Crimini e misfatti

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Crimini e misfatti
Crimini e misfatti.JPG
Martin Landau e Woody Allen durante il dialogo finale
Titolo originale Crimes and Misdemeanors
Paese di produzione Stati Uniti
Anno 1989
Durata 97 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico, commedia
Regia Woody Allen
Soggetto Woody Allen
Sceneggiatura Woody Allen
Produttore Robert Greenhut
Produttore esecutivo Jack Rollins,
Charles H. Joffe
Casa di produzione Orion Pictures
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Susan E. Morse
Scenografia Santo Loquasto
Costumi Jeffrey Kurland
Trucco Fern Buchner,
Frances Kolar
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

Crimini e misfatti (Crimes and Misdemeanors) è un film del 1989 scritto, diretto e interpretato da Woody Allen.

È stato candidato, tra gli altri, a tre Premi Oscar 1990 (Miglior regia, Miglior sceneggiatura e Miglior attore non protagonista a Martin Landau) e al Golden Globe per il miglior film drammatico: ha vinto sette premi internazionali, tra cui il David di Donatello per la migliore sceneggiatura straniera.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Judah, noto chirurgo oculista e filantropo, tradisce da anni la moglie per l'ex hostess Dolores. Quest'ultima, innamorata del medico e sull'orlo d'una crisi di nervi, è ossessionata a tal punto da quella situazione senza sbocco, da volersi rivelare alla moglie tradita, arrivando a scriverle una lettera che Judah riesce casualmente a distruggere prima che giunga a destinazione. Ciononostante, Dolores continua a incalzare e minacciare il suo amante, il quale, per non rovinare la sua ottima reputazione, e ormai stanco di tenere in piedi quella doppia vita, si vede costretto a rivolgersi a suo fratello, criminale incallito e senza scrupoli, che la fa uccidere da un sicario. Judah entra così in una profonda crisi di coscienza da cui esce a fatica.
Il documentarista Cliff Stern, deluso dalla sua vita e da un rapporto coniugale che si trascina stancamente, vede in Halley, che lavora nel mondo del cinema, la via d'uscita ai suoi problemi. I due si conoscono durante la realizzazione d'un documentario, a lui commissionato, sulla figura del miliardario Lester, uomo di successo ma di dubbia moralità, che però colma d'attenzioni proprio Halley, della quale Cliff s'innamora iniziando un timido corteggiamento, mentre tenta con ogni mezzo di screditare il suo antagonista, anche servendosi del documentario che sta realizzando per lui. Halley, incerta e confusa, tiene a bada le timide avances di Cliff. Ma Cliff e Halley sono legati anche dalla realizzazione d'un documentario sul prof. Louis Levy, la cui figura intellettuale, complessa e profonda, affascina entrambi, abituati alla vacua apparenza di figure ipertrofiche, di cui perfetta incarnazione è proprio Lester; tutto andrà in fumo proprio in seguito all'inattesa fine del professore, il quale, a dispetto dello spessore della sua elaborazione intellettuale sulla celebrazione della vita, sceglie invece il suicidio, non trovando poi di meglio che accompagnare la sua scelta estrema con una banale frase di addio. Una svolta nella vita sentimentale di Halley arriva col suo temporaneo trasferimento a Londra, dove la donna insegue un'inattesa occasione di lavoro, in una decisione che getta nello sconforto Cliff. A Londra, infatti, Halley incontra casualmente Lester e cede all'insistente corteggiamento.
Cliff apprende di quella scelta tempo dopo, incontrando la coppia durante il ricevimento per un matrimonio ebraico. In quella stessa occasione, Cliff conosce Judah e i due, senza volerlo, si ritrovano in disparte e iniziano a conversare raccontandosi in terza persona e tracciando un bilancio delle loro esistenze, i cui esiti sono il frutto delle loro diverse e quotidiane scelte morali.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

  • «All'inizio c'era il personaggio di Martin Landau e c'erano idee strettamente religiose: l'universo è un posto senza Dio e, a meno che noi non ci costruiamo una nostra etica, non c'è nessuno che ci punisca (...) La seconda storia, il triangolo fra me, Mia Farrow e Alan Alda, è nata per rinforzare alcuni di questi temi, e discutere sul problema, universale, della tremenda adorazione per il successo.»[1]
  • «(...) Per Allen il cinema delega al pubblico la possibilità di un giudizio etico, di un finale narrativo. Tocca a ciascun spettatore (come al paziente in analisi) assolvere o condannare la qualità della vita rappresentata sullo schermo. Ancora più che in La rosa purpurea del Cairo è lo spettatore il personaggio chiave della fabula (...).»[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Woody Allen intervistato da Silvia Bizio, L'espresso, 25 febbraio 1990
  2. ^ Elio Ghirlanda, Annamaria Tella, Woody Allen, Il Castoro Cinema, 1995, pag. 131-132.

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