a Japanese Infantryman in World War II: Training, Techniques and Weapons, Zenith Imprint, 2002. ISBN 0-7603-1145-5.

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