Credo (liturgia)

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Liber choralis S.Leonardi (MCM), CLXX Credo.JPG
Pronuncia della preghiera in latino ecclesiastico del Credo con accento anglosassone.

Il Credo è, nella liturgia e devozione cattoliche, la professione di fede che la comunità credente fa nei momenti liturgici, principalmente nelle celebrazioni eucaristiche delle domeniche e delle solennità liturgiche.

La liturgia propone due formule per il credo:

C'è inoltre il Simbolo atanasiano: attribuito a Sant'Atanasio (IV secolo), era recitato nel Rito Romano nell'ufficio domenicale di prima della Riforma Liturgica, e usato nel Rito Ambrosiano come inno dell'Ufficio delle Letture.

Nel rito del battesimo si preferisce la modalità in forma di domande e risposte: alle domande del presbitero o del vescovo sui tre articoli di fede del Simbolo apostolico i battezzandi rispondono tutti insieme "Sì, credo". Dopo di ciò sono battezzati. Tale modalità può essere usata anche nella celebrazione eucaristica, ed è obbligatoria nella liturgia della Veglia pasquale.

Nonostante il credo venga recitato come fosse una preghiera, non lo è in modo proprio, ma è appunto una dichiarazione solenne dei principali articoli della fede ossia un riassunto dei principali dogmi.

Il Simbolo niceno-costantinopolitano è stato fonte di controversie tra la Chiesa cattolica e la chiesa ortodossa per la questione del filioque.

Professioni di fede non liturgiche[modifica | modifica wikitesto]

Professio fidei tridentina[modifica | modifica wikitesto]

Dietro suggerimento del Concilio di Trento,[1] papa Pio IV promulgò con la bolla Iniunctum nobis del 13 novembre 1564 una formula di professione di fede nota come Professio fidei tridentina o Credo di Pio IV. Dovevano professarla i candidati all'ordine sacro e i promossi a vari uffici di responsabilità nella Chiesa.[2] Il testo conteneva il Simbolo niceno-costantinopolitano, una serie di articoli definiti dal Concilio di Trento in vista delle negazioni dei protestanti, e la dichiarazione generica "Accetto e professo ancora senza dubbi tutte le altre cose insegnate, definite e dichiarate dai sacri canoni e in particolare dal sacrosanto concilio di Trento: nel contempo anch'io condanno, rigetto e anatematizzo tutte le dottrine contrarie e qualunque eresia condannata, rigettata ed anatematizzata dalla Chiesa". A quest'ultima dichiarazione sono state aggiunte dopo il Concilio Vaticano I le parole "e dal concilio ecumenico Vaticano specialmente quanto alprimato e al magistero infallibile del romano Pontefice".[1][3]

Nel 1998 la professione tridentina di fede è stata sostituita con una nuova e più breve formula, il cui testo si può trovare sul sito Internet della Santa Sede, unitamente ad un relativo commentario.[4]. L'attuale Codice di diritto canonico (promulgato nel 1983) elenca le persone obbligate ad emettere la professione di fede.[5]

Credo del Popolo di Dio[modifica | modifica wikitesto]

Papa Paolo VI il 30 giugno 1968 a conclusione dell'"Anno della fede" da lui stesso indetto in onore degli Apostoli Pietro e Paolo, dà lettura in Piazza San Pietro ad una "solenne professione di fede", chiamata il Credo del Popolo di Dio, da lui stesso redatta per l'occasione e formalmente emessa con motu proprio. È un lungo testo che riassume i punti fondamentali della fede cattolica, estendendo ed esplicitando i contenuti del Simbolo niceno-costantinopolitano. Anche questa professione di fede non era destinata ad uso liturgico. Il testo integrale è consultabile sul sito Internet della Santa Sede.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]